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Discussione: Il deserto avanza

  1. #251
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Morire di “lavoretti”: schiantarsi in motorino per guadagnare 3 euro l’ora
    Morire a 29 anni. E non proprio “sul lavoro”: ma durante una prova. Una delle tante promesse, troppo spesso non mantenute. Correva veloce, lo scooter di Maurizio Camillini (29enne di Pisa). Venti euro a turno lavorativo ed una decurtazione (sul già misero compenso) di 3 euro. Presunto il ritardo nella consegna di panini, a domicilio, per il pub che lo aveva in prova: l’Underground Pub di lungarno Mediceo.
    E così, per scongiurare altre penali, Maurizio avevo deciso di sfrecciare per le vie della città. Fatale lo scontro contro un palo, in via Pietrasantina, lo scorso martedì. Ma le indagini proseguono (sia quelle assicurative che da parte dell’Ispettorato del lavoro). Nel mirino il pub, presso il quale prestava servizio di pony express con la speranza di un contratto, oltre alle verifiche su coperture assicurative di scooter e locale. Ma la dinamica dei fatti non convince il cugino di Maurizio, Simone Pellegrini.
    “Come è possibile che Maurizio sia finito dritto contro un palo senza frenare o cadere?” chiede il cugino commerciante di Ponsacco. “Non mi darò pace finché la verità non verrà fuori – dice – perché Maurizio era un ragazzo d’oro. Era povero, ma se aveva in tasca 15 euro, dieci te li dava e 5 se li teneva. Ultimamente era contento, proprio perché aveva trovato lavoro. Non ho mai visto nessuno sbattersi alla ricerca di un impiego come lui. È incredibile che lui sia morto lavorando”.
    Purtroppo Maurizio, come Salvatore a Napoli lo scorso luglio, è ennesima vittima di precarietà, sfruttamento, competitività degenerata. Come ultimo post pubblico, su Facebook, aveva pubblicato la bandiera italiana. Sogni ed aspettative infrante: ma stava consegnando panini e non raccogliendo pomodori. Di Maurizio, quindi, si parlerà sempre troppo poco.
    https://www.ilprimatonazionale.it/ap...ro-lora-92620/



    Il lato oscuro dell’arcobaleno: la scomoda testimonianza della “figlia di due lesbiche”
    Di Chiara Soldani
    “The other side of the rainbow”. No, nessun remake del capolavoro dei Pink Floyd (che, di lato oscuro parlava, ma della luna): semmai la rivelazione della parte, volutamente occulta, di quel mondo tutto “Peace and Love”.
    Strumentalizzazione a firma Lgbt. Spillette, t-shirt, borse: persino muri metropolitani (tanto amati dal “coloratissimo” Pisapia) e marchi famosi declinati al volere del mood imperante. Quello arcobaleno, ovviamente: ultima frontiera della sovversione e perversione sessuale e familiare. Ed è proprio su questo punto, che sia allaccia il video-rivelazione di una testimone “scomoda”. Lei è Millie Fontana, vittima della follia di una pseudo famiglia composta da due (altrettanto pseudo) madri. Una storia toccante ma, ancor prima, terrificante per le ripercussioni psicologiche cui la ragazza ha dovuto far fronte. E fin dalla tenera infanzia.
    Millie racconta della sua vita all’interno di una coppia lesbica. Vita all’insegna della menzogna (le dissero che lei, un padre non l’avesse mai avuto) e degli enormi scompensi affettivi. Perché, stando all’insegnamento freudiano, l’identificazione nelle figure rispettivamente della madre e del padre, rappresentano imprescindibili tappe nello sviluppo psico-affettivo di ogni bambino. La privazione arbitraria, egoistica, di una di queste due figure, può ingenerare traumi permanenti.
    “Mi chiamo Millie Fontana, ho 23 anni e sono figlia di due lesbiche, concepita tramite donatore. Questa è una testimonianza che, di sicuro, è non udita perché nessuno vuole sentir parlare dell’altro lato dell’arcobaleno, il lato non adatto per crescere dei bambini felici, perché crescono con l’idea sbagliata di come una struttura familiare dovrebbe essere. Crescendo volevo un padre… sentivo dentro di me che mi mancasse un padre prima ancora che potessi concepire quello che significava un padre. Mi è stato mentito durante tutta la scuola. Mi è stato detto che non avessi un padre o forse non sapevano chi lui fosse. E la mia stabilità comportamentale ed emotiva ha sofferto molto a causa di questo. Nessuno nella lobby Lgbt vuole ascoltare qualcuno come me perché “Love is love”, giusto? Noi non esistiamo per loro. Crescendo mi guardavo allo specchio e pensavo: ‘Da dove ho preso questi occhi verdi? Da dove ho preso questi aspetti della mia personalità o certi talenti che nessuno nella mia famiglia aveva?’ La risposta a questa domanda è piuttosto semplice: mio padre!
    Intendere chi fosse mio padre, a 11 anni, è stata la sola volta probabilmente in cui sono stata una bambina stabile. Capii per la prima volta chi io fossi, lo guardai nei suoi occhi e pensai che quella fosse la parte mancante di me stessa. E se io non avessi incontrato mio padre, non sarei stata qui con voi, perché la mia reazione emozionale a non avere lui nella mia vita persino per una tale giovane età, sarebbe stata devastante e mi avrebbe fatto regredire nel mio sviluppo.
    C’è un gran parlare dell’uguaglianza da parte delle lobby Lgbt. Ma mi chiedo quale sia la loro definizione di uguaglianza, perché per me uguaglianza significa dire la verità, essere rispettati per quello che si è per intero e non solo in base a quello che i genitori decidono che tu debba sapere. Uguaglianza non significa che, siccome gli studi su famiglie gay volontarie e sui loro figli dimostrerebbero un esito positivo, questo debba valere per tutti. E’ completamente irrealistico. Io considero questa una forma di gender discriminazione.
    E’ davvero curioso il modo in cui le lobby gay parlano dell’omofobia. Ho racconti di amici gay che mi spiegano che altri gay li chiamano omofobi, perché preferiscono che i bambini crescano con una madre e con un padre. E’ totalmente ridicolo! Perché in realtà in ogni relazione tra persone dello stesso sesso, ci vuole una terza persona per “produrre” un bambino. Perché come società dovremmo ignorare questa verità? Io non sono qui grazie a due donne. La scienza viene sostituita dai desideri di alcuni adulti. Mia madre mi ha fatto una domanda. Cosa sarebbe successo se io e la mia partner potevamo sposarci? Se avessimo potuto avere quell’ambiente familiare stabile come tutti gli altri? Ho risposto con un’altra domanda: che tipo di terapia mi avrebbero somministrato gli psicologi per i miei comportamenti dovuti alla mancanza di un padre, se l’assenza del padre fosse stata considerata una forma di discriminazione? Nessuna risposta. L’evoluzione non è stata fatta da un’agenda politica che sta silenziando anche una parte della comunità Lgbt. Sono una piccola minoranza estremista che sta spingendo all’estinzione del genere stesso. Io non vedo ‘gender equality’. Io vedo l’intenzione di sbarazzarsi del genere umano tutto”.
    Parole che fanno riflettere, specie quando vertono su quell’estremismo che taccia di omofobia che vi si oppone. Che le contingenze della vita portino, talvolta, a crescere senza una delle due figure genitoriali è inconfutabile. Ma privare, egoisticamente e per puro capriccio, un bambino del padre o della madre è inqualificabile violenza: psicologica e morale.
    https://www.ilprimatonazionale.it/cu...esbiche-92263/

    FOLLIE GENDER
    Abusi nei bagni unisex e il trans nel carcere femminile
    I dati sulle violenze nei bagni "gender free" crescono, mentre un uomo che si identifica come una donna, perciò detenuto nella prigione femminile, è stato spostato in quella maschile per aver abusato di alcune detenute. Ma la stampa continua a chiamarlo "lei" e il sistema non cambierà. Dove bisogna arrivare prima di accorgersi dei danni prodotti dalla menzogna?
    Se ne prescindi e se le neghi, la realtà e la natura prima o poi si ribellanno. È per questo che ad un certo punto le ideologie, ossia il tentativo di piegare la verità del mondo alle proprie idee, crollano. Anche se spesso vengono meno solo quando la devastazione prodotta dalla menzogna ha raggiunto livelli tali da aver già convinto gli uomini della sua illusione.
    Si vedono già i primi segni del male prodotto dall’ideologia relativista moderna, nella sua variante specifica della “teoria” gender, ma insieme anche il tentativo da parte del potere di continuare ad assecondarla senza però riuscire a non contraddirsi.
    Giovedì scorso l’Inghilterra annunciava che un prigioniero transessuale (un uomo travestito da donna), David Thompson, di 52 anni, identificandosi come una donna (con il nome Karen White) dal 2014 ed essendo per tanto considerato tale dallo Stato, era stato detenuto in una prigione femminile nei pressi di Wakefield (Yorkshire Ovest) dove ha abusato di alcune carcerate. Nel passato di quest’uomo ci sono altre violenze verso le donne, una riguarda persino un bambino, eppure il suo “sentirsi” femmina è prevalso su tutto. Tanto che l'uomo è stato trasferito dove doveva essere dal principio, in un carcere maschile, solo dope le ultime accuse.
    Nonostante tutto questo le testate inglesi che hanno riportato la vicenda da una parte giustificavano il fatto, sostenendo che l’uomo aveva cominciato ad identificarsi come donna nel 2014 senza che gli fosse stata diagnosticata una “disforia di genere”, ma dall’altra si riferivano al carcerato con pronomi e aggettivi femminili, perché così lui vuole. Significa che l’ideologia gender è arrivata ormai ad un punto per cui non serve una diagnosi particolare affinché sia impedito a qualcuno di imporre di farsi chiamare nel modo in cui preferisce, al di là che la sua idea sia o meno corrispondente alla realtà. Anche perché, come verificare se un uomo mente o meno, quando una sua affermazione non si basa su nulla di oggettivo ma su di un sentimento?
    È quindi evidente la schizofrenia per cui si cerca di giustificare il fatto mettendo in dubbio la buona fede del detenuto, mentre però si teme di identificarlo per quello che oggettivamente e biologicamente è e dimenticando i dati pubblicati neppure dieci giorni fa dal Sunday Times sugli abusi in aumento nei “tolleranti” bagni e spogliatoi “gender free”. Di 134 denunce per “aggressione sessuale” in strutture pubbliche esposte nel Regno Unito fra il 2017 e il 2018, ben 120 (ossia il 90 per cento) sono avvenute negli spogliatoi “unisex” ideati per non discriminare chi, nato con un sesso biologico, pretende di appartenere a quello opposto. Il giornale rivela che stando alle statistiche si comincia a temere che i bagni e gli spogliatoi comuni, ideati per non mettere a disagio i transessuali e che per questo si stanno diffondendo sempre di più, rappresentino un pericolo per le donne.
    Il problema non sono solo le offese fisiche, ma i filmati che possono essere girati negli spogliatoi delle palestre e delle piscine. Alcuni anche di origine pedofila dimostrano ancora una volta che se si accetta come normale una sessualità vissuta al di là dei limiti naturali si asseconda e favorisce qualsiasi deviazione. Non a caso, l’inchiesta del Sunday Times è partita dopo che il 51enne Darren Johnson è stato arrestato per aver filmato due 14enni mentre si cambiavano negli spogliatoi "gender free" di una piscina. Quando è stato arrestato la polizia ha trovato altre foto di donne e bambini scattate in bagni pubblici unisex. Il fatto fa quindi pensare che, oltre che alle denunce venute alla luce, questi bagni siano un richiamo per maniaci e pedofili, che spesso utilizzano filmati e foto nel settore della pornografia.
    Eppure nulla cambierà. Basti pensare che dopo il trasferimento di Thompson, un portavoce del sistema carcerario si è scusato «sinceramente per l’errore fatto in questo caso», ma chiarendo che ciò non impedirà ad altri uomini che si identificano come donne «sensibili e in linea con la legge», di restare nella prigione femminile. Ma se anche dopo tutto questo il sistema non vacilla, dove bisogna arrivare prima di accorgersi dei danni che la menzogna, inizialmente capace di illudere l’uomo di una maggiore libertà e onnipotenza, produce sia in chi la abbraccia sia in tutta la società?
    http://www.lanuovabq.it./it/abusi-ne...cere-femminile

  2. #252
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Maschio, Femmina o X è delirio antropologico
    La decisione del City Council di New York di poter registrare all'anagrafe i figli come maschi, femmine o X è il simbolo dell’incertezza del futuro perché se elimini ad un figlio le sue radici, comprese quelle sessuali che sono caratterizzanti della sua persona, distruggi pure il suo domani che diventerà pure esso una incognita; è neutralità che sa di nichilismo, di rifiuto della realtà naturale.
    A New York nasce la generazione X. Infatti alla nascita, dal primo di gennaio 2019, i pargoletti potranno essere registrati all’anagrafe con M, F o X. E’ la schedina del sessualmente corretto. Il City Council ha stabilito che i genitori potranno scrivere sul certificato di nascita che il loro bebè è un maschietto, una femminuccia oppure è un figlio sessualmente neutro, non perché gli attributi sessuali siano patologicamente indefiniti, ma per rispettare l’autodeterminazione del piccolo il quale potrebbe sentirsi violato nella sua libertà se si trovasse a crescere nel sesso voluto dal buon Dio. Che quindi il neonato decida da sé quando sarà adulto a che sesso appartenere. Naturalmente anche gli adulti potranno chiedere che una bella X compaia sul loro certificato di nascita.
    «Oggi è una giornata storica per New York, sempre più campione mondiale sul fronte dell’inclusività e dell’uguaglianza» ha dichiarato lo speaker del City Council Corey Johnson. «I newyorkesi non avranno più bisogno della documentazione di un dottore per cambiare il proprio genere sul certificato di nascita e non saranno più trattati come se la loro identità fosse una questione medica». Nella fantasia malata degli attivisti genderisti in effetti questa trovata che proviene dalla Grande Mela è davvero innovativa. In giro per il mondo parlamenti e giudici avevano già previsto che la persona la quale non si sente né carne né pesce in termini di appartenenza sessuale potesse chiedere che sui documenti identificativi e su tutti gli altri documenti ufficiali fosse identificata con una X, ma prevederla sul certificato di nascita è davvero una mossa che taglia la testa al toro del buon senso.
    Come rispondere all’obiezione che riconoscere il sesso di appartenenza del neonato potrebbe influenzare negativamente lo sviluppo dello stesso? Per analogia di argomenti citiamo un passo dell’Istruzione sul battesimo del bambini, documento redatto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il passo riguarda l’obiezione di quei genitori che non battezzano il proprio figlio per non influenzarlo: “un tale comportamento [volto a non battezzare il bambino per non condizionarlo] è assolutamente illusorio: non esiste una libertà umana cosi' pura, da poter essere immune da qualsiasi condizionamento. Già sul piano naturale, i genitori operano delle scelte indispensabili per la vita dei loro figli e li orientano verso i veri valori. Un comportamento della famiglia che pretendesse di essere neutrale per quanto riguarda la vita religiosa del bambino, in pratica risulterebbe una scelta negativa” (n. 22).
    La logica sottesa alla decisione del City Council per coerenza dovrebbe essere applicata a tutte le scelte educative dei genitori verso i figli neonati. E cosi' i genitori non dovrebbero decidere come vestire il figlio, come nutrirlo, se curarlo quando si ammala, quali ninne nanne cantargli, a quali parenti e amici darlo in braccio, etc. perché potrebbero condizionarlo. Anzi, già il fatto di farlo crescere nella loro famiglia e non in un’altra sarebbe un condizionamento alla sua libertà, cosi' pure dargli un certo nome. Crescendo, le scelte educative dei genitori che imprimerebbero un certo orientamento al figlio aumenterebbero: tenerlo a casa oppure mandarlo al nido, farlo giocare con certi giochi o con altri o non farlo giocare affatto, leggergli delle fiabe o altre oppure nessuna, etc. La logica della neutralità nell’educazione dovrebbe essere spinta fino alle sue naturali conseguenze e quindi i genitori si dovrebbero astenere dal vestire il proprio figlio neonato, dal nutrirlo, dal tenerlo al caldo, dal curarlo, dal farlo dormire, etc. Ma anche decidere di non decidere è una scelta, una scelta non commissiva, ma omissiva. E' impossibile quindi non scegliere. Dunque, dato che i genitori hanno il dovere naturale di educare i figli è impossibile che questi non compiano delle scelte. Ma se è inevitabile scegliere, occorre scegliere al meglio per il figlio.
    Pero' a ben vedere non serve nemmeno spendere tutte queste argomentazioni di carattere pedagogico per il caso in questione, perché il riconoscimento del sesso del neonato non rientra, in senso stretto, nell’alveo delle scelte educative, bensi' rientra solo e per l’appunto in un atto dell’intelletto assolutamente banale: riconoscere una realtà per quella che è. E i fatti precedono sempre le valutazioni. Qui infatti non si tratta se scegliere o meno di battezzare un figlio, dato che il sesso non si puo' scegliere, ma si tratta solo di riconoscere un fatto biologico che si deve solo accettare come elemento identitario sicuramente positivo.
    Chi sostiene la bontà dell’iniziativa del City Council a rigore dovrebbe difendere anche le relative conclusioni logiche e cosi' non dovrebbe riconoscere ad esempio che il bebè è figlio di Tizio e Caia, che ha due mani e due piedi, che è nato a una certa ora e in un certo ospedale e in un dato stato, che è sano o malato, etc. perché tutti fattori che potrebbero influenzarlo, dimentichi che il libero arbitrio non è mai immune da condizionamenti dato che la libertà si incardina sempre in un contingente, appunto in una condizione. Per assurdo poi i genitori dovrebbero per coerenza non riconoscere la stessa esistenza del figlio perché anche la medesima consapevolezza di esistere potrebbe in qualche modo influenzare negativamente il pargolo.
    Certo è che la X, posta sul certificato di nascita, dal punto di vista semantico è segno efficacissimo per sintetizzare il delirio antropologico odierno: è l’incognita contro cui sbatte il pensiero debole, tanto sfiancato dalle idiozie ideologiche da essere incapace di riconoscere l’evidenza; è il segno di chi è tanto ignorante che non sa nemmeno scrivere il proprio nome, perché senza sesso sei nessuno e non puoi fregiarti di nessuna identità, nemmeno di un nome; è il tratto che si usa per cancellare le parole errate e in questo caso per cancellare l’identità sessuale e che viene indicato per scegliere un’opzione tra molte: maschio, femmina o altro? Decidi tu; è il simbolo dell’incertezza del futuro perché se elimini ad un figlio le sue radici, comprese quelle sessuali che sono caratterizzanti della sua persona, distruggi pure il suo domani che diventerà pure esso una incognita; è il segno della neutralità che sa tanto di nichilismo, di niente, di vuoto esistenziale, di rifiuto della realtà naturale, di un foglio bianco su cui poter scrivere tutto, ma che invece rimarrà bianco, perché l’illusione di poter essere chiunque porta sempre ad essere nessuno, all’azzeramento della persona, dal momento che noi siamo chiamati ad essere “uno”, ossia solo noi stessi, un “noi stessi” che ha una sua sola ed unica individualità (chiamasi identità), la quale non è una gabbia in cui marcisce il nostro “io”, bensi' è l’unico luogo esistenziale per realizzarsi compiutamente.
    Maschio, Femmina o X è delirio antropologico - La Nuova Bussola Quotidiana

    Fusaro e il nuovo ordine erotico: "Famiglia distrutta dal capitalismo, viviamo in un gay pride permanente"
    INTERVISTA/ Il filosofo Diego Fusaro svela i contenuti del suo nuovo libro "Il nuovo ordine erotico"di Lorenzo Lamperti
    Diego Fusaro, filosofo e autore della fortunata rubrica "Lampi del pensiero", parla in un'intervista ad Affaritaliani.it dei contenuti del suo nuovo libro "Il nuovo ordine erotico".
    Diego Fusaro, nel suo libro "Il nuovo ordine erotico" definisce il liberismo economico e quello sentimentale due facce della stessa medaglia. Che cosa intende?
    Noi oggi viviamo in una sorta di capitalismo che trasforma il mondo intero in un libero mercato deregolamentato. E quindi, perché possa avvenire questo, il capitalismo deve distruggere lo Stato sovrano e la famiglia come cellula etica. Il liberista è colui che dichiara guerra allo Stato per il proprio profitto individuale, il libertino è quello che dichiara guerra alla famiglia in modo di ottenere il plusgodimento, la variante erotica del plusvalore. Gli individui mirano dunque a godere solo individualmente, sia a livello economico sia a livello erotico. L'assonanza è questa: deregulation, abbattimento dei limiti etici, imposizione della crescita infinita del godimento cosi' come del profitto per libertini e neoliberisti.
    Questo comporta una neutralizzazione dell'erotismo stesso?
    Si', diventa una pratica fine a se stessa, priva di progettualità e significato. Resta un gesto libertino e liberistico fine a se stesso proprio come quello delle speculazioni finanziarie e della ricchezza illimitata del capitale.
    Oggi l'erotismo è uno strumento in mano a quello che lei definisce come "nuovo ordine mondialista"?
    Certamente. In ogni caso il nuovo ordine mondiale mira a distruggere tutto cio' che non è affine al mercato. L'amore e la famiglia sono la prima forma di resistenza rispetto al mercato e al capitalismo deregolamentato. L'amore mira a durare in eterno e perché è altruistico e donativo, sottratto a ogni logica del calcolo e della crescita. E' quanto di più anti capitalistico ci sia.
    Tutto cio' causa una perdita di identità per cosi' dire "sentimentale" o "erotica" a livello comunitario?
    Si', certo. L'obiettivo è quello di produrre quello che io chiamo nel libro "individuo unisex postidentitario", un atomo precario e migrante senza identità di nazione, di classe e nemmeno più di genere. Un individuo neutro, vuoto che puo' essere riempito con tutti i contenuti che il mercato vorrà.
    Da quali principi bisognerebbe ripartire per recuperare i valori sentimentali ed erotici?
    Il libro si chiude con un capitolo fortemente ottimista, se vogliamo usare questa categoria. La mia idea è quella che bisogna riprendere il conflitto tra alto e basso, tra popolo ed élite, tra dominati contro dominanti. Per farlo occorre rivitalizzare l'eticità in senso hegeliano, recuperando istituti comunitari come la famiglia, la comunità locale, la scuola, lo Stato. E il libro si chiude prendendo l'esempio di un quadro bulgaro, intitolato "Il quarto Stato", nel quale i protagonisti non stanno protestando come nel celebre dipinto di Pellizza da Volpedo, ma si stanno sposando. Oggi sposarsi è diventato rivoluzionario, ristabilendo il vincolo etico di fronte al plusgodimento come una forma di speranza.
    Puo' essere dunque vista in senso positivo la lotta per esempio di Salvini sulle definizioni di "Genitore 1 e Genitore 2"?
    Si', sono piccole forme importanti che danno un segnale di necessità di resistere. Mentre a New York da oggi sulla carta d'identità dei neonati mettono "X".
    Nel libro lei parla di "eroticamente corretto". A che cosa si riferisce?
    E' la variante erotica e sentimentale del "politicamente corretto". E' tutto cio' che in qualche modo garantisce il nuovo ordine erotico e diffama cio' che non gli è affine. Sul piano politico tutto cio' che non è affine al nuovo ordine mondiale viene diffamato come "fascista, populista, sovranista". Nell'ambito erotico invece viene diffamato come "omofobo, reazionario, premoderno". Nella neolingua, eroticamente corretto è una sorta di catechesi mondialista che impone un adattamento cosmopolita ai costumi del nuovo ordine erotico che dissolve la famiglia e il modello eterosessuale imponendo una specie di gay pride permanente con ridicolizzazione di tutto cio' che è connesso ai valori tradizionali della famiglia etica. Il gay pride non è volto a difendere sedicenti diritti, ma a distruggere e ridicolizzare il vecchio modello familiare.
    ----------------------------------------------------------------------------
    C’è stato un tempo in cui il diktat del capitale conosceva dei limiti. Si arrestava ai cancelli della fabbrica: oltre, la vita scorreva in forme che non si lasciavano imbrigliare nell’orizzonte limitato della logica di produzione e dello scambio di merci. Quel tempo è ormai lontano. Oggi, alla società basata sull’economia di mercato si è sostituita una società di mercato e basta.Viviamo in un mondo «a capitalismo integrale e mercificazione sconfinata». Il che, è chiaro, coinvolge anche la sfera dell’affettività e dell’erotismo.
    Il globalitarismo al potere – nuovo totalitarismo glamour onniavvolgente – ci vuole precari e omologati, neutri anche in amore. Novelli Don Giovanni, figura emblematica dell’instabilità amorosa e dell’isolazionismo sentimentale. Le relazioni solide, basate su progetti di vita condivisi e una visione dell’amore come forza eterna, cedono il passo a forme consumistiche di rapporto: incontri fugaci e privi di conseguenze, legami occasionali facili tanto da instaurare quanto da spezzare, sesso virtualizzato e rapporti online.
    Dalla precarizzazione erotica e sentimentale alla femminizzazione del maschio, dal nuovo femminismo postmoderno alla crisi della famiglia, dalla gendercrazia al trionfo del neutro indifferenziato unisex, Diego Fusaro accompagna il lettore attraverso i temi principali di una riflessione che ci coinvolge tutti, in quanto esseri eminentemente amorosi. E se a cadere sono addirittura i fondamenti più intimi del rapporto interpersonale, cosa puo' esserne della struttura sociale che ci ac-coglie, della nostra «famiglia allargata»? Il filosofo più critico e controcorrente del nostro tempo ci invita a riflettere sul nuovo ordine amoroso globalizzato e deregolamentato. Per scoprire che il laissez-faire del liberismo economico e di quello sentimentale sono – paradossalmente – due facce della stessa medaglia.
    Fusaro e il nuovo ordine erotico: "Famiglia distrutta dal capitalismo, viviamo in un gay pride permanente" - Affaritaliani.it

    Milano, muore soffocato a 14 anni: sfida estrema sul web
    Il ragazzino è stato trovato nella sua cameretta appeso a una corda. L’urlo della famiglia: aiutate i figli
    Il brivido di scalare verso il cielo. L’ebbrezza di violare una parete a strapiombo. Igor Maj era abituato da sempre a misurarsi col limite. Una settimana fa l’ha oltrepassato senza possibilità di ritorno, probabilmente per cimentarsi con un gioco folle che l’ha portato alla morte. Il suo corpo è stato rinvenuto nel primo pomeriggio di giovedi' scorso nella cameretta dell’appartamento, in zona viale Corsica a Milano, che condivideva coi genitori e i due fratellini: una corda da montagna agganciata al letto a castello lo ha soffocato. Proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto riprendere gli allenamenti di arrampicata (di cui è stato campione lombardo under 14) nella palestra della società Boulder&Co di Agrate Brianza, in provincia di Monza.
    All'inizio si era pensato al drammatico suicidio di un adolescente, ma poi sarebbe emerso qualcosa di ancor più tremendo e inspiegabile: Igor avrebbe perso la vita spingendosi troppo in là nella tragica sfida del blackout, una pratica che consiste nel soffocarsi da soli per perdere i sensi e sperimentare le stesse sensazioni che si provano quando si sta morendo o l’euforia di quando ci si trova senza ossigeno a 7mila metri di quota. Tutto si sarebbe compiuto nel giro di dieci minuti: sul caso sono ancora in corso le indagini dei carabinieri, intervenuti nell’abitazione dopo il rinvenimento del cadavere. Sugli approfondimenti investigativi vige il massimo riserbo, ma – secondo quanto ci risulta – sia nella memoria del computer sia in quella dello smartphone di Igor sono stati rintracciati video, chat e tutorial sul blackout.
    Filmati facilmente reperibili sul web, come abbiamo verificato digitando quella parola sui principali motori di ricerca. Il 14enne si sarebbe spinto fino al livello 5, uno dei più avanzati: avrebbe dovuto perdere i sensi per poi risvegliarsi nel giro di una manciata di secondi, ma non è andata cosi'. Una storia terribile, sulla quale finora non era emerso alcun dettaglio. Una storia che ieri i genitori di Igor hanno deciso di raccontare per far si' che episodi del genere non si ripetano: «Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, qualunque stronzata venga loro in mente di fare devono trovare in voi una sponda, una guida che li aiuti a capire», l’appello lanciato attraverso il profilo Facebook de ‘I Ragni di Lecco’, il gruppo alpinistico a cui papà Ramon, climber esperto, e sua moglie si sono affidati per rendere il più possibile pubblica la vicenda. E ancora: «Noi pensiamo di averlo sempre fatto con Igor, eppure non è bastato. Quindi cercate di fare ancora di più, tutti i ragazzi sono accompagnati dal senso di onnipotenza che, se da una parte permette di affrontare il mondo, dall’altra puo' essere fatale». Come purtroppo è stato nel caso del 14enne Igor, che proprio ieri avrebbe dovuto entrare in aula per iniziare il primo anno di superiori.
    «Sono molti gli adolescenti che praticano il blackout – mette in guardia Fabio Palma, amico di famiglia che ha fatto chiaramente riferimento alla pratica nel suo intervento su Facebook –. Igor era coraggioso, merce rara tra i giovani. Purtroppo, non ha avuto paura a lasciarsi coinvolgere da un gioco criminale. Nessuno sospettava niente, è stato un colpo per tutti noi che lo abbiamo conosciuto». Si era parlato di blackout pure nel febbraio scorso, quando un 14enne era stato trovato in fin di vita nel bagno di casa a Tivoli, in provincia di Roma, strangolato dal cavo della PlayStation; nonostante i soccorsi immediati, il ragazzo era morto qualche giorno dopo nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale Gemelli.
    https://www.ilgiorno.it/milano/crona...enne-1.4170871

  3. #253
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Quell'ideologia "gender" propagandata ai bambini (di nascosto dai genitori)
    La Lega, attraverso un'interrogazione in consiglio regionale, ha incalzato la giunta su quanto sarebbe accaduto, a luglio scorso, in un centro estivo di Casalecchio.
    Giuseppe Aloisi
    La cosiddetta ideologia gender propagandata ai bambini senza che le famiglie ne sapessero nulla.
    Questa, in sintesi, è l'accusa mossa dalla Lega nei confronti di quanto sarebbe accaduto, lo scorso 6 luglio, a Casalecchio, nel bolognese. Sullo sfondo di questa storia c'è il Gay Pride tenutosi all'epoca dei fatti contestati tra le strade della città dell'Emilia Romagna: la stessa manifestazione per cui i bambini sarebbero stato "dipinti" dalle operatrici.
    La 'teoria gender', per la formazione guidata da Matteo Salvini, è stata diffusa all'interno di un centro estivo gestito da una cooperativa, il cui nome è "Dolce". La vicenda in questione era già balzata alle cronache mesi fa, ma la Lega ha deciso di alzare ancora il tiro. Anche Forza Italia era intervenuta su questi presunti accadimenti, con la contrarietà espressa dal deputato Galeazzo Bignami: "Il buon senso qui manca del tutto - aveva dichiarato - . Con un numero infinito di favole istruttive e attività che possono essere proposte ai bambini, la cooperativa non ha trovato di meglio da fare che dedicare un laboratorio al gay pride?...".
    Possibili novità sul caso sono contenute nell'interrogazione presentata in Consiglio regionale da un esponente leghista, il consigliere Daniele Marchetti: "Su un diario - ha asserito Marchetti - le educatrici avrebbero riportato le attività svolte, scrivendo 'Ci siamo dipinti la faccia coi colori dell'arcobaleno per festeggiare insieme il Gay Pride, viva l'amore!' e avrebbero letto ai bambini due testi, 'Buongiorno postino' e 'Piccolo Uovo', testi comunemente classificati dagli specialisti come portatori della ideologia gender".
    Marchetti vuole sapere dalla Giunta regionale se sia o no "a conoscenza dei fatti, comprovati dal diario e dalle fotografie e ammessi dall'assessore, se sia a conoscenza che i due testi menzionati siano stati ritirati dai nidi e scuole di altre amministrazioni e sono oggetto di continui contrasti e contestazioni" e se lo stesso organo esecutivo pensi che "il non gradimento di quanto accaduto da parte dei genitori" rappresenti "una prevaricazione di diritti altrui o un diritto naturale primario dei genitori stessi".
    L'amministrazione bolognese e la cooperativa in questione hanno organizzato una conferenza stampa per parlare dell'episodio, ma per Marchetti le famiglie sono state tenute comunque tenute "all'oscuro". Il consigliere leghista si è rivolto anche al sindaco di Bologna, per domandare se, stando al suo parere, "vada bene diffondere l'ideologia gender" senza "dirlo alla famiglia" e se "il festeggiare insieme il gay pride e lettura di testi intesi alla diffusione dell'ideologia gender siano stati preventivamente concordati dagli educatori almeno con il coordinatore pedagogico e con il coordinamento pedagogico dell'Unione dei Comuni Valli del Reno-Lavino-Samoggia". La Lega, che è tra le formazioni più critiche rispetto alla promozione di quella che viene chiamata 'ideologia gender', non sembra intenzionata a riporre quanto successo a Casalecchio in un dimenticatoio.
    Quell'ideologia "gender" propagandata ai bambini (di nascosto dai genitori)

    Conseguenze mediche delle pratiche omoerotiche.
    Segnaliamo il link tratto da PubMed, sito che comprende oltre 28 milioni di citazioni per la letteratura biomedica di MEDLINE, riviste di scienze della vita e libri online. Le citazioni possono includere collegamenti a contenuti full-text da PubMed Central e siti web di editori. (https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/)
    Nell’attuale conformismo omosessualista è tacciato di omofobia chiunque osi ricordare che tra gli omosessuali vi è un alto tasso di suicidi e di disturbi mentali i quali permangono anche nelle società cosiddette “gay-friendly”. Immediata scatta la la reazione delle lobby LGBT e l’accusa di imporre “cure e correzioni”.
    Come al solito, le lobby LGBT per giustificare le loro insostenibili tesi devono mettersi contro la scienza, la quale – se non intimidita o addomesticata – ha parole chiare sui rischi e le conseguenze di pratiche spacciate per “normali” ma che normali non sono affatto.
    Si consulti a tal proposito la raccolta di articoli e documenti reperibili al link: https://documentazionemedica.wordpress.com/
    Conseguenze mediche delle pratiche omoerotiche. ? Rassegna Stampa Cattolica

    «L’aborto non è un omicidio». «E invece si', Madame»
    Leone Grotti
    Ci vogliono gli attributi in Francia per affermare pubblicamente la verità sull’aborto. Servono gli attributi per difendere il diritto all’obiezione di coscienza in un paese dove nel 2016 sono state praticate 211.900 interruzioni di gravidanza (il doppio rispetto all’Italia). Gli attributi sono necessari soprattutto se si è un medico in uno Stato dove una donna su tre ha abortito almeno una volta. E Bertrand de Rochambeau li ha.
    «IL NOSTRO COMPITO». Stiamo parlando del presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi (Syngof), le cui parole durante un’intervista al programma televisivo Quotidien hanno fatto scalpore in Francia. L’11 settembre, rispondendo alle domande della giornalista Valentine Oberti, de Rochambeau ha spiegato di essere un obiettore di coscienza perché «ora non faccio più cose in cui non credo. Il nostro compito non è rimuovere delle vite».
    «E INVECE SI', MADAME». La giornalista, scandalizzata, ha ribattuto che «un nascituro non è una vita in senso giuridico. Fare un aborto non è un omicidio». Secca la risposta del medico: «E invece si', Madame». Oberti l’ha incalzato spiegando che «è falso, per il codice penale non è cosi'. Tutte le donne, e io sono una di loro, non ritengono quando hanno un embrione nel ventre di ospitare una vita». «Beh», replica il ginecologo, «questa è la sua opinione. Io, in quanto medico, non sono obbligato a pensarla come lei. E la legge protegge questa mia posizione. E anche la mia coscienza».
    RABBIA FEMMINISTA. Il sorriso di de Rochambeau, mentre esponeva con calma e semplicità quella che tutti in Francia sanno essere la verità, anche se non la vogliono riconoscere, ha fatto imbestialire i giornali e le femministe. Soprattutto nel governo. Il ministro della Salute, Agnès Buzyn, e il segretario di Stato per l’uguaglianza tra uomini e donne, Marlène Schiappa, hanno subito emesso un comunicato di fuoco scritto a quattro mani: «Condanniamo fermamente le parole del presidente di Syngof e siamo determinate a proteggere dovunque il diritto all’aborto. Ogni donna deve poterlo esercitare liberamente».
    OBIEZIONE DI COSCIENZA. Peccato che il presidente del sindacato nazionale dei Ginecologi non abbia mai detto di volere impedire a qualcuno di abortire, ha solo spiegato perché è diventato un obiettore di coscienza. L’obiezione, oltretutto, è un diritto garantito in Francia dall’articolo 2212-8 del codice della sanità pubblica, laddove si precisa che «un medico non è mai tenuto a praticare un’interruzione di gravidanza», cosi' come «ostetriche, infermieri e ausiliari medici non sono tenuti a concorrere a questo atto medico».
    LA PAROLA PROIBITA. Di che cosa si lamentano allora le ministre? Non si sa, anche perché nello stesso comunicato sono costrette ad ammettere che «i medici hanno effettivamente il diritto di rifiutarsi di praticare un’interruzione di gravidanza». A dare fastidio ovviamente non è la disquisizione sulla legge, forse neanche che esista ancora il diritto all’obiezione di coscienza, ma il discorso morale: che Bertrand de Rochambeau osi chiamare l’aborto «omicidio», anche se la legge lo consente, è per le femministe francesi insopportabile. Ed è tanto più inaccettabile quanto più sono perfettamente consapevoli che il ginecologo ha ragione.
    CAMPAGNA DI PREVENZIONE. Ne è prova il fatto che il ministero della Salute, ironia del caso, ha appena lanciato una campagna per consigliare alle donne di non bere alcol in gravidanza. Motivazione? Puo' far male al bambino. Inutile sottolineare che un bicchiere di vino non puo' fare più danni di un aborto ma nella logica del governo francese nel primo caso si tratta di un bambino, nel secondo di un feto, che per legge non è vita. Se il coraggioso intervento del presidente del Syngof ha fatto infuriare tanto le femministe, è perché ha scoperchiato l’ipocrisia che si cela dietro alla legge Veil e al dibattito sul diritto di abortire. Bertrand de Rochambeau è come il bimbo della fiaba di Andersen, ha gridato «il re è nudo». Ma per esporsi cosi' ci vogliono gli attributi.
    https://www.tempi.it/aborto-francia-omicidio-diritto/

    “Il gay Mario Mieli cosi' parlava di pedofilia…”. La bomba di Silvana De Mari in tv
    La psicoterapeuta e scrittrice di romanzi fantasy Silvana De Mari ha fatto saltare sulla sedia Lilli Gruber durante la puntata di lunedi' sera di Otto e mezzo su La7. La De Mari, invitata per parlare di violenza del linguaggio in politica e sui social, ha condannato la dittatura del politicamente corretto e il suo esempio, relativo al circolo Mario Mieli di Roma, ha letteralmente stravolto la scaletta del talk show.
    Silvana De Mari è nota per la sua tesi secondo cui l’omosessualità è una malattia psicologica ma non ha parlato di questo nel salotto della Gruber. Riferendosi all’impossibilità di manifestare liberamente le proprie opinioni che è uno dei tratti violenti delle società nelle quali impera il “pensiero unico” ha detto che esiste a Roma un circolo gay ispirato a una figura di intellettuale, Mario Mieli, appunto, morto suicida a 31 anni, il quale era “attratto dall’erotismo dei bambini”. La De Mari ha riportato citazioni testuali da un libro di Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale. Ha inoltre ricordato che nel corso dei suoi spettacoli Mario Mieli, che costruiva il suo personaggio sulle provocazioni, mangiava i suoi escrementi e quelli del suo cane per dimostrare che l’amore deve essere libero di manifestarsi in tutte le sue forme, e tra queste forme appunto erano incluse pedofilia e necrofilia.
    "Il gay Mario Mieli così parlava di pedofilia...". La bomba di Silvana De Mari in tv (video) - Secolo d'Italia


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    La femminilizzazione delle élites
    Alain de Benoist
    Dice il pediatra Aldo Naouri: «La società ha adottato integralmente, senza limiti e contro-poteri, valori femminili». Lo testimoniano il primato dell’economia sulla politica, dei consumi sulla produzione, della discussione sulla decisione; il declino dell’autorità rispetto al «dialogo», ma anche l’ansia di proteggere il bambino (sopravvalutandone la parola); la pubblicità dell’intimità e le confessioni da tv-verità; la moda dell’umanitario e della carità mediatica; l’accento costante su problemi sessuali, riproduttivi e sanitari; l’ossessione di apparire e piacere e della cura di sé (ma anche il ridurre il corteggiamento maschile a manipolazione e molestie); la femminilizzazione di certe professioni (insegnanti, magistrati, psicologi, operatori sociali); l’importanza dei lavori nella comunicazione e nei servizi, la diffusione di forme tondeggianti nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro); la voga dell’ideologia vittimista; la moltiplicazione dei consulenti familiari; lo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà; la nuova concezione della giustizia che la rende non più mezzo per giudicare equamente, ma per risarcire il dolore delle vittime (onde «elaborino il lutto» e «si rifacciano una vita»); la moda ecologica e delle «medicine alternative»; la generalizzazione dei valori del mercato; la deificazione della coppia e dei suoi problemi; il gusto per la «trasparenza» e per il «mischiarsi», senza dimenticare i telefonini come surrogato del cordone ombelicale; infine la globalizzazione stessa, che tende a instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).
    Non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ma ormai essa provoca l’eccesso opposto. Oltre a significare perdita di virilità, porta a cancellare simbolicamente il ruolo del Padre e a rendere i ruoli sociali maschili indistinti da quelli femminili. La generalizzazione del salariato e l’evoluzione della società industriale fanno si' che oggi agli uomini manchi il tempo per i figli. A poco a poco, il padre s’è ridotto al ruolo economico e amministrativo. Trasformato in «papà», si muta in semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore di volontà materne, mezzo assistente sociale e mezzo attendente che aiuta in cucina, cambia i pannolini e spinge il carrello della spesa.
    Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime innanzitutto il mondo di affetti e bisogni, il padre ha il compito di tagliare il legame fra madre e figlio. Figura terza, che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica, permettendone l’innesto socio-storico, ponendolo in un mondo e in una durata, assicura «la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere» (Philippe Forget). Ponte tra sfera familiare privata e sfera pubblica, limite del desiderio davanti alla Legge, si rivela indispensabile per costruire il Sé. Ma oggi i padri tendono a divenire «madri qualsiasi». «Anche loro vogliono essere latori dell’Amore e non solo della Legge» (Eric Zemmour). Senza padre, pero', il figlio stenta ad accedere al mondo simbolico. Cercando un benessere immediato che non si misuri con la Legge, trova con naturalezza un modo d’essere nella dipendenza dalla merce.
    Altra caratteristica della modernità tardiva è che la funzione maschile e quella femminile sono indistinte. I genitori diventano soggetti fluttuanti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’interferenza dei punti di riferimento. I sessi, in realtà, sono complementar-antagonisti: s’attirano combattendosi. L’indifferenziazione sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni.
    Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che s’osservano anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava spesso l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Oggi, nei Paesi occidentali, la patologia più comune sembra essere un narcisismo diffuso, che si traduce nell’infantilizzare chi ne è colpito, in un’esistenza da immaturi, in un’ansia orientata alla depressione. Ogni individuo si crede oggetto e fine di tutto; la ricerca dello stesso prevale sul senso della differenza sessuale; il rapporto col tempo si limita all’immediato. Il narcisismo genera un fantasma d’auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, dove passato e futuro sono parimenti appiattiti su un perpetuo presente e dove ognuno si pensa come oggetto di desiderio e pretende di sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Società senza «padri», società senza «ripari»!
    La femminilizzazione delle élites - Alain de Benoist - EreticaMente - EreticaMente

    Detransitioner, la nemesi del politicamente corretto
    Rodolfo Casadei
    Stiamo esagerando con gli interventi di transizione su bambini e teenager affetti da disforia di genere, stiamo passando dal pregiudizio contro i transessuali al pregiudizio contro chi mette in guardia da un ricorso frettoloso a bloccanti della pubertà, terapie ormonali, interventi chirurgici. È questo l’allarme lanciato da una corposa inchiesta sui minorenni transgender che appare sul numero di luglio/agosto della prestigiosa rivista culturale di Boston The Atlantic. La penna di Jesse Singal conduce il lettore alla scoperta dei “detransitioner” e dei “desister”, giovani uomini e donne (nell’inchiesta soprattutto donne) che hanno fatto marcia indietro dopo essersi avventurati sul terreno dei trattamenti farmacologici e chirurgici nel primo caso, dopo avere richiesto questi trattamenti senza ottenerli a motivo della loro età precoce nel secondo.
    BOOM DI TRANSESSUALI. I numeri più recenti indicano un aumento esponenziale delle persone che negli Stati Uniti si identificano come transessuali: secondo il William Institute della Ucla School of Law, nel giugno 2016 si dichiaravano transgender 1 milione e 400 mila adulti, ai quali andavano aggiunti (dato riferito al 2017) 150 mila adolescenti fra i 13 e i 17 anni. Questo significherebbe un raddoppio del numero dei transgender americani in soli 10 anni. Le liste di attesa nelle 40 cliniche che trattano questo genere di problemi toccano i 5 mesi. Tale boom provoca interrogativi e perplessità, anche perché si accompagna al fenomeno dei detransitioner, che almeno negli Usa non è stato ancora quantificato, ma che sta evidentemente prendendo piede.
    «SPINTI ALL’INTERVENTO DAI MEDICI». «Per molti dei giovani esaminati dai primi studi, gli interventi a favore della transizione – sociali per i bambini, fisici per adolescenti e giovani adulti – sembrano avere molto alleviato la disforia», spiega Singal. «Ma questa non è la risposta per tutti. Alcuni bambini sono disforici sin dalla più tenera età, ma col passar del tempo giungono a trovarsi a proprio agio col proprio corpo. Alcuni sviluppano la disforia al momento della pubertà, ma la loro sofferenza è temporanea. Altri finiscono per identificarsi come non-binari, cioè né maschi né femmine. Ignorare la diversità di queste esperienze e concentrarsi solo su coloro che sono effettivamente “nati nel corpo sbagliato” può fare danni. Questa è l’argomentazione di un piccolo ma assertivo gruppo di uomini e donne che hanno attuato la transizione, solo per tornare poi al sesso assegnato.
    Molti di questi cosiddetti “detransitioner” sostengono che la loro disforia era causata non da una profonda non corrispondenza fra la loro identità di genere e il loro corpo, ma piuttosto da problemi di salute mentale, traumi psicologici, ambienti misogini o combinazioni di questi e altri fattori. Dicono di essere stati spinti verso interventi con ormoni o chirurgia dalla pressione dei coetanei o da medici che hanno trascurato altre potenziali spiegazioni del loro disturbo». E questo nonostante gli “Standard di cura” dell’Associazione professionale mondiale per la salute dei Transgender (Wpath) prescrivano che «prima di prendere in considerazione interventi di natura fisica per gli adolescenti, dovrebbe essere intrapresa un’estesa esplorazione delle questioni psicologiche, familiari e sociali».
    «SONO UNA DONNA PIENA DI CICATRICI E DI INCUBI». L’inchiesta racconta alcuni casi, come quello di Max Robinson, una donna di 22 anni che a 16 anni ricevette il primo trattamento a base di ormoni maschili e a 17 una doppia mastectomia (rimozione dei seni), e che oggi dopo un percorso di de-transizione è tornata a identificarsi come donna; o quella di Cari Stella, una donna di 24 anni che a 15 anni iniziò la transizione sociale (abbigliamento, abitudini e uso di pronomi maschili), a 17 anni passò agli ormoni maschili, a 20 si fece fare una doppia mastectomia, e a 22 ha compiuto la de-transizione per tornare ad essere donna. Di sé dice: «Sono una donna in carne ed ossa, col petto coperto di cicatrici, la voce roca e che ha incubi alle 5 del mattino perché da piccola non potevo sopportare l’idea di crescere e diventare una donna».
    Max Robinson racconta di essere stata diagnosticata depressa e affetta da disordine ansioso generalizzato a 14 anni, ma che per le sue insistenze lo psicoterapeuta la mandò dall’endocrinologo per accedere agli ormoni della transizione. Costui si mostrò scettico sulla transessualità di Max, ma per le sue insistenze e per la prescrizione dello psicoterapeuta cedette. A soli 17 anni, nonostante evidenti problemi di salute mentale, la Robinson ebbe la duplice mastectomia che cercava perché i genitori erano pienamente d’accordo. L’effetto psicologico positivo durò pochissimo. «Fra le direttive del Wpath e la realtà delle cure somministrate a chi manifesta disforia di genere c’è una grandissima distanza», commenta Carey Callahan, una detransitioner che ha creato una rete di supporto che tiene i contatti con 370 detransitioner donne.
    BAMBINI TRATTATI COME ADULTI. Un certo numero di operatori che da anni si occupano delle persone affette da disforia di genere manifestano le stesse preoccupazioni dei detransitioner. È il caso della psicologa Laura Edwards-Leeper, pioniera negli Stati Uniti niente meno che dell’uso dei farmaci bloccanti della pubertà. Un’operatrice non accusabile di essere contraria per ragioni di principio alle transizioni sessuali. «Avevo previsto questa deriva anni fa», spiega la Edwards-Leeper, «perché ci sono tanti giovani ai quali vengono offerti servizi con una scarsa, o addirittura assente, valutazione della salute mentale. Dieci anni fa bisognava costantemente giustificare la prescrizione di farmaci bloccanti della pubertà, la gente ci considerava folli e dicevano che una valutazione basata su una visita di quattro ore non era sufficiente per decidere interventi del genere. Oggi le domande che mi fanno sono: “Perché sottoponi le persone alla tua valutazione?” “Cosa c’entra la salute mentale?”. Soprattutto dicono: “Dovremmo ascoltare quello che i bambini e gli adolescenti ci dicono e trattarli come adulti”». La Edwards-Leeper viene attaccata da altri terapisti fautori di una forma radicale di “affirming care”, cioè di un trattamento della transessualità di bambini e adolescenti basato sull’accettazione pura e semplice delle loro richieste. Le accurate valutazioni della salute mentale vengono giudicate “traumatizzanti” e alcuni si spingono a definire “scienza spazzatura” gli studi sulla de-transition, benché il fenomeno sia realissimo.
    LE PRESSIONI DEI GENITORI. Dell’eccesso di trattamenti per la transizione sono responsabili sempre più anche i genitori dei minorenni con disforia di genere: in passato rappresentavano l’elemento frenante e “negazionista”, oggi invece pretendono azioni immediate. Scrive Singal: «I genitori di mentalità progressista possono talvolta essere un problema per i loro bambini. Molti degli operatori con cui ho parlato, compresi Nate Sharon, Laura Edwards-Leeper e Scott Leibowitz, mi hanno raccontato dell’arrivo di nuovi pazienti nelle loro cliniche insieme a genitori che avevano già sviluppato dettagliati piani per la loro transizione. “Ho avuto pazienti i cui genitori facevano pressione su di me perché li convincessi a cominciare ad assumere ormoni”, mi ha detto Sharon».
    “CONTAGIO SOCIALE”. Altro tema delicato che l’articolo di The Atlantic affronta è quello del cosiddetto “contagio sociale”: il crescente numero di richieste di trattamenti di transizione da parte di adolescenti dipenderebbe dall’ambiente che frequentano e dall’influenza dei social media e non da vera disforia di genere. Molti avvocati della causa transessuale trovano stupida e offensiva l’idea del “contagio sociale”, alla luce delle realtà di emarginazione e di bullismo di cui i transessuali sono spesso vittime. Ma evidenze aneddotiche che il fattore sociale ha un ruolo nel seminare il dubbio sulla propria identità sessuale negli adolescenti non mancano.
    Singal racconta il caso di Delta, una 17enne di Portland. «Nel 2013 un’ondata di sperimentazione sulla propria identità di genere investì la compagnia che lei frequentava: improvvisamente nessuno più si riconosceva nel sesso assegnato alla nascita. Delta, allora 13enne, annunciò ai genitori prima che era una non-binaria, poi che era una trans. Chiese di avere accesso al testosterone. I genitori reagirono con scetticismo perché consapevoli dell’influenza del gruppo che la ragazza frequentava e perché costei mostrava sintomi di ansia e depressione. Ma quando sua madre Jenny cercò informazioni si ritrovò in un gruppo online di genitori che le dissero che se si mostrava recalcitrante rispetto alla transizione della figlia, la esponeva a grandi pericoli. “Ogni manifestazione di dubbi provocava reazioni contro di me”, dice Jenny».
    DELTA AVEVA SOLO PROBLEMI MENTALI. «I genitori di Delta decidono di portarla dalla dottoressa Edwards-Leeper. La psicologa non mette in dubbio quello che la ragazza dice sulla propria identità di trans, né chiude la porta all’eventuale ricorso agli ormoni, ma le chiede di aspettare prima di imboccare la strada della transizione e di affrontare prima i suoi problemi psicologici. Ai genitori dice che anche se Delta rientrava nella soglia clinica per la disforia di genere, aveva più senso prima occuparsi dei suoi problemi di salute mentale. Delta cominciò ad assumere antidepressivi, e poco dopo la disforia di genere scomparve. “In occasione della visita non ero stata felice che la psicologa mi avesse detto che prima dovevo affrontare le mie fisse mentali”, mi dice Delta, “ma oggi sono contenta che me l’abbia detto, perché troppa gente agisce in modo frettoloso e finisce per fare errori che poi non è più in grado di riparare”. Ho chiesto a Delta se pensava che i suoi problemi di salute mentale e di dubbi sulla propria identità di genere fossero legati. “Lo erano sicuramente”, mi ha detto. “ Perché quando ho cominciato a lavorare sui miei problemi mi sono sentita meglio e non ho voluto più avere a che fare con la questione delle etichette di genere. Stavo bene essendo semplicemente me stessa e non una specifica cosa”».
    https://www.tempi.it/detransitioner-...o#.W14Wx9Izbhk

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    “Il gay Mario Mieli così parlava di pedofilia…”. La bomba di Silvana De Mari in tv
    La psicoterapeuta e scrittrice di romanzi fantasy Silvana De Mari ha fatto saltare sulla sedia Lilli Gruber durante la puntata di lunedì sera di Otto e mezzo su La7. La De Mari, invitata per parlare di violenza del linguaggio in politica e sui social, ha condannato la dittatura del politicamente corretto e il suo esempio, relativo al circolo Mario Mieli di Roma, ha letteralmente stravolto la scaletta del talk show.
    Silvana De Mari è nota per la sua tesi secondo cui l’omosessualità è una malattia psicologica ma non ha parlato di questo nel salotto della Gruber. Riferendosi all’impossibilità di manifestare liberamente le proprie opinioni che è uno dei tratti violenti delle società nelle quali impera il “pensiero unico” ha detto che esiste a Roma un circolo gay ispirato a una figura di intellettuale, Mario Mieli, appunto, morto suicida a 31 anni, il quale era “attratto dall’erotismo dei bambini”. La De Mari ha riportato citazioni testuali da un libro di Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale. Ha inoltre ricordato che nel corso dei suoi spettacoli Mario Mieli, che costruiva il suo personaggio sulle provocazioni, mangiava i suoi escrementi e quelli del suo cane per dimostrare che l’amore deve essere libero di manifestarsi in tutte le sue forme, e tra queste forme appunto erano incluse pedofilia e necrofilia.
    "Il gay Mario Mieli così parlava di pedofilia...". La bomba di Silvana De Mari in tv (video) - Secolo d'Italia



    INFANZIA VIOLATA
    Bambini costretti a scrivere lettere d'amore gay in una scuola inglese
    In una scuola elementare di Warrington, in Inghilterra, la maestra ha chiesto agli alunni di immedesimarsi in una fiaba dove il principe Henry si innamora di un suo servo, Thomas. I piccoli dovevano fingere di essere Henry che scriveva una lettera di amore a Thomas.
    Ai microfoni di Bbc Radio Manchester la maestra ha, con grande soddisfazione, così giustificato il compito: ”In tal modo accettano la diversità che esiste nel mondo e che incontreranno tutti i giorni”.
    Un classico esempio di violenza psicologica sui minori e di indottrinamento coatto.
    Bambini costretti a scrivere lettere d'amore gay in una scuola inglese - La Nuova Bussola Quotidiana

    Chanel lancia il trucco per gli uomini
    Ci hanno messo fin troppo: ecco Chanel che produce il trucco per lui, che cosi' sarà sempre bellissimo, profumatissimo, depilatissimo, felicissimo, fashionissimo… Nell’opera di femminilizzazione dell’uomo (corrispondente al machismo femminile), pensavamo che la cosmesi per lui sarebbe arrivata certamente prima. Invece, chissà perché, solo oggi vediamo queste produzioni commerciali invadere il mercato: si avvicinano gli acquisti natalizi e chissà quanti omuncoli saranno felici di ricevere un mascara o un fondotinta Chanel.
    L’uomo è morto. E ora lo dipingono come una bambola.
    (www.repubblica.it) – 27/09/2018 – Chanel lancia Boy, la prima linea di make up maschile. Seguendo il trend che nasce dal rock, passa da Hollywood e arriva fino a YouTube.
    Da David Bowie a Damiano dei Maneskin: sono tantissimi gli esempi di cantanti di ieri e di oggi che amano truccarsi giocando con un look ambiguo. A loro e a tanti giovani della Generazione Z, che ha superato ogni confine di genere anche nel make up (con YouTube che vanta centinaia di tutorial maschili), Chanel dedica la prima linea di trucco maschile di alta gamma. Una rivoluzione estetica che sdogana il trucco per gli uomini.
    I primi segnali si erano avuti tempo fa, in particolare nel 2013 quando le stime economiche hanno evidenziato un dato: gli uomini hanno speso di più in prodotti di bellezza. Nel 2018 l’ulteriore passo avanti: in Corea sempre gli uomini, per primi, hanno sdoganato il make up ma soprattutto l’idea che truccarsi serva a migliorare e a stare bene con se stessi. Una sorta di self confidence partita da YouTube, con tutorial di make up al maschile e che ha “contagiato” i maschi senza distinzioni particolari. Un trend colto al volo da un brand come Chanel che proprio dalla Corea del Sud lancerà a settembre la sua prima linea di make up tutta al maschile, Boy de Chanel, per poi proporla da novembre sul suo sito e da gennaio 2109 in tutte le sue boutique.
    Una linea ispirata a quel Boy Capel che Gabrielle Chanel amo' per tutta la vita. E un lancio importante che non solo racchiude la visione dell’universo della Maison, ovvero che “la bellezza non è una questione di genere, ma di stile”, ma che sottolinea una volta di più e con forza quanto il trucco per l’uomo stia acquistando forza e importanza, per il messaggio che l’accompagna: non essere altro che se stessi, liberarsi delle convenzioni e reinventare le regole, perché “essere unici è più interessante che essere perfetti”.
    Una lezione di stile che arriva da lontano, in verità, perché già rockstar del calibro di David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Mick Jagger e Keith Richards, solo per citarne alcuni, negli anni ’60/70 utilizzarono il make up per definire meglio la propria personalità e, meglio ancora, la propria estetica, quel misto di glam e boho che accompagnava a camicie con volant e giacche e pantaloni in velluto, accessori e gioielli ridondanti e soprattutto eyeliner e mascara, nonché rossetti in grado di sottolineare la loro aria “maledetta” e, paradossalmente, la loro mascolinità. Una lezione messa a punto ancor più negli anni ’80, quando Brian Ferry lancio' quello stile glam, evoluzione a sua volta del trasformismo estetico e cromatico di Ziggy Stardust, alias David Bowie, che influenzo' innumerevoli musicisti negli anni ’80, dai Duran Duran agli Spandau Ballet, fino a quel Boy George che proprio del trucco fece la sua cifra di stile.
    Negli ultimi anni ci hanno riprovato attori del calibro di Jared Leto o Johnny Depp, che difficilmente rinuncia ad eyeliner e mascara e che per interpretare il personaggio di Jack Sparrow si è ispirato proprio a Keith Richards (che ancora oggi, a 70 anni e passa, calca il palcoscenico truccato) e cantanti come Billie Joe dei Green Day che riecheggia Robert Smith, il truccatissimo leader dei The Cure, fino al frontman dei Maneskin, quel Damiano che, truccato di tutto punto, non solo matita nera, eyeliner e mascara, ma anche fard e gloss, ha partecipato a X Factor, la scorsa stagione.
    Mettendo in luce sempre di più un fenomeno fino ad allora latente, del quale parlavano statistiche e ricerche ed esploso poi negli ultimi mesi in tutta la sua potenza, come mostra il lancio di Chanel: la generazione Z non conosce regole e confini di genere, anche per quanto riguarda la bellezza, che vede i ragazzi truccarsi come e forse più delle ragazze, dando vita perfino a un neologismo, “manscara”, per parlare del mascara che utilizza lui e non più solo lei.
    http://www.azionetradizionale.com/20...er-gli-uomini/

    Mobilitazione generale contro la pornografia –
    Claudio Forti
    Articolo di François Billot de Lochner – Da Liberté politique
    Noi lo sappiamo, il combattimento contro lo tsunami pornografico non è una scelta, una possibilità, una azione qualsiasi da intraprendere, si tratta di un combattimento prioritario, fondamentale: la debordante pornografia rivela, in effetti, un progetto di distruzione completa della persona, della famiglia e dell’intera società.
    Come lottare? Che discorsi potremo fare in casa, a scuola e nei dibattiti pubblici di fronte a questo fuoco? Gli esperti che interverranno nel corso di quelle assise, risponderanno a tutte queste domande. Vi attendiamo numerosi. Contiamo sulla vostra mobilitazione. Non attardatevi nel fare la vostra iscrizione. E se non potete venire, vi ringraziamo se potete far circolare questa informazione!
    La pornografia ha raggiunto attualmente delle proporzioni assolutamente drammatiche nel mondo intero, ma anche, ahi me, in particolare in Francia. Dal punto di vista politico vediamo che un ministro, Marlène Schiappa, ha deciso di spalleggiare il ministro dell’Educazione Nazionale, perché sia promossa nelle scuole fin dai primi anni quella che viene chiamata “educazione sessuale”, ma che non è assolutamente un’educazione sessuale, si tratta di un’educazione alla perversità, a tutte le perversità.
    La ministra Marlène. – Noi vogliamo a tutti i costi dare una educazione alla vita affettiva e sessuale. Prima di tutto devo dire che non è una novità, perché si tratta di adempiere a una legge approvata nel 2001 dalla Repubblica Francese, solo che non era applicata, o lo era poco. Abbiamo deciso, assieme al Ministro dell’Educazione Nazionale Jean Michel Blancard, di fare applicare questa legge. Questa legge prevede tre sessioni di educazione alla vita affettiva e sessuale, adattate alla fascia d’età di ogni classe, partendo dalle scuole elementari fino alle superiori.
    François Billot. – Bisogna dire che Marlène Schiappa sa di che cosa parla, perché tutti sappiamo che è una autrice di libri pornografici. E puo' essere che proprio per questo motivo il signor Macron l’abbia scelta come ministro. Noi dobbiamo percio' lottare contro un vero tsunami pornografico, e, come sapete, da più di 10 anni abbiamo messo in atto tutta una serie di azioni per cercare di contrastare questa spaventosa onda che nel suo passaggio ha distrutto tutto, sia sul piano morale che dei valori, non solo nella gioventù, ma anche in altre fasce d’età.
    In questi giorni avremo due avvenimenti importanti. Durante l’estate abbiamo creato l’associazione “Stop al porno”, che ha per scopo quello di mettere in atto una lotta frontale, a tutti i livelli, contro la pornografia, per proteggere tutti i cittadini. Per questo il 6 ottobre prossimo, nel VI Arrondissement (distretto) di Parigi, organizzeremo degli incontri con dei famosi esperti per mettere in atto una lotta contro la pornografia. In quel pomeriggio i vari esperti ci daranno delle spiegazioni e delle chiavi che ci permetteranno di comprendere perché la pornografia fa tutti questi danni. Per questo vi invito a venire a questo importante appuntamento. Saremo radunati in un grande anfiteatro, che abbiamo prenotato. Gli esperti sono di ottima qualità e i loro insegnamenti molto ricchi.
    Oggi, se non lottiamo contro la pornografia, che è una sfida mondiale, commettiamo una grave omissione e un gravissimo peccato. Per questo conto su di voi, perché ci appoggiate in tutte le azioni che metteremo in atto per combattere questo vero e proprio tsunami.
    (Non so se in Italia ci sia la stessa consapevolezza e una organizzazione simile per contrastare questo tremendo fenomeno corruttivo. Ndt).
    Fonte: Mobilisation générale contre la pornographie - Editorial - Actualité - Liberté Politique
    (Completo lo scritto traducendo parte newsletter inviata il giorno successivo da Liberté politique.
    Cari amici,
    «Si assoggetta più facilmente un popolo con la pornografia che con il suo controllo». Questa citazione di Alexander Solženicyn è più che mai di attualità:
    Oggi 1 sito internet su 3 propone dei contenuti pornografici, causando un totale asservimento di massa e un mezzo di manipolazione degno delle più grandi dittature.
    La pornografia non risparmia nessuno: bambini, adulti anziani, celibi e coppie. E'un’onda distruttrice che spezza le famiglie. In più della meta dei divorzi la donna si lamenta della porno-dipendenza del proprio marito, che assume in sé un’immagine degradante della donna, assoggettamento, super-consumo…
    Finirà la pornografia col distruggere la nostra società? Possiamo ancora sperare nell’avvenire dell’umanità?
    Mobilitazione generale contro la pornografia ? | Libertà e Persona

  6. #256
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    La crisi dei valori spiegata con la crisi dell’antiquariato
    I giovani, anche se benestanti, non pensano più a costruire famiglie e ad ampliare patrimoni da lasciare agli eredi ma preferiscono consumare come se non ci fosse un domani
    Camillo Langone
    “Adesso sono tutti finocchi”: un vecchio antiquario mi spiega la crisi dell’antiquariato, e degli altri beni multigenerazionali, evocando cause valoriali anziché economiche, parlando di potenziali clienti profondamente cambiati. “Non devono più regalare l’anello alla fidanzata”. Mi racconta che i gioiellieri di New York sono in crisi nera e forse definitiva perché i giovani, anche se benestanti, non pensano più a costruire famiglie e ad ampliare patrimoni da lasciare agli eredi ma preferiscono consumare come se non ci fosse un domani. Che in effetti, grazie a questo comportamento, non ci sarà. Secondo il mio interlocutore parte da qui anche il disinteresse verso l’arte antica: non ci si lasci impressionare dai record, per un Leonardo battuto a 450 milioni di dollari ci sono mille quadri coevi che rimangono invenduti, sebbene offerti a prezzi mai cosi' bassi.
    Mi verso un altro bicchiere di Fortana (siamo a tavola nel Ferrarese) per attutire l’effetto di parole cosi' sconfortanti. E mi riprometto di chiedere a Sant’Agostino la forza di perseverare nel culto deriso della durata, di continuare a condividere il suo pensiero sull’argomento perché davvero “cio' che finisce è troppo breve”, davvero il presente, per quanto mi interessi e a volte perfino mi appassioni, non basta al mio cuore.
    https://www.ilfoglio.it/preghiera/20...ariato-218655/

    L’ideologia del godimento: la pornografia distruttrice delle libertà personali
    Di Francesca Masin
    E'la pornografia la causa della rovina delle coppie? Sono i video a sfondo sessuale perversi gratuiti a destabilizzare i rapporti umani tra le persone? Si e lo spiega Fabrizio Fratus che nel saggio ‘’L’ideologia del godimento’’ descrive l’impatto che la pornografia ha sulla nostra società, società che, tramite gli strumenti tecnologici, massifica l’offerta della stimolazione erotica a discapito di una sessualità naturale e spontanea.
    In particolare Fratus analizza attentamente il nuovo modo di vivere la sessualità nel matrimonio, chiarisce il rapporto che hanno le donne e gli omosessuali con il porno, ma fa osservazioni anche sui nuovi stimoli che vengono proposti ai ragazzi (e ragazzini). Ne conviene che, negli ultimi anni, c’è stato un impressionante aumento percentuale di persone (uomini, donne e ragazzi) che sono completamente assuefatti dalla pornografia, espressa in tutte le sue forme, anche quelle più singolari.
    ‘’L’ideologia del godimento. Pornografia e potere nella società delle immagini’’ è un saggio pubblicato dal Circolo Proudhon e, dal 2015 ad oggi, è giunto alla terza ristampa. Tratta un tema molto delicato, quello della pornografia, che è alquanto sottovalutato e lasciato ai margini. E'diviso in due sezioni curate dal saggista Fabrizio Fratus, che si è occupato della parte sociologica-politica, e dal rinomato psichiatra fiorentino Paolo Cioni, che si è invece dedicato all’aspetto psichiatrico.
    Il tema centrale di questo saggio è la pornografia in quanto distruttrice di libertà personali: siamo di fronte alla lussuria becera e incontrollata che distrugge i rapporti umani favorendo, al contrario, l’individualismo. Single o sposati, senza distinzione, sono portati in una sorta di baratro dal quale è molto difficile scappare, infatti si manifesta l’allontanamento progressivo dai rapporti significativi con i famigliari. Alla persona in carne ed ossa (uomo o donna che sia) viene preferito il soddisfacimento immediato del piacere: da questo aspetto si sviluppa anche il conseguente calo della natalità e il tradimento nei matrimoni.
    Il processo che porta all’allontanamento è inconsapevole, ma drammatico: chi ‘’fa uso’’ di porno non riesce più a distinguere la realtà dalla recitazione pornografica perché è iper-stimolato. Con le parole di Fratus: ‘’A ogni impulso la mente, come il corpo, si adatta rapidamente e cio' comporta che quanto prima era stimolante, interessante, emozionante, stuzzicante diviene normale, non provoca più nessun tipo di seduzione, suscitando cosi' la necessità di trovare subito un sostituto più forte. L’uso della pornografia e il suo eccesso, quasi sempre automatico, provocano modificazioni al cervello: le immagini sono pensate per sovra-stimolare la mente, cercando di aumentare in continuazione il bisogno’’.
    Questo aspetto è sottolineato anche dal Professor Cioni che, nella seconda parte del saggio, spiega scientificamente che il porno modifica l’assetto celebrale: dopo aver fatto sesso il cervello produce dopamina, cioè una sorta di ricompensa, ma ‘’ attivare i centri del piacere sempre con lo stesso stimolo (per esempio lo stesso partner) induce un rilascio via via minore di dopamina. Per ripristinare livelli più alti è necessario cambiare lo stimolo’’. La pornografia è molto abile anche in questo perché moltiplica a dismisura gli stimoli, sovrastimolando anche la dopamina, ma noi – conclude Cioni – non siamo fatti per la continua ricerca del piacere.
    Con il porno tutto è esplicito e niente è lasciato all’immaginazione, dunque il piacere che ne conviene è solamente fisico e immediato. E'per questo che la pornografia non ha nulla a che vedere con l’erotismo che, invece, è stimolante, fantasioso e dunque aiuta la coppia nei momenti di intimità ed è vero un trasporto di emozioni.
    Un saggio che dà una chiave di lettura molto particolare e interessante sul mondo di oggi e getta il focus sui veri problemi derivati dall’adorazione del non-limite e dell’immediato.
    https://secolo-trentino.com/cultura/...rta-personali/

    Il divorzio è la fabbrica degli omosessuali (e i “cattolici” gli rifanno il trucco)
    Sulla questione del divorzio – recentemente risalita agli onori delle cronache politiche grazie allo zelantissimo senatore Pillon – una cosa fondamentale non è stata detta da nessuno: che il divorzio è il principale generatore di omosessuali nella società occidentale.
    Negli anni in cui ancora si poteva dire, la letteratura psicanalitica – Freud, il suo allievo Lacan, Melanie Klein, Adler – considerava come l’assenza del padre, o la sua debolezza all’interno degli equilibri familiari, fosse una costante nella vita degli omosessuali.
    Joseph Nicolosi, pace all’anima sua, perfezionò la teoria, definendo l’omosessualità un problema dello sviluppo, quasi sempre il risultato di rapporti familiari problematici, in particolare tra padre e figlio. La capacità del padre di suscitare nel figlio l’identificazione maschile dipende – per Nicolosi – sia dalla autorevolezza del primo all’interno dell’ambiente domestico, sia dalla sua disponibilità ad incoraggiare amorevolmente l’autonomia del figlio. Autorità e amore costituirebbero propriamente il cosiddetto “carisma” del padre e l’omosessualità non sarebbe che il sintomo di un fallimento di tale processo d’iniziazione.
    Anche molti normosessuali (per contrapposizione definiti “etero” nell’orizzonte omo-sessuo-centrico) hanno avuto un cattivo rapporto il proprio padre, è vero, ma per gli omosessuali il rifiuto del padre come modello è una vera e propria costante.
    In questo senso, il problema dell’omosessualità è un problema tipicamente maschile. La sigla LGBTQI… altro non è che la foglia di fico multistrato dietro la quale si nascondono le vergogna dei sodomiti, che usano tutte le altre categorie dell’acronimo (peraltro disprezzate ad intra), per fare massa e mistificare così il loro vero obiettivo, che è per l’appunto la guerra al padre. Lucifero del resto, a pensarci bene, i suoi problemi li ha avuti con il Padre…
    La teoria riparativa di Nicolosi si fonda infatti proprio sulla ricostruzione del fallito rapporto del figlio con il padre, perché l’angoscia primaria scaturita dalla mancata interiorizzazione di una figura di riferimento maschile spinge l’omosessuale, paradossalmente, a volerla possedere e consumare ogniqualvolta questa gli si ripresenti sotto diverse spoglie, in un processo di predazione del maschio che passa attraverso una sessualità tanto vorace quanto violenta.
    1970: INIZIA LA DISINTEGRAZIONE DEL MASCHIO ITALIANO Se l’assenza o debolezza paterna è suo presupposto fondamentale, ecco perché è possibile individuare una causa strutturale dell’incremento del fenomeno dell’omosessualità in Italia, e quindi una sua precisa localizzazione storica: l’approvazione, nel 1970, della legge sul divorzio (n. 898).
    Questa legge ha via via normalizzato la disintegrazione familiare – sostituendo all’istituto del matrimonio (vincolo per sua essenza indissolubile) con la sua controfigura ad tempus – e ha prodotto negli anni una quantità infinita di figli senza padre, o con una paternità posticcia. I democristiani, quella volta, allestirono per via normativa una fucina di generazioni di bambini feriti perché abbandonati e quindi avviati sulla strada dell’omosessualità alla ricerca cannibalica della figura paterna. Intanto, tutto attorno, la sapiente azione di propaganda ideata e pilotata da una potentissima regia sovranazionale contribuiva, con la diffusione mediatica delle idee libertarie e nichiliste, a creare l’humus “culturale” favorevole all’attecchimento della morale familiare e sessuale contro-natura.
    Fanfani, in campagna elettorale pre-referendaria, arringò la folla con preveggenza chissà quanto consapevole: «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!». Era una provocazione, la sua, e come tale fu recepita. Nemmeno Fanfani, pure figura tutto sommato solida nel magma diabolico democristiano, aveva capito appieno lo straordinario realismo della sua boutade: quanto, cioè, generazioni cresciute con madri single e padri assenti avrebbero prodotto in serie torme di giovanotti svirilizzati o di esibizionisti da gay pride. Il tipico cinismo democristiano gli impediva di credere all’esistenza insopprimibile di un piano divino ordinato secondo la legge della creazione e, quindi, anche del suo esatto contrario, ovvero un piano diabolico di dissoluzione dell’ordine naturale e della società umana.
    DAL PADRE TERRENO AL PADRE CELESTE: L’INVERSIONE DELLA TRINITÀ Non è un caso che la dimensione virile, guerriera ed eroica della vera fede cristiana, nel tempo buio del moderatismo obbligatorio abbia ceduto il passo all’irenismo effemminato e sentimentale della sua imitazione pacifista, schitarrante ed ecumenica.
    Viviamo in una società che non sa più chi è il padre, ne ha persino perduto il ricordo, da che la sua figura è stata progressivamente demolita grazie all’inesausto impegno degli uomini nuovi, interpreti della missione di ucciderlo. Ma, perduto il senso della paternità terrena, svanisce anche il senso della Paternità Divina. È stato Gesù Cristo a insegnarci a chiamare Dio con il nome di Padre, un nome sconosciuto per il Dio dell’Antico Testamento. Il Padre, che precede il Figlio e lo Spirito Santo nella gerarchia della Trinità divina resa evidente nel segno della Croce – Amerio dixit –, incarna il logos, il Verbo, la legge, la verità, la ragione, l’autorità, da cui deve discendere l’azione, come il vissuto deve procedere dal pensato, e la volontà dalla verità. Se l’uomo agisce avendo a motore non il pensiero retto, bensì il sentimento, le passioni, le emozioni, gli istinti, e abbandona ogni base razionale su cui misurare la bontà del proprio agire, imbocca la via maestra che lo conduce dritto all’autodistruzione. L’inversione dell’ordine della Trinità presenta tuttavia il grande vantaggio, per l’uomo, di potersi credere onnipotente, arbitro del bene e del male e misura del proprio comportamento morale. Senza capire che nulla può trascinarlo nei gorghi della alienazione quanto la malìa di una illimitata libertà – altrimenti detta autodeterminazione – esercitata nella famiglia, nella politica, nell’etica, nella dottrina o nella liturgia.
    IL DISEGNO DIABOLICO: DAL DIVORZIO ALLA PROVETTA Da Fanfani in poi, nessuno, neppure nella “bioetica” più lamentosa, ha compreso che non si tratta soltanto di un piano inclinato, ma di un progetto intelligente.
    Il divorzio produce omosessuali. Gli omosessuali si accompagnano tra loro in combinazioni cangianti e pretendono, a suggello del loro amore, di celebrare delle parodie nuziali. Il fac-simile di famiglia monosessuale che ne discende esige, sempre per amore, dei cuccioli d’uomo, ottenibili solo tramite la biotecnologia riprogenetica liberalizzata in Italia dalla legge 40 (anch’essa legge democristiana). Gli esseri umani sintetici che fanno da corredo alla coppia invertita, completando così il grottesco quadretto parafamiliare, sono i sopravvissuti nel gran numero di embrioni fabbricati in provetta per assecondare le voglie malsane di adulti squilibrati e irresponsabili; embrioni destinati per la maggior parte al bidone dei rifiuti speciali, al congelatore a tempo indeterminato o agli esperimenti dei piccoli Frankenstein in camice bianco. La legge 194 (altra legge democristiana) assicura la copertura “giuridica” alla strage, tutto in regola: i registi del piano criminale si erano precostituiti per bene le condizioni per arrivare sani e salvi al traguardo. Sappiamo bene chi sono questi registi, sappiamo che la falsa chiesa e i suoi tentacoli secolari hanno sempre avuto i loro emissari dentro la cabina di comando.
    Dal divorzio legale (legge 898), dunque, passando attraverso l’ecatombe di Stato degli innocenti (legge 194), arriviamo dritti ai bambini sintetici a carico del Servizio Sanitario Nazionale (legge 40): gli omosessuali figli del divorzio seriale sono oggi i volonterosi carnefici del mondo nuovo biotecnologico. Consumatori dell’industria degli umanoidi senza radici, senza morale, senza natura, senza identità. Senz’anima?
    LA PARABOLA DEL MASCHIO ADULTO: DA PADRE A “SEMI-GENITORE” Il divorzio, quindi, è una fabbrica di disagio anche sessuale per le nuove generazioni, in quanto causa principe della disintegrazione del padre e della figura paterna. Cioè, sia dell’annientamento concreto dei singoli padri in carne e ossa, sia della dissoluzione dell’immagine del padre, incarnazione della Autorità investita di un fondamentale ruolo di guida e di protezione nei confronti dei propri familiari.
    Il pater familias è stato definitivamente esautorato e, grazie al divorzio, si è trasformato nel mezzo-uomo, nel bi-genitore di Pillon, semi-adulto svirilizzato intrappolato nel limbo perenne che sta tra la fanciullezza e la maturità, dove è impresa impossibile conquistare un grado di solidità interiore sufficiente a prendere in mano le redini di una famiglia, tantomeno di una comunità. Il vuoto incolmabile lasciato dall’abdicazione paterna ha interrotto la catena di esperienza e conoscenza che, di padre in figlio, tramandava un ordine interiore ed esteriore, e ha dato spazio al mondo moderno e al suo progresso intessuto di depressione, psicosi, delinquenza, dipendenze, suicidi.
    Da quanto abbiamo detto sin qui, appare evidente che il bambino ha bisogno di trovare il suo equilibrio psichico, la sua via al normale sviluppo psico-sessuale, nella presenza di suo padre, cioè di un uomo, un “eroe” famigliare. Non li trova certo, questo equilibrio e questa identità, nella calendarizzazione della compresenza del genitore maschio in regime di “bi-genitorialità perfetta”. Con buona pace del senatore Pillon e del suo studio legale e di mediazione famigliare.
    È controintuitivo quindi che, perfino nella sua assenza, il padre può essere presente. Il bambino deve identificarsi con una figura, con una funzione, con un modello: non con un intrattenitore saltuario che se lo spupazzi, magari insieme alla nuova “compagna”.
    Quanto ciò sia vero è verificabile dall’esperienza pur traumatica degli orfani, soprattutto degli orfani di guerra. Bambini cresciuti senza padre, eppure, generalmente, meno danneggiati nell’animo dei figli dei divorziati. Perché, come si dice in polemologia (che è la sociologia della guerra), la morte del soldato è per sua natura una “morte fertile”, da cui scaturisce un bene ulteriore per la comunità. Quando ancora l’onore era un valore irrinunciabile per l’integrità della compagine sociale ciò appariva lapalissiano, prima che il matriarcato femminista, insieme al pacifismo piagnucoloso di contorno, facesse da contraccettivo alla dolorosa grazia della “morte fertile”.
    LE TIGRI DEI PINK FLOYD Nel sacrificio del proprio genitore, il bambino trova un motivo in più per identificarvisi. Tanto che, guardacaso, capita anche che scelga la sua stessa strada per calcarne le orme.
    C’è il caso del figlio appena maggiorenne del poliziotto Emanuele Petri, ucciso dagli epigoni delle BR qualche anno fa, che immediatamente dopo la morte del padre è entrato in polizia.
    Ma ci sono anche casi più contorti, eppure in qualche modo sempre lucidissimi. Come quello del fondatore di uno dei gruppi più celebrati della musica mondiale, i Pink Floyd.
    Roger Waters (classe 1943) è un orfano di guerra. Il padre era il sottotenente dell’esercito di Sua Maestà Eric Fletcher Waters, che il 18 febbraio 1944 fu tra gli inglesi travolti ad Anzio dai cingolati tedeschi. Si scopre così come la rockstar senta la costante presenza del genitore morto, al punto da incentrare sulla sua figura diverse canzoni. Tra tutte, il pezzo contenuto nel notissimo album The Wall intitolato When The Tigers Broke Free (“Quando le Tigri si liberarono”), dove le tigri sono i Panzer VI Tiger tedeschi che glielo portarono via.
    Un padre morto senza abbandonare la sua famiglia non è insomma un mezzo padre e nemmeno un bi-genitore: la sua immagine, modello nel quale il figlio è chiamato a identificarsi, è preservato integro anche oltre la morte fisica.
    La confusione arriva quando il padre è dimezzato, ridotto a demi-père.
    Un fenomeno, quello dei padri-non padri, che ha una fenomenologia tutta sua negli Stati Uniti, in quanto terra d’elezione dello sfascio famigliare e delle sue drammatiche conseguenze.
    «VORREI PICCHIARE MIO PADRE» Li chiamano “deadbeat dad”, ovvero “padri fannulloni o “padri parassiti”. Quelli che, dopo la separazione dalla famiglia, arrivano ad accettare che il loro ruolo di padre non sia più necessario e così perdono gradualmente contatto con i figli che non sentono più come propria estensione. Nel film La Guerra dei Mondi (2005), Tom Cruise fornisce una intensa interpretazione di un deadbeat dad, e tutte le sue peripezie altro non sono che il suo personale riscatto agli occhi dei figli.
    Gli USA vivono nella sindrome di abbandono più spinta, che ha aperto voragini nella vita dei cittadini americani e nel loro destino collettivo, al punto da far ritenere a qualcuno che la loro aggressività, anche militare, sia un effetto indiretto dell’instabilità diffusa dell’istituto famigliare giunta ormai al parossismo.
    Nella pellicola di cassetta Karate Kid (1985), che è in definitiva la storia di un’adozione, un ragazzino americano senza padre trova la guida – l’iniziazione – in un vecchio saggio giapponese. Ma problema del padre assente – e della violenza che genera, sia etero che autodiretta – è il tema centrale anche del film Fight Club (1999), pastiche grottesco che si avvale dell’interpretazione ribalda di Brad Pitt. Alla domanda «Chi vorresti picchiare?», il protagonista risponde «Mio padre». E continua: «Io non conosco mio padre. Insomma, lo conosco, ma se n’è andato via quando avevo sei anni. Ha sposato un’altra donna, ha avuto altri figli. Lo fa ogni sei anni: va in una nuova città e mette su una nuova famiglia». «Se sei maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio (…) E se non hai mai conosciuto tuo padre, se tuo padre prende il largo e muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio?».
    Il film è tratto da un romanzo omonimo che affrontava il tema ancora più radicalmente. L’autore del libro, Chuck Palahniuk (anch’egli abbandonato dal padre), ammise in un’intervista di aver urtato una vena scoperta che nemmeno sospettava esistesse. Successivamente ebbe modo di scoprire l’identità di fondo del suo sentire con il pensiero del poeta e saggista Robert Bly.
    Bly (la cui opera La società degli eterni adolescenti è pubblicato in Italia dagli junghiani della Edizioni Red) è forse il più grande cantore della situazione esasperata del maschio occidentale moderno, risultato del declino della paternità tradizionale e del venir meno, per i giovani, della guida naturale capace di scortarli lungo le fasi della vita che portano alla maturità.
    BI-GENITORI E SEMI-CRISTIANI Pensiamo a come la stessa cultura popolare ritrae i padri di oggi: bambinoni ingenui, sovrappeso ed emotivamente dipendenti, bevitori di birra e mangiatori di ciambelle come Homer Simpson. La metamorfosi del maschio è assimilata nel profondo dalla massa rimbambita, fino ad azzerare la voglia maschile di riscatto, oppure trasformandola nell’esplosione violenta di pulsioni a lungo represse magari soffocate in abitudini di vita alienanti e malsane (alcool, pornografia, consumismo sessuale).
    In mancanza di una sanzione sociale, i senza-padre diverranno padri deboli o assenti e trasmetteranno a loro volta questo nuovo profilo astenico in via ereditaria, pronti a diventare alla bisogna i “bi-genitori perfetti” auspicati dal geniale ddl Pillon: genitori pro quota di un umano in comproprietà, mammi surrogati a metà tempo.
    Che l’istituto del divorzio sia stato una iattura planetaria, motore della demolizione del padre e fabbrica di generazioni omeopaticamente omosessualizzate, non turba i neodemocristiani (o semi-cristiani) che affliggono la politica nostrana. Né li turba essere parte di un processo che punta al luciferino capovolgimento dell’ordine del creato.
    Un po’ per forma mentis votata al compromesso, un po’ per tornaconto personale, essi si inventano, in risposta alla legge iniqua, il correttivo della “bigenitorialità perfetta”, con annessa medico-legalizzazione delle vittime inermi date in pasto alle équipe di “esperti” delle vite altrui, così anche l’indotto è garantito e i fornitori soddisfatti.
    Cioè, invece che gridare al pericolo, invece che dire la verità, invece che cercare di arrestare questa macchina infernale, e di distruggerla, i pii politicanti in quota vescovile ci investono sopra i nostri risparmi per farle l’impianto a gas e renderla più economica, più ecologica, più “cristiana”.
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    FIGLIA DI 2 LESBICHE: “IO VOLEVO SOLO UN PADRE”
    “Mi chiamo Millie Fontana, ho 23 anni e sono figlia di due lesbiche, concepita tramite donatore. Questa è una testimonianza che, di sicuro, è non udita perché nessuno vuole sentir parlare del lato oscuro dell’arcobaleno, che non cresce bambini felici, perché crescono con l’idea sbagliata di come una struttura familiare dovrebbe essere.
    “Crescendo volevo un padre… sentivo dentro di me che mi mancava un padre prima ancora che potessi concepire quello che significava un padre. Mi è stato mentito durante tutta la scuola. Mi è stato detto che non avevo un padre. E la mia stabilità comportamentale ed emotiva ha sofferto molto a causa di questo. Nessuno nella lobby Lgbt vuole ascoltare qualcuno come me perché “Love is love”, giusto? Noi non esistiamo per loro. Crescendo mi guardavo allo specchio e pensavo: ‘Da dove ho preso questi occhi verdi? Da dove ho preso questi aspetti della mia personalità o certi talenti che nessuno nella mia famiglia ha?’ La risposta a questa domanda è piuttosto semplice: mio padre!”
    “Conoscere mio padre, a 11 anni, è stata la sola volta probabilmente in cui sono stata una bambina stabile. Capii per la prima volta chi ero, lo guardai nei suoi occhi e pensai che quella fosse la parte mancante di me stessa. E se io non avessi incontrato mio padre, non sarei stata qui con voi, perché la mia reazione emozionale a non avere lui nella mia vita persino per una tale giovane età, sarebbe stata devastante e mi avrebbe fatto regredire nel mio sviluppo.
    “C’è un gran parlare dell’uguaglianza da parte delle lobby Lgbt. Ma mi chiedo quale sia la loro definizione di uguaglianza, perché per me uguaglianza significa dire la verità, essere rispettati per quello che si è per intero e non solo in base a quello che i genitori decidono che tu debba sapere. Uguaglianza non significa che, siccome gli studi su famiglie gay volontarie e sui loro figli dimostrerebbero un esito positivo, questo debba valere per tutti.
    “E’ completamente irrealistico. Io considero questa una forma di gender discriminazione. E’ davvero curioso il modo in cui le lobby gay parlano dell’omofobia. Ho racconti di amici gay che mi spiegano che altri gay li chiamano omofobi, perché preferiscono che i bambini crescano con una madre e con un padre. E’ totalmente ridicolo!
    “Perché in realtà in ogni relazione tra persone dello stesso sesso, ci vuole una terza persona per “produrre” un bambino. Perché come società dovremmo ignorare questa verità? Io non sono qui grazie a due donne. La scienza viene sostituita dai desideri di alcuni adulti. Mia madre mi ha fatto una domanda. Cosa sarebbe successo se io e la mia partner ci fossimo potute sposare? Se avessimo potuto avere quell’ambiente familiare stabile come tutti gli altri? Ho risposto con un’altra domanda: che tipo di terapia mi avrebbero somministrato gli psicologi per i miei comportamenti dovuti alla mancanza di un padre, se l’assenza del padre fosse stata considerata una forma di discriminazione? Nessuna risposta. L’evoluzione non è stata fatta da un’agenda politica che sta silenziando anche una parte della comunità Lgbt. Sono una piccola minoranza estremista che sta spingendo all’estinzione del genere stesso. Io non vedo ‘gender equality’. Io vedo l’intenzione di sbarazzarsi del genere umano tutto”.
    Non c’è altro da aggiungere.
    https://voxnews.info/2018/09/03/figl...solo-un-padre/

    IDEOLOGIA GENDER
    Lo scienziato, il sessismo e il lato sbagliato della storia
    Emblematico il caso del professor Alessandro Strumia, che a un convegno internazionale del Cern ha osato affermare - dati alla mano - che nel mondo della Fisica non c'è discriminazione per le donne. Gli sono piovute addosso accuse e censure di ogni tipo dal mondo scientifico, dove evidentemente è ormai l'ideologia a dettare legge.
    Aleksandr Solženicyn nel suo Arcipelago Gulag narra questo episodio accaduto in Russia sotto Stalin. Un giorno alcuni papaveri rossi del partito chiesero ad un gruppo di ingegneri di fare una stima di quante persone potesse contenere in media una carrozza di un treno passeggeri. Gli ingegneri con diligenza fecero i loro conti e consegnarono i risultati a chi di dovere. I papaveri di cui sopra si indignarono profondamente. Ma come? Cosi' poche persone possono viaggiare in un vagone ferroviario? Ma non sanno questi ingegneri che i treni dell’amata madre Russia sono i migliori al mondo e che quindi possono trasportare fiumane di passeggeri? Risultato: gli ingegneri furono spediti in un gulag dove probabilmente morirono. L’unico loro torto era stato che, seppur bravi a fare i conti su carta, avevano sbagliato a fare i conti con l’ideologia comunista.
    Oggi la musica non è cambiata. Ne sa qualcosa il professor Alessandro Strumia, fisico dell'Università di Pisa. Strumia viene invitato dal Cern al convegno “Teoria delle alte energie e gender” tenutosi a Ginevra tra il 26 e il 28 settembre. Già a questo punto l’orecchio allenato alle stonature ideologiche coglie che qualcosa non va: “Teoria delle alte energie e gender”. Ma da quando il Cern si occupa di sociologia? Ci aspettavamo dal Cern che scoprisse i segreti delle stelle, qualche nuovo neutrino e non che si occupasse di gonnelle al potere. E poi: non ci sono problemi ben più pressanti per l’umanità? “Teoria delle alte energie e gender” dà proprio l’idea che il sessismo è diventata davvero una fissazione a livello globale. A quando un convegno su “L’elettrolisi e la parità di genere” o “Angeli e parità di genere”?
    Ma torniamo al prof. Strumia che, come gli ingegneri sovietici di prima, svolse diligentemente il compito assegnato e nella sua relazione, piena di numeri, grafici, dati, formule, statistiche e tabelle si permise di arrivare ad una conclusione oggettiva: nel settore scientifico della fisica le donne non sono discriminate. Anzi i discriminati sono gli uomini. Qualche esempio portato da Strumia: l'Università di Oxford "allunga i tempi degli esami per le donne", in Italia c’è addirittura un decreto per favorire l’iscrizione alle facoltà STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) e in Australia ci sono quote rosa per gli ambiti scientifici. Il professore di Pisa, aspirante suicida, cosi' concluse: "La Fisica è stata inventata e costruita dagli uomini e non si entra per invito. La Fisica non è sessista nei confronti delle donne. Tuttavia la verità non conta, perché è parte di una battaglia politica che viene da fuori”. Già, la verità non conta, conta il mainstream. Strumia doveva recarsi al convegno sul gender e dire cio' che la platea si aspettava che dicesse e non piccarsi di fare lo scienziato a tutti i costi.
    Ovviamente i dati forniti da Strumia hanno fatto girare le particelle nell’acceleratore del Cern ancora più velocemente e quest’ultimo alla velocità della luce ha emesso un nota: "Il Cern considera la presentazione di un invitato [nemmeno degno di essere nominato] durante un workshop su Teoria delle alte energie e gender, come altamente offensiva. E ha quindi deciso di rimuovere le slide dal proprio sito, coerentemente con un Codice di condotta che non tollera attacchi personali e insulti. Gli organizzatori del Cern e le diverse università che hanno collaborato non erano a conoscenza del contenuto dell'intervento prima del workshop. Il Cern appoggia i molti membri della comunità che hanno espresso la loro indignazione per le inaccettabili affermazioni contenute nella presentazione".
    Strumia di suo si è difeso dichiarando all’AGI (Agenzia Giornalistica Italia): "Non ho mai fatto discorsi sessisti o discriminato le donne, ho semplicemente presentato una serie di dati, elaborati da ricerche degli ultimi anni, che dimostrano che nella fisica non c'è discriminazione delle donne, nonostante in tante al seminario al Cern abbiano voluto sostenere il contrario. I numeri oggettivi dimostrano che a livello di assunzioni si richiede agli uomini parametri più elevati rispetto alle donne". Strumia critica "quella cultura politica, spesso non sostenuta dalle donne, che vuole sostituire la competenza e il merito con una ideologia della parità".
    Ma ovviamente la vicenda non finisce con il disappunto verbale del Cern. Per Strumia, a cui i posteri – si spera - dedicheranno una stella, c’è il gulag che lo aspetta. Infatti l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) ha deciso di sospendere la collaborazione con lui e ha auspicato che anche l’Università di Pisa chieda al prof. di andare a spazzare il mare. "L'Infn - si legge in una nota - ha deciso di procedere alla sospensione immediata dall'associazione [Strumia è un collaboratore associato] con la motivazione che il prof. Strumia ha fatto, per di più in un contesto pubblico internazionale, affermazioni lesive dell'immagine dell'Ente e, cosa ancor più grave, discriminatorie e apertamente lesive della reputazione di ricercatrici e ricercatori dipendenti e associati all'Infn, in violazione delle norme del Codice etico e del Codice di comportamento per la tutela della dignità delle persone dell'Istituto". Fernando Ferroni, presidente dell’Infn, ha aggiunto: “Non condivido nulla di quello che ha detto”. La vicenda è stata sottoposta "al nostro collegio di disciplina e ai nostri controllori del codice etico. Una volta che ci daranno la loro valutazione prenderemo dei provvedimenti nei riguardi di Strumia, che non è un nostro dipendente ma collabora con noi, e trasmetteremo le nostre considerazioni all'università di Pisa". In parole povere Strumia è un nemico del popolo.
    Qualche banale considerazione. Se Strumia ha torto, dimostratelo. Lui è arrivato ad alcune conclusioni perché le premesse sono state fornite da dati scientifici, verificabili. Di contro ci si aspetterebbe da enti di ricerca riconosciuti a livello internazionale che si avvalessero anche loro del metodo scientifico per ribattere alle tesi di Strumia e non scivolassero nel politicamente corretto. Ma non è cosi' perché l’ideologo non riconosce la realtà per quella che è. E dunque l’immigrato ha sempre ragione, la donna che abortisce è una vittima, gli omosessuali sono discriminati e intanto il buco dell’ozono continua ad allargarsi.
    L’ideologo, figura antitetica allo scienziato, ha in testa un’idea della realtà apodittica ed è talmente convinto che la realtà sia fatta in un certo modo che non gli servono dimostrazioni per provarlo e dunque nessuna voce dissenziente è tollerata. In questa prospettiva Strumia è uno scienziato scientemente discriminato.
    Aggiungiamo per soprammercato che se dati alla mano provassero che Strumia ha torto marcio, cio' non sarebbe sufficiente per bollarlo come misogino e sessista. Infatti occorrerebbe anche provare che ha manipolato i dati in odio alle donne. In altre parole sarebbe necessario provare il dolo. Nulla di tutto questo. Come nei processi farsa in Unione Sovietica la sentenza è già scritta per coloro che contestano gli ideali della rivoluzione, non serve nemmeno il contraddittorio.
    Naturalmente cio' che è accaduto al professore di Pisa è pane (marcio) quotidiano che gli accademici di tutto il mondo devono ingollare a forza. In questo senso l’ideologia è democratica. Se siete un paleontologo e provate ad avanzare dubbi sull’evoluzionismo, la vostra carriera si arresterà ai primi stadi dell’evoluzione accademica. Se siete uno storico e vi arrischiate a ricordare una semplice notiziola quale, ad esempio, la bonifica da parte delle autorità fasciste della maremma toscana, forse vi andrà bene se vi spediscono ad insegnare a San Vittore. Se vi occupate di filosofia e scrivete tomi ponderosi sulla metafisica o sul giusnaturalismo vi cuciranno addosso una lettera scarlatta, simbolo del tradimento della vera scienza che è solo votata all’empirismo utilitarista e alla filosofia analitica. Se poi insegnate in una università pontificia o comunque retta da religiosi e vi arrischiate ad alzare un sopracciglio di disappunto su alcune uscite di qualche alto prelato di chiara fama perché non consone al Magistero, ecco che la stanza che ha lasciato libera il cardinal Burke sull’isola di Guam è pronta ad accogliervi.
    Cari Strumia di tutto il mondo il vostro torto alla fine è uno solo. Parafrasando l’ex presidente Obama, voi vi siete semplicemente messi sul lato sbagliato della Storia.
    Lo scienziato, il sessismo e il lato sbagliato della storia - La Nuova Bussola Quotidiana

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I bimbivendoli
    “Due uomini non fanno una madre”, diceva il manifesto-gigante di ProVita e Generazione Famiglia affisso nelle città d’Italia, con un neonato in primo piano. La Raggi e l’Appendino, collaboratrici domestiche del politically correct, ingaggiate dall’agenzia pulizie Casaleggio per i comuni di Roma e di Torino, hanno fatto rimuovere in fretta quei manifesti osceni. Sai, difendevano la maternità e i figli, che orrore. Il poster condannava gli uteri in affitto e lo squallido mercato; e due donne sindaco, grillo-femministe, dovrebbero difendere la dignità della donna. Macché. In una città sommersa dai rifiuti, la Raggi – il peggior sindaco che Roma abbia mai avuto e ce ne voleva a vincere la gara – ha trovato la premura non per rimuovere le immondizie che merdeggiano in ogni angolo della Capitale, ma quei poster “scorretti” che denunciavano la compravendita di madri e bimbi e la difesa della famiglia con padre e madre, senza uteri in affitto.
    In un paese davvero libero e civile, si risponde a una tesi con una tesi opposta, a un manifesto con un contromanifesto. No, i liberi e moderni, i civili e i tolleranti fanno rimuovere il manifesto; se hai un’idea diversa dalla nostra, anche se è poi l’idea che ha permeato da sempre ogni civiltà, te la devi ricacciare in gola, non puoi esprimerla, non hai il diritto di dissentire. E visto che non capisci, ti arriva l’accusa: omofobia. Chi chiede che un bambino abbia un papà e una mamma è omofobo. Chi contrasta il vergognoso traffico di bambini su commissione, è omofobo. Vi rendete conto in che mondo capovolto ci troviamo a vivere?
    Nel frattempo, l’immancabile organo radical L’Espresso rispondeva a pro-Vita con uno slogan per le famiglie arcobaleno: “Ho due papà e sono felice”. Ma non faceva in tempo a pubblicare l’elogio filiale alle famiglie con papà doppi e senza mamme, che veniva fuori la storia di Miguel Bosè. L’avrete letta. In un’intervista, il famoso figlio del torero aveva detto: “E’ stato il mio amico Ricky Martin a suggerirmi una madre “in affitto”: in Spagna non è legale, ma negli Stati Uniti sì. Lì è il mercato che crea la legge e sono più avanti di noi.” Le Tavole di Bosé. Così ha commissionato all’utero in affitto una coppia di gemelli, e si è unito a un compagno anch’egli padre unico di due gemelli nati pure loro noleggiando un utero. Ma a un certo punto la felice famiglia arcobaleno si è sfasciata, i genitori si dividono e i figli pure.
    Provo a ricapitolare la sequenza generale, dall’inizio. Due persone dello stesso sesso decidono di far coppia. Sono liberi, fatti loro, nulla da dire. No, loro vogliono essere considerati alla pari delle famiglie e vogliono unirsi in matrimonio. E le sindache, come la Raggi e l’Appendino, subito accorrono a celebrare i loro matrimoni. Ma non basta. Vogliono adottare un figlio, e poco importa se questa creatura crescerà con una sola figura genitoriale a doppione, senza la madre. Ma non basta ancora: non adottano un bambino che ha perduto i genitori ma ne vogliono uno nuovo di zecca e allora se lo comprano ancora cellofanato nella placenta tramite quella pratica vergognosa che è l’utero in affitto, ipocritamente ribattezzato maternità surrogata. I più ricchi possono permettersi anche stock di figli in confezioni gemellari. E i sindaci grillo-progressisti benedicono e celebrano.
    Ma poi, prendi il caso Bosé, il capriccio finisce male: la coppia omosex scoppia, e i quattro bambini comprati all’ipermarket (o super-racket) delle maternità svendute, devono ripartirsi tra i due genitori. Ma niente paura, avvertono i due papà, c’è skipe, che permetterà ai bambini divisi di parlarsi e vedersi come se fossero a casa. Che felicità per quei bambini, diremo con l’Espresso.
    Ma come si sentiranno quei bambini, venduti alla nascita dalle loro mamme, vissuti con due omo-padri ma senza una madre, che ora si ritrovano pure con mezza paternità ciascuno? Pensate che sia civile, moderno, libertario tutto questo? O pensate che sia incivile, bestiale, egoistico, capriccioso, offensivo per la dignità della donna e lesivo per la vita dei bambini? Immaginate il mio parere, ma guai a renderlo manifesto. Perché il meraviglioso mondo lgbt e i censori piddini, boldrini, grillini, ti cancellano e magari dopo ti denunciano pure. Acchiappatelo, è un delinquente, difende la dignità delle mamme e la vita dei bambini.
    I bimbivendoli - Marcello Veneziani

    Ferragnez, la vita social è ormai una prigione dorata
    La trovata del duo Ferragni-Fedez che per festeggiare il compleanno del rapper hanno noleggiato un supermarket, giocando a tirarsi cibo e a ballare su frutta e verdura. Un inno allo spreco da correggere in favore di like, ma che, dalla loro ormai prigione dorata social, nasconde una feroce instabilità.
    Lo scorso 22 ottobre la fashion blogger e influencer più famosa al mondo, Chiara Ferragni, non nuova alle feste dal gusto spiccatamente trash ed eccessivo, ha organizzato una festa a sorpresa per il marito, il rapper Fedez, in un supermercato della catena Carrefour.
    Peccato che, com’era prevedibile, la festa sia degenerata. Le stories di Instagram condivise dai vari invitati mostrano la Ferragni, Fedez e tutti i loro amici intenti a divertirsi lanciandosi cibo, ballare su frutta e verdura, lanciare bottiglie, aprire confezioni una dietro l’altra. Un vero e proprio inno allo spreco. L’indignazione sui social è arrivata forse prima di quanto previsto, tanto che i due protagonisti hanno interrotto la festa a metà per chiedere pubblicamente scusa.
    I dati ISTAT sulla povertà in Italia sono paurosi. Nel 2017 si sono stimati in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti, in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui. Dall’altra parte, sono 145 i chili di cibo pro capite che gli italiani gettano ogni anno nella spazzatura. Ora, personaggi del calibro di Chiara Ferragni e Fedez, che in due contano più di 22 milioni di followers su Instagram, forse, potevano pensarci due volte prima di mostrare con orgoglio gesti del genere.
    Insomma, se sei un personaggio con un’influenza cosi' grande (non a caso si fanno chiamare “influencer”) su tante persone che scelgono di seguirti, qual è il messaggio che vuoi comunicare? Siamo sicuri che state incoraggiando chi vi segue a “rischiare per inseguire i proprio sogni”? Qui non si tratta di mostrare con soddisfazione la propria immensa e scintillante cabina armadio. O l’ultima costosissima auto di lusso acquistata. Liberi di spendere i soldi che guadagnate nel modo che ritenete più corretto. E di divertirvi nel modo che più vi piace, fosse anche con feste di dubbio gusto. Ma giocare con tanto cibo per puro divertimento, e farlo pure con orgoglio, questo va contro il più elementare buon senso. Quello dello spreco di cibo, oggi, è una vera emergenza.
    Ma soprassedendo anche sull’infelice scelta di comunicazione dei Ferragnez, c’è un altro punto di vista da valutare: quello della potenza persuasiva. Questi nuovi personaggi sono infatti potenti perché la loro celebrità è, da un certo punto di vista, “democratica”. Quando hanno iniziato la loro attività, i social network - i canali di condivisioni che li hanno spinti verso l’alto - non erano ancora cosi' vincolati all’afflusso di denaro delle sponsorizzazioni. In breve: se eri bravo, e sapevi venderti un minimo, potevi arrivare al successo. Non era facile, ma era la folla a premiare. Quella che è stata la loro arma, oggi li schianta. Dalla proposta di fidanzamento sul palco di un concerto, fino alla nascita del figlio Leone e il loro matrimonio in quel di Noto: Il loro essere “pubblici” è ormai oggi dato per scontato. Devono condividere tutto, perché la loro fanbase vuole conoscere tutto delle loro vite.
    L’arma a doppio taglio dei social network oggi li ingabbia. E i secondini paiono essere proprio le persone che gli stanno attorno: la madre/suocera manager, la sorella/cognata influencer. Tutto è artificioso, artificiale, costruito sugli umori di un pubblico capace di adorare e di deprecare a giorni alterni, ondivago come l’andamento dei mercati finanziari su cui i Ferragnez fondano il loro profitto. E' tutto pianificato per seguire quell’onda che sono loro stessi a costruire, per surfare sulla cresta di uno tsunami che prima ti alza e dopo pochi secondi ti annega. Ed è in queste immagini di falsità, che nascondono una feroce instabilità, che si annida l’ipocrisia del diabolico.
    Ferragnez, la vita social è ormai una prigione dorata - La Nuova Bussola Quotidiana

    GENERAZIONE CODICE A BARRE
    Roberto Pecchioli
    Il manifesto dell’associazione Provita con l’immagine di due giovani uomini che spingono un carrello da supermercato con all’interno un bimbo e la didascalia “due padri non fanno una madre” è stata rimosso. Secondo il sindaco romano Raggi (nessuno ci farà mai scrivere l’orrendo femminile “sindaca”), turba le coscienze e, regolamento comunale alla mano, è “lesivo del rispetto dei diritti e delle libertà individuali.” Surreale, tanto più che il medesimo testo proibisce immagini di “stereotipi (…) e mercificazione del corpo femminile”. Nessun commento, basta la realtà. Colpisce che non vi sia divieto di mercificazione del corpo maschile, in corso sulle ali della liberazione della donna e soprattutto dell’onda lunga omosessualista.
    Ma l’erba non è verde d’estate, al giorno non segue la notte, dunque non sta bene ripetere che per i figli ci vogliono un padre e una madre. Abbiamo occhi per vedere e un cervello per ragionare; peggio per noi se non lo usiamo più. La rimozione progressiva della realtà è pervenuta al divieto, ovviamente in nome del bene, dell’etica, della tolleranza: il nuovo proibizionismo delle anime belle è selettivo, ma roccioso, intransigente. Cristallizza un’etica infranta e ricostruita alla rovescia. Colpa del libretto delle istruzioni.
    A noi sembra che il manifesto faccia centro nell’immagine del cucciolo di uomo. Ha il volto sofferente, sta dentro un carrello e sul petto ha un grande codice a barre, uno di quelli stampati sulle confezioni dei prodotti che passeranno al lettore magnetico di cassa. Il bimbo è, suo malgrado, il simbolo di una generazione nuova, compravendibile, l’umanità-merce, definita da un codice. Un prodotto di economia di scala, un’unità distinta solo da un chip elettronico. Presto avremo anche il codice QR (quick response, risposta rapida…), come i biglietti acquistati online. Una regressione sconcertante, inavvertita dai più, che apprezzano la pratica comodità del mondo nuovo.
    L’unico paragone calzante è con il marchio, il numero 666 dell’Apocalisse di San Giovanni. Apocalisse significa rivelazione, e il marchio, dal greco charagma, indica qualcosa che viene impresso, scolpito. La Bestia “obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei” (Apocalisse 13:16-18).
    Al di là dell’antropologia negativa della cosiddetta omogenitorialità, ci pare che il senso del nostro vivere odierno sia diventato questo: la trasformazione in oggetti, merci di consumo, generazioni con il codice a barre. L’uomo, il suo corpo, è diventato compravendibile, un bene di consumo come ogni altro. Si può acquistare una parte o un pezzo staccato (traffico di organi), affittare l’utero in conto terzi (l’eufemismo politicamente corretto è GPA, gestazione per altri, come l’aborto non è che una IVG, interruzione volontaria di gravidanza), si può, forse di deve - è lo spirito dei tempi - comprare un figlio. Poco importa se si è celibi, nubili, etero o omosessuali. Avere un figlio, dicono, è un diritto, esattamente come disfarsene se non gradito.
    In questo periodo la cronaca si occupa del caso di Miguel Bosé, il cantante spagnolo, il cui divorzio (omo, ça va sans dire) fa un gran rumore di piatti rotti. Il suo ex, oltre all’argenteria e a qualche suppellettile, avrà due dei quattro bambini- due coppie di gemellini maschi – che vivranno in Spagna. Gli altri due andranno con l’altro padre (genitore 1 o 2, fa lo stesso) in Messico. Nati con metodi artificiali, figli naturali di chissà chi, non solo non hanno conosciuto il calore di una madre, ma verranno separati per volontà dei genitori legali. Nulla di strano nel felice secolo XXI, la condizione omosessuale della coppia è solo un elemento in più; li hanno scelti come un mobile o un gioiello di lusso, madamina il catalogo è questo, non più Leporello, ma siti specializzati, vanno divisi come il resto delle proprietà. Reificazione, riduzione a cosa, è la parola della filosofia. Schifo suggerisce il giudizio morale, se ancora è permesso. La sfera sessuale è quella in cui appare maggiormente la riduzione della persona a oggetto. Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli Ultimi Uomini, e strizzano l’occhio, avvertì Nietzsche nello Zarathustra.
    Non più persone, ma atomi, unità di prodotto destinate a perdere ogni relazione una volta uscite dalla catena di montaggio. I fili genealogici vengono tagliati, insieme con legami culturali, prescrizioni morali. Spezzato l’ordito della civiltà, l’animale uomo smarrisce il suo destino “politico” e si trasforma nell’Identico che si crede Unico perché tale è il suo codice a barre. Ne furono banditori, nel XIX secolo, Max Stirner e il poeta Walt Whitman. Questi scrisse un celebre verso, emblema dell’individualismo americano teso alla frontiera: “Io celebro me stesso, e canto me stesso”. Stirner, nell’Unico e la sua proprietà, taglia i ponti con tutto. “Non si deve dire grazie a nessuno”. L’Unico non si lascia vincolare dai debiti verso i predecessori, tantomeno è interessato da alcun futuro diverso dal proprio.
    Il solco è tracciato, il cattivo seme gettato ha dato i suoi frutti. Incede nel mondo l’uomo confezionato in serie, vissuto tecnicamente, pret-a-porter, sottovuoto come il cibo, scabro, prefabbricato come gli oggetti, adesso i figli, per chi si ostina a volerne. I modelli sono prodotti anche su ordinazione, fotocopie realizzate “just in time”, firma elettronica per ricevuta alla consegna, pagamento con rid bancario. Altri codici a barre, lucette che si accendono al passaggio presso il sensore, chip. Il prodotto uomo è tracciato, manca la data di scadenza, ma ci stanno lavorando, convincendoci ad annullare noi stessi con modulo di richiesta, basta una pillola o un’iniezione. E’ abrogato anche il rispetto per il corpo umano senza vita, il culto dei morti è una barbara reliquia da lasciare agli ultimi lettori di Ugo Foscolo. Si impallidisce rileggendo un brano della Scienza Nuova di G.B. Vico. “Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane (…) custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti“. Siamo una ex civiltà, un gregge composto da plebaglia insuperbita.
    Tutto ciò che incomoda – dolore, fatica, idee avverse, la stessa natura – è un ostacolo da rimuovere, pena l’ansia, la depressione, la confusione mentale. La soluzione escogitata è la rimozione, cui segue la censura per tutto quanto produce emozioni negative, l’ansia sconcertata dell’Identico che non riconosce che se stesso. E’ il primo passo del politicamente corretto: inizia con l’eufemismo coatto, prosegue con il timore di pensare, sino al trauma di sperimentare, vedere, ascoltare il diverso. Persuasi di essere creature nobili, anime belle, biasimano e vietano senza pietà, altrimenti “stanno male”.
    Smarrito il fragile equilibrio dell’Identico obbligatorio, si diffonde, anzi è al potere una generazione di zucchero filato, un prodotto artificiale, infantile, dolciastro, bisognoso del bastoncino per stare insieme nel breve attimo prima di sciogliersi. Zucchero filato imposto per prescrizione medica: la ricetta è sempre pronta nelle tasche dell’esangue generazione con codice a barre. Fragili, non sanno né vogliono ascoltare. Si tappano le orecchie, stringono gli occhi per non vedere come i bambini quando temono qualcosa. Non esprimono più contrarietà o energica indignazione, chiedono l’abolizione per decreto di ciò che ostruisce lo sguardo miope. A milioni, sono consumatori di psicofarmaci fin da bambini.
    Eppure, qualcuno controlla, determina il codice a barre, attiva i sensori, tira i fili. Non ditelo, però: potrebbero crollare, non sentirsi più a loro agio nella placenta artificiale in cui vivono.
    Nelle università, una volta templi del sapere, si invoca e si ottiene la censura per giganti della cultura, se esprimono concetti invisi al sistema di valori riconosciuti dal sensore del codice a barre, gli universali indiscutibili della post civiltà. Folle Aristotele ad asserire che nulla è più naturale dell’unione del maschio con la femmina, un falsario Spinoza, per il quale chi cerca l’uguaglianza tra diseguali cerca una cosa assurda. Un pazzo estremista Dante, che si permette di destinare le anime all’Inferno o in Paradiso sulla base al criterio morale cristiano. Che paura le pene dei dannati, provocano incubi notturni. Da rielaborare il Vangelo che annuncia per gli empi pianto e stridor di denti, ludibrio per il vecchio Hegel, colpevole di definire la famiglia comunità etica naturale. E’ un proibizionismo ridicolo, paradossale, quello dei nipotini del 68, la famiglia Addams al potere. Allora era vietato vietare, oggi, in nome delle stesse parole d’ordine libertarie, il divieto diventa obbligatorio.
    Si respinge l’Altro in nome dell’Uniforme, il prodotto di serie con codice numerico è spacciato per diversità. Mostre di pittura rifiutano di esporre il Bacio di Klimt, che rivoluzionario in senso artistico lo fu davvero, è messa all’indice l’Origine del Mondo di Courbet, sessista. Nessuno fiata, tuttavia, di fronte a violenza, volgarità, turpiloquio, oscenità: benefica liberazione dai tabù. La negazione concreta della diversità culturale procede spedita quanto la sua santificazione teorica. E’ esaltato il soggettivismo purché le infinite tonalità ammesse non mutino lo spartito della musica.
    In assenza di principi forti, comanda il conformismo del branco. Non più soggetto, prigioniero del carrello della spesa, l’individuo-codice aspira a essere e comportarsi “come tutti gli altri”. Nel Gargantua di Rabelais compare un personaggio, Panurgo, divenuto sinonimo di furfante, imbroglione seriale. In viaggio su un barcone, si prende gioco di uno sciocco mercante di bestiame, scaraventando in mare un montone appena comprato. Come prevedibile, l’intero gregge lo imita gettandosi in acqua, seguito dal mercante disperato. In lingua francese, fare come i montoni di Panurgo indica il comportamento insensato e gregario delle masse. L’astuzia seduttiva della postmodernità consumista è stata la capacità di convincere che il conformismo è una libera scelta individuale. Si è invitati a essere ribelli, trasgressivi, nemici di ogni autorità per meglio orientare scelte e comportamenti. Pensiamo alla sciatteria di massa dell’abbigliamento “casual” adottato da milioni di consumatori sedicenti consapevoli: l’uniforme d’Arlecchino di una folla che non sarà mai popolo.
    Sorprende il dilagare del pregiudizio anti autoritario in una società che, al contrario, domina, sorveglia, induce, impone in modo subdolo. Sono i poeti a cogliere il senso di ciò che gli altri guardano senza vedere. “Siamo gli uomini vuoti, gli uomini impagliati, che appoggiano l’un l’altro la testa piena di paglia. (…) Le nostre voci secche, quando noi insieme mormoriamo, sono quiete e senza senso”, versi di T.S. Eliot. Al posto della testa, paglia, milioni di vite consumate nel non senso, dissipate in una corsa senza direzione. Qualcuno disse che un uomo solo può vagare senza meta, ma due vanno sempre da qualche parte. E’ una verità ben compresa da chi domina le nostre esistenze e ci ha separati gli uni dagli altri, imprigionati in un autismo che spaventa.
    Se ciascuno è legge a se stesso, termina la società. La comunità era già sconfitta con l’estirpazione delle radici, il narcisismo di tanti Io minimi, il tenace istinto plebeo del fare ciò che aggrada. Ancora Rabelais, la regola unica del regno di Gargantua, fa quello che vuoi. Viene ridicolizzata, liquidata come anticaglia l’aspirazione morale di svolgere un compito, aspirare a un ordine, seguire una legge. La precarietà esistenziale, di lavoro, vita, sentimenti inclina all’ozio, il padre dei vizi. Vizio, infine, è praticare il male senza più considerarlo tale. Da quando ogni movente umano è ridotto all’utilità immediata, allo scambio commerciale, alla domanda e all’offerta, bene, male, vizio, virtù, hanno perduto significato. L’Unico, l’uomo a barre è libero, anzi liberato, ovvero nudo e senza riparo.
    Perduto il padre simbolo dell’autorità, custode del limite, garante della continuità, il potere lavora adesso per decostruire la madre. Responsabilità del femminismo, con le sue ubbie, le gabbie regressive travestite da liberazione della donna, ma anche del mercato misura di tutto. Si estraggono ovociti dalla donna (povera, del Terzo e Quarto Mondo) ridotta a materiale in cui incubare embrioni. Una riduzione a pura materia, una cosa, come il maschio della bestia-uomo, da cui estrarre, gratis o a pagamento, il seme da impiantare. Marina Terragni, femminista atipica, ritiene che sia in corso una guerra contro la donna per odio della sua fecondità. Una tesi che, in forma diversa, echeggiava nel pensiero di Ida Magli, un completo ribaltamento del complesso di castrazione e dell’invidia del pene, stravaganti pilastri delle teorie di Freud.
    E’ ora di identificare i responsabili della “riduzione del mondo civilizzato in favore della soddisfazione dei futili desideri materiali” (Russell Kirk). La minacciosa dittatura tecnocratica dell’Unico è l’esito e il compimento finale di una precisa ideologia, la liberal-democrazia. Ha sostituito le vecchie credenze con un dogma di cui verifichiamo la falsità: il liberismo rappresenta le aspirazioni definitive dell’essere umano. L’uomo è ciò che mangia, provocava Feuerbach; no, ribatte il vangelo apocrifo liberale, è quel che desidera e consuma.
    La modernità europea e occidentale nasce e vive in opposizione radicale alla civiltà precedente. Il più brutale utilitarismo ha travolto come un terremoto ogni principio che si opponeva all’egemonia del mercante. Antropologicamente, snodi decisivi sono la decisione di non avere figli, ovvero di farla finita con il sangue e la civiltà ricevuta, e l’accettazione dell’eutanasia. Spiega il filosofo polacco Ryszard Legutzko: [essere genitori] “interferisce con il continuum della vita e ci sottrae ai suoi piaceri.” Morire per scelta sottrae al dolore, alla vecchiaia, alla sofferenza. Chi ha inoculato questi veleni mortiferi è lo stesso che ne sfrutta le occasioni di profitto. L’Unico di Stirner contiene un tragico errore: l’individuo solitario non acquista più libertà, ma la svende per un piatto di lenticchie. Ciò che è venduto non è più nostro, ma dell’acquirente. Ci siamo consegnati al Vitello d’Oro, leggeri come fiocchi di neve, estenuati dal desiderio, esauriti ma irremovibili nella ricerca della felicità di un attimo.
    Russell Kirk riferì di un incontro tra il filosofo conservatore George Santayana e John D. Rockefeller. Santayana ricordava le sue origini iberiche e il magnate osservò: “devo dire all’ufficio che non vendono abbastanza petrolio in Spagna”. In questa frase emerge tutta la bruttezza e la sterilità dei nostri tempi. Questo il commento sbigottito del pensatore: “ho visto l’ideale del monopolista. Tutte le nazioni devono consumare le stesse cose. Tutta l’umanità formerà allora una democrazia perfetta, fornita di porzioni come di benefici dal centro di amministrazione”.
    Una distopia utilitarista, conclude Kirk, affama il regno dello spirito e quello dell’arte come non potrebbe mai nessun’altra dominazione. Il culmine del liberalismo è la contemplazione del capitalismo. E’ un comunismo realizzato attraverso il monopolio. Rockefeller e Marx sono semplicemente due rappresentanti della stessa forza sociale, un desiderio crudelmente nemico della determinazione umana. Hanno vinto loro, tuttavia. Una volta saliti sul carrello, ci hanno applicato il prezzo, impresso il marchio, assegnato il codice a barre. Siamo cosa loro, schiavi che ignorano o amano le proprie catene. Ed è subito sera.
    GENERAZIONE "CODICE A BARRE"

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Chi dimentica i morti verrà dimenticato dai morti
    Noi cattolici siamo coloro che non accettano la non esistenza dei defunti. Semplicemente, sono da qualche altra parte
    Magnifica l’ossessione di Pupi Avati: “Non dimenticare i morti, non essere dimenticato”. Al Corriere ha raccontato una storia degna della “Camera verde” di Truffaut: “A casa dei miei c’erano 25 foto in cornicette dorate, una sorta di albero genealogico. Le ho portate da me, via via ho aggiunto foto di altri morti, amici, parenti… Adesso sono 150 fissati alla parete. Ogni sera prima di dormire vado a salutarli. Leggo i loro nomi a uno a uno per farli esistere ancora”.
    Noi cattolici, noi religiosi, siamo precisamente coloro che non accettano la non esistenza dei morti. Semplicemente i morti sono da qualche altra parte e oggi o domani andando al cimitero li saluteremo. Chi dimentica i morti sappia che verrà dimenticato dai morti (sta accadendo, ci sono intere epoche, intere civiltà che, stufe di non essere ricordate, stanno per riprendersi indietro le eredità che ci lasciarono).
    https://www.ilfoglio.it/preghiera/20...-morti-222128/

    SESSO DI GRUPPO A SCUOLA: TRA BAMBINI DI 10 ANNI
    La procura dei minori di Firenze ha aperto un’inchiesta, per ora contro ignoti, su un video con scene di sesso tra minori,circolato in una scuola del
    la provincia fiorentina. Lo riferisce il Corriere Fiorentino.
    Il filmato mostra una bambina di circa 10 anni che fa sesso con due ragazzini poco più grandi mentre qualcuno riprende la scena,forse con un cellulare. Le immagini sono finite sui telefonini degli alunni di una scuola. Una madre le ha viste e lo ha segnalato alla dirigente scolastica,che ha sporto denuncia.
    Altro che tra ‘minori’. Bambini. Immaginiamo già il tipo di scuola.
    Questo è il risultato convergente del gender a scuola e della diversità.
    https://voxnews.info/2018/11/01/sess...ni-di-10-anni/

    Parlamento inglese: "Allarme porno, il governo agisca"
    In Gran Bretagna il Parlamento richiama il Governo con un rapporto sui danni della pornografia per la vita civile. La piaga colpisce soprattutto il cervello dei giovani, incrementando le violenze fisiche. Ma il gabinetto non vuole guardare al problema. Le ragioni? Sono elencate in "Pornolescenza", una libro-guida per difendersi dalla piaga.
    Sono violenti, deconcentrati, incapaci di vivere la sessualità in maniera naturale e sono cosi' tanti che diversi Stati del Nord America l’hanno definita un "problema di salute nazionale" per cui hanno preso provvedimenti legislativi. Lo stesso problema ora si pone in Gran Bretagna, dove alcuni parlamentari hanno chiesto al governo di adottare delle misure per restringere la sessualizzazione mediatica e specialmente la pornografia.
    Nel rapporto si legge che «ci sono preoccupazioni molto profonde circa la relazione fra i media, la cultura e la molestia sessuale», per cui si mettono in discussione «la riproduzione e la rappresentazione delle donne e degli uomini e il modo in cui i media facilitano la molestia sessuale». Inoltre, «le persone che pensano che la pornografia legale sia accettabile hanno generalmente maggiori probabilità di credere che le molestie sessuali siano accettabili rispetto a chi trova inaccettabile la pornografia legale».
    La necessità di provocare il governo, pero', è nata dal fatto che questo «abbia espresso dubbi sul peso della ricerca che mette in relazione consumo di pornografia e comportamenti sessualmente dannosi». Per cui non sono mai stati presi provvedimenti davvero adeguati né sono state imposte restrizioni sufficienti in base alle età nell’accesso internet alla pornografia. Infine, neppure i media sono più abbastanza regolamentati.
    Che il governo minimizzi è pero' mancanza di realismo, visto che lo studio della Middlesex University e della Nspcc, “I'wasn't sure if it was normal to watch it” del 2016/2017, effettuato su un migliaio di persone fra gli 11 e i 16 anni, rileva che il 53 per cento di loro era entrato in contatto con il porno via internet (il 28 per cento a 11 anni). Ma ancor più preoccupanti sono i numeri di coloro che hanno dichiarato di aver rimesso in atto i comportamenti visionati (21 per cento fra gli 11 e i 12 anni, il 39 per cento fra i 13 e i 14 e il 42 dai 15 in su).
    Questo e altro viene riportato in un libro, "Pornoloscenza" di Antonio Morra (ed. Abbiabbé), che spiega ampiamente quanto la piaga sia diffusa (anche in Italia, basti pensare a quanto acaduto ieri in una scuola elementare), come e perché si stia incancrenendo, gettando luce sul business miliardario che genera e per cui non viene veramente debellata né "curata" dai governi. Ma tornando al rifiuto del gabinetto inglese ad ammettere la correlazione fra violenza e pornografia non ci sono solo gli studi scientifici sui danni recati ad un cervello che si abitua a guardare il porno, ma anche episodi di cronaca come questo: «Ad appena 12 anni violenta ripetutamente la sorellina di appena 4 anni, convincendola poi a tacere con i genitori. La brutta storia di violenza familiare arriva dalla contea dell’East Sussex, sulla costa meridionale dell’Inghilterra…il ragazzino ammise gli stupri…raccontando di essere stato spinto dai filmati pornografici che aveva visto online attraverso IL SUO CELLULARE». La polizia trovo' la conferma sullo smartphone del ragazzino pieno di materiale hardcore scaricato.
    Peccato che, oltre alla violenza, il porno generi anche altre conseguenze segnalate dagli psicologi di mezzo mondo, che curano sempre più ragazzini dipendenti o che prestano servizio nelle scuole. Sempre in "Pornoloscenza", quando si elencano le tecniche per proteggere i figli e le modalità per affrontare con loro il problema, vengono messi in fila anche gli effetti negativi cosi': meccanismi dissociativi che diminuiscono la concentrazione, peggioramento delle capacità fisiche, vergogna del proprio corpo, ansia da apparenza, ricorso alla chirurga plastica, atteggiamenti sessisiti, mito dello stupro, valutazione meno umana delle donne, dipendenza da porno online e incapacità di vivere il sesso reale. A tutto cio' seguono l'incremento dell'alienazione e della depressione. Per non parlare dell'amplificazione degli effetti e delle modifiche sui cervelli in via di sviluppo prodotti da queste immagini.
    Infine, c’è un legame intrinseco fra gli abusi su minori e la diffusione della pedopornografia. Basti pensare che nel 2015 secondo PornHub (fra i maggiori siti di materiale pornografico) la categoria “teen” è stata quella più cliccata dagli italiani, mentre Telefono Arcobaleno ha rilevato che 36mila immagini di bambini sono state scambiate 20 miliardi di volte (il 42 per cento di età inferiore ai 7 anni, il 77 inferiore ai 9). In "Pornoloscenza" si parla perfino dell'incremento delle violenze sui bambini (18 milioni di bambini vittime in Europa e 57 mila in Gb secondo Telefono Azzurro), spesso come conseguenza dalle visione di materiale pedopornografico.
    E' chiaro pero' che oltre alle pressioni del mercato economico il governo inglese si trovi in una situazione quantomeno imbarazzante. Perché se il gender, la propaganda arcobaleno e i corsi precoci alla sessualizzazione sono il pane quotidiano delle sue politiche dell’inclusione e della tolleranza, impedire l’accesso free al porno diventerebbe un messaggio in grado di smascherare come ideologica un'educazione di Stato che promuove l'accettazione del sesso e dei comportamenti sessuali in ogni salsa e dell'istinto come un diritto. E' cosi' che, nonostante il richiamo dei parlamentari, tutto è rimasto come prima.
    Resta la famiglia che, se preparata ad affrontare il problema, come spiegato nel libro e sul sito di Morra, puo' fare un lavoro preventivo non indifferente. Perchè se è vero che senza una regolamentazione e una disapprovazione sociali i rischi rimarrano altissimi, l'educazione ha un potere non indifferente.
    Parlamento inglese: "Allarme porno, il governo agisca" - La Nuova Bussola Quotidiana

    Dall’omosessualità si puo' guarire. Ma la diagnosi offende i gay: dottoressa a processo
    Il Torino Gay Pride ha presentato un esposto contro di lei, accusandole di aver offeso con le sue teorie scientifiche e le sue dichiarazioni sul mondo omosessuale l’intero e variegato universo arcobaleno: e cosi' oggi la dottoressa De Mari – ex medico ospedaliero, oggi psicoterapeuta – è finita alla sbarra a Torino: e ora deve difendersi…
    Proprio cosi': la dottoressa e psicoterapeuta – che è anche autrice di libri fantasy – Silvana De Mari è a processo: all’indice la sua opinione di una omosessualità intesa come malattia che l’avrebbe anche portata a dire che, «se gli uomini continueranno ad avere rapporti con altri uomini assisteremo a una catastrofe mondiale». Includendo nel suo allarme sociale anche la paura per un rischio sanitario in corso che – sostiene la specialista e riporta in queste ore un servizio de il Giornale.it – alimenta una sua «gravissima preoccupazione riguardo soprattutto la situazione sanitaria – ha detto l’imputata rispondendo alle domande del pm – i casi di Aids, gonorrea, sifilide sono in aumento. Se gli uomini continueranno ad avere rapporti sessuali con altri uomini assisteremo a una catastrofe mondiale». E a sostegno delle sue convizioni e della matrice prettamente fiosicologica che le spiega e le giustifica, proprio oggi al pm la De Mari ha sottolineato che, invece, il sesso praticato da donne omosessuali non procurerebbe alcun danno a differenza del sesso anale tra uomini «che moltiplica per nove il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili».
    Ma, aggiunge sempre in aula nella spiegazione della sua teoria medico-sociale l’imputata, «per la mia esperienza personale l’omosessualità è una situazione da cui si puo' comunque uscire, è possibile guarire». Una teoria forte, espressa a chiare lettere che hanno fatto risentire la comunità omosessuale che l’ha portata oggi in aula a rispondere di quelle teorie giudicate offensive; un’accusa a fronte della quale la 65enne dottoressa De Mari, accusata di diffamazione, in aula ha replicato: «Ma non si puo' ingiuriare dicendo la verità». Nei mesi scorsi il gup Paola Boemio aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero Enrico Arnaldi Di Balme, disponendo il rinvio a giudizio: cosi' oggi, al processo al suo avvio, si sono presentati costituiti parti civile il Comune di Torino, il Coordinamento Torino Pride e la Rete Lenford. Una platea risentita a cui, come riferito da il Giornale sopra citato, «la dottoressa ha spiegato che “il tubo digerente serve per digerire, mentre il sesso anale provoca danni e questo in biologia significa disordine”.
    "Dall'omosessualità si può guarire": a processo per diffamazione Silvana De Mari - Secolo d'Italia

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Conformismo di Elite: i buoni solo islamici e omosessuali
    Nella serie tv spagnola Elite non c’è serenità, ma arrivismo, apparenza e perversione. Sullo sfondo, una società dove non esistono più coppie normali e dove l’unica famiglia felice è quella formata da “due mamme”; dove il ragazzo più sensibile è un tormentato omosessuale innamorato del musulmano Omar e dove l'unica saggia è una islamica.
    Esisteva una volta la Spagna. Dopo l’avvento delle forze popolari e socialiste, quella terra cristiana è diventata qualcosa d’altro nel giro di pochi decenni. Certo, non esiste soltanto il caso spagnolo, il fenomeno è europeo ma in Spagna, rispetto a Germania, Francia, Inghilterra e Italia, la Storia è passata più veloce. Negli ultimi 20 anni il processo di erosione culturale e religioso si è fatto velocissimo. Una testimonianza viene dalle serie televisive spagnole che, grazie al volano della lingua parlata in molta parte del Sudamerica, sono sempre più diffuse.
    Esse mostrano come sembrano svaniti senza lasciar traccia i residui di cio' che la Spagna è stata per secoli, con le sue tradizioni, la sua religiosità, i comportamenti, la mentalità e le credenze religiose. Ovviamente, una serie televisiva non va scambiata con la realtà, non rappresenta tutta la realtà ma è comunque un sintomo, l’espressione di un desiderio che riguarda parte dell’opinione pubblica.
    Prendiamo come esempio una serie del 2018, Elite (prima stagione: 8 puntate, 2018) trasmessa in molti paesi con discreto successo. Il successo deriva dall’aver miscelato in una trama di gusto internazionale, collocabile in qualsiasi paese dell’Occidente, tradimenti, passione, sangue, sesso, qualche implicazione d’attualità come l’immigrazione e l’islam, l’omosessualità e una bisessualità mostrata come naturale. La vicenda, in realtà, tolte tutte le complicazioni di trama, è assai semplice: i giovani Christian, Nano e Nadia, che provengono da famiglie che non potrebbero permettersi la retta di una scuola prestigiosa, grazie a una borsa di studio vengono accettati e inseriti in una classe.
    Nella scuola studiano i rampolli di famiglie ricche. Christian e Nano sono fratelli e la loro famiglia è disastrata: il padre è assente, la madre è alcolizzata. Non va meglio fra i ricchi: tra i compagni di classe dei tre, infatti, vi sono due coppie di fidanzati dove le ragazze sono prive di scrupoli, arriviste e i ragazzi deboli, isterici, poco virili oppure violenti e capaci di tutto. Sullo sfondo, anche qui, famiglie facoltose e prive di ogni morale privata o sociale. I genitori di alcuni dei ragazzi ricchi sono speculatori senza scrupoli che, per aver malcostruito una scuola, ne hanno causato il crollo: simbolo della vecchia scuola e della vecchia società crollata.
    Nel mondo di Elite ci troviamo in una Spagna irriconoscibile che potrebbe essere la California o l’Olanda. Non c’è felicità o serenità ma soltanto un arrivismo di stile americano, apparenza, spesso perversione. Accadono furti, tradimenti, e almeno metà dei maschi e delle femmine si scoprono bisessuali. I più romantici sono i due gay, Omar, che viene da una famiglia islamica, e il suo amico Samuel. I due hanno problemi perché il padre di Omar vorrebbe farlo sposare e lui non vuole. Marina, la ragazza (il “femminicidio” è inevitabile) che verrà infine assassinata è sieropositiva e scatena gelosie che la porteranno ad essere uccisa. La sua ricca famiglia è gravida di segreti inconfessabili.
    L’unico personaggio che si salva lungo gli 8 episodi per la sua saggezza, purezza, intelligenza, è Nadia che, nonostante il nome russo, è una ragazza araba e islamica con tanto di velo. Nell’improbabile scuola di Elite, tutta pavimenti lucidi e muri luminosi, si conosce un po’ di “islamofobia” ma non tanto da impedire al ricco e facoltoso Guzmلn di innamorarsi di Nadia e della sua integrità. Il giovane è stanco del proprio cinismo e di quello della sua fidanzata, Lu, che vorrebbe un matrimonio ma soltanto per perbenismo. E vede nella giovane islamica quella rigenerazione che tra le sue coetanee “cristiane” non vede più.
    Sullo sfondo, una società dove non sembrano più poter esistere coppie eterosessuali normali; dove l’unica famiglia felice è quella formata da “due mamme”; dove il ragazzo più sensibile è un tormentato omosessuale innamorato del musulmano Omar; dove le ragazze più pulite hanno perlomeno l’HIV e sono traditrici seriali; dove il giovane più vitale è uno spacciatore e i professori sono corrotti. La storia si svolge in una non nominata cittadina storica disegnata da antiche pietre. Ma in essa non compaiono chiese e niente di “etnicamente” spagnolo, nemmeno il cibo. I discorsi e la mentalità di questi spagnoli sembrano globalizzati, apolidi, distaccati dalle “radici”.
    Questo distacco risulta evidente, eccessivo e dunque ideologico; non si era visto niente di simile nemmeno nella serie spagnola di maggior successo e maggiore intelligenza come La casa di carta. Insomma, per far accettare un prodotto audiovisivo spagnolo, come del resto già accade in Italia, si abiura totalmente alla propria identità, anzi la si tradisce. Infine, la protagonista, Marina, corrotta ma non troppo, sogna di riscattarsi fuggendo con uno spacciatore buono e proletario; sogna di nascondersi dalla sua famiglia di ricchi imprenditori che hanno causato con la loro rapacità il crollo di una scuola ma viene uccisa da un ragazzo della sua “elite”, che la considera traditrice. Infine, la vera eroina è la musulmana Nadia, tradizionalista quanto basta ma progressista quando occorre in quanto proteggerà il fratello Omar, vittima tre volte: come omosessuale, immigrato e islamico.
    Una serie non dipinge una società, certo: ma dalla Spagna ci arrivano sempre più spesso produzioni televisive con queste caratteristiche. Spagna, addio?
    Conformismo di Elite: i buoni solo islamici e omosessuali - La Nuova Bussola Quotidiana

    IL RICTUS DI SATANA
    Maurizio Blondet
    (Chi non vede e sente qui il dominio di Satana scatenato, evocato dall’Europa che ne vuole essere schiava, è cieco e sordo. Questo verrà pagato a caro prezzo, nella misura in cui la Neo-Chiesa ci ha spogliati delle protezioni sacramentali)
    Quest’anno, il Festival del cinema svedese presenta un cortometraggio chiamato “Fuck You” la cui storia è una ragazza africana che vuole usare un dildo anale sul suo amico bianco per farlo sentire “veramente svedese”. youtube.com/watch?v=zWkQ7S…
    Ci sono tutti “i nostri valori” in questo film: la coppia mista, la diversità demografica, il sesso minorile, il multiculturalismo…e la presa simbolica del fallo da parte della donna e la diminuzione della virilità bianca, che porta al sottotesto politico: la Svezia deve essere letteralmente incul… dall’Africa.
    Ma non è solo Svezia. La Scozia è il primo paese ad approvare lezioni LGBT a scuola.
    Com’era, la finestra di Overton?: “…e alla fine diventa obbligatorio” (citazione Cristina Cersei)
    Napoli: Halloween diabolico dentro la chiesa di San Gennaro all’Olmo (dov’ è stato battezzato il filosofo Giambattista Vico)
    Diverse ragazze in microgonna hanno piazzato i loro glutei sopra gli artistici altari policromi seicenteschi ( che hanno ancora al centro la PIETRA SACRA consacrata con alcune Reliquie di Santi); baci e posture diaboliche davanti alle statue dei Santi e all’interno dei confessionali; la simulazione di un’impiccagione sacrilega nell’alto della cantoria, dove c’era stato l’ Organo, proprio sopra l’area presbiteriale…
    Diversi figuranti in talare con la stola nera (autentica) e donne con dei vistosi trucchi satanici… tutti i partecipanti rigorosamente vestiti di nero di cui molti con una maschera nera in viso… una specie di “vendetta” nel nome dei “martiri” giacobini del 1799 interattiva con il satanismo.
    In quell’artistica chiesa, tutelata dal Ministero per i Beni Culturali, ha predicato il Beato Mariano Arciero (Contursi, Salerno, 26 febbraio 1707 – Napoli, 16 febbraio 1788) : c’è ancora il pulpito ( perfettamente restaurato) da cui il Beato impartiva il suo catechismo che fu preso a modello dal Cardinale Arcivescovo Antonino Sersale (Sorrento, 25 giugno 1702 – Napoli, 24 giugno 1775).
    La chiesa di San Gennaro all’Olmo, anche se da tempo non adibita al culto, conserva gli altari (consacrati), le immagini sacre, l’organo e i confessionali.
    Possiede involtre una statua unica: San Gennaro in gloria opera settecentesca napoletana. Un napoletano , sconvolto, ha commentato: “Omaggiare il diavolo in una
    chiesa…Il party lascivo si svolge nei luoghi dove si effettuano i riti, si dice messa, s’impartiscono i sacramenti. Musica a palla, fumo e alcol con angolo bar” (come le foto testimoniano).
    Sappiate che “al di sotto dell’edificio c’è un’altra chiesa e una piccola cripta dove hanno trovato sepoltura diverse persone del popolo”.
    Ovviamente il tempio CONSACRATO (affidato alle cure di una Fondazione Culturale) è tutelato dalla Soprintendenza: stiamo valutando per questo, assieme ad alcuni amici napoletani, la possibilità di inoltrare un esposto-denuncia agli organi statali preposti alla tutela dei monumenti e per conoscenza alla Curia Arcivescovile di Napoli.
    Alcuni fedeli partenopei hanno scritto che l’ orrenda profanazione della chiesa artistica di San Gennaro all’Olmo “nel nome dei martiri giacobini del 1799” si è compiuta “nel silenzio assordante di un Arcivescovo, tre Vescovi ausiliari, un Moderatore, Monsignori vari e chi più ne ha più ne metta” secondo noi la responsabilità dell’atto sacrilego (vilipendio contro i simboli religiosi) va invece attribuita a chi gestisce l’accesso al monumento. Grave sarebbe che non si sia provveduto a sconsacrare la Chiesa pur permettendo eventi esclusivamente mondani e di dubbio gusto. La festa demoniaca è stata volutamente fatta in una chiesa, con l’intento di dissacrare il luogo e di creare una atmosfera ambigua dove imporre gesti e intenzioni anticristiane e demoniache.
    Qualcuno ora dirà che la chiesa è “sconsacrata” ma l’indecenza di quel che è accaduto nei giorni scorsi non è tollerabile: ammesso che un edificio sacro antico e artistico possa essere del tutto “sconsacrato” ( l’antico cimitero sotterraneo è rimasto) il vincolo del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali rimane a tutela delle opera d’arte conservate e della struttura architettonica.
    Vedremo come andrà a finire.
    MiL - Messainlatino.it: Napoli: Halloween diabolico dentro la chiesa di San Gennaro all'Olmo (dov' è stato battezzato il filosofo Giambattista Vico) Com'è stato possibile?
    Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio
    https://www.maurizioblondet.it/il-rictus-di-satana/

    Quei finanziamenti dell'Ue alla lobby gay: ecco cifre e progetti
    Progetti, iniziative e manifestazioni promosse dall'Ue per sostenere la causa della comunità Lgbt: ecco come vengono utilizzati i finanziamenti
    Giuseppe Aloisi
    Una pioggia di finaziamenti europei per i progetti pro Lgbt. Mentre il nostro esecutivo viene richiamato all'ordine dalle istituzioni sovranazionali dell'Ue per lo sforamento del rapporto deficit/pil e per le conseguenze derivanti dall'innalzamento dello spread, la stessa Europa non sembra farsi troppi scrupoli a sostenere materialmente manifestazioni legate alla comunità Lgbt.
    A farlo presente è il quotidiano La Verità, per mezzo di un articolo in cui viene citato pure il presunto ruolo svolto in questa vicenda dalla cosiddetta "lobby gay". Non è la prima volta, in ogni caso, che vengono sottolineati collegamenti eistenti tra quelli che sarebbero gli interessi culturali della sfera "lesbo, gay, bisex e trans" e alcuni attori politico - finanziari che operano anche nel Vecchio Continente. Tra gli istituti e gli individui che incoraggiano l'organizzazione di manifestazioni e propositi in grado di favorire le istanze di queste realtà, c'è anche l'ente sovranazionale composto da 28 stati, di cui fa parte anche il Belpaese.
    Un passaggio del bilancio comunitario lascia intendere che la questione, a Bruxelles, non sia percepita come minoritaria: i milioni destinati al tema "Diritti, uguaglianza e cittadinanza" risultano essere, in totale, 439,5. Poi, pero', bisogna operare attraverso dei distinguo: una parte di questi soldi viene stanziata per tutt'altro: diritti dei disabili e dei bambini, prevenzione degli episodi di violenza, sicurezza e cittadinanza.
    Ma sarebbe il ritmo con cui l'Ue ha deciso di assecondare la causa degli Lgbt a far pensare a una sorta di adesione acritica. Sul quotidiano citato si legge che il Consiglio europeo è arrivato a caldeggiare la redazione di legislazioni da parte di una delle istituzioni dell' Ue: "la Commissione europea (è stata invitata, ndr) alla promozione di misure", che siano concordi con quella "Lista di azioni da parte della Commissione per il miglioramento dell' uguaglianza degli individui Lgbti".
    Questo virgolettato suona più che altro come un monito sullo stare al passo coi tempi. A far discutere, invece, potrebbero essere i veri e propri finanziamenti: "Solo per il triennio 2018-2020, infatti, - si legge sempre sul giornale diretto da Belpietro - sono stati finanziati 17 progetti per 4.775.427 euro. L'iniziativa 'Stand up for Lgbti rights in Bulgaria' ad esempio aggiudicataria di un finanziamento di 199.940 euro....".
    Poi ci sono altro piani di lavoro, come quello riguardante la "sensibilizzazione" in materia Lgbt di coloro che lavorano in ambito sanitario: parliamo di quasi 200mila euro. E ancora, la rassegna lituana dei film sulla transessualità (più di 155mila euro per una quarantina di film) e il Praga Pride, per il quale sono arrivati quasi 170mila euro. Sullo sfondo di tutta questa storia si nasconderebbe pure una certa dosse di divulgazione della discussa ideologia gender.
    Una parte di questi soldi interessa anche l'Italia, dove l'Università di Brescia la farebbe da padrona in uno di questi progetti europei contro le discriminazioni. Il tutto sarebbe stato coperto con l'inoltro di ben 1.034.478 di euro. Un altro finanziamento sarebbe stato diretto all'istituto europeo per lo sviluppo socio-economico, che è a sua volta italiano: 1.034.478 euro. In questo specifico caso, l'iniziativa è centrata sulla creazione di una "rete di giovani social media manager, blogger, attivisti online, youtuber, e ragazzi per reagire, monitorare e prevenire l' odio online e altre forme di intolleranza".
    Infine ci sono le attività di lobbyng svolte da una serie di sigle e quello che La Verità ha definito lo "zampino di Soros". L'Unione Europea sarebbe s molto generosa nei confronti della comunità Lgbt, ma una funzione essenziale sarebbe rappresentata dalla Liga, dalla Tgeu e dalla Ilgo (tutti soggetti giuridici pro Lgbt). Le sigle appena descritte dimostrerebbero una "spiccata abilità nel procacciarsi finanziamenti e accordi di partnership". Pare difficile fare un conto totale delle migliaia di euro recepite nel corso di questi anni. L'Ilga, per citare uno dei casi segnalati, avrebbe beneficiato di quasi 700mila euro provenienti dalla Open Society Foundations.
    L'Eidhr, ancora, starebbe per distribuire cifre cospicue al fine di garantire un "pieno godimento dei diritti umane delle persone Lgbti". E con questo ente siamo già tornati dalla parti dell'Europa. Questa istituzione è già balzata agli onori delle cronache per aver finanziato progetti finalizzati a tutelare le comunità Lgbt presenti in sudamerica. Nello specifico Brasile e Colombia: si parla rispettivamente di 748.495mila euro e di 400.635mila euro. Persino la Cina sarebbe stata coadiuvata dall'Eidhr in questo campo. Una delle realizzazioni progettuali più discutibili pare essere quella relativa a un talk show sui "compagni queer", cioè sulle persone contrarie all'adesione a qualunque orientamento sessuale precostituito.
    Quei finanziamenti dell'Ue alla lobby gay: ecco cifre e progetti

 

 
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