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Discussione: l'Indipendensa

  1. #171
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    PAURA DELLA VERITÀ: LA SOLUZIONE E’ QUELLA CECOSLOVACCA
    di GIORGIO GARBOLINO

    In una cosa sola le recenti elezioni hanno rappresentato la continuità: tutti i partiti hanno dichiarato di aver vinto e non hanno niente da rimproverarsi.
    Berlusconi per il PDL, che rispetto al 2010 ha perso il consenso di 305.000 elettori: ”Non è vero che abbiamo perso”. Bersani per il PD (- 140.000 elettori) : “Un netto rafforzamento”. Bocchino per il Terzo Polo, che, come polo, ha fallito: “Le forze politiche singole hanno incrementato il loro consenso”. Salvini per la Lega, che – pur escludendo Verona dove molti voti persi sono andati alla lista amica di Tosi – arretra di 60.000 voti: ”Non è andata poi così malaccio”. Contenti tutti, anche nel Partito Socialista: “Soddisfatti, siamo al 3%”, titola il Corriere della Sera: forse non si sono accorti che in Francia il leader socialista Hollande ha un consenso del 51%…
    I commentatori accusano l’antipolitica, quel virus misterioso e cattivo che improvvisamente si sarebbe impadronita degli italiani. Forse è vero che “Dio acceca chi vuole perdere”. Peccato che le vittime non siano i politicanti di un regime allo sfascio, ma i cittadini. Il governo è impensierito: per il ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri a destare molta preoccupazione è “la disaffezione verso i partiti e le istituzioni” che è un atteggiamento “pericoloso per la democrazia”. Non la sfiora il dubbio che sia l’opposto, che sia la mancanza di democrazia che infastidisce i cittadini-sudditi. Monti si sta rendendo conto che le storture del sistema Italia – ormai chiare a tutti – non sono riformabili, ma non può che addossarne la colpa ai predecessori, non ne trae le conseguenze, non può dire la verità: che questa Italia non è più riformabile, questo stato è condannato da tempo a un declino lento ma sempre più drammatico. I politici non sono imbelli o corrotti perché cattivi, ma perché in un sistema marcio i buoni (e i buoni propositi) non trovano spazio: o si adeguano al sistema inefficiente e corrotto o dal sistema vengono espulsi. E’ purtroppo una selezione a rovescio quella della classe politica italiana: non sono i migliori a prevalere, ma i più allineati al sistema di potere, chi si integra più facilmente. E il sistema paese è guasto perché non ha più nessun sostegno condiviso – né economico, né politico, né sociale – a tenerlo in piedi. Lo stesso Monti comincia ad accorgersi di essere prigioniero, non solo della classe politica ma del sistema Italia tutto: ogni riforma in senso liberale danneggia il sud, ogni provvedimento assistenziale danneggia il nord. Se si alzano le tasse, muore il nord (e sta morendo), ma se si combattono gli evasori, senza tolleranze geografiche, muore il sud. Se non si liberalizza, il nord perde competitività. Se si liberalizza, il sud – senza sussidi e corporazioni – non è in grado di sopravvivere. E la burocrazia, prevalentemente meridionale, azzopperebbe comunque qualunque riforma in senso anti-statalista. L’integrazione europea e la globalizzazione finanziaria impongono una struttura economica e sociale che solo il nord può permettersi, l’economia del sud richiede assistenza e stato. Lo stesso Monti ha sfiorato l’argomento, addebitando però le difficoltà dell’Italia alla cultura cattolica e marxista che la porta ad essere uno stato assistenziale e non liberale. Anche qui ha dimenticato di dire che la cultura assistenziale catto-comunista è quella di una sola parte – minoritaria ma egemone – del paese. Forse – e speriamo non sia troppo tardi – si comincerà a guardare senza paura alla soluzione cecoslovacca, dove il sud economicamente più arretrato si è separato dal nord industriale e entrambi hanno migliorato la loro situazione.

    11 Maggio 2012

    PAURA DELLA VERITA’: LA SOLUZIONE E’ QUELLA CECOSLOVACCA | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #172
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    NAPOLITANO, LA LESA MAESTÀ E GRILLO-GUGLIELMO TELL
    di GILBERTO ONETO

    Con il Regio Decreto n. 1398 del 19 ottobre 1930, Vittorio Emanuele III, “per grazia di Dio e per volontà della Nazione, re d’Italia”, decretava l’approvazione del testo definitivo del Codice Penale, con la firma di Benito Mussolini e del Guardasigilli, il napoletano Alfredo Rocco, estensore del documento che è ancora oggi in vigore ed è ricordato con il suo nome ( “Codice Rocco”).
    In perfetta sintonia con i tempi, il Codice conteneva sette articoli che punivano severamente i “delitti contro la personalità interna dello Stato”. I primi quattro (276, 277, 278 e 279) avevano come oggetto la protezione del Re e dei membri della Famiglia Reale, gli altri quella del Capo del Governo, cioè del Duce.
    Con l’avvento della Repubblica sono stati aboliti gli articoli che si occupano del Capo dell’Esecutivo, ma non quelli del Capo dello Stato. Il Presidente ha semplicemente sostituito il re.
    Vediamo questi articoli superstiti.
    Art. 276 (Attentato contro il Presidente della Repubblica) “Chiunque attenta alla vita, alla incolumità o alla libertà personale del Presidente della Repubblica è punito con l’ergastolo”.
    Art. 277 (Offesa alla libertà del Presidente della Repubblica) “Chiunque, fuori dai casi previsti dall’articolo precedente, attenta alla libertà del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da cinque a quindici anni”.
    Art. 278 (Offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica) “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.
    Art. 279 (Lesa prerogativa della irresponsabilità del Presidente della Repubblica) “Chiunque, pubblicamente, fa risalire al Presidente della Repubblica il biasimo o la responsabilità degli atti del Governo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa da lire mille a diecimila” (poi aggiornato per svalutazione a 103 e 1.032 Euro).
    I primi due articoli sono piuttosto ragionevoli nel contenuto ma introducono una evidente differenza fra il Presidente e i comuni cittadini, attentare alla vita o alla libertà dei quali “costa” molto meno. Ed è anche stato fatto un passo avanti, perché gli articoli redatti da Rocco prevedevano addirittura la pena di morte e la reclusione anche per chi attentasse al Reggente, alla Regina, al Principe Ereditario e ad altra persona della Famiglia Reale. Per fortuna i parenti dei Presidenti sono oggi esclusi da questa affettuosa protezione.
    Nel dopoguerra gli articoli 278 e 279 accorciano le pene detentive ed è buffo che prevedano per chi offenda l’onore del Presidente gli stessi anni di carcere che erano previsti un tempo per la Regina.
    In uno slancio di pudore democratico l’articolo 279 è stato abrogato nel 2006.
    Resta, granitico, l’articolo 278, che viene utilizzato in questi giorni dalla Procura di Nocera Inferiore per indagare gli ignoti che su Internet offendono l’onore e il prestigio del Capo dello Stato, “istigati” dalla recente polemica con Beppe Grillo e dalla sua reazione alla poco elegante sortita di Napolitano sul “boom” elettorale del Movimento Cinque Stelle.
    Assieme a svariati altri articoli che si occupano di “vilipendio” alla Repubblica, alla Nazione, alle Forze Armate e alla Bandiera (tutte scrupolosamente maiuscolate), questo costituisce il più autentico residuo di antiche consuetudini autocratiche, e in particolare dell’arcaico delitto di “lesa maestà”, nonostante che la “maestà” dovrebbe essere stata sostituita da tempo da un rappresentante e da un garante della democrazia.
    Insomma, in Italia non si può parlar male di Garibaldi (anche se nessun articolo si occupa del dettaglio) e soprattutto non si può farlo del Presidente: si può infierire contro il Buon Dio e tutti i Santi (un po’ meno contro Allah), ma sicuramente si deve portare formale rispetto per il residente del Quirinale. Naturalmente la cosa dovrebbe essere interpretata come una difesa della rispettabilità della carica e non della persona fisica che la riveste ma è una distinzione difficile da fare per chi non ne può più, e ancora più difficile, se non impossibile, per chi intenda reprimere con durezza ogni dissenso. É già difficile non provare riprovazione nei confronti di una istituzione che costa ai contribuenti più di 200 milioni l’anno e che si avvolge di liturgie bizantine, ma il confine fra rispetto sincero e formale risulta particolarmente labile nel caso del signor Napolitano, poco adatto ad attirare simpatie per la sua storia personale, per la sua peculiare visione del suo ruolo politico, ma anche e soprattutto per talune poco eleganti prese di posizione: dai suoi giudizi poco benevoli su chi ha manifestato opinioni non del tutto allineate sul 150° dell’unità alle recenti sortite sui grillini.
    In democrazia nessuno può essere sopra la legge, e non è neppure bello che la legge non impedisca che si possano impunemente insultare e insolentire milioni di persone per i motivi più vari ma che si debba stare attenti anche solo a come si guarda chi invece è protetto dalla “lesa maestà” garantita da un Codice fascista. Il mito di fondazione dell’indipendenza e della libertà svizzera ricorda che tutto era nato dal rifiuto di Guglielmo Tell di salutare un cappello, cioè di manifestare formale (e servile) ossequio a un simulacro del potere. Come se la cava Grillo nell’uso della balestra?

    14 Maggio 2012

    NAPOLITANO, LA LESA MAESTA’ E GRILLO-GUGLIELMO TELL | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  3. #173
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    DICHIARAZIONI SHOCK DI MARIO BORGHEZIO ALLE AGENZIE | L'Indipendenza

    ostridicolo:ostridicolo:ostridicolo:ostridicolo:ostridicolo:ostridicolo:ostridicolo:
    Ultima modifica di martesanaidentitaria; 16-05-12 alle 13:34

  4. #174
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Tutti i costi dell'immigrazione
    di Gilberto Oneto

    TUTTI I COSTI DELL’IMMIGRAZIONE (prima parte) | L'Indipendenza

    TUTTI I COSTI DELL’IMMIGRAZIONE (seconda parte) | L'Indipendenza

    Un articolo lunghissimo e molto approfondito.

    Evidenzio qui di seguito la parte finale, quella che indica possibili vie di "uscita".

    Il progetto di “uscita” va ripartito in fasi diverse: i primi a rientrare devono essere i clandestini, poi i regolari che commettono reati, poi i regolari disoccupati, poi quelli che perdono il lavoro, poi quelli che vengono sostituiti gradualmente dai disoccupati italiani. Ciascun gruppo va accompagnato, quando non addirittura preceduto, dai famigliari ricongiunti. Tutte le proprietà e i diritti acquisiti vanno rispettati e per i regolari che hanno sempre tenuto un comportamento ineccepibile si possono anche studiare forme di incentivazione al rimpatrio o particolari generi di collaborazione economica nei loro paesi con le imprese italiane che intendono stabilire rapporti economici con l’estero. Potrebbero infatti trasformarsi in “terminali” delle attività economiche e commerciali italiane nei loro paesi di origine. Si deve poi mandare a regime un diverso sistema di utilizzo di mano d’opera straniera, ove questa fosse ancora necessaria, basato su contratti a tempo, forniture di prestazioni sociali sicure (alloggio, sanità eccetera) e sull’impossibilità di soggiorni definitivi. In questi tipi di rapporti lavorativi andranno privilegiati i lavoratori che hanno già soggiornato in Italia, che ne parlano la lingua e che non hanno mai avuto problemi con la legge. É, in quest’ottica, essenziale che gli stranieri che entrano: 1) abbiano un contratto di lavoro a termine, 2) abbiano un alloggio procurato dal datore di lavoro, 3) siano coperti da una assicurazione o da un garante responsabile, 4) soddisfino tutta una serie di requisiti minimi (conoscenza della lingua, controllo sanitario, fedina penale in ordine), 5) dispongano di documenti di riconoscimento e di ritorno. Solo così si riuscirebbe a costruire una rete di rapporti economici vantaggiosi per tutti, senza creare problemi sociali in Italia o nei paesi di origine dei lavoratori. L’intera operazione deve poter funzionare su basi volontarie e di mutuo rispetto: ove non fosse possibile, si deve creare per i clandestini e i riluttanti un meccanismo di pressione e dissuasione alla clandestinità basata sul lavoro coatto a vantaggio della comunità. Chi non vorrà rimpatriare sarà ospitato in strutture di lavoro per periodi di tempo adeguati a ripagare la comunità delle spese di mantenimento e di rimpatrio: al termine dell’impegno saranno loro consegnati un documento di viaggio e una somma di reinserimento in patria tratta da quanto da loro prodotto.
    Un altro tipo di azione per contenere e diminuire la presenza negativa degli stranieri sul mercato e nella nostra vita comunitaria potrebbe essere rappresentata da disincentivi fiscali nei confronti di cittadini italiani e degli stessi stranieri. Si potrebbe ad esempio introdurre una tassa a carico dei datori di lavoro che impiegano mano d’opera straniera almeno fin tanto che ci sono italiani disoccupati o in cerca di lavoro; si potrebbe anche introdurre una tassa aggiuntiva anche sugli affitti di alloggi locati a cittadini stranieri. Gli stessi stranieri dovrebbero poi essere sistematicamente sottoposti a controlli fiscali allo scopo di accertare con severità ogni tipo di evasione e di verificare le fonti di sussistenza di tutti gli immigrati. In un sistema del genere non ci sarebbe più spazio per la necessità di assistenza a stranieri disagiati proprio per l’impossibilità della formazione di situazioni di disagio. Di sicuro, le nostre comunità non sono più in grado di sostenere l’attuale sistema di immigrazione, che è un incubo sociale e che costa ogni anno come parecchie finanziarie. L’attuale difficile congiuntura economica non fa che rendere più evidente un errore che si protrae da troppi anni e che si abbatte su un paese già oberato da altre grandi difficoltà. Così come è stata impostata, l’immigrazione non è una ricchezza ma un terribile costo sociale ed economico: é certo che, senza gli immigrati, l’economia del paese non si fermerebbe affatto. Anzi. In queste condizione, quella dell’immigrazione rischia di trasformarsi nella più grande sciagura toccata alla penisola in millenni di storia.
    Una ultimissima considerazione, ma non per questo meno determinante, va fatta a proposito di chi ha inventato, favorito e coperto il fenomeno, e di chi ancora oggi tenta di farlo passare come un evento dalle valenze positive. Le cause vanno ricercate lontano, nelle radici stesse dell’economia moderna apolide e globalizzata, nell’indifferenza che la grande finanza mostra nei confronti della gente, delle sue esigenze, della cultura e del principio stesso di umanità. Gli uomini sono considerati pedine, forza lavoro o numeri che possono essere spostati a piacimento. In questo contesto amorale si sono collocati con facilità anche interessi più specifici di ordine politico o di egoismo economico: ideologie rivoluzionarie che si aggrappano a qualsiasi contrasto sociale per raggiungere i loro obiettivi (e che in mancanza di contrapposizioni ne creano di nuove); Stati che utilizzano l’immigrazione per giochi di potenza, di destabilizzazione o di ricatti internazionali; trusoni che realizzano facili guadagni giocando sui bisogni dei più deboli e scaricando i costi sulla società; avventurieri della più bassa politica che speculano su reazioni e sentimenti per trasformarli in consenso elettorale; associazioni criminali che sfruttano la miseria degli uni e le debolezze morali degli altri. Sembra quasi che l’immigrazione sia una sorta di catalizzatore delle peggiori pulsioni della nostra società. Una attenzione speciale meritano infine quelli che a tutti i costi vogliono trasformarla in un fatto positivo, quelli che cercano di nasconderne tutti gli aspetti più deleteri, che la descrivono come una sorta di meraviglia o benedizione della natura, quelli che truccano i dati, i numeri e le informazioni per evitare reazioni. Sono i maestri delle cure palliative, quelli che vogliono convincere gli ammalati gravi di essere sani e far credere loro che i sintomi che percepiscono siano gioiose manifestazioni di vitalità. É un compito ingrato ed eroico per chi lo fa a fin di bene, ma un’infamia se le motivazioni sono altre.
    Nel bel mezzo della drammatica crisi economica e politica, fra una pensosa consultazione e l’altra per tentare di formare un governo di emergenza, il presidente Napolitano ha trovato nell’autunno 2011 il tempo per ricevere una delegazione di giovani stranieri aspiranti alla posizione di “nuovi italiani” e ha sentenziato che gli immigrati: 1) «rappresentano una grande fonte di speranza», 2) «sono la linfa vitale per il Paese», 3) «servono anche loro a sostenere il fardello del debito pubblico». Forse voleva dire “creare”, più che “sostenere”. Ma non c’è da stupirsi: il Quirinale costa ai contribuenti italiani circa 235 milioni di Euro l’anno. É il decimo di quanto versano in Irpef tutti gli immigrati messi assieme. Ma è anche quello che pagano in tasse città come Pinerolo, Treviglio o Spoleto: è come se ciascuna di queste comunità lavorasse solo per mantenere la Corte. Uno straordinario modello per i “nuovi italiani” offerto da certi “vecchi italiani”, così affezionati alla Patria e allo Stato, in cui vedono – secondo Frédéric Bastiat «la finzione secondo la quale tutti credono di poter vivere alle spalle di tutti gli altri». L’Italia lo è in modo speciale e gli immigrati lo hanno capito perfettamente.

    20 Maggio 2012

    TUTTI I COSTI DELL’IMMIGRAZIONE (seconda parte) | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #175
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    JESOLO: ECCO I TRE QUESITI A CUI BISOGNERA’ DARE RISPOSTA
    di GILBERTO ONETO

    Ad una riunione, come quella del prossimo fine di settimana a Jesolo, di movimenti, di gruppi e associazioni indipendentiste, che hanno per obiettivo una separazione dallo Stato italiano, ci si dovrà porre tre quesiti fondamentali:
    1 – Cosa si vuole?
    2 – Con quale legittimazione?
    3 – Con quali strumenti?
    Provo a dare una mia opinione in proposito.
    1 – Parto dalle cose più semplici e assodate, quelle – spero – fuori discussione. Vogliamo staccarci e liberarci dello Stato italiano. I motivi per volerlo sono fin troppo evidenti. Tutti sanno da cosa vogliono andarsene ma non è univoca la visione del dove: c’è chi vuole l’indipendenza della sua Piccola patria, della sua valle, del suo comune. Vediamo cosa non può che unirci: abbiamo un nemico comune che ci tiene nella stessa prigione.
    Per questa ragione la rivolta non può che avvenire all’interno delle mura della prigione, che sono i confini dello Stato. Questo significa che l’evasione può essere pianificata e realizzata solo con gli altri detenuti. Fuori ci possono essere simpatie ma non ci saranno – per ovvie ragioni di rapporti internazionali – aiuti concreti. Per questo sono belli, romantici ma poco realistici i progetti di Stati o Regioni transnazionali, aggregazioni di parti di territorio che oggi appartengono a più Stati. È già difficile organizzare l’evasione da una prigione: abbattere i muri di due o più carceri contemporaneamente è faccenda molto più complicata. Ciò non toglie che, una volta fuori, ciascuno possa andarsene dove gli pare. Serve però ricordare che i soli che abbiano oggi legittimi agganci esterni – e quindi edifici esistenti dove rifugiarsi – siano sloveni e tirolesi.

    Per organizzare l’evasione di massa bisogna avere i numeri, bisogna che si verifichi un rapporto di forza favorevole. Se uno tenta la fuga da solo si scava un cunicolo e – se gli va bene – se ne fugge lontano, se si vogliono invece liberare tutti quelli che sono in carcere, si devono abbattere mura e sbarre e serve la forza per farlo. Per questo Miglio insisteva sulle macroregioni e in particolare su quella padana. Nessuna delle attuali regioni – forse neppure la Lombardia – può interloquire con lo Stato su basi di accettabili equilibri di forze. La Padania può: la Padania fornisce tre quarti delle tasse, la Padania ha il 40% della Popolazione complessiva. Ha la forza per vincere. Da soli non si va da nessuna parte. Quando si sarà fuori si potranno prendere strade diverse, ma per scappare bisogna essere tutti assieme. Io sogno la rinascita del Principato di Masserano ma, assieme agli altri due (di numero) cirenei che hanno lo stesso obiettivo, ho ben scarse possibilità di secedere dall’Italia, se non aggregandomi al resto della Padania. Per tutti poi (dal mio Principatino alle Regioni più grandi) gli assetti futuri saranno tutti da discutere.
    Ben venga inoltre la concertazione con ogni altro aspirante alla libertà: sardi, siciliani, toscani, tirolesi. Più tentativi di evasione contemporanei favoriscono il successo dell’operazione complessiva.
    2 - La sola vera legittimazione che si conosca è quella della volontà popolare che si esprime attraverso la libera manifestazione della maggioranza dei membri di una comunità. Ripeteva Miglio che “con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”. Il principio contiene anche la sua speculare verità: senza il consenso non si può fare nulla di tutto questo.

    La maggioranza è per la separazione dall’Italia? Alle politiche del 2008 (ultimo riferimento possibile) in Padania avevano il diritto di voto 21.166.902 cittadini maggiorenni. Allora ha votato poco più dell’83% degli aventi diritto. Supponiamo che in un referendum di importanza vitale partecipino nove elettori su dieci: 19milioni di persone. La scelta indipendentista avrebbe così bisogno di nove milioni e mezzo di voti, in realtà anche di meno ma vogliamo ragionare su certezze che siano anche matematiche. Nel 2008 la Lega ha preso in Padania circa 3.340mila voti e altri 300mila sono andati a formazioni autonomiste minori. Nel 1996 – con una posizione più decisamente indipendentista – la Lega si era avvicinata ai 4 milioni di voti e la cifra era abbondantemente superata con gli altri partiti autonomisti storici. Da indagini fatte sui flussi di voto risulta che più di 5 milioni di persone abbiano votato almeno una volta per la Lega. Nel 2006 al referendum sulla Devolution (con tutti i suoi limiti) avevano votato a favore due regioni (Lombardia e Veneto) e 22 provincie padane; in altre 10 l’assenso è stato superiore al 40% e solo nelle restanti 13 inferiore. Molti sondaggi piuttosto recenti danno il gradimento dell’indipendenza attorno alla metà del campione e a volte anche decisamente superiore. In ogni caso risulta che almeno metà dei padani siano già oggi in qualche modo favorevoli al distacco dall’Italia, e che circa due terzi di questa metà abbia espresso questa sua intenzione anche con un voto. Sarebbe sufficiente che costoro convincessero un parente, un amico o un conoscente a votare come loro che la maggioranza ci sarebbe. Si tratta di un compito neppure difficile, viste le attuali condizioni socio-economiche, la rapina fiscale e l’imperversare di corruzione e malavita. Questa opera di creazione di consenso si è interrotta soltanto a causa della rinuncia leghista al proselitismo e dell’atteggiamento bossiano che nei fatti si è rivelato contrario all’indipendentismo: per paura, insipienza, tradimento, connivenza, denaro, minacce o semplice pirleria, non si saprà forse mai.
    Questi venti anni di errori, omissioni o tradimenti stanno però a dimostrare che l’obiettivo non sia irraggiungibile, ma che anzi un lavoro serio, costante e coerente può convincere i nostri compatrioti che la separazione dall’Italia è cosa buona e giusta, ma anche utile e conveniente. Non serve neppure temere l’opposizione delle terre a sud del Po, dove l’idea indipendentista sembra avere minore appeal: al momento cruciale liguri, emiliani e romagnoli non sceglieranno certo di accollarsi da soli il mantenimento dell’Italia.
    Per convincere la maggioranza della nostra gente occorre seguire una coerente azione di creazione del consenso, basata su serie informazioni e su dati concreti, senza mai cambiare obiettivi. Occorre però soprattutto convincersi che se si vogliono rappresentare gli interessi veri di una comunità, si devono rappresentare gli interessi di tutta la comunità proprio per avere il più vasto consenso possibile: si devono convincere i cittadini di destra e di sinistra, cattolici o atei, ricchi e poveri, colti e ignoranti della bontà e dei vantaggi di una scelta indipendentista. Non ci si deve impegolare in questioni che esulano dall’obiettivo: non importa se i cittadini siano pro o contro l’aborto, la caccia, il nucleare, la procreazione assistita o i mille altri – pur serissimi – problemi che possono sorgere, l’importante è che essi si convincano dell’obiettivo comune rimandando altre decisioni alla nostra futura condizione di libertà. A maggior ragione non possono sussistere divisioni fra i movimenti indipendentisti, non possono più essere tollerati atteggiamenti di chiusura o di esclusione; non possiamo permetterci di non avere il consenso di chi ha il naso storto, è strabico, è leghista, ex leghista o mai-stato-leghista, non possiamo escludere nessuno per sue scelte passate per quanto ci appaiano scellerate. Se deve essere una lotta di popolo, abbiamo bisogno di tutti.

    3 – Sapendo cosa si vuole e disponendo del consenso della gente, non resta che studiare i passi successivi per raggiungere l’obiettivo, sia in termini di organizzazioni politiche, che di percorso giuridico.
    Non è necessario che ci sia un solo soggetto partitico a rappresentare le istanze del territorio: una interpretazione del genere è da noi fallita. La Lega non è riuscita a monopolizzare davvero la lotta per l’indipendenza, non ha avuto la forza di raggiungere obiettivi concreti ma è solo stata capace di impedire che chiunque altro avesse lo spazio per provarci. Un percorso di tipo catalano sembra essere più utile: diversi soggetti che hanno un obiettivo comune ma che si caratterizzano secondo diverse sfumature culturali e politiche. Come sullo scaffale dei supermercati si trovano moltissimi tipi di detersivi, con nomi e anche composizioni chimiche ed effetti leggermente diversi, ma tutti finalizzati a pulire, così sullo scaffale dell’offerta politica indipendentista si dovrebbero trovare diversi prodotti, tutti finalizzati a lavarci via di dosso le croste untuose dell’italianità.
    Naturalmente occorre che, assieme ad altri ingredienti e profumi, tutti contengano tre componenti essenziali e necessari: liberismo, autonomismo e identità. Per liberismo è sufficiente la sua declinazione al livello più basso dell’antistatalismo, l’autonomismo deve essere alla base di ogni futuro assetto, e l’identità va intesa per “tutte le identità” territoriali.
    Poi occorre occuparsi di una materia che è stata fino a qui sistematicamente sottovalutata se non ignorata: il percorso istituzionale e giuridico per arrivare all’autodeterminazione, la cosiddetta “road map”. Come arrivarci: attraverso voti regionali, pronunciamenti assembleari, aggregazioni di regioni, richieste di referendum, forzature legislative? C’è poi la possibile strada dell’acquisizione graduale di competenze fiscali, quella dell’assunzione in tutto o in parte del debito pubblico in cambio dell’autonomia. Insomma il percorso è tutto da studiare ed è davvero materia piuttosto incognita anche e proprio perché chi avrebbe dovuto istituzionalmente occuparsene ha fatto altro: occupazioni di potere fini a sé stesse, partecipazione a governi nazionali, dispersione di energie su temi distanti dai veri obiettivi.
    Mentre sui primi due punti esiste un vasto repertorio di studi e iniziative, c’è una tradizione vivace di dibattito, esistono insomma gli strumenti per procedere, su questo si deve veramente cercare di costruire tutto un armamentario, ci si deve davvero ragionare e mettere a punto progetti su cui si gioca la credibilità e il successo di tutto il nostro impegno indipendentista. Finora il mondo autonomista si è accapigliato sulle cose più diverse, spesso strampalate, quasi sempre declinate su pulsioni personalistiche: sarebbe un grandissimo passo avanti se da Jesolo in poi la vera materia del contendere e l’oggetto di ogni appassionato confronto fossero proprio il percorso e gli strumenti da mettere in atto per raggiungere l’obiettivo.
    Cosa possono fare gli avversari davanti a un progetto chiaro e a una legittima manifestazione della volontà popolare? Potranno – come sempre – distrarre l’opinione pubblica verso altri finti obiettivi, spostare il tiro su emergenze provocate ad arte, o più semplicemente – anche questo è stato fatto – comperare i gruppi dirigenti indipendentisti, oppure infine ricorrere a repressione e violenza. È però difficile processare o incarcerare nove milioni di cittadini laboriosi e civili ed è anche poco prudente impiegare un esercito in cui i generali sono più numerosi dei caporali.
    Se anche la grande Unione Sovietica è improvvisamente crollata con grande fragore, la Repubblica Italiana può farlo da un momento all’altro. Lo farà indubitabilmente anche per consunzione e per dissoluzione interna ma avrà bisogno di qualcuno che dia una spallata e che – soprattutto – abbia pronta una alternativa civile, democratica ed efficace.

    23 Maggio 2012

    JESOLO: ECCO I TRE QUESITI A CUI BISOGNERA’ DARE RISPOSTA | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #176
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    TUTTI I COSTI DELL'IMMIGRAZIONE


    Oneto...sublime. Leggerlo e' come leggere la sacra scrittura.

    Comunque quello che ha descritto nelle desiderata esiste gia'.....la Svizzera

  7. #177
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    JESOLO: ECCO I TRE QUESITI A CUI BISOGNERA’ DARE RISPOSTA
    di GILBERTO ONETO

    Questo significa che l’evasione può essere pianificata e realizzata solo con gli altri detenuti. Fuori ci possono essere simpatie ma non ci saranno – per ovvie ragioni di rapporti internazionali –

    L'unico modo per ottenere aiuti dall'estero (vds Russia) e' trovare il modo per rendere la Padania vitale per lo zar di Mosca


    . Nessuna delle attuali regioni – forse neppure la Lombardia – può interloquire con lo Stato su basi di accettabili equilibri di forze. La Padania può: la Padania fornisce tre quarti delle tasse, la Padania ha il 40% della Popolazione complessiva. Ha la forza per vincere.

    40% vale a dire circa 25 milioni. dei quali la meta' allogeni ed un buon restante 50% idioti masochisti..........non c'e nessuna forza umana.Sorry
    Ci sarebbe stata nel 96 dove gli allogeni non raggiungevano il 25% ma purtroppo sussistevano gli idioti
    .


    . ogni altro aspirante alla libertà: sardi, siciliani, toscani, tirolesi. Più tentativi di evasione contemporanei favoriscono il successo dell’operazione complessiva.

    Questa, personalmente, e' la chiave.
    Affinche' cio' succeda occorre che l' itaglia affondi e che i summenzionati popoli si ribellino -anch'essi- al disfacimento in atto.
    Questa gente , quando vuole, ha le palle.
    E i malumori da me segnalati tra le forze dell'ordine in un intervento di un mese fa ( causa di risatine ironiche di alcuni) sembrerebbero dimostrarlo.



    JESOLO: ECCO I TRE QUESITI A CUI BISOGNERA’ DARE RISPOSTA | L'Indipendenza
    per gli altri punti occorre una notte.
    Ultima modifica di verdi; 23-05-12 alle 11:21

  8. #178
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da verdi Visualizza Messaggio
    TUTTI I COSTI DELL'IMMIGRAZIONE


    Oneto...sublime. Leggerlo e' come leggere la sacra scrittura.

    Comunque quello che ha descritto nelle desiderata esiste gia'.....la Svizzera
    L'esistenza di persone del genere e l'indifferenza dei compatrioti sono la misura della beotitudine della nostra gente.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #179
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    L'esistenza di persone del genere e l'indifferenza dei compatrioti sono la misura della beotitudine della nostra gente.
    peccato solo che sia un architetto

  10. #180
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    L'esistenza di persone del genere e l'indifferenza dei compatrioti sono la misura della beotitudine della nostra gente.
    Mi spiace Eridano, ma come sai su questo punto o sono troppo smaliziato o dimostro ai massimi livelli la mia beotitudine.
    L'articolo è una sintesi messa giù bene da incantatore di serpenti di quanto persino io nel mio piccolo vado dicendo, ma mi pare manchi, guarda caso, della soluzione.
    Quali sarebbero le informazioni e i dati concreti per creare consenso tra la maggioranza degli abitanti del nord?
    Scrivere dati, non chiacchere.
    O anche lui è passato sulla breccia economica vista l'inutilità del resto?
    Nel qual caso si potrebbe persino parlare di diritti d'autore, vero Jot?
    Ultima modifica di ventunsettembre; 23-05-12 alle 13:51
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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