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Discussione: l'Indipendensa

  1. #1261
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Lo Stato dissangua le famiglie e spende 17,6 miliardi per le forze armate

    E allora?
    Sono cose che possiamo scrivere anche noi poareti su un forum di sfigati.
    Dai paladini della Padania uno dopo secoli di critiche si potrebbe pure aspettare qualche proposta CONCRETA per FARE.
    Mai!
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  2. #1262
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Pensione d'oro non va tassata: lo dice la Costituzione

    Questa è una denuncia.
    Ci potrei fare su un'articoletto e proporlo.
    Solo che quando un indipendentista vero (non parlo di me, io avendo ben chiare le cose non mi illudo e non ci provo neppure a dar loro soddisfazione) prova a scrivere su questo giornale che a parole raccoglie le istanze, appunto, di quelli che vorrebbero ciò che il titolo falsamente strombazza, viene segato.
    Sarà un caso sicuramente che in passato avesse avuto qualcosa da ridire al "nostro" amante delle libertà.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #1263
    email non funzionante
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Prodotto interno lordo lato produzione - dati territoriali (milioni di euro)

    1400 miliardi Pil naziunale
    780 " Pil Nord
    2000 " Debito naziunale

    Trovate la soluzione?
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  4. #1264
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    nel PIL nazionale Craxi ha inserito (per potersi meglio indebitare) la parte di nero che si aggirava sul 20% del totale. Tra poco resterà solo quest'ultimo e la relazione tra i tre numeri citati cambierà risolvendo la ignota equazione che li lega in maniera definitiva.

  5. #1265
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    8 Giugno 2013


    George Klotz, perfetta metafora della lotta per l’autodeterminazione



    di GILBERTO ONETO



    Del libro di Eva Klotz
    , Georg Klotz: una vita per l’unità del Tirolo, il nostro giornale ha già dato indicazione; è stato anche presentato dall’autrice al recente convegno organizzato da Terra Insubre a Varese e la stessa ne parlerà lunedì pomeriggio prossimo a Radio Padania con Roberto Ortelli.
    Serve però molto più di una recensione perché non è un semplice libro, neppure la biografia di un mito dell’indipendentismo moderno scritto da sua figlia, che è essa stessa l’incarnazione della parte più vitale della voglia di libertà di un popolo e di tutti i popoli.
    La vicenda umana di Georg Klotz è molto più che una dolorosa e gloriosa avventura e una saga epica della libertà: è la più perfetta metafora della lotta per l’autodeterminazione declinata ai suoi più alti livelli di amore, fede, coraggio e spirito di sacrificio. In meno di sessant’anni Georg Klotz è stato un valoroso soldato decorato con due Croci di ferro, un abile artigiano, un marito e un padre affettuoso, un intelligente apostolo di identità e la vivente testimonianza della passione del suo popolo. La sua vita è stata segnata da lunghi anni di esilio, persecuzione, incarcerazione: una Via Crucis sopportata con forza e determinazione. Georg Klotz è davvero il Christus Patiens della fede nell’autonomismo e nel diritto all’autodeterminazione di tutte le comunità umane.
    Il libro va letto, assaporato e meditato con attenzione: è una inesauribile fonte di riflessioni.
    Vediamone alcune.
    Klotz aveva ben chiara la funzione fondamentale dei simboli e delle tradizioni nella difesa e nell’affermazione dell’identità: si è dedicato con passione alla ricostruzione del corpo degli Schützen e nella riscoperta delle forme dell’abbigliamento affidando al loro utilizzo un fondamentale ruolo di affermazione e riconoscimento identitario. Dopo la guerra è stato uno di quelli che hanno recuperato antiche immagini e rivitalizzato forme e materiali che due decenni di oppressione fascista avevano cercato di cancellare.
    Klotz aveva idee chiarissime sull’impiego “giusto” della violenza come strumento di “accompagnamento” e di supporto dell’azione politica. La sua è sempre stata testimonianza di “violenza non violenta”, esercitata solo contro le cose, contro le proprietà pubbliche e i simboli più evidenti e fastidiosi dell’oppressione. Pur essendo un eccellente tiratore, Klotz non ha mai sparato addosso a nessuno ma ha sempre impiegato le armi per spaventare e per disorientare, teorizzando il loro uso cruento solo per legittima difesa. Il suo corpo era coperto di vecchie ferite di guerra e di recenti ferite inflittegli nel tentativo di assassinarlo ma nessuno ha mai portato addosso suoi segni di violenza. Le bombe servivano contro i tralicci e i monumenti, contro le costruzioni militari: servivano a rincuorare gli amici e a spaventare gli avversari costringendoli – come effettivamente è avvenuto – a scendere a patti. Gli italiani erano così terrorizzati da averne fatto una sorta di “pericolo pubblico numero uno”, di imprendibile “Primula Rossa”, capace di materializzarsi e svanire, dotato di un alone di invincibilità: se ne stavano rintanati nelle caserme e uscivano solo di giorno e in gruppi numerosi, pronti a scompigliarsi al solo sospetto che il più famoso dei “terroristi” fosse nei paraggi.
    Klotz non era solo. Una delle constatazioni più entusiasmanti e commoventi che si traggono dal libro che – pur con l’inevitabile presenza di spie, traditori, delatori e opportunisti – i patrioti tirolesi si muovevano in mezzo alla loro gente circondati da affetto e concreta solidarietà. Le pagine appassionate e drammatiche con cui Eva descrive la fuga di suo padre, ferito, scalzo, parzialmente paralizzato e febbricitante dal luogo in cui si è cercato di assassinarlo fino al confine austriaco, raccontano la grande forza d’animo e fisica di un uomo straordinario ma anche il commovente, affettuoso e coraggioso aiuto di tanta gente umile che non ha esitato a sfidare punizioni e rappresaglie per sostenere il “suo eroe” nei momenti più difficili.
    Una ultima considerazione va fatta sulle inevitabili differenze di atteggiamento dei patrioti sudtirolesi, dalla bella inflessibilità indipendentista di Klotz e dei suoi fino al tatticismo un po’ democristiano della SVP di Sylvius Magnago. Questi ultimi non si sono sempre comportati con linearità e con correttezza nei confronti dei loro compatrioti più “duri” ma – nel loro opportunismo – sono riusciti in ogni caso a raggiungere parecchi risultati concreti che hanno sicuramente annacquato la lotta del Sud Tirolo ma che non impediscono che altri possano partire dalle autonomie raggiunte per puntare a obiettivi più ambiziosi e radiosi. Una prospettiva che oggi proprio Eva Klotz incarna nel migliore dei modi.
    Questo dovrebbe fare riflettere tutti gli indipendentisti: occorre senso della comunità e chiarezza – pur diversificata – di obiettivi. Suona doloroso questo ragionamento in una situazione – come quella padanista – dove i “duri e puri” stanno dolorosamente cercando una loro strada ma dove la SVP locale, i dorotei leghisti, vagolano nella più nebbiosa confusione, sballottati fra cadreghe e fragili slogan.
    Ma si può imparare. Certo avremmo bisogno di gente tosta come Georg Klotz e come quella straordinaria combattente – palluta e dolce – di sua figlia Eva. Con esempi come questi non possiamo non essere oggi tutti un po’ tirolesi. E domani, chissà, padani.



    Eva Klotz
    Georg Klotz: una vita per l’unità del Tirolo
    Edizioni EFFEKTBUCH – Egna-Neumarkt (Tel. 0471 813482 – 0471 981064, elmar@effekt.it).
    pag. 360, prezzo 19 Euro.

    George Klotz, perfetta metafora della lotta per l?autodeterminazione | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 08-06-13 alle 19:37
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #1266
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Tosi e i cortigiani tricoloriti ora sputano su Bossi. Si levino di torno!

    di GILBERTO ONETO

    Dino Grandi, il capo dei fascisti che il 25 luglio del 1943 avevano messo in minoranza Mussolini al Gran Consiglio, aveva accusato il suo capo di ogni nefandezza fino ad arrivare a rimproverargli di avere fatto mettere scritte insulse sui muri delle città. In questi giorni Flavio Tosi ha rinfacciato a Bossi di tutto, con particolare acrimonia verso il progetto Padania. La parte peggiore dell’italianità proprio non cambia mai e neppure le modalità con cui manifesta la propria propensione per il tradimento mutano nel tempo. Non cambia il valore degli “uomini della provvidenza” che cercano il potere su progetti che neppure tentano di realizzare e che si perdono in scempiaggini, corruttele, amanti e trombonate retoriche. Non cambiano le vocazioni dei loro tirapiedi, che li osannano quando sono potenti e li svillaneggiano quando cadono.
    Come Dino Grandi, anche i Tosi e molti altri hanno fatto carriera dietro le chiappe del loro capo, hanno esercitato ogni turpitudine prossenetica, sono cresciuti alla loro ombra inginocchiati e con i pantaloni (si spera solo metaforicamente) abbassati. Adesso che il vento è cambiato, fanno finta di non conoscere più il loro vecchio padrone, lo insultano, gli rovesciano addosso tutti i loro liquami organici. Tosi oggi fa il patriota tricolore, cerca di accreditarsi come possibile leader del centro-destra (sempre che ce ne sia ancora uno), fa il blandissimo autonomista: ma dove è stato fino all’anno scorso? Non ha mai letto il primo articolo dello Statuto del partito che gli ha fatto fare carriera e dietro le cui insegne si è arrampicato fin dove è arrivato? Adesso sputacchia sulla Padania ma chi lo ha eletto ci credeva e forse ancora ci crede. Era solo l’invenzione delirante di un vecchio leone cui adesso si possono tirare impunemente calci? Eja, eja alalà!
    C’è tanta gente che Bossi l’ha criticato anche duramente quando era il capataz intoccabile della Lega ed ha duramente pagato le sue opinioni. C’è gente che aveva previsto che le cose sarebbero andate come poi sono andate perché la dirigenza stava sbagliando tutto. C’è gente che ha fatto opposizione coerente e coraggiosa e ne ha subito le conseguenze. Mentre quelli come i Tosi e i Cota strisciavano nell’ombra, si accaldavano sotto i palchi, non si perdevano una cena in pizzeria e si sbracciavano nel manifestare la loro fedeltà e il loro sconfinato consenso. Oggi che tutto va a puttane non tentano di fare un esame onesto degli errori, non mettono in discussione la propria cortigianeria, ma si accalorano sulle cadreghe inventandosi alchimie per non farsele sfilare da sotto le chiappe. Sono scene già viste mille volte. Gli oppositori veri del fascismo avevano cominciato a farlo dal 1922 e l’hanno pagata cara. Nel 1945, a fascismo moribondo, sono saltati fuori tutti gli antifascisti della ultima ora, quelli che fino a qualche ora prima gonfiavano il petto in camicia nera e che spesso si erano solertemente occupati di infierire sugli antifascisti veri. I vecchi antifascisti sono almeno riusciti a mostrare rispetto umano per gli sconfitti, quelli nuovi erano tutti in Piazza Loreto a urlare e sputare veleno. Oggi nella Lega sta succedendo lo stesso: caduto il padre-padrone (di cui è possibile rimpiangere molto poco, ma sicuramente il modo sprezzante con cui trattava i suoi attuali freschi denigratori), i cortigiani si arrovellano per restare a galla, per rimettersi in gioco come “nuovi”. Oggi c’è da rifare tutto, da rifondare quello che può esserlo: lo si può anche fare con l’aiuto dei vecchi oppositori, di quelli che se ne erano andati perché avevano delle idee, ma certamente non lo si può fare con i riciclati dell’ultimo momento, con gli infiocchettati di tricolore, con “quelli che il Nord”, con quelli “che hanno esperienza”…
    Ora la Lega ha perso anche Treviso, un luogo simbolo: è come dire che è finita un’era. Lo ha fatto per gli errori di Bossi e della banda Bassotti slinguazzanti che aveva attorno. Oggi questi non possono proporsi né come continuità, né come discontinuità. Se ne devono andare perché sono essi stessi degli errori. Il più grosso errore di Bossi è proprio l’attuale classe dirigente. Se qualcuno normale c’è, organizzi la transizione e si levi di torno. Avete presente Gorbaciov? Se in via Bellerio ce n’è uno che gli somiglia, batta un colpo.

    11 Giugno 2013

    Tosi e i cortigiani tricoloriti ora sputano su Bossi. Si levino di torno! | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 11-06-13 alle 08:13
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #1267
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    A parte qualsiasi altra considerazione, una domandina semplice.
    Ma come si fa candidare per i prossimi 5 anni uno che ne ha 84?
    Solo se si vuol perdere.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #1268
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    22 Giugno 2013

    Il lessico corretto dice che la Kyenge è “diversamente colorata”






    di GILBERTO ONETO


    La faccenda Kyenge ha riportato d’attualità la polemica lessicale: si deve dire “nero” e non “negro”. In Italia le riforme si fanno solo a parole e sulle parole. Gli invalidi sono passati da“handicappati” a “disabili” e “diversamente abili” senza una soluzione decente ai loro problemi. Né ha fatto del bene ai ciechi diventare “non vedenti”, come l’igiene di Napoli non è migliorata con la promozione degli spazzini a “operatori ecologici”. Anche peggio è andata agli omosessuali per cui si è trovato un ambiguo inglesismo, “gay”, che nello slang londinese d’origine era un nomignolo irriverente, il corrispettivo del milanese “cü alegher”.
    Così non si deve dire che la signora Kyenge sia “negra”. La fobia viene dall’America dove nel tempo il termine ha trovato un’accezione negativa con la deformazione in “nigger”. Paradossalmente la cosa era partita dai “buoni”: i nordisti chiamavano con disprezzo “secesh nigger” i negri che combattevano a fianco dei confederati contro i buoni propositi di Lincoln. Così si è passati a “black” (dalle nostre parti un diffusissimo nome canino), al benettoniano “coloured” e al politicamente corretto “afroamericano”, che però dimentica di riferirsi a gente che è in America da più tempo di gran parte dei bianchi.
    Si potrebbe dire che la signora Kyenge è “colorata”, “diversamente pigmentata”, oppure “afroitaliana”, che però la confonderebbe con Violante che è nato in Etiopia o con La Russa, che sembra appena sceso da uno sciabecco saraceno con Khalid Chaouki. Guai a parlare di “abbronzatura”: ne sa qualcosa Berlusconi.
    Si deve dire “nera” ma la signora Kyenge non è nera: il nero è una cromia precisa che non le corrisponde sulla tabella colori. Lei è marrone, caffelatte. Si potrebbe rispolverare il termine “moro”, come Otello (ma non Ludovico). Improponibile è il più classico “turco”, “turcho”, per convenienza diplomatica e per una imbarazzante omonimia che ha interessato in passato la stessa poltrona ministeriale e che in questi giorni suonerebbe ancora più impopolare. Non si può neppure fare finta di niente perché a sottolineare la diversità della signora ci hanno pensato proprio i suoi colleghi che nella foto ufficiale di gruppo del nuovo governo l’avevano messa al centro, fra Letta e Napolitano. Non l’hanno sicuramente fatto per una ricerca di finezze cromatiche “alla” Veronese, che infilava negretti nelle sue composizioni. È la loro mascotte, è la loro bandiera: la signora Kyenge sventola. E così si garantiscono l’eroica condizione di non dover mai alzare bandiera bianca.
    È un problema che si pongono solo loro, in mala fede e avvolti dalla loro coda di paglia progressista: alla gente normale non importa che la signora sia nera o negra. Al governo ci sono passati rossi, rosa, neri, negri da lampada (Fini), azzurri, gialli, verdi, verdi-verdi, biancofiore, grigi sobri, arancioni e viola: gli italiani ne hanno viste proprio di tutti i colori. Poco importa anche che la signora sia comunista: pure di quelli ne sono passati tanti e lei non può essere peggio degli altri. Importa invece che abbia competenza e finora non ha dato grandi dimostrazioni di capacità, anzi.
    Non è un bel segnale per chi doveva rappresentare i “nuovi italiani” più scuri. Non è neanche la prima volta che succede: chi si ricorda le performance dell’onorevole Dacia Valent? O quelle di Cicciolina, pur diversa per qualità estetiche e cromatiche: era bianchissima e il rosso era delle luci.
    Il solo vero vantaggio della signora Kyenge è che può dire e fare le peggiori pirlate – come quella delle auto blu contro mano – senza la preoccupazione di arrossire. Per questo Letta avrebbe dovuto fare un governo di soli negri, come gli Harlem Globetrotters. A lui invece la pigmentazione non serve: da vecchio democristiano non conosce la vergogna.

    Il lessico corretto dice che la Kyenge è ?diversamente colorata? | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 25-06-13 alle 13:16
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  9. #1269
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    25 Giugno 2013

    Immigrazione: basta col razzismo e basta coi distinguo dorotei



    di GILBERTO ONETO





    Quello dell’immigrazione dovrebbe essere un robusto tema di battaglia per la Lega
    e invece sta diventando un ulteriore elemento di confusione.

    La gente è stanca, sfiduciata, infastidita e spaventata da una invasione foresta sempre più numerosa e prepotente: tutti i media e le forze politiche hanno deciso che sia una vicenda irreversibile e perciò tentano di rubricarla come una straordinario vantaggio per tutti, una opportunità, una risorsa.
    Vediamo alcune vicende significative degli ultimi giorni.
    Borghezio dice la sua sul ministro Kyenge, che coincide con quello che quasi tutti pensano: tanto basta perché venga espulso dal gruppo parlamentare a Strasburgo. La Lega non lo difende.
    Dolores Velandro, della Lega di Padova, augura un po’ grevemente alla Kyenge una esperienza sgradevole. Usa un linguaggio inappropriato, parla come al bar o per strada, certo non come dovrebbe fare chi ha una posizione politica visibile. Non viene redarguita per maleducazione, viene addirittura espulsa.
    Rosy Guarnieri, sindaco leghista di Albenga, inaugura la nuova moschea della città. Il segretario nazionale, Sonia Viale, tace.
    Zaia se ne viene fuori con una apertura molto democristiana sullo ius soli e nessuno lo bacchetta.
    L’altro giorno tale Caterina Marini, membro della segreteria provinciale del Pd di Prato, si è sfogata su Internet contro la malavita extracomunitaria con toni degni del Vernacoliere. Il suo partito annuncia provvedimenti disciplinari e la Lega esprime solidarietà? No, Massimo Bitonci bolla severo la cosa come “un inno all’ignoranza”. Gli fa eco il collega europarlamentare Claudio Morganti.
    Vediamo di capire: la Lega 2.0 è diventata tenera con i foresti, giudica l’immigrazione una risorsa? Dalle prese di posizione, dalle trasmissioni radiofoniche, dagli interventi dei suoi esponenti emerge inquietante e sistematico un refrain: gli immigrati regolari che lavorano e rispettano la legge vanno bene, si deve solo contrastare la clandestinità e l’illegalità.
    Cioè i leghisti si allineano a quello che dicono proprio tutti gli altri.
    Non è un problema di regole (che comunque non vengono mai rispettate) ma di convenienza.
    A cosa servono gli immigrati? Che bene fanno gli immigrati alle nostre comunità? Più brutalmente: che vantaggio ci portano?
    Viviamo una situazione di grande disagio sociale ed economico; abbiamo livelli di disoccupazione elevatissimi e in inesorabile peggioramento, e non serve certo altra mano d’opera senza lavoro; abbiamo una criminalità e una corruzione devastanti e non servono certo delinquenti di importazione; viviamo una situazione di sovraffollamento (alcune aree della Padania hanno densità abitative fra le più alte al mondo) e non serve altra pressione sul territorio; i nostri servizi socio-sanitari sono al collasso e si allunga la fila dei postulanti a scrocco; le fasce più deboli della nostra società vivono un crescente disagio che viene aggravato da masse sempre più numerose di disadattati di importazione.
    L’immigrazione non è mai una buona cosa per chi la vive e per chi la subisce, e il disagio è proporzionale al numero di immigrati e al loro grado di diversità culturale. Negli anni ’50 numerosi veneti polesani sono emigrati in Piemonte e in Lombardia: dopo pochi anni di assestamento si sono totalmente assimilati. Milioni di meridionali si sono trasferiti in Padania: molti si sono perfettamente integrati ma molti altri costituiscono ancora – dopo decenni – sacche di “diversità” sociale: pubblici dipendenti, cittadini perennemente assistiti, malavitosi e burocrati continuano a essere corpi estranei alle nostre comunità. Infine è arrivata una valanga di foresti dai più esotici angoli della terra e ogni capacità di assorbimento è saltata. È ovvio che creano meno problemi quelli più simili (europei, cattolici) di quelli distanti (africani, asiatici, musulmani, strolighi) ma la cosa poco incide sul problema di fondo: non c’è posto, non ce n’è bisogno, non risolvono nessuno dei nostri problemi e ne creano di enormi. Non è questione di razza o di diversità biologica: tutti gli stranieri, anche i più civili ed educati, rappresentano un problema. In una casa dove si vive male per il sovraffollamento, chiunque arrivi crea ulteriore disagio, che sia biondo o negro, un santo o un criminale. Quindi basta con la storia del razzismo! Ma basta anche fare distinguo dorotei fra i buoni e i cattivi, fra chi lavora onestamente e chi accattona o delinque: tutti creano problemi, tutti aumentano i nostri disagi, tutti sono perciò una sciagura.
    C’è sempre qualche bello spirito che dice di preferire uno straniero buono a un autoctono cattivo. «È meglio un marocchino che lavora che un bergamasco fannullone»: quante volte l’abbiamo sentito questo mantra sciropposo. Balle! Se in casa abbiamo un fratello un po’ pelandrone lo cacciamo via e facciamo venire un cinesino laborioso? Che poi si porta tutta la numerosa famiglia. Se nella nostra comunità c’è chi delinque, chi batte la fiacca o chi ha dei problemi, li sostituiamo con foresti più belli, giovani, onesti e sani? Bel senso della comunità! Invece di risolverci i nostri problemi a casa nostra (prendere a calci in culo i neghittosi, punire i ligera e aiutare i bisognosi), li sostituiamo moltiplicando i guai e i costi: dovremo comunque mantenere i nostri (che saranno ancora più incazzati e frustrati) ma dovremo mantenere anche i foresti e i loro prolifici congiunti, che saranno comunque anche loro sempre più incazzati e frustrati.
    Non ci sono lavori che i nostri non vogliano fare a un giusto prezzo, non ci sono mansioni che la comunità non possa ragionevolmente ricoprire: costa sempre meno risolvere le situazioni difficili con corvé o incentivi economici che sprecare risorse enormi per “ospitare” foresti che creano solo ulteriori problemi sociali. Per fare i lavori che neppure gli stranieri vorranno più fare (molti di loro non si dislinguano certo attorno all’etica del lavoro) non potranno che arrivarne altri ancora più sfigati in una reazione a catena che ha un solo esito: la totale distruzione delle nostre comunità e del nostro mondo.
    Di fronte a una prospettiva del genere, ogni vero liberale, ogni identitarista e indipendentista non può che prendere una chiara posizione contro l’immigrazione in sé, indipendentemente da chi immigra e da come si comporta. I balbettii leghisti sono dimostrazione di confusione, se non addirittura di resa. Una resa che sta coinvolgendo tutti i possibili fronti di lotta: immigrazione, liberismo, federalismo, indipendenza, cultura, legalità e identità.

    Immigrazione: basta col razzismo e basta coi distinguo dorotei | L'Indipendenza
    Ultima modifica di Eridano; 25-06-13 alle 13:16
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    Predefinito Re: l'Indipendensa

    Immigrazione: sette modi per regolamentarla. In un Paese normale

    di GILBERTO ONETO



    Giorni fa alcuni lettori hanno chiesto, a commento di un intervento sui problemi dell’immigrazione
    , che alla denuncia seguisse l’enunciazione di qualche intervento, per iniziare un dibattito su proposte concrete.
    Per tentare di farlo serve fissare alcune irrinunciabili premesse.
    a) L’immigrazione non è parte di un processo “naturale” e inarrestabile. Esistono sicuramente eventi ed evoluzioni metastorici e fra questi c’è la tendenza agli spostamenti di comunità umane, ma questi possono e devono essere pilotati. In particolare – sulla base del loro inalienabile diritto a determinare i propri destini – le comunità devono scegliere come affrontare il problema, se subirlo passivamente (come l’Italia di oggi), se regolarlo (come molti fanno) e se arrestarlo (come avviene nelle comunità che non vogliono farsi invadere).
    b) Non è accettabile alcun paragone fra l’attuale immigrazione e l’emigrazione di massa italiana del passato. Questa avveniva verso paesi che la richiedevano e spesso la favorivano, si svolgeva in maniera regolare secondo le disposizioni dei paesi ospitanti. La clandestinità era una piccola eccezione e la quasi totalità dei nostri migranti si è comportata rispettosamente e si è rapidamente integrata. La ghettizzazione e le manifestazioni malavitose hanno riguardato altri e non certo i padani. Ancora meno accettabile è alcun confronto con i grandi spostamenti “barbarici” di un lontano passato per le diversissime condizioni storiche e per le modalità di migrazione.
    A questo punto, se le nostre comunità non sono più in grado di sopportare l’invasione, un possibile cammino di intervento per fasi anche temporali successive potrebbe essere:
    1 – Bloccare drasticamente ogni ingresso con la sola eccezione degli stranieri in possesso di competenze professionali o scientifiche che nessun italiano ha davvero. Si tratta però di numeri che stanno sulle dita di poche mani.
    2 – Allontanare tutti i clandestini, quelli che non hanno un permesso di soggiorno o che l’hanno scaduto.
    3 – Allontanare tutti quelli cui viene meno il titolo per cui sono presenti: perdita di posto di lavoro, scadenza di contratti. La stessa sorte tocca i loro famigliari.
    4 – Allontanare tutti quelli che commettono reati: subito chi commette reati minori, a fine pena chi viene condannato a pene detentive.
    5 – Allontanare tutti i regolari che non hanno un contratto di lavoro dipendente. Artigiani, commercianti e bottegai non svolgono alcuna funzione suppletiva ma costituiscono solo sleale concorrenza, sottrazione di spazi agli autoctoni e ulteriore carico sociale. Non si applica per loro neppure la labile scusa di fare lavori che gli italiani rifiutano.
    6 – Restrizione drastica delle concessioni di cittadinanza: solo dopo 18 anni di regolare permanenza, in assenza di reati di qualsiasi tipo e – per i minori (compresi quelli nati in Italia) al compimento del 18° anno e a regolare completamento della scuola dell’obbligo. La concessione vada subordinata all’accettazione da parte della comunità di residenza (come in Svizzera) e al pagamento di una tassa, una sorta di acquisto di una quota societaria. Lo stesso valga per chi sposa un cittadino italiano e per i figli della coppia. Il matrimonio in sé (salvo ulteriori restrizioni circa le unioni di comodo) dia diritto solo alla residenza.
    7 – A questo punto resterebbero solo gli stranieri che hanno un regolare lavoro e un’abitazione, pagano contributi sociali e assicurativi, e rispettano la legge. Sarebbero trattati con molta più dignità e rispetto, farebbero una vita normale e non sarebbero né un peso né un fastidio per la comunità che li ospita.
    Tutto questo implica però un paese che funziona, in cui la macchina amministrativa sia efficiente e la giustizia rapida ed efficace. Non è certo il caso dell’Italia, dove i problemi più che alla carenza normativa sono imputabili all’inefficienza (o peggio) dello Stato. L’immigrazione è addirittura usata per creare ulteriore oppressione alle comunità padane, per distruggerne le identità e infiacchirne le capacità reattive. L’immigrazione è per tutto questo un ulteriore incentivo all’indipendenza delle comunità padane.
    Il problema dell’invasione potrà essere seriamente affrontato solo da istituzioni libere ed efficienti nelle quali sarà la volontà dei cittadini a decidere anche sul come gestire le soluzioni.
    Neppure allora gli allontanamenti saranno facili e nessuno può illudersi che un espulso se ne vada solo perché gli è stato intimato di farlo.
    Si dovranno perciò approntare campi o centri di lavoro coatto in cui rinchiudere chi non rispetta l’ordine di allontanamento per separarlo dalla comunità, per costringerlo a pagarsi il mantenimento, i costi di trasporto verso il paese di origine e tutte le spese derivate dai suoi comportamenti illegali. Farà finalmente lavori che gli italiani rifiutano o non fanno volentieri, e non graverà più sulle tasche dei contribuenti. Il livello di retribuzione, di coercizione o di libertà individuale concessa sarà proporzionato al reato commesso. Chi è semplicemente clandestino si farà qualche mese di lavoro e riceverà un biglietto per andare nel paese che lui indicherà. Se non lo fa, verrà pizzicato di nuovo e resterà a lavoro coatto per un periodo ancora più lungo. Si vedrà chi si stanca prima.
    Qualcuno potrebbe obiettare che le nostre terre si riempirebbero di campi e che si creerebbe un sistema concentrazionario enorme, con sinistre evocazioni di Gulag o Laogai. Il potere di dissuasione del lavoro coatto (affiancato alla parziale o totale perdita di libertà personale) è molto forte: dopo le prime reclusioni vere, quando è chiaro che la punizione viene davvero applicata, quasi tutti quelli che potrebbero incorrervi se ne andranno spontaneamente. Oggi l’Italia ha la meritata nomea di paese di Bengodi dove tutto è permesso, dove si hanno solo diritti e non doveri, e dove il sistema giudiziario non funziona: il rischio di incorrere in qualche forma di reale punizione è davvero minimo. Si spargerebbe la voce che la pacchia è finita: la massa dei presenti se ne andrebbe e più nessuno si presenterebbe irregolarmente alle frontiere.
    Il sistema avrebbe due corollari piuttosto interessanti: 1) il sistema di lavoro coatto andrebbe esteso anche agli indigeni che commettono reati, trasformando il sistema carcerario in un meccanismo produttivo con diversi livelli di libertà individuale; 2) alla fine della loro permanenza, gli stranieri regolari potrebbero essere impiegati con intelligenza come terminali del nostro sistema produttivo e commerciale nei loro paesi di origine, o – più semplicemente – essere impiegati in attività delocalizzate.
    In ogni caso si libererebbero i nostri paesi all’attuale disordine “multiculturale”, si combatterebbe efficacemente la criminalità, si risparmierebbero enormi somme di denaro e – ultimo ma non ultimo – si migliorerebbero molto i livelli di vita sia dei nostri che dei lavoratori stranieri regolari.

    29 Giugno 2013

    Immigrazione: sette modi per regolamentarla. In un Paese normale | L'Indipendenza
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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