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Discussione: l'Indipendensa

  1. #111
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    RAZZISMO: ESISTE CONTRO GLI STRANIERI. MAI VERSO DI NOI

    di GILBERTO ONETO

    Oggi si celebra la “Giornata mondiale contro il razzismo”, una ricorrenza di cui tutti sentivano il bisogno. Ci si immagina una serie di cerimonie e di discorsi, la fibrillazione della Caritas e del ministro Riccardi, gran ciambellano dell’accoglienza a tutti i costi: anche queste sono tutte cose di cui non si poteva fare a meno e che certo renderanno migliore l’esistenza del mondo. Ma è soprattutto l’Unar al centro dei festeggiamenti e delle pensose radunanze. Cosa sia l’Unar è ignoto ai più ma è giusto che se ne abbia piena conoscenza in virtù della sua opera davvero essenziale per la nostra vita di comunità umana.
    L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (Unar, Ufficio Nazionale Andidiscriminazioni Razziali) è stato istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, in recepimento della direttiva comunitaria n. 2000/43 e opera nell’ambito del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’istituzione è avvenuta per opera del governo Berlusconi (con firma anche di Maroni, ministro del welfare e di Castelli guardasigilli).
    L’Unar (specifica la sua “mìscion”) «ha la funzione di garantire, in piena autonomia di giudizio e in condizioni di imparzialità, l’effettività del principio di parità di trattamento fra le persone, di vigilare sull’operatività degli strumenti di tutela vigenti contro le discriminazioni e di contribuire a rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza e l’origine etnica analizzando il diverso impatto che le stesse hanno sul genere e il loro rapporto con le altre forme di razzismo di carattere culturale e religioso».
    Per farlo riceve una dotazione di poco più di 2 milioni di Euro l’anno più una serie di altri benefit.
    Come opera? Svolge inchieste, elabora progetti, informa, promuove studi e ricerche, fornisce assistenza alle vittime di discriminazione e – soprattutto – compila due relazioni annuali sulla situazione generale. Per farlo raccoglie tutte le denunce di atti di discriminazione da parte delle vittime ma anche di “testimoni” e informatori (Oggi la “rubrica silenziosa” sul nostro quotidiano li riporta in tabelle e grafici). Non bastando, si è da un paio di anni attivato per cercare direttamente tutte le nequizie razziste che vengono commesse in giro per l’Italia e soprattutto sulla rete.
    Ne viene fuori un quadro davvero “impressionante”.
    La relazione 2011 è piena di dati, tabelle e diagrammi, gronda di riferimenti e interpretazioni, descrive minuziosamente le condizioni dei poveri immigrati ma la casistica che espone è – per la verità – davvero smilza. L’anno appena passato sono stati infatti presi in esame 1.000 casi di presunta discriminazione, di cui però solo 799 ritenuti ammissibili e “pertinenti: è l’immagine cupa di un paese pieno di adepti del Ku Klux Klan!
    181 sciagurati hanno insultato o discriminato degli stranieri via Internet, 157 lo hanno fatto sul luogo di lavoro, 133 per strada, 87 in un pubblico ufficio e 50 foresti dichiarano di avere avuto problemi nel cercare casa. 96 sono stati discriminati per il loro orientamento sessuale, che c’entra poco con il luogo di provenienza ma aiuta la statistica. In Italia ci sono circa 6 milioni di stranieri fra regolari e clandestini e le discriminazioni hanno riguardato in un anno 13 casi ogni 100.000 stranieri, 1,7 casi ogni 100.000 cittadini italiani. Roba che neanche in Alabama… A questo punto tutti siamo assaliti dal sospetto di essere presi per i fondelli: oltre a tutto ogni caso di presunta discriminazione ci costa 2.500 Euro.
    La sensazione di fastidio fisico aumenta se si vanno a vedere i dati regionalizzati. Aggrappandosi con passione al “politicamente corretto” (in Italia il buonismo nei confronti dei foresti coincide con il più patriottico unitarismo), l’Unar ci racconta che il 32,3% delle segnalazioni riguardano il Centro, il 27,5% il Nord-Ovest, il 25,9% il Nord-Est e appena il 14,3% il generoso e accogliente Sud. Poi però noi che siamo maliziosi andiamo a fare quattro conti in relazione alla presenza di stranieri sul territorio e cioè dove stiano le possibili vittime della discriminazione. I risultati sono riportati più in basso dalla “Rubrica Silenziosa” che, come si vede, racconta tutta un’altra storia: i padani sono i minori produttori di discriminazioni (per quel che valgono le cifre un po’ kafkiane e patetiche dell’Unar) ma sono per definizione egoisti e razzisti e nulla può togliere loro di dosso questa infamante (e patriottica) etichetta.
    Molto più interessante sarebbe invece raccogliere i dati delle discriminazioni subite da cittadini italiani da parte di foresti: elencare tutti i maltrattamenti, le azioni di razzismo vero, le prepotenze e i reati che i poveri autoctoni devono subire a causa delle paturnie accoglientiste di progressisti, pretini, profittatori e patrioti. Tutti i giorni Pierluigi Pellegrin a Radio Padania Libera tiene una rubrica che raccoglie le malefatte foreste a danno di cittadini italiani nel solo Veneto ed è un elenco infinito, incompleto e devastante. Se dovesse essere fatto (e sarebbe arrivato il momento che qualcuno lo facesse davvero) per tutta la penisola, ne verrebbero fuori faldoni giganteschi, incontenibili in archivi cartacei ma anche nelle memorie più pesanti. Viviamo in un felice paese dove qualche decina di foresti viene discriminata, qualche centinaio si adonta per comportamenti non proprio eleganti e questi ricevono l’attenzione affettuosa dell’Unar e una citazione su carta patinata. Centinaia di migliaia di italiani vengono molestati, spodestati dal lavoro, infastiditi nelle abitazioni, decine di migliaia vengono derubati e truffati, migliaia subiscono violenze di qualche tipo e molti vengono ammazzati ma la cosa sembra interessare nessuno.
    Non c’è governo, ministero, ufficio, Caritas, prevosto o chierichetto che se ne occupino: sono tutti danni collaterali marginali della grande e gioiosa festa dell’accoglienza.

    21 Marzo 2012

    RAZZISMO: ESISTE CONTRO GLI STRANIERI. MAI VERSO DI NOI | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  2. #112
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    Predefinito Re: Rif: l'Indipendensa

    Bell' articolo bravo oneto.

  3. #113
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    è ora di un altro diluvio.



  4. #114
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    SCIOGLIAMO PER MAFIA LO STATO ITALIANO

    di GILBERTO ONETO

    Alè. Altri sette Comuni sono stati sciolti per mafia. Si vanno ad aggiungere ai 208 che sono stati sciolti dal 1991, 36 dei quali azzerati più di una volta.
    Gli ultimi arrivati sono due Comuni in Campania (Pagani e Gragnano), Calabria (Bova Marina e Platì) e Sicilia (Racalmuto e Salemi) e uno in Piemonte (Leinì).
    Più in basso si riporta una “Rubrica Silenziosa” che si occupa proprio di questo molto patriottico fenomeno: risulta che nelle tre principali regioni meridionali il numero di amministrazioni sciolte superi abbondantemente il 10% del totale e che in Campania quasi un cittadino su tre abiti in un Comune ufficialmente “mafioso”. Allegria! Gli ultimi sette arrivati confermano in pieno sia la statistica, sia una realtà che tutti ben conoscono e che è ormai accettata come “normale”: la parte bassa dello stivale è controllata dalle organizzazioni criminali e la loro influenza sta risalendo la penisola. «La cancrena sale, amputiamo lo stivale!» recitava un vecchio slogan leghista di quando la Lega era ancora la Lega.
    É significativo il dato che riguarda Piemonte e Liguria, in cui ci sono rispettivamente due Comuni (con l’ultima infornata) che sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa. A questi potrebbe aggiungersi prima o poi anche il comune lombardo di Desio. Quelli interessati si trovano in provincia di Torino e di Imperia, due delle zone a più alta immigrazione meridionale: è un pensiero malizioso ma è se non altro statisticamente inoppugnabile.
    Tutto questo ci consente alcune considerazioni.
    La criminalità organizzata è una invenzione meridionale. Neppure nei momenti peggiori della sua lunga storia economica e sociale, la Padania ha mai prodotto niente del genere. Non si tratta perciò dell’esito nefasto di miseria e oppressione ma si devono cercare altre motivazioni che lasciamo agli esperti del genere. Ci piacerebbe – come padani – di non dovercene neppure occupare se non come una grigia curiosità antropologica di un posto lontano. Che sia il prodotto di un mondo “diverso” lo dimostra anche la recente disavventura di Sgarbi, andato in Sicilia con l’ardore missionario di Albert Schweitzer, e costretto a fuggire abbandonando buoni propositi ed enunciazioni “politicamente corrette”.
    La criminalità organizzata è stata “sdoganata” dal Risorgimento, quando si è sollecitata la sua alleanza per combattere e cacciare la dinastia borbonica: tutta la vicenda garibaldina al Sud è una storia di connivenza, collaborazione e vergognosa collusione con le peggiori strutture criminali recuperate in nome degli ideali patriottici. Gli afflati tricolori delle organizzazioni malavitose sono stati utilizzati da Garibaldi, da Crispi, dagli americani nel 1943 e dall’Italia per combattere il separatismo.
    La criminalità organizzata è stata lentamente esportata a Nord grazie allo Stato italiano, alla invenzione demenziale del domicilio coatto di malavitosi meridionali in Padania, e grazie alla massiccia immigrazione di milioni persone: in mezzo a tanta gente per bene si è infilata una massa cospicua di delinquenti e di “commessi viaggiatori” di mafia, camorra, ‘ndrangheta e di altri prodotti del genere. Per questo non si può accettare che un Saviano ci venga a fare la predica: le mafie arrivano dal suo paese, sono prodotti che qui vengono solo subiti, è “roba loro”. Come dimostrano anche recenti sospetti gettati sulla sua famiglia.
    La criminalità organizzata è riuscita a prosperare in Padania grazie allo Stato italiano, alle sue leggi, alla inefficienza delle sue strutture e alla connivenza di parte del suo apparato. I mascalzoni ci sono dappertutto e le mafie cercano di intrufolarsi in tutti i paesi del mondo, ma in quelli civili vengono adeguatamente combattute e lo Stato è loro nemico.
    La criminalità organizzata si è modernizzata, guazza a suo piacere nel pantano finanziario. Si rafforza mettendosi in società con le mafie straniere, attingendo a piene mani nella mano d’opera foresta, nella massa di sciagurati che invade i nostri paesi. La criminalità beneficia dell’immigrazione e per questo la favorisce.
    Che fare? La risposta è sempre, inevitabilmente e inesorabilmente, la stessa. Solo con l’indipendenza dall’Italia, le comunità padane possono combattere adeguatamente la criminalità mafiosa. Solo disponendo di proprie leggi, di poliziotti e magistrati di casa propria, la Padania può arginare e debellare il fenomeno. Non è una barra di confine in più che può fermare la criminalità, ma tutto quello che un confine comporta in termini di normative, di strumenti, di capacità di governo, ma anche di moralità e mentalità. Sciogliamo per mafia lo Stato italiano.

    27 Marzo 2012

    SCIOGLIAMO PER MAFIA LO STATO ITALIANO | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  5. #115
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

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  6. #116
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    LEGA: I MARONIANI STANNO VINCENDO. E LA MANUELA CHIAMA BOBO
    di GIANLUCA MARCHI

    La Lega Nord andrà da sola al primo turno delle prossime elezioni amministrative. Per il secondo turno si vedrà e si faranno i conti dopo il 6 di maggio. La linea che prevale è dunque quella voluta dai maroniani, che da settimane insistono sulla corsa solitaria, e avevano più volte arricciato il naso di fronte alla possibilità di recuperare delle intese col Pdl qua e là. D’altra parte dopo la vicenda Verona, conclusasi con la vittoria di Flavio Tosi, vale a dire il sostanziale numero 2 dell’ala maroniana, era difficile immaginare qualcosa di diverso.
    Dunque non ci saranno alleanze con il Pdl al primo turno delle amministrative di maggio, ma in test importanti – come a Monza – ci potranno essere liste civiche di supporto al candidato sindaco leghista, che peschino voti in un elettorato più ampio. La segreteria politica della Lega Nord ha confermato oggi pomeriggio che il Carroccio farà corsa solitaria, nonostante le avances di Angelino Alfano e le ambizioni più o meno nascoste di alcuni candidati locali. Poi, al secondo turno, si vedrà il da farsi. Nessuno dei dirigenti del Carroccio ha voluto parlare, lasciando la riunione di via Bellerio, alla quale a quanto si è appreso Umberto Bossi non ha partecipato di persona.
    «Abbiamo parlato di tutto», si è limitato a dire Roberto Maroni ai giornalisti. Di fatto dalla segreteria leghista non è arrivato quel cambiamento di rotta che gli ex alleati del Pdl chiedevano per riproporre agli elettori un centrodestra unito. «Speriamo che Bossi possa concedere alcune deroghe per dimostrare che uniti si vince al Nord», aveva detto Alfano da Milano poco prima che in via Bellerio si riunissero i dirigenti leghisti. Che il Carroccio dia il suo benestare alle liste civiche può anche essere il segno della volontà di sperimentare nuove aggregazioni e mettere al sicuro un numero di voti da far pesare al secondo turno. Un po’ come accaduto con il caso di Flavio Tosi a Verona, benchè altrove i rapporti con gli altri partiti siano diversi. Sicuramente più di una lista ci sarà a Monza a sostegno di Marco Mariani, il sindaco leghista che cerca la riconferma rompendo la coalizione col Pdl che lo ha sorretto finora nel primo mandato. Modello che al primo turno delle amministrative sarà adottato anche ad Asti, Cuneo e Conegliano Veneto.
    E a conferma che ormai la campagna elettorale sta iniziando, subito dopo la riunione della segreteria, Maroni è andato in provincia di Como a presentare ufficialmente i due candidati sindaco leghisti di Erba e di Cantù, a lui vicini. Insomma, i maroniani, a quel che si racconta, stanno facendo man bassa sul territorio e ormai appare probabile che finiranno per controllare il movimento, o quantomeno i congressi nazionali che contano, vale a dire Lombardia e Veneto. Bossi, a quanto pare, si sta rendendo conto che il controllo gli è sfuggito di mano, che intorno ormai il cerchio magico/malefico s’è sostanzialmente squagliato, e allora pur di rimanere in sella è pronto ad accettare le condizioni poste da Maroni. E la conclusione del caso Tosi è stata emblematica al riguardo.
    In questo scenario si inserisce una notizia pubblicata la scorsa settimana da un settimanale fuori dal giro politico, Diva & Donna, notizia che tuttavia non risulta sia mai stata smentita. Il settimanale di gossip ha raccontato di uno sfogo del Trota con alcuni amici nel quale il consigliere regionale si sarebbe detto pentito di aver compiuto la scelta politica, viste tutte le difficoltà che ora si trova ad affrontare e anche le molte contestazioni interne, perché se li ritroverebbe contro un po’ tutti. Per questo si sarebbe più volte rivolto al padre per ottenere una difesa e soprattutto una garanzia del suo ruolo futuro nella Lega. A quanto pare, però, questo martellamento verso il Senatur non sembra aver prodotto granché e allora qui arriva la seconda e ancora più gustosa notizia buttata nell’arena politica dal settimanale patinato: Roberto Maroni si sarebbe recato in visita a Gemonio, ma non su invito del “capo”, bensì della di lui signora, la Manuela Marrone.
    Questo è un gesto clamoroso nella battaglia interna al Carroccio. La moglie di Bossi è sempre stata una nemica giurata dell’ex ministro dell’Interno e se l’invito corrisponde al vero (ma, ripetiamo, smentite non ve ne sono state), significa che la signora sta valutando che la partita è persa e che dunque per ottenere soddisfazione alla sua unica preoccupazione, cioè assicurare un futuro in politica ai figli, è disposta a scendere a patti col “nemico”, forse a riconoscergli pure la vittoria in cambio di alcune garanzie.
    Che le cose stiano veramente così o no, il fatto è ormai che i maroniani si sentono con la vittoria in pugno e in privato parlano di “carrozzone che ormai sta per saltare per aria”. E al riguardo vengono in mente le parole di una delle canzoni più celebri di Renato Zero: “Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re…”. Il fatto è che il Carrozzone Lega così non va più avanti, le ipotetiche regine, Marrone e Mauro, non potevano andare da nessuna parte, i fanti (Reguzzoni, Bricolo, Belsito e i cerchisti vari) si stanno squagliando come neve al sole, mentre i re, Bossi padre e figlio, non sono più in grado di regnare su nulla.

    26 Marzo 2012

    LEGA: I MARONIANI STANNO VINCENDO. E LA MANUELA CHIAMA BOBO | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #117
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    NELLA PRIGIONE ITALIA, C’E’ ANCHE LA “PATOLOGIA DEL PIRLA”
    di GILBERTO ONETO

    In una prigione i galeotti vengono trattati in maniera diversa: quelli a regime più duro sono costretti a lavorare e se ne stanno in celle microscopiche, hanno mezz’ora d’aria e vivono a pane e acqua; altri vivono nelle stesse celle ma non fanno nulla; e altri ancora lavorano, hanno celle appena più ampie, due ore di aria e carne la domenica. Cosa dovrebbero fare i primi?
    Hanno due possibilità: una più estrema e una più tranquilla.
    La prima sarebbe di ribellarsi, far fuori i secondini e squagliarsela lasciando agli altri la possibilità di seguirli o no.
    La seconda è di effettuare ogni possibile forma di protesta per ottenere un trattamento almeno identico a quello degli altri.
    Nella prigione Italia ci sono le regioni padane che vivono male e lavorano per tutti, ci sono quelle meridionali che vivono male ma non si ammazzano di fatica, e ci sono, infine, le regioni a Statuto speciale che vivono un po’ meglio di tutti.
    Ebbene, cosa fanno le regioni padane? Si ribellano e demoliscono le mura della prigione?
    Fanno lo sciopero del lavoro e della fame per essere trattate come le altre?
    Niente di tutto questo: se la prendono con i presunti privilegi delle regioni a Statuto speciale e chiedono a gran voce che questi vengano annullati. Insomma questi pirla (una categoria così fulminata da non essere neppure contemplata dai testi della casistica psichiatrica “ufficiale”) non odiano e accoltellano i loro carcerieri, non si incazzano con quelli che si fanno mantenere, ma riversano tutto il loro livore contro chi sta meglio e ha saputo conquistarsi un regime carcerario appena meno pesante. Le cinque regioni un po’ meno galeotte si sono guadagnate la loro condizione grazie a fortunate condizioni di rapporti internazionali (e di collocazioni geografiche) ma anche lottando duramente per la loro autonomia, con un lungo corollario di botte, fucilate, bombe e anche di patrioti ammazzati.
    Queste hanno saputo creare un precedente che potrebbe essere utile (oltre che di ispirazione) a tutti per cercare di raggiungere le stesse condizioni: la forma più blanda di rivendicazione autonomista è proprio costituita dalla richiesta di applicazione dello Statuto speciale alle altre regioni padane. Per farlo però occorre che ci sia la precisa coscienza di quello che si vuole ottenere ma che – soprattutto – esistano le regioni a Statuto speciale cui uniformarsi.
    Chiedere la loro soppressione significa: 1) non aver capito nulla di autonomismo, 2) cadere nel più stupido masochismo del “mal comune, mezzo gaudio”, 3) fare un favore allo Stato italiano, 4) rinunciare al solo strumento e riferimento di diversa e reale autonomia che ci sia nella Costituzione, 5) non utilizzare il mezzo più efficace di radicale riforma dei rapporti fra Stato e territorio.
    Che a tuonare contro le regioni a Statuto speciale siano i più gonfiati patrioti italioni è del tutto normale, meno comprensibile è che lo facciano taluni sedicenti autonomisti. Che gli “anini” se la prendano con Bolzano è normale coglioneria tricolore, che i sinistri tuonino contro i privilegi economici dei valdostani (120mila persone) e mai contro quelli dei siciliani (5 milioni e passa) è normale invidia marxista (e pelasgica): che queste cose le facciano esponenti settentrionali o addirittura leghisti (è successo anche questo) è davvero l’espressione più estrema della “patologia del pirla”.
    30 Marzo 2012

    NELLA PRIGIONE ITALIA, C’E’ ANCHE LA “PATOLOGIA DEL PIRLA” | L'Indipendenza
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  8. #118
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    LA LEGA SI LEGA A STORACE. PERCHÈ NON CAMBIA ALLEATI?
    di GILBERTO ONETO

    Anni fa Giancarlo Pagliarini si era presentato come indipendente in una lista de La Destra sotto un programma molto vagamente federalista. Per quella imprudenza il vecchio Paglia era stato (giustamente) bacchettato da tutti quelli che gli vogliono bene e messo in croce dai media leghisti. Oggi si apprende che alle prossime amministrative di Cantù la Lega si presenta assieme al partito di Storace per sostenere come candidato sindaco il deputato del Carroccio Nicola Molteni (leader locale de La Destra è un vecchio arnese del Msi che già stava in consiglio comunale circa 30 anni fa, Antonio Metrangolo, di chiara provenienza nordista!). La Lega ha abbandonato il Pdl perché ha gettato ogni buon proposito federalista e sostiene Monti, e qui si allea con La Destra che non sta con Monti solo perché lo accusa di non essere abbastanza “nazionale”: il solo tocco di Federale che gli storaciani hanno nell’album di famiglia è un vecchio zio in orbace.
    Furbizie e calcoli elettorali? Necessità? Chi lo sa. Per certo alla vasta legione di cacciatori di cadreghe di cui è piena la Lega di oggi non è parso vero di ritirare fuori una considerazione che molto tempo fa Gianfranco Miglio si era lasciato sfuggire (e di cui si era subito pentito): «Pur di avere il federalismo sono disposto ad allearmi col diavolo in persona».
    Diranno che da soli non hanno i numeri, che la legge elettorale impone di trovare alleanze. Va bene. Ma non ci si dovrebbe alleare con chi è più vicino, con chi ha programmi simili e compatibili. La Lega di oggi proclama di essere tornata agli ideali e alle purezze della sua origine, di volere a ogni costo la libertà della Padania: un partito autonomista e indipendentista dovrebbe cercare apparentamenti temporanei e parziali associazioni di percorso con altri movimenti autonomisti e indipendentisti, prima di andare a cercare fidanzamenti pericolosi con partiti centralisti, patriottici e italianisti.
    La Lega si è sempre lamentata della presenza delle cosiddette “Leghe patacca”, di altri movimenti e partitini autonomisti concorrenti che ha sempre trattato con grande disprezzo a causa della loro labile consistenza numerica. Se – come dice –è davvero cambiata e ritornata alle origini, dovrebbe invece fare una serie di considerazioni.
    1) Non sempre i concorrenti viaggiano su prefissi telefonici: Panto aveva numeri consistenti e anche oggi la Lega Padana, l’Unione Padana, Veneto Stato e altri conseguono interessanti risultati locali che possono crescere proprio a causa della crisi leghista.
    2) Una grande fetta dell’astensione è in Padania rappresentata da ex elettori leghisti, da autonomisti delusi, da gente che non trova nella Lega le risposte alle proprie aspirazioni ma che è rimasta indipendentista e tornerebbe volentieri a votare un partito o un’alleanza indipendentista.
    3) É comunque meglio allearsi con nemici meno nemici, con diversi meno diversi, che con gente che è solo nemica e molto diversa. Occorre poi sempre ricordare che la condivisione dell’avversione verso lo Stato italiano è una delle poche certezze su cui non dovrebbero esserci dubbi.
    L’alleanza (magari forzata, poco amata ma necessaria) fra le diverse anime dell’autonomismo è la strada percorsa in molte situazioni straniere (prima di tutte quella catalana), e sembra funzionare in un benefico confronto fra concorrenti-alleati, che hanno un solido obiettivo comune e che si disputano il consenso sulla base dei programmi e della coerenza dei comportamenti.
    Così, non sarebbe meglio – ad esempio – che Tosi (supponendo per pura ipotesi di lavoro che sia autonomista) cerchi l’alleanza di altri autonomisti piuttosto che l’apparentamento solo con liste civiche dall’incerta collocazione ideologica e identitaria?
    Lo stesso vale per ogni altra situazione, invece di tentare scabrosi matrimoni con unitaristi, patrioti o neo-post-cripto-fascisti. Nella sua storia la Lega si è alleata con tutti: comunisti, sicilianisti, centristi, destra, sinistra, forzanuovisti, belli e brutti, onesti e mafiosi (tutta roba molto più indigesta del diavolo evocato da Miglio) senza portare a casa uno straccio di risultato. É solo una pia illusione, un sogno a occhi aperti, sperare che la Lega trovi finalmente la forza e l’intelligenza di imbastire invece rapporti “civili” con gli altri autonomisti, sia quelli storici (Svp, Union Valdotaine) che quelli nati dalla diaspora più recente che si pongono come suoi concorrenti locali? Che dialoghi e si allei con altri autonomisti e indipendentisti per trovare autonomia e indipendenza? Che autonomia e indipendenza portano i camerati di Storace?
    Una scelta del genere denoterebbe maturità, senso di responsabilità, riconoscimento vero dei propri errori passati e un ritrovato spirito di autentico federalismo “applicato”. Se davvero esiste all’interno della Lega chi vuole tornare a una coerente battaglia autonomista, batta un colpo! Perché purtroppo al di là delle aperture e dei segnali di rinnovamento, la Lega rinnovata sembra essere solo un sogno. Infatti, a guardarsi attorno si vedono sempre i Calderoli e i Cota, che fa rima con Trota. Si vedono le solite sterili furbizie, gli ammiccamenti, i penultimatum, le smentite, gli accordi sotto banco, gli apparentamenti con liste grondanti tricolore. E si torna alla dura realtà. Eja eja alalà.

    2 Aprile 2012

    LA LEGA SI LEGA A STORACE. PERCHE’ NON CAMBIA ALLEATI? | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #119
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    5 Aprile 2012 10 views
    LEGA, SE LE MACERIE TRAVOLGONO CHI ONESTAMENTE C’HA CREDUTO
    di GIANLUCA MARCHI

    La Lega che abbiamo conosciuto è sostanzialmente finita. Questo, in pratica, il responso emesso ieri dai commentatori dei principali quotidiani italici. E una volta tanto mi trovo d’accordo con il senso dell’analisi. Lo tzunami che in questi giorni sta scuotendo il Carroccio potrà anche lasciare in piedi l’impalcatura, ma sarà una struttura ammaccata, acciaccata, appesa più alla volontà di sopravvivere a se stessa che a una vera ragione ideale per continuare ad esistere. Le idee camminano sulle gambe degli uomini e in questo caso gli uomini, o meglio i dirigenti che avrebbero dovuto far procedere quelle idee rivoluzionarie, con tutto il contorno che ad esse si accompagnava, hanno tradito la missione. Il tradimento con tutta probabilità ha cominciato a consumarsi già da molti anni a questa parte, ma è adesso che la triste conclusione della parabola leghista si evidenzia in tutta la sua drammaticità e plasticità. Le inchieste condotte da tre Procure potranno anche concludersi con l’accertamento di fatti magari meno gravi rispetto a quelli oggi ipotizzati, ma l’immagine che ormai si consolida è quella di una Lega per nulla diversa dagli altri partiti, compresi quelli della Prima Repubblica. Ancora una volta mi sento di concordare con la valutazione espressa dall’amico Giancarlo Pagliarini: il Carroccio rischia di finire come il Psi. Bossi come Craxi probabilmente continua a girare senza quattrini in tasca, ma è tutto il contorno che si è irrimediabilmente deteriorato. E il finale è ancora più tragico e drammatico, perché la Lega delle origini aveva tratto gran parte della sua forza non solo dal sogno che era stata capace di alimentare in tanti cittadini del Nord, ma anche e soprattutto dall’immagine offerta di essere diversa ed estranea, anzi diametralmente opposta, al sistema dei partiti che combatteva. Scoprire oggi che quella diversità è coincisa spesso con una finzione è una beffa ancora più difficile da sopportare per chi ci ha creduto e ancora oggi ci crede, nonostante tutto.

    La storia ci dirà quali sono stati i meriti, le genialità, i demeriti, gli errori e i torti di Umberto Bossi. Oggi la cronaca ci disegna invece un quadro triste, quello di un ormai ex leader politico il quale, complice una malattia che altrove non avrebbe consentito a nessuno di rimanere il capo di un partito così influente per la vita di un Paese, ha finito per trasformare e snaturare la sua creatura, riducendola da fiamma alimentatrice di un progetto di riscatto e di libertà per intere popolazioni, a un simulacro di se stessa riempito solo di voracità di posti e quattrini. In questo precipizio, bisogna dirlo, molto ha influito l’alleanza con Silvio Berlusconi, un tempo il nemico da abbattere, e invece divenuto l’alleato che ha finito per “inquinare” con il suo stile anche il socio più piccolo, colui che avrebbe dovuto portare con sé il carico di idealità e di progetti che il Cavaliere non poteva avere, essendo dedito solo a promuovere se stesso.

    E’ chiaro che Umberto Bossi porta la responsabilità di gran lunga maggiore di tale degenerazione. Ma come ho già detto ieri, non è che gli altri “colonnelli” leghisti siano del tutto esenti da colpe, visto che hanno floridamente pascolato nel recinto per loro disegnato dal Senatur. E inoltre, e questa potrebbe essere la colpa più grave, hanno voltato la testa dall’altra parte e sono stati comodamente silenti quando hanno cominciato a capire che la Lega procedeva in tutt’altra direzione rispetto a quella iniziale. Hanno inteso così salvare le rispettive teste? Certo che sì, ed è anche umanamente comprensibile: chi non ha il coraggio non se lo può dare. Ma aver partecipato al gioco e oggi pensare di schivare la colata di fango che si abbatte sulla Lega è una pretesa velleitaria.

    Così sono convinto che chi in questi mesi ha cercato di condurre una battaglia interna per portare il movimento fuori dalle secche in cui s’era immerso – mi riferisco a Roberto Maroni, agli uomini a lui più vicini e ai molti militanti che hanno abbracciato con entusiasmo questa fase – oggi, dopo tutta quanto sta capitando, si trovi di fronte a una sfida più difficile rispetto a quella che pensava di vincere fino a pochi giorni fa: ai cosiddetti “barbari sognanti” non può più bastare di conquistare la Lega attraverso i congressi ed archiviare la vecchia classe dirigente. Adesso, o mai più, devono mandare Bossi nel Pantheon, devono epurare e ripulire il movimento al centro come alla periferia, anche guardando in casa propria. Ma soprattutto devono darsi un progetto politico chiaro, concreto e ben diverso dalle troppe panzane che sono state spacciate in questi ultimi quindici anni, e indicare a priori gli strumenti di lotta politica con cui sono disposti a perseguirlo e con chi eventualmente. E, last but non least, devono essere una casa di vetro. Saranno capaci di intraprendere una tale sfida? Lasciamo la risposta ai prossimi eventi. Ma se sarà negativa, nessuno potrà salvarsi dalle macerie.

    Macerie, e qui arrivo e concludo col punto più dolente, che ahimé rischiano di travolgere anche coloro, militanti e leghisti in genere, che in tutta questa storia non hanno avuto alcuna responsabilità, se non quella di credere a un sogno che li ha fatti sperare in un Paese diverso, in un futuro migliore per i propri figli, nella libertà di decidere del proprio avvenire. La gran parte di queste persone non ha tratta alcun vantaggio nello scegliere l’appartenenza al Carroccio, anzi hanno pagato dazio, spesso hanno lavorato gratuitamente per il successo delle iniziative del movimento, se non addirittura ci hanno messo quattrini, e in alcuni casi (vedi Credieuronord) sono state coinvolte in operazioni condotte sciaguratamente da coloro nei quali avevano riposto la propria fiducia. Questa gente non meritava di essere ripagata con la moneta (mi riferisco soprattutto ai comportamenti) che oggi sta scoprendo con somma amarezza.

    LEGA, SE LE MACERIE TRAVOLGONO CHI ONESTAMENTE C’HA CREDUTO | L'Indipendenza
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    Tacito, Agricola, 30/32.

  10. #120
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    IN LEGA SERVE UN’ENERGICA POTATURA. MARONI SE LA SENTE?

    di GILBERTO ONETO

    Quando un albero è sofferente va potato energicamente. È quello che si deve fare con la Lega e non basta più un leggero taglio di rimonda o una pulizia del secco o del superfluo: serve una capitozzatura drastica, bisogna segare via rami compromessi con molta energia e decisione. Il tronco è sano, le radici sono ben impiantate e il terreno è fertilissimo per consentire una crescita prodigiosa ma serve decisione. La gente vuole onestà, coerenza ideologica e capacità, e per questo devono sparire tutti i trusoni, i cadregari, e i furfanti, ma devono andarsene anche quelli che “non ci credono”, che sono autonomisti tiepidi, indipendentisti della mutua. Vanno cacciati anche gli incapaci, gli ignoranti e gli impresentabili. Un bel mucchio di fuffa che si è accumulato negli anni grazie alla strana gestione domestica di Bossi che si è sempre circondato di tutto quello che sarebbe stato opportuno non avere attorno.
    I piani alti della Lega si sono riempiti di nullità (su centinaia di parlamentari e consiglieri regionali, quelli spendibili in televisione si contano sulle dita di due mani), di gente “che non è mai stata secessionista”, che chiama la Padania Nord e ripete a macchinetta “il nostro paese” pensandolo in maiuscolo. In mezzo a tutti questi sono cresciuti i furbacchioni, i maneggioni di cadreghe e di soldi, gli accumulatori di incarichi e prebende, assieme ad alcuni autentici mascalzoni. Si dirà che questa è la norma nei partiti italiani e anche in una fetta della società, si ripeterà che gli altri sono peggio: è senz’altro vero ma non giustifica niente. La Lega era nata “diversa”, per cacciare i maneggioni, per fare pulizia di ingiustizie e porcherie. Vederla diventare come gli altri fa male e non consola osservare che è un po’ meno peggio.
    Oggi deve decidere se morire lentamente in mezzo ai propri escrementi come un qualsiasi partito italiano o se scrollarsi di dosso tutte le incrostazioni e riprendere a correre. Insomma se avvizzire coperta di parassiti o darsi una molto energica potatura.
    I forbicioni da giardiniere ce li ha in mano Maroni ma deve finalmente decidersi a usarli con durezza, senza timori reverenziali, paure o esitazioni: la base non vede l’ora che il taglio cominci. Se lo fa si troverà assieme la gente per bene, che è maggioranza nella base leghista e che riempie da anni tutti gli spazi attorno e fuori del movimento.
    Non si può neppure più sostenere che Bossi e la Lega siano una cosa sola e inscindibile: oggi l’uomo è molto malato, debole e – soprattutto – è circondato da una “congrega del fil di ferro” capace delle peggiori nequizie e totalmente screditata. Lo si interdica con rispetto e affetto nominandolo presidente a vita, facendone una sorta di monumento di sé stesso, da portare ogni anno a Pontida a mandare in delirio la folla con i suoi abili giochi di dita medie. Tutti gli altri però devono proprio sparire: parenti, famigliari e famigli, badanti, infermieri e cerchisti, architetti aviatori, trote e troie, squali e pesci in barile, i tre Roberticì con il loro codazzo di lacchè. A casa inutili deputatini, assessori maneggioni, piccoli e grandi ras locali, presidenti di associazioni fasulle, giornalisti leccaculi e tutto il Circo Barnum che ruota attorno alla villetta di Gemonio e al casone di Via Bellerio.
    Quello che serve è un bel congresso rifondativo, senza colonnelli e virtuosi del connilinguo, senza zerbinotti con bandoliera tricolore, con delegati liberamente eletti, con un vero dibattito di idee e di programmi e con il recupero di tutti quelli bravi che se ne sono andati per spossatezza, boicottaggio, espulsione o anche solo per aver preteso di utilizzare la propria testa in funzione diversa da quella di portacappello.
    La situazione è matura per un intervento radicale e coraggioso. Anche se non sente la vocazione o non ritiene di essere all’altezza del compito, Maroni non ha alternative e non può tirarsi indietro. Neppure la base leghista al momento ha una alternativa a lui. Era capitato a parecchi comandanti vandeani di essere costretti dalla loro gente a guidarla in battaglia sia pur contro voglia. E quasi tutti se la sono cavata benissimo. Non si studia per il ruolo di “grande potatore”: capita addosso e lo si deve fare. Non farlo significa fare morire tutto per anni, fare vincere lo Stato italiano, i patrioti del 150°, i banchieri e i burocrati che stanno dissanguando la Padania, i nemici di ogni autonomia e libertà. Se la sente?

    5 Aprile 2012

    IN LEGA SERVE UN’ENERGICA POTATURA. MARONI SE LA SENTE? | L'Indipendenza
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