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Discussione: l'Indipendensa

  1. #401
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Macroregione: il riferimento è il decalogo di Assago di Miglio

    di GILBERTO ONETO

    Una mattina Formigoni si è svegliato – i motivi sono noti e forse anche poco nobili ma le vie della provvidenza sono davvero infinite – e ha proposto una sorta di aggregazione fra le Regioni padane per difendere i propri interessi (delle Regioni ma anche quelli del suo gruppo politico). Lo ha fatto in forma molto nebulosa e poi ha anche un po’ lasciato cadere la cosa (o gli è stato imposto di farlo). Non è la sola debolezza della vicenda: dei due presidenti leghisti solo uno ha mostrato un attivo interesse (e con lui quello del Friuli), i presidenti di sinistra hanno fatto finta di niente. Gran parte del sistema di informazione è stato zitto ma anche la dirigenza leghista (forse spiazzata dalla mossa) è stata piuttosto lenta nel sintonizzarsi sul problema.
    Eppure l’idea è buona, non è nuova ma assume particolare interesse a causa della situazione economica: oggi l’esigenza di autonomia (e – diciamocelo – di indipendenza) è soprattutto economica: lo Stato ladro riesce a prevalere in oppressione addirittura sullo Stato terrone. Si prende atto che le cose non possono più procedere sul cammino unitarista della solidarietà nazionale a senso unico e si trova un rimedio: è un po’ tardi perché la terapia possa essere dolce e si deve mettere in conto che la medicina potrebbe fare del male a qualcuno. Ma non ci sono più alternative: lo Stato italiano unitario e centralista è arrivato al capolinea. La strada più logica e ragionevole che può essere percorsa è quella delle aggregazioni macroregionali su cui ricostruire una struttura davvero federale o su cui terminare l’esperienza unitaria.
    Sono da tempo verificate le condizioni che la comunità internazionale mette alla base e statuisce come imprescindibili per ogni legittimo processo di ridefinizione istituzionale, di profonda revisione dei rapporti fra le comunità e per lo scioglimento di legami riconosciuti: la deprivazione economica e la deprivazione culturale. Le regioni padano-alpine costituiscono sicuramente la comunità più tartassata e derubata delle sue risorse del mondo intero: non esiste nella storia dell’umanità un altro caso di più evidente e sostanzioso trasferimento di ricchezze. Non basta: anche in termini di oppressione culturale e di annichilimento identitario, la Padania ha una posizione di indesiderato privilegio. Oggi si enuncia la volontà di rivedere i rapporti fra le regioni padano-alpine e il resto della Repubblica italiana mediante lo strumento della creazione di aggregazioni macroregionali che ridiscutano in diversa posizione di forza i propri rapporti con lo Stato centrale.
    Il riferimento più completo si trova sicuramente nel cosiddetto Decalogo di Assago, redatto dal professor Gianfranco Miglio e presentato il 12 dicembre 1993 al secondo Congresso della Lega e approvato dall’Assemblea. Il Decalogo delinea la condizione finale di un percorso di riforme che non è però mai stato delineato nelle sue tappe: a Miglio non ne è stato dato né il tempo né la possibilità e la Lega si è da allora occupata d’altro.
    Gli strumenti giuridici per intraprendere il percorso sono stati forniti dalla Sinistra che nel 2001 ha modificato il Titolo V della Costituzione introducendo elementi di federalismo e soprattutto aprendo uno spiraglio per ulteriori modifiche. La legge era stata definitivamente approvata, dopo il lungo iter previsto per le leggi di modifica costituzionale, il giorno 8 marzo del 2001 dal Senato con una risicata maggioranza: avevano votato contro sia la Destra sia la Lega, allora in piena deriva italianista. Mancando in Parlamento la maggioranza qualificata dei due terzi, la legge era stata sottoposta a Referendum popolare confermativo e il giorno 7 ottobre 2001 il 64% dei votanti l’aveva approvata con il voto favorevole – si immagina – anche di molti elettori leghisti.
    Per il percorso che qui interessa sono particolarmente interessanti gli articoli 117 (che si occupa di legislazione esclusiva e concorrente e che concede alle Regioni la possibilità di intese fra di loro per l’individuazione di organismi comuni e anche la possibilità di accordi con l’estero), 119 (che descrive l’autonomia finanziaria) e il 132 (che disciplina la fusione di Regioni, la creazione di nuove Regioni e lo spostamento dei confini).
    Il progetto trova appoggio giuridico anche nella giurisprudenza internazionale dove questa si occupa di diritto di autodeterminazione. In particolare si fa riferimento alla Carta delle Nazioni Unite, che al Capitolo I, articolo 1, paragrafo 2, individua come finalità dell’organizzazione: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”. Esistono poi il “Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali”, e il “Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici”, adottati rispettivamente il 16 e il 19 dicembre 1966 e ratificati dal Parlamento italiano con legge n. 881 del 25 ottobre 1977.
    La “Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati” del 1970 sancisce il divieto di ricorrere a qualsiasi misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto all’autodeterminazione.
    La “Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa” (CSCE) nell’Atto Finale di Helsinki del 1975, afferma il diritto per tutti i popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come preferiscono il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
    A questi vanno aggiunti mille altri documenti di altre organizzazioni (fra cui la Chiesa Cattolica) e le enunciazioni della dottrina politica (“l’autodeterminazione è diritto pre-politico, naturale, inalienabile e indisponibile”) che Gianfranco Miglio riassumeva nel “diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole”:
    Sull’onda dell’uscita formigoniana e delle successive prese di posizione leghiste, il dibattito sulla Macroregione sembra essersi avviato sulla questione delle riforme a “Costituzione invariata” o attraverso modifiche costituzionali che richiedono tempi lunghi e una maggioranza qualificata che in un Parlamento dominato da partiti meridionalisti è oggi impossibile trovare.
    Senza nulla togliere alla vitalità di tale dibattito, serve cominciare a ragionare sul percorso che è possibile intraprendere nelle condizioni esistenti per perseguire il progetto macroregionale.
    Il percorso va organizzato su tre successioni di azioni che devono procedere in parallelo, come in una sorta di tridente. La linea centrale è data dai passi successivi per costituire anche fisicamente la Macroregione, le altre due procedono di concerto per garantire una copertura culturale e di consenso al progetto.
    La linea centrale si può sviluppare su una serie di passaggi successivi.
    Il primo passaggio riguarda il confronto e il coordinamento fra le Regioni interessate, che devono manifestare la volontà di procedere di concerto e di affrontare tutte le azioni e le decisioni che le portano ai passi successivi. Il coordinamento riguarda necessariamente le materie di competenza regionale esclusiva e concorrente.
    Il secondo passaggio sta nella formazione di una legislazione comune nelle stesse materie. La redazione e l’approvazione di una legge urbanistica comune sarebbe – ad esempio – un grande passo avanti e uno straordinario segnale di cambiamento. Ma lo stesso vale per innumerevoli altri temi: questo costringe le strutture delle varie Regioni a collaborare e a trovare ritmi di lavoro comuni e un alto grado di intesa.
    Il terzo passaggio prevede la creazione di organismi comuni. Dovendo lavorare insieme e con normative comuni, molti settori operativi e amministrativi delle Regioni si possono intercollegare in strutture integrate a livello macroregionale, come agenzie per il turismo, i trasporti, l’ambiente e i rapporti con Stati e realtà esteri.
    Il quarto passaggio consiste nella convocazione di un Parlamento comune, ovvero della convocazione in seduta comune delle Assemblee regionali, per deliberare la formazione della Macroregione e darsi istituzioni rappresentative permanenti. Costituisce di fatto la proclamazione della Macroregione padana. È chiaro che tale Super-assemblea non ha poteri legislativi riconosciuti ma potrebbe comunque delibare qualche mozione di intenti, esprimere qualche auspicio di nessuna valenza giuridica ma di enorme impatto simbolico, emotivo e anche politico.
    Il quinto passaggio si occupa della revisione dei confini interni ed esterni (ma italiani) della Macroregione. La legge consente di ridefinire i confini che non corrispondono con le identità territoriali vere. Così le otto Regioni esistenti potranno rivedere i loro confini e si potranno creare entità diverse, come la Romagna, la Ladinia o l’Insubria. Naturalmente anche i confini meridionali vanno rivisti consentendo alle comunità padane oggi inglobate in Toscana, Marche e Sardegna di poter decidere liberamente se aggregarsi alla Macroregione.
    In nessun caso si deve procedere verso la fusione in una sola Regione che è il contrario dello spirito autonomista e federalista che sottende all’intero processo. Non si deve fare un’Italia più piccola ma una Svizzera più grande.
    Il sesto passaggio consiste nell’indizione di referendum consultivi sull’autonomia macroregionale. I cittadini residenti nella Macroregione vanno chiamati a esprimere liberamente le loro intenzioni sul destino del progetto politico e sul grado di autonomia che intendono raggiungere mediante ulteriori confronti con lo Stato italiano, anche con modifiche costituzionali.
    Il settimo livello riguarda il coerente trasferimento delle autonomie in campo economico e fiscale, con la trasformazione della Macroregione (o anche solo delle Regioni che ne fanno parte) in sostituto di imposta e con la ridefinizione della ripartizione delle ricchezze e del debito pubblico. Il riferimento più sicuro e collaudato (e accettato dalla Costituzione italiana) è lo Statuto di autonomia della Provincia di Bolzano.
    Come detto, in parallelo, in una sorta di tridente, si deve procedere con altre due linee di attenzione e di operatività.
    La prima riguarda le iniziative identitarie che servono a sostenere sul piano culturale e delle immagini comunitarie tutto il cammino dell’autonomia. Queste riguardano l’istruzione, le lingue locali, la gestione dei beni culturali e tutto quello che contribuisce a formare il repertorio di riconoscimento di una comunità di comunità libere.
    La seconda si occupa della sistematica analisi di tutti i dati socio-economici regionalizzati per tenere sotto stretto controllo i rapporti economici con lo Stato italiano e per darne continuo e puntuale conto ai cittadini. Sulla base di quanto previsto dal Regolamento comunitario europeo 223 del 1995, ogni Stato membro è obbligato a elaborare statistiche regionali e di fornire i parametri regionalizzati di tutte le voci che concorrono alla formazione del bilancio dello Stato. La Repubblica italiana è su questo punto completamente inadempiente: la Macroregione dovrà invece pretendere la diffusione di tali dati aggiornati o provvedere essa stessa alla loro redazione.
    Così, il percorso di creazione della Macroregione sarà seguito e legittimato passo dopo passo da strumenti che documentano la deprivazione culturale e quella economica e il progressivo smantellamento dello stato di oppressione. Fiancheggiata da queste due attività di conoscenza e di organizzazione di consenso, la punta centrale deve procedere inesorabile. Naturalmente si tratta di una prima bozza di progetto che deve essere integrata e migliorata dall’apporto di tutte le forze politiche, culturali ed economiche interessate alla creazione della Macroregione. La Padania può essere fatta solo con il concorso di tutti. Fino a qui si sono mostrati disponibili a un confronto i presidenti della Lombardia, del Friuli e del Veneto. Anche il presidente del Piemonte e il vice-presidente della Lombardia sostengono di essere leghisti: se la cosa fosse verificata anche nei comportamenti potrebbe essere di grande vantaggio.
    Quello che a “Costituzione invariata” si può fare è poco rispetto alle aspettative degli indipendentisti e alle necessità di tutti i cittadini padani ma è pur sempre una sensibile crepa nel muraglione del centralismo italiano. In tutti questi anni il solo vero e concreto passo verso l’autonomia è stato possibile grazie alla Sinistra e alla modifica del Titolo V (di cui forse la Sinistra si è anche pentita): è ora che anche chi si dice liberista e autonomista faccia qualcosa!
    La libertà è come una droga. Una piccola autonomia è come una droga leggera che porta alla dipendenza e alla voglia di provare droghe sempre più pesanti, come il federalismo e l’indipendenza. Gli autonomisti devono essere come dei pusher di droga buona: devono puntare a generalizzate overdosi di libertà. Si cominci con lo spinello della Macroregione!

    20 Settembre 2012

    Macroregione: il riferimento è il decalogo di Assago di Miglio | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #402
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Ah Gil!
    Ma a quanto lo vendi il fumo?
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #403
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    Macroregione: il riferimento è il decalogo di Assago di Miglio

    di GILBERTO ONETO

    Una mattina Formigoni si è svegliato – i motivi sono noti e forse anche poco nobili ma le vie della provvidenza sono davvero infinite – e ha proposto una sorta di aggregazione fra le Regioni padane per difendere i propri interessi (delle Regioni ma anche quelli del suo gruppo politico). Lo ha fatto in forma molto nebulosa e poi ha anche un po’ lasciato cadere la cosa (o gli è stato imposto di farlo). Non è la sola debolezza della vicenda: dei due presidenti leghisti solo uno ha mostrato un attivo interesse (e con lui quello del Friuli), i presidenti di sinistra hanno fatto finta di niente. Gran parte del sistema di informazione è stato zitto ma anche la dirigenza leghista (forse spiazzata dalla mossa) è stata piuttosto lenta nel sintonizzarsi sul problema.
    Eppure l’idea è buona, non è nuova ma assume particolare interesse a causa della situazione economica: oggi l’esigenza di autonomia (e – diciamocelo – di indipendenza) è soprattutto economica: lo Stato ladro riesce a prevalere in oppressione addirittura sullo Stato terrone. Si prende atto che le cose non possono più procedere sul cammino unitarista della solidarietà nazionale a senso unico e si trova un rimedio: è un po’ tardi perché la terapia possa essere dolce e si deve mettere in conto che la medicina potrebbe fare del male a qualcuno. Ma non ci sono più alternative: lo Stato italiano unitario e centralista è arrivato al capolinea. La strada più logica e ragionevole che può essere percorsa è quella delle aggregazioni macroregionali su cui ricostruire una struttura davvero federale o su cui terminare l’esperienza unitaria.
    Sono da tempo verificate le condizioni che la comunità internazionale mette alla base e statuisce come imprescindibili per ogni legittimo processo di ridefinizione istituzionale, di profonda revisione dei rapporti fra le comunità e per lo scioglimento di legami riconosciuti: la deprivazione economica e la deprivazione culturale. Le regioni padano-alpine costituiscono sicuramente la comunità più tartassata e derubata delle sue risorse del mondo intero: non esiste nella storia dell’umanità un altro caso di più evidente e sostanzioso trasferimento di ricchezze. Non basta: anche in termini di oppressione culturale e di annichilimento identitario, la Padania ha una posizione di indesiderato privilegio. Oggi si enuncia la volontà di rivedere i rapporti fra le regioni padano-alpine e il resto della Repubblica italiana mediante lo strumento della creazione di aggregazioni macroregionali che ridiscutano in diversa posizione di forza i propri rapporti con lo Stato centrale.
    Il riferimento più completo si trova sicuramente nel cosiddetto Decalogo di Assago, redatto dal professor Gianfranco Miglio e presentato il 12 dicembre 1993 al secondo Congresso della Lega e approvato dall’Assemblea. Il Decalogo delinea la condizione finale di un percorso di riforme che non è però mai stato delineato nelle sue tappe: a Miglio non ne è stato dato né il tempo né la possibilità e la Lega si è da allora occupata d’altro.
    Gli strumenti giuridici per intraprendere il percorso sono stati forniti dalla Sinistra che nel 2001 ha modificato il Titolo V della Costituzione introducendo elementi di federalismo e soprattutto aprendo uno spiraglio per ulteriori modifiche. La legge era stata definitivamente approvata, dopo il lungo iter previsto per le leggi di modifica costituzionale, il giorno 8 marzo del 2001 dal Senato con una risicata maggioranza: avevano votato contro sia la Destra sia la Lega, allora in piena deriva italianista. Mancando in Parlamento la maggioranza qualificata dei due terzi, la legge era stata sottoposta a Referendum popolare confermativo e il giorno 7 ottobre 2001 il 64% dei votanti l’aveva approvata con il voto favorevole – si immagina – anche di molti elettori leghisti.
    Per il percorso che qui interessa sono particolarmente interessanti gli articoli 117 (che si occupa di legislazione esclusiva e concorrente e che concede alle Regioni la possibilità di intese fra di loro per l’individuazione di organismi comuni e anche la possibilità di accordi con l’estero), 119 (che descrive l’autonomia finanziaria) e il 132 (che disciplina la fusione di Regioni, la creazione di nuove Regioni e lo spostamento dei confini).
    Il progetto trova appoggio giuridico anche nella giurisprudenza internazionale dove questa si occupa di diritto di autodeterminazione. In particolare si fa riferimento alla Carta delle Nazioni Unite, che al Capitolo I, articolo 1, paragrafo 2, individua come finalità dell’organizzazione: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli…”. Esistono poi il “Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali”, e il “Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici”, adottati rispettivamente il 16 e il 19 dicembre 1966 e ratificati dal Parlamento italiano con legge n. 881 del 25 ottobre 1977.
    La “Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati” del 1970 sancisce il divieto di ricorrere a qualsiasi misura coercitiva suscettibile di privare i popoli del loro diritto all’autodeterminazione.
    La “Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa” (CSCE) nell’Atto Finale di Helsinki del 1975, afferma il diritto per tutti i popoli di stabilire in piena libertà, quando e come lo desiderano, il loro regime politico senza ingerenza esterna e di perseguire come preferiscono il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
    A questi vanno aggiunti mille altri documenti di altre organizzazioni (fra cui la Chiesa Cattolica) e le enunciazioni della dottrina politica (“l’autodeterminazione è diritto pre-politico, naturale, inalienabile e indisponibile”) che Gianfranco Miglio riassumeva nel “diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole”:
    Sull’onda dell’uscita formigoniana e delle successive prese di posizione leghiste, il dibattito sulla Macroregione sembra essersi avviato sulla questione delle riforme a “Costituzione invariata” o attraverso modifiche costituzionali che richiedono tempi lunghi e una maggioranza qualificata che in un Parlamento dominato da partiti meridionalisti è oggi impossibile trovare.
    Senza nulla togliere alla vitalità di tale dibattito, serve cominciare a ragionare sul percorso che è possibile intraprendere nelle condizioni esistenti per perseguire il progetto macroregionale.
    Il percorso va organizzato su tre successioni di azioni che devono procedere in parallelo, come in una sorta di tridente. La linea centrale è data dai passi successivi per costituire anche fisicamente la Macroregione, le altre due procedono di concerto per garantire una copertura culturale e di consenso al progetto.
    La linea centrale si può sviluppare su una serie di passaggi successivi.
    Il primo passaggio riguarda il confronto e il coordinamento fra le Regioni interessate, che devono manifestare la volontà di procedere di concerto e di affrontare tutte le azioni e le decisioni che le portano ai passi successivi. Il coordinamento riguarda necessariamente le materie di competenza regionale esclusiva e concorrente.
    Il secondo passaggio sta nella formazione di una legislazione comune nelle stesse materie. La redazione e l’approvazione di una legge urbanistica comune sarebbe – ad esempio – un grande passo avanti e uno straordinario segnale di cambiamento. Ma lo stesso vale per innumerevoli altri temi: questo costringe le strutture delle varie Regioni a collaborare e a trovare ritmi di lavoro comuni e un alto grado di intesa.
    Il terzo passaggio prevede la creazione di organismi comuni. Dovendo lavorare insieme e con normative comuni, molti settori operativi e amministrativi delle Regioni si possono intercollegare in strutture integrate a livello macroregionale, come agenzie per il turismo, i trasporti, l’ambiente e i rapporti con Stati e realtà esteri.
    Il quarto passaggio consiste nella convocazione di un Parlamento comune, ovvero della convocazione in seduta comune delle Assemblee regionali, per deliberare la formazione della Macroregione e darsi istituzioni rappresentative permanenti. Costituisce di fatto la proclamazione della Macroregione padana. È chiaro che tale Super-assemblea non ha poteri legislativi riconosciuti ma potrebbe comunque delibare qualche mozione di intenti, esprimere qualche auspicio di nessuna valenza giuridica ma di enorme impatto simbolico, emotivo e anche politico.
    Il quinto passaggio si occupa della revisione dei confini interni ed esterni (ma italiani) della Macroregione. La legge consente di ridefinire i confini che non corrispondono con le identità territoriali vere. Così le otto Regioni esistenti potranno rivedere i loro confini e si potranno creare entità diverse, come la Romagna, la Ladinia o l’Insubria. Naturalmente anche i confini meridionali vanno rivisti consentendo alle comunità padane oggi inglobate in Toscana, Marche e Sardegna di poter decidere liberamente se aggregarsi alla Macroregione.
    In nessun caso si deve procedere verso la fusione in una sola Regione che è il contrario dello spirito autonomista e federalista che sottende all’intero processo. Non si deve fare un’Italia più piccola ma una Svizzera più grande.
    Il sesto passaggio consiste nell’indizione di referendum consultivi sull’autonomia macroregionale. I cittadini residenti nella Macroregione vanno chiamati a esprimere liberamente le loro intenzioni sul destino del progetto politico e sul grado di autonomia che intendono raggiungere mediante ulteriori confronti con lo Stato italiano, anche con modifiche costituzionali.
    Il settimo livello riguarda il coerente trasferimento delle autonomie in campo economico e fiscale, con la trasformazione della Macroregione (o anche solo delle Regioni che ne fanno parte) in sostituto di imposta e con la ridefinizione della ripartizione delle ricchezze e del debito pubblico. Il riferimento più sicuro e collaudato (e accettato dalla Costituzione italiana) è lo Statuto di autonomia della Provincia di Bolzano.
    Come detto, in parallelo, in una sorta di tridente, si deve procedere con altre due linee di attenzione e di operatività.
    La prima riguarda le iniziative identitarie che servono a sostenere sul piano culturale e delle immagini comunitarie tutto il cammino dell’autonomia. Queste riguardano l’istruzione, le lingue locali, la gestione dei beni culturali e tutto quello che contribuisce a formare il repertorio di riconoscimento di una comunità di comunità libere.
    La seconda si occupa della sistematica analisi di tutti i dati socio-economici regionalizzati per tenere sotto stretto controllo i rapporti economici con lo Stato italiano e per darne continuo e puntuale conto ai cittadini. Sulla base di quanto previsto dal Regolamento comunitario europeo 223 del 1995, ogni Stato membro è obbligato a elaborare statistiche regionali e di fornire i parametri regionalizzati di tutte le voci che concorrono alla formazione del bilancio dello Stato. La Repubblica italiana è su questo punto completamente inadempiente: la Macroregione dovrà invece pretendere la diffusione di tali dati aggiornati o provvedere essa stessa alla loro redazione.
    Così, il percorso di creazione della Macroregione sarà seguito e legittimato passo dopo passo da strumenti che documentano la deprivazione culturale e quella economica e il progressivo smantellamento dello stato di oppressione. Fiancheggiata da queste due attività di conoscenza e di organizzazione di consenso, la punta centrale deve procedere inesorabile. Naturalmente si tratta di una prima bozza di progetto che deve essere integrata e migliorata dall’apporto di tutte le forze politiche, culturali ed economiche interessate alla creazione della Macroregione. La Padania può essere fatta solo con il concorso di tutti. Fino a qui si sono mostrati disponibili a un confronto i presidenti della Lombardia, del Friuli e del Veneto. Anche il presidente del Piemonte e il vice-presidente della Lombardia sostengono di essere leghisti: se la cosa fosse verificata anche nei comportamenti potrebbe essere di grande vantaggio.
    Quello che a “Costituzione invariata” si può fare è poco rispetto alle aspettative degli indipendentisti e alle necessità di tutti i cittadini padani ma è pur sempre una sensibile crepa nel muraglione del centralismo italiano. In tutti questi anni il solo vero e concreto passo verso l’autonomia è stato possibile grazie alla Sinistra e alla modifica del Titolo V (di cui forse la Sinistra si è anche pentita): è ora che anche chi si dice liberista e autonomista faccia qualcosa!
    La libertà è come una droga. Una piccola autonomia è come una droga leggera che porta alla dipendenza e alla voglia di provare droghe sempre più pesanti, come il federalismo e l’indipendenza. Gli autonomisti devono essere come dei pusher di droga buona: devono puntare a generalizzate overdosi di libertà. Si cominci con lo spinello della Macroregione!

    20 Settembre 2012

    Macroregione: il riferimento è il decalogo di Assago di Miglio | L'Indipendenza
    Ok se Oneto dice che dove ci sono comunità padane il territorio verrà esteso,allora sono padano....detto questo...che senso ha?Perché sparare articoli del genere che necessitano di porto d'armi?Una roba del genere ad Innsbruck ne faremmo un bel falò,o la ricicleremo per fare le panchine dei giardinetti dietro casa di mia sorella.

  4. #404
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Abruzzen Visualizza Messaggio
    Ok se Oneto dice che dove ci sono comunità padane il territorio verrà esteso,allora sono padano....detto questo...che senso ha?Perché sparare articoli del genere che necessitano di porto d'armi?Una roba del genere ad Innsbruck ne faremmo un bel falò,o la ricicleremo per fare le panchine dei giardinetti dietro casa di mia sorella.
    A Innsbruck non hanno i problemi che abbiamo noi.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  5. #405
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Polverini, er Batman: Roma a sbafo. Ma gli elettori non sono meglio
    di ROMANO BRACALINI

    In fondo quello che succede alla Regione Lazio, un tempo afflitta dalla malaria e dal malgoverno dei preti, non ci meraviglia troppo, semmai acquista valore di simbolo più vasto essendo la sede di Roma Capitale, che Lutero chiamava senza tanti preamboli la “cloaca massima” e il fascismo “straccione” elevò ad effimera capitale dell’impero di carta. Il tempo, a quanto pare, non l’ha guarita dai caratteri più vistosi del ladrocinio e della corruttela. La presidente Polverini, già militante neofascista, nelle sembianze più comuni di una bidella, fa il tira e molla con le dimissioni che non si decide a dare. E se poi glie le accettano? Lei che va a fare col curriculum che si ritrova? E questo Fiorito, che di gentile ha solo il nome incolpevole, ribattezzato er Batman da chi lo conosce bene, che ha “magnato” e sperperato a spese del partito, il PDL, non è il solo colpevole che emerga da quest’ultima gigantesca palude romana del malaffare. A Roma la corruzione è sempre stata di casa, essendo un modo per sopravvivere in una città in cui da secoli domina l’arbitrio e l’illegalità e dove l’onestà la praticano i fessi, ossia una minoranza. Nel 1955 L’Espresso titolò: ”Capitale corrotta, nazione infetta”. L’autore del celebre articolo era Manlio Cancogni. Dai tempi del governo papale, in cui Roma era divisa in rioni puzzolenti e malsani e dove si contavano almeno settantamila mendicanti che vivevano di carità e di sussidi, nulla è cambiato nella forma mentale del romano convinto che il vivere onestamente non serva a niente e che l’arte della gabola è sempre quella più conveniente. Si è corrotti anche altrove, al Nord, e al Sud, specialmente al Sud, ma in pochi luoghi la corruzione, l’invettiva plebea, il ladrocinio, il gusto dello sbafo acquistano carattere di quotidianità e destrezza come a Roma.
    Se i “padri e padrini della patria”non avessero commesso altri errori, basterebbe la scelta di Roma capitale a condannarli. Non fu solo un errore storico, fu un errore culturale. Non si fonda un Paese scegliendo la città più corrotta, sguaiata, cinica e malfamata per capitale. La polemica è continuata anche nel Novecento, a riprova di come il dibattito non si sia mai esaurito e quanto pesi tuttora sul destino di questo Paese. Nel 1988 fu lo storico torinese Luigi Firpo ad attaccare Roma, costernato dal fatto che “questa città levantina” fosse la capitale di un paese moderno, la”sesta potenza industriale del mondo”. L’occasione era stata la richiesta di un finanziamento per il risanamento dei monumenti della capitale. ”Neanche un soldo per questa città e per questa gente”, diceva Firpo. ”Roma è un pozzo senza fondo e senza speranza, un agglomerato informe, violento, godereccio, sfaticato e ingovernabile”. Alberto Moravia, romano, non attenuò la polemica, dicendo che “Roma non è una capitale degna di questo nome, come Parigi o Londra, cioè non è una metropoli creatrice di modelli per l’intera nazione, ma una sterile spugna burocratica che tutto assorbe e nulla dà”. ”Sede di uno Stato che non è uno Stato – proseguiva Moravia – capitale di una nazione che non è una nazione, espressione purtroppo perfetta del fallimento dell’unità d’Italia”. Parole di Alberto Moravia. Il giornalista Alberto Ronchey, anch’egli romano, concordava con la critica di Firpo che illustrava “l’incanaglimento dei costumi, l’abbandono di rioni e quartieri e della stazione Termini al teppismo e al semplice luridume, l’insolente noncuranza degli amministratori capitolini, l’accidia e l’assenteismo dei vigili urbani” e via di seguito fino all’ultimo sfogo del sindaco Argan sulla capitale in bilico tra Europa e Medio Oriente. ”Un souk, un bazar orientale: balenano pugnali ovunque, dietro le tende piene di dolciumi”, diceva Goffredo Parise che ci viveva da esule prima di tornare per sempre alle atmosfere calme e velate del suo Veneto.
    Ma se questa è Roma, come è sempre stata, senza speranza di redenzione, la colpa è anche di chi ci vive e non solo dei suoi tenutari che ci offrono questa spettacolo indecoroso. Chi ha eletto la Polverini? chi ha eletto questo Fiorito? Il popolo che elegge i suoi rappresentanti di solito non è migliore di loro. Loro rubano? E’ ciò che farebbe l’elettore qualunque se avesse le medesime possibilità. C’è sempre stato in questo paese l’ammirazione dichiarata per il furbo, per il potente, che spesso è potente perché più furbo. La politica ha prodotto l’antipolitica, col solito ritardo.Vent’anni dopo Tangentopoli, siamo punto e daccapo. La corruzione ha un costo altissimo. Ne sono artefici tutti i partiti, da destra a sinistra. Se nel centro-destra i politici sono i più chiacchierati e inetti, ma bravissimi del gioco diffuso e praticato della malversazione, è la degerazione della partitocrazia nel suo insieme la causa del presente sconquasso e della generale sfiducia. Ma c’è molta ipocrisia. Si ammette che i politici sono ladri ma non ci si pronuncia mai per una condanna totale e assoluta. Ci si mette nei loro panni. Si invocano le attenuanti. Si fa finta di indignarsi alle prodezze ora di Fiorito, domani del prossimo malfattore levantino. Ma governati e governanti sono legati dal medesimo destino di complicità. Quante volte si vota un partito, un uomo, con la segreta speranza di ricavarne un beneficio personale, un lavoro, una raccomandazione? L’elettore è colpevole quanto l’eletto, essendo convinto che rubare, arricchirsi, faccia parte del mandato ricevuto. Prodi, nel suo pessimismo cattolico, diceva che il paese non è migliore dei suoi rappresentati. Con più forza di convinzione e concisione, Joseph De Maistre, ministro sabaudo, diceva: ”Ogni popolo ha il governo che si merita”. Un popolo poco virtuoso, come quello italiano, non può che configurare nei suoi voti una classe politica che corrisponda in tutto e per tutto ai suoi più immediati e sinceri desideri. Altrove un politico che ruba fa scalpore e va in galera, qui si accampano ragioni, meno che mai si danno le dimissioni e il malfattore, che trova sempre un difensore d’ufficio, spesso nello stesso partito di appartenza, spiega senza affanno la sua condotta e resta a piede libero. Libero di rifarlo ancora. Bisognerebbe scendere in piazza, ma con le armi più sofisticate delle forche.

    22 Settembre 2012

    Polverini, er Batman: Roma a sbafo. Ma gli elettori non sono meglio | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #406
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Roma, un acaro gigantesco che vive di festini alle spalle altrui
    di GILBERTO ONETO

    Le immagini dei festini in costume da antichi romani cui hanno partecipato la Polverini e alcuni dei suoi sodali politici riempiono schermi e giornali. In molti hanno ironizzato sulla cosa ma sempre in misura molto contenuta e facendo attenzione a non confondere l’indignazione per lo spreco di denaro con le modalità estetiche dello stesso. Tutti ricordano le giuste camionate di sarcasmo sui camuffamenti e i “giochi di ruolo” del bunga bunga berlusconiano ma nessuno, proprio nessuno si è permesso di svillaneggiare i costumi da vestali e da pretoriani che questa allegra comitiva indossa nei suoi baccanali di partito. Figuriamoci, Roma non si tocca! Elmi, corazze e tuniche fanno parte del più amato parafernale patriottico, sono il cuore della più cara iconografia su cui si è costruito tutto il castello della retorica unitaria italiana del “Roma doma”, “Sole che sorgi”, “Colli fatali” e tutto il resto della patriottica fuffa da cui viene inquinata la nostra vita da troppo tempo. Qualcuno si è semmai indignato perché si è fatto un uso irrispettoso delle sacre icone e dei venerati orpelli, perché si è commesso un reato di “lesa romanità”, di “vilipendio alla patria paccottiglia”.
    Invece di quella robaccia si è fatto il solo impiego coerente, perché Roma e la romanità (imperiale o italiana fa lo stesso) è proprio solo declinabile in volgarità, corruzione, spreco e strafottenza. Quella è la vera Roma del potere, quella è la vera Italia patriottica! Quei cialtroni che gavazzano vestiti da “Caio Gregorio guardiano del Pretorio” sono i degni e coerenti eredi di Mazzini che giocava a fare il Tribuno, di Elvira Donnarumma che si avvolgeva in pepli tricolori, di Mussolini che si faceva ritrarre in pose cesaree, di tutto i grottesco repertorio di fasci, aquile, prefetti e questori da cui è circondata la nostra quotidianità di sudditi. Questa è la Roma (intesa come luogo di potere) di sempre, una ininterrotta sciagura che collega gli antichi “Panem et circenses” e il mercimonio delle indulgenze a Starace e alla “Roma capitale” di Alemanno. Non serve Edward Gibbon per descriverla ma Ettore Petrolini.
    È un gigantesco voracissimo acaro che vive alle spalle del prossimo, che esso sia l’Impero, la Cristianità o lo Stivale poco importa. È il simbolo stesso, la metafora della corruzione, del parassitismo, del potere inteso come fregatura del prossimo: la perfetta sublimazione del vivere a sbafo, completato dalle due ciliegine della cafoneria e dello sberleffo. Questi sono molto peggio dei delinquenti generici e anche dei mafiosi che taglieggiano le vittime ma non le umiliano, non le insultano e deridono perché sono la loro sorgente di reddito. Questi “Civisromasussum” del lella invece si fanno beffe di chi è costretto a mantenerli, sghignazzano di tutti quelli che lavorano e pagano le tasse per la loro eterna dolce vita, per i loro festini imperiali, auto di lusso, cene a base di ostriche e gessatini da tamarri. Il travestimento da antichi romani non è solo un gioco, è l’abito che fa il monaco, la giusta e riconoscibile mise del parassitismo storico e ideologico.
    Non c’è lotta alla corruzione che tenga, non servono moralizzazioni o spending review, non servono indignazioni o grillismi anti casta. C’è un solo modo per liberarsi: andarcene! Uscire dal campo d’azione della “grande Babilonia” di Lutero, mettere fra noi e quella sbrodolata di “colli fatali” almeno un paio di linee di demarcazione. Non servono i coccodrilli nel Fosso del Chiarone e neppure il filo spinato sulla Linea Gotica: è sufficiente dividere le casse, farci il nostro Unico e spendercelo a casa nostra, gestirci il nostro otto per mille come ci pare. Loro vogliono vestirsi da Scipione l’Africano: lo facciano con i loro soldi e non con i nostri!
    È certo che qualcuno obietterà che anche noi abbiamo i nostri birichini, facendo la lista dei mascalzoni indigeni. Ci mancherebbe: i furbastri esistono in tutte le comunità. L’importante è che restino a livello fisiologico e che si sia in grado di tenerli sotto controllo e – se occorre – terminarli. Se oggi siamo messi male è perché il venticello della corruzione che arriva da altre parti ha riempito le nostre terre di miasmi foresti, di abitudini pelasgiche. Il Trota ha i riccioli come Caligola, Penati ha un cognome pompeiano, chi ci opprime è autoctono ma si chiama Silvio, Romano o Mario (manca solo Silla), Belsito sembra la versione mignon di Er Batman: tutta gente che starebbe benissimo sui triclini delle feste romanesche. Per taluno di loro sarebbe anche un riavvicinamento alle terre di origine.
    Qualcuno dirà che non sono esteticamente più eleganti quelli che si tingono la faccia di blu, si vestono da guerrieri medievali e indossano elmi con le corna. La differenza è che lo fanno pagandosi il travestimento con i loro soldi. E per noi poveri barbari polentoni che viviamo in terre fredde e nebbiose non è una differenza da poco. È la differenza.

    22 Settembre 2012

    Roma, un acaro gigantesco che vive di festini alle spalle altrui | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #407
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    A Innsbruck non hanno i problemi che abbiamo noi.
    Ne abbiamo di diversi,ma ce ne sono.

    Non sono leghista,ma non disprezzo totalmente,ma se uno mi viene a dire mah ti faccio diventare padano,a me...cosa importa?A me importa che tu risolvi i problemi,stop.
    Con questo non fai aumentare i tuoi voti nelle sezioni.
    Se vuoi davvero dimostrare che sei migliori ,fai delle proposte nazionali,che sai che come al solito verranno sfruttate solo da alcuni,così non passi per il solito leghista,ma al contempo hai raggiunto il tuo obiettivo.

  8. #408
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da Abruzzen Visualizza Messaggio
    Ne abbiamo di diversi,ma ce ne sono.

    Non sono leghista,ma non disprezzo totalmente,ma se uno mi viene a dire mah ti faccio diventare padano,a me...cosa importa?A me importa che tu risolvi i problemi,stop.
    Con questo non fai aumentare i tuoi voti nelle sezioni.
    Se vuoi davvero dimostrare che sei migliori ,fai delle proposte nazionali,che sai che come al solito verranno sfruttate solo da alcuni,così non passi per il solito leghista,ma al contempo hai raggiunto il tuo obiettivo.

    per "proposte nazionali" intendi riferibili a tutto lo stato itagliano ?

    perchè se fosse così non è possibile, non c'è nessuna iniziativa che può funzionare in tutta itaglia, troppe differenze tra nord, centro, sud e isole

  9. #409
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    per "proposte nazionali" intendi riferibili a tutto lo stato itagliano ?

    perchè se fosse così non è possibile, non c'è nessuna iniziativa che può funzionare in tutta itaglia, troppe differenze tra nord, centro, sud e isole
    E soprattutto troppa disparità di numero di deputati e senatori del sud e loro interessi perchè possa passare anche la minima iniziativa pro-nord e a scapito do o sudde.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #410
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Roma, un acaro gigantesco che vive di festini alle spalle altrui
    La Lombardia invece...

    La realtà è che le Regioni sono la crema della manna per i partiti.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

 

 
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