Morire di “lavoretti”: schiantarsi in motorino per guadagnare 3 euro l’ora
Morire a 29 anni. E non proprio “sul lavoro”: ma durante una prova. Una delle tante promesse, troppo spesso non mantenute. Correva veloce, lo scooter di Maurizio Camillini (29enne di Pisa). Venti euro a turno lavorativo ed una decurtazione (sul già misero compenso) di 3 euro. Presunto il ritardo nella consegna di panini, a domicilio, per il pub che lo aveva in prova: l’Underground Pub di lungarno Mediceo.
E così, per scongiurare altre penali, Maurizio avevo deciso di sfrecciare per le vie della città. Fatale lo scontro contro un palo, in via Pietrasantina, lo scorso martedì. Ma le indagini proseguono (sia quelle assicurative che da parte dell’Ispettorato del lavoro). Nel mirino il pub, presso il quale prestava servizio di pony express con la speranza di un contratto, oltre alle verifiche su coperture assicurative di scooter e locale. Ma la dinamica dei fatti non convince il cugino di Maurizio, Simone Pellegrini.
“Come è possibile che Maurizio sia finito dritto contro un palo senza frenare o cadere?” chiede il cugino commerciante di Ponsacco. “Non mi darò pace finché la verità non verrà fuori – dice – perché Maurizio era un ragazzo d’oro. Era povero, ma se aveva in tasca 15 euro, dieci te li dava e 5 se li teneva. Ultimamente era contento, proprio perché aveva trovato lavoro. Non ho mai visto nessuno sbattersi alla ricerca di un impiego come lui. È incredibile che lui sia morto lavorando”.
Purtroppo Maurizio, come Salvatore a Napoli lo scorso luglio, è ennesima vittima di precarietà, sfruttamento, competitività degenerata. Come ultimo post pubblico, su Facebook, aveva pubblicato la bandiera italiana. Sogni ed aspettative infrante: ma stava consegnando panini e non raccogliendo pomodori. Di Maurizio, quindi, si parlerà sempre troppo poco.
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Il lato oscuro dell’arcobaleno: la scomoda testimonianza della “figlia di due lesbiche”
Di Chiara Soldani
“The other side of the rainbow”. No, nessun remake del capolavoro dei Pink Floyd (che, di lato oscuro parlava, ma della luna): semmai la rivelazione della parte, volutamente occulta, di quel mondo tutto “Peace and Love”.
Strumentalizzazione a firma Lgbt. Spillette, t-shirt, borse: persino muri metropolitani (tanto amati dal “coloratissimo” Pisapia) e marchi famosi declinati al volere del mood imperante. Quello arcobaleno, ovviamente: ultima frontiera della sovversione e perversione sessuale e familiare. Ed è proprio su questo punto, che sia allaccia il video-rivelazione di una testimone “scomoda”. Lei è Millie Fontana, vittima della follia di una pseudo famiglia composta da due (altrettanto pseudo) madri. Una storia toccante ma, ancor prima, terrificante per le ripercussioni psicologiche cui la ragazza ha dovuto far fronte. E fin dalla tenera infanzia.
Millie racconta della sua vita all’interno di una coppia lesbica. Vita all’insegna della menzogna (le dissero che lei, un padre non l’avesse mai avuto) e degli enormi scompensi affettivi. Perché, stando all’insegnamento freudiano, l’identificazione nelle figure rispettivamente della madre e del padre, rappresentano imprescindibili tappe nello sviluppo psico-affettivo di ogni bambino. La privazione arbitraria, egoistica, di una di queste due figure, può ingenerare traumi permanenti.
“Mi chiamo Millie Fontana, ho 23 anni e sono figlia di due lesbiche, concepita tramite donatore. Questa è una testimonianza che, di sicuro, è non udita perché nessuno vuole sentir parlare dell’altro lato dell’arcobaleno, il lato non adatto per crescere dei bambini felici, perché crescono con l’idea sbagliata di come una struttura familiare dovrebbe essere. Crescendo volevo un padre… sentivo dentro di me che mi mancasse un padre prima ancora che potessi concepire quello che significava un padre. Mi è stato mentito durante tutta la scuola. Mi è stato detto che non avessi un padre o forse non sapevano chi lui fosse. E la mia stabilità comportamentale ed emotiva ha sofferto molto a causa di questo. Nessuno nella lobby Lgbt vuole ascoltare qualcuno come me perché “Love is love”, giusto? Noi non esistiamo per loro. Crescendo mi guardavo allo specchio e pensavo: ‘Da dove ho preso questi occhi verdi? Da dove ho preso questi aspetti della mia personalità o certi talenti che nessuno nella mia famiglia aveva?’ La risposta a questa domanda è piuttosto semplice: mio padre!
Intendere chi fosse mio padre, a 11 anni, è stata la sola volta probabilmente in cui sono stata una bambina stabile. Capii per la prima volta chi io fossi, lo guardai nei suoi occhi e pensai che quella fosse la parte mancante di me stessa. E se io non avessi incontrato mio padre, non sarei stata qui con voi, perché la mia reazione emozionale a non avere lui nella mia vita persino per una tale giovane età, sarebbe stata devastante e mi avrebbe fatto regredire nel mio sviluppo.
C’è un gran parlare dell’uguaglianza da parte delle lobby Lgbt. Ma mi chiedo quale sia la loro definizione di uguaglianza, perché per me uguaglianza significa dire la verità, essere rispettati per quello che si è per intero e non solo in base a quello che i genitori decidono che tu debba sapere. Uguaglianza non significa che, siccome gli studi su famiglie gay volontarie e sui loro figli dimostrerebbero un esito positivo, questo debba valere per tutti. E’ completamente irrealistico. Io considero questa una forma di gender discriminazione.
E’ davvero curioso il modo in cui le lobby gay parlano dell’omofobia. Ho racconti di amici gay che mi spiegano che altri gay li chiamano omofobi, perché preferiscono che i bambini crescano con una madre e con un padre. E’ totalmente ridicolo! Perché in realtà in ogni relazione tra persone dello stesso sesso, ci vuole una terza persona per “produrre” un bambino. Perché come società dovremmo ignorare questa verità? Io non sono qui grazie a due donne. La scienza viene sostituita dai desideri di alcuni adulti. Mia madre mi ha fatto una domanda. Cosa sarebbe successo se io e la mia partner potevamo sposarci? Se avessimo potuto avere quell’ambiente familiare stabile come tutti gli altri? Ho risposto con un’altra domanda: che tipo di terapia mi avrebbero somministrato gli psicologi per i miei comportamenti dovuti alla mancanza di un padre, se l’assenza del padre fosse stata considerata una forma di discriminazione? Nessuna risposta. L’evoluzione non è stata fatta da un’agenda politica che sta silenziando anche una parte della comunità Lgbt. Sono una piccola minoranza estremista che sta spingendo all’estinzione del genere stesso. Io non vedo ‘gender equality’. Io vedo l’intenzione di sbarazzarsi del genere umano tutto”.
Parole che fanno riflettere, specie quando vertono su quell’estremismo che taccia di omofobia che vi si oppone. Che le contingenze della vita portino, talvolta, a crescere senza una delle due figure genitoriali è inconfutabile. Ma privare, egoisticamente e per puro capriccio, un bambino del padre o della madre è inqualificabile violenza: psicologica e morale.
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FOLLIE GENDER
Abusi nei bagni unisex e il trans nel carcere femminile
I dati sulle violenze nei bagni "gender free" crescono, mentre un uomo che si identifica come una donna, perciò detenuto nella prigione femminile, è stato spostato in quella maschile per aver abusato di alcune detenute. Ma la stampa continua a chiamarlo "lei" e il sistema non cambierà. Dove bisogna arrivare prima di accorgersi dei danni prodotti dalla menzogna?
Se ne prescindi e se le neghi, la realtà e la natura prima o poi si ribellanno. È per questo che ad un certo punto le ideologie, ossia il tentativo di piegare la verità del mondo alle proprie idee, crollano. Anche se spesso vengono meno solo quando la devastazione prodotta dalla menzogna ha raggiunto livelli tali da aver già convinto gli uomini della sua illusione.
Si vedono già i primi segni del male prodotto dall’ideologia relativista moderna, nella sua variante specifica della “teoria” gender, ma insieme anche il tentativo da parte del potere di continuare ad assecondarla senza però riuscire a non contraddirsi.
Giovedì scorso l’Inghilterra annunciava che un prigioniero transessuale (un uomo travestito da donna), David Thompson, di 52 anni, identificandosi come una donna (con il nome Karen White) dal 2014 ed essendo per tanto considerato tale dallo Stato, era stato detenuto in una prigione femminile nei pressi di Wakefield (Yorkshire Ovest) dove ha abusato di alcune carcerate. Nel passato di quest’uomo ci sono altre violenze verso le donne, una riguarda persino un bambino, eppure il suo “sentirsi” femmina è prevalso su tutto. Tanto che l'uomo è stato trasferito dove doveva essere dal principio, in un carcere maschile, solo dope le ultime accuse.
Nonostante tutto questo le testate inglesi che hanno riportato la vicenda da una parte giustificavano il fatto, sostenendo che l’uomo aveva cominciato ad identificarsi come donna nel 2014 senza che gli fosse stata diagnosticata una “disforia di genere”, ma dall’altra si riferivano al carcerato con pronomi e aggettivi femminili, perché così lui vuole. Significa che l’ideologia gender è arrivata ormai ad un punto per cui non serve una diagnosi particolare affinché sia impedito a qualcuno di imporre di farsi chiamare nel modo in cui preferisce, al di là che la sua idea sia o meno corrispondente alla realtà. Anche perché, come verificare se un uomo mente o meno, quando una sua affermazione non si basa su nulla di oggettivo ma su di un sentimento?
È quindi evidente la schizofrenia per cui si cerca di giustificare il fatto mettendo in dubbio la buona fede del detenuto, mentre però si teme di identificarlo per quello che oggettivamente e biologicamente è e dimenticando i dati pubblicati neppure dieci giorni fa dal Sunday Times sugli abusi in aumento nei “tolleranti” bagni e spogliatoi “gender free”. Di 134 denunce per “aggressione sessuale” in strutture pubbliche esposte nel Regno Unito fra il 2017 e il 2018, ben 120 (ossia il 90 per cento) sono avvenute negli spogliatoi “unisex” ideati per non discriminare chi, nato con un sesso biologico, pretende di appartenere a quello opposto. Il giornale rivela che stando alle statistiche si comincia a temere che i bagni e gli spogliatoi comuni, ideati per non mettere a disagio i transessuali e che per questo si stanno diffondendo sempre di più, rappresentino un pericolo per le donne.
Il problema non sono solo le offese fisiche, ma i filmati che possono essere girati negli spogliatoi delle palestre e delle piscine. Alcuni anche di origine pedofila dimostrano ancora una volta che se si accetta come normale una sessualità vissuta al di là dei limiti naturali si asseconda e favorisce qualsiasi deviazione. Non a caso, l’inchiesta del Sunday Times è partita dopo che il 51enne Darren Johnson è stato arrestato per aver filmato due 14enni mentre si cambiavano negli spogliatoi "gender free" di una piscina. Quando è stato arrestato la polizia ha trovato altre foto di donne e bambini scattate in bagni pubblici unisex. Il fatto fa quindi pensare che, oltre che alle denunce venute alla luce, questi bagni siano un richiamo per maniaci e pedofili, che spesso utilizzano filmati e foto nel settore della pornografia.
Eppure nulla cambierà. Basti pensare che dopo il trasferimento di Thompson, un portavoce del sistema carcerario si è scusato «sinceramente per l’errore fatto in questo caso», ma chiarendo che ciò non impedirà ad altri uomini che si identificano come donne «sensibili e in linea con la legge», di restare nella prigione femminile. Ma se anche dopo tutto questo il sistema non vacilla, dove bisogna arrivare prima di accorgersi dei danni che la menzogna, inizialmente capace di illudere l’uomo di una maggiore libertà e onnipotenza, produce sia in chi la abbraccia sia in tutta la società?
http://www.lanuovabq.it./it/abusi-ne...cere-femminile





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