Quindi è vero: per il Comune di Brescia chi contesta le unioni civili merita la rieducazione
Valerio Pece
Con un tweet indirizzato ad un gruppo di attivisti Lgbt, Laura Castelletti, vicesindaco di Brescia, dà dell’omofobo a un giovane sacerdote colpevole di essere contrario alla legge sulle unioni civili. Lo scorso giovedì a Palazzo Loggia era prevista un’interrogazione indirizzata a Emilio Del Bono, sindaco piddino della città. L’intento dell’opposizione era quello di fare finalmente chiarezza a beneficio dei molti bresciani desiderosi di capire: di fronte all’iniziativa “strong” del suo vice, il sindaco si sarebbe smarcato oppure avrebbe avallato? Prima di raccontare il surreale esito del rovente Consiglio comunale, non è inutile narrare qualche tappa di avvicinamento vissuta dalla città prima dell’appuntamento istituzionale.
IL PRIMO GIORNALE IN SILENZIO. Sull’offensiva del vicesindaco era intervenuto in difesa del sacerdote anche il senatore Carlo Giovanardi, il quale, con l’intento di dimostrare che «misogini, razzisti e omofobi i cattolici non lo sono mai stati, anzi», aveva indirizzato un’accurata lettera di taglio storico ai vari quotidiani cittadini. Tra questi, ovviamente, il Giornale di Brescia. Ma che succede? Il quotidiano più diffuso in città – e solo questo – non pubblica la lettera. Giovanardi chiama la redazione, ma con una toppa peggiore del buco il caporedattore risponde: «Come facciamo a pubblicare una lettera se di questo caso non abbiamo parlato?». E così, mentre le opposizioni si preparavano a portare a Palazzo Loggia il caso politico; mentre l’opinione pubblica e gli altri giornali (Corriere compreso) non smettevano di parlare del pasticciaccio brutto, il giornale più importante di Brescia pensava bene di ignorare totalmente l’argomento. Mancherebbe ancora un dettaglio: il direttore del quotidiano è la zia del vicesindaco Castelletti.
ARCOBALENO IN COMUNE. Arriviamo a questi giorni. Via Facebook rappresentanti dell’Arcigay locale fanno pressione al sindaco perché questi metta in bella mostra la bandiera arcobaleno sulla facciata del Comune. Del Bono, che per la strage di Orlando aveva già fatto issare la bandiera a stelle e strisce, si affretta subito a riorganizzare l’operazione, uscendo con una comunicazione che si preoccupa personalmente di postare nelle discussioni aperte su Fb dagli esponenti del mondo Lgbt: «In ricordo dei caduti, una bandiera degli Stati Uniti d’America listata a lutto è stata issata sul portale d’ingresso di palazzo Loggia e, a partire dalle 18 di oggi, mercoledì 15 giugno, il tetto del palazzo sarà illuminato con i colori della bandiera Arcobaleno». Arcobaleno – da notare – con la lettera maiuscola. Tirata via dall’asta la bandiera degli States, quindi, la facciata di Palazzo Loggia viene “disciplinatamente” illuminata. Ma che quelle luci colorate rappresentino più che altro un trofeo lo racconta plasticamente una foto di Fabrizio Benzoni, il consigliere bresciano decisamente più gay-friendly, militante nella lista civica del vicesindaco. Benzoni, con altri 4 giovani amici, dimentico forse dei tanti ragazzi uccisi in Florida, si fa immortalare mentre salta e sorride felice davanti a un Palazzo Loggia finalmente “rainbow”.
L’INTERROGAZIONE. Arriviamo così a giovedì 17, giorno dell’interrogazione al sindaco. Un’interrogazione moderata e meticolosamente supportata da articoli di Dichiarazioni e Convenzioni riguardanti il rispetto delle libertà fondamentali, quella di espressione in primis. Un’interrogazione finalizzata a far tornare nella città un clima sereno e rispettoso, insieme a una sana laicità (qui il testo in pdf). L’attenzione, dunque, ora è tutta su Emilio Del Bono. Su di lui gli occhi e il fiato di un salone comunale pieno di cittadini. Ma ecco l’ennesimo colpo di scena: al momento di rispondere, visibilmente irritato, il sindaco si rifiuta di parlare. «Non è una questione amministrativa», taglia corto, e definisce l’interrogazione con una serie di aggettivi che nell’ottica del rapporto città-chiesa locale saranno destinati a rimanere a lungo nella memoria: «Irricevibile, insopportabile» e soprattutto «irrispettosa».
OPPOSIZIONE SCATENATA. Per il sindaco di Brescia non è “irrispettoso” che il suo vice calunni gratuitamente un sacerdote della diocesi. No. È irrispettoso che dall’opposizione gli venga chiesto di esprimersi sul caso. Il salone di Palazzo Loggia si trasforma in un ring infuocato: il consigliere Maione (FI) chiede al presidente del Consiglio comunale la convocazione della conferenza dei capigruppo per costringere il sindaco a parlare; Adriano Paroli (l’ex sindaco della città) domanda la parola “per fatto personale”, dal presidente gli viene negata e lui rimane in piedi per protesta; Paola Vilardi, rivolgendosi a una Castelletti rimasta muta per tutto il tempo muta, lamenta che sarebbero bastate le sue semplici scuse (mai arrivate) per evitare alla città una fibrillazione durata due settimane; Francesco Onofri, consigliere che per equilibrio e posatezza gode di una stima bipartisan, sbotta e formula una “formale censura” per il sindaco reticente. Ma Del Bono non parla.
UN “LIKE” PER IL LAGER. Sembra tutto finito. Non sono passate neanche due ore dalla fine del Consiglio che la Castelletti ci ricasca. «Sono orribili, bisognerebbe metterli a Bergen Belsen», scrive sulla bacheca del vicesindaco un collaboratore del Comune riferendosi a cinque giovani di Fratelli d’Italia che in silenzio, mostrando uno striscione, contestano il vicesindaco. L’ipotesi di inviare gli avversari politici nel lager in cui morì Anna Frank non sembra dispiacere alla Castelletti. Tanto che ci piazza un “like”. Ai giornali che il giorno dopo la interrogano stupefatti, dirà che il giro era solo a scopo pedagogico. Così a Brescia, la città natale delle Sentinelle in Piedi e di Massimo Gandolfini, è già possibile assaporare la fase due del ddl sull’omofobia.
Brescia. «Lager» per chi è contro le unioni gay | Tempi.it
Londra, anche i semafori sono gay: l'iniziativa del sindaco musulmano
Il sidnaco musulmano di Londra per sostenere il gay Pride Festival ha modificato i semafori sostituendo gli omini con coppie omosessuali
Anna Rossi
Il sindaco musulmano di Londra si è già insediato per bene nella città e dopo aver proibito una campagna pubblicitaria perché imbarazzante per le donne ha deciso di cambiare i semafori in favore dei gay.
Da qualche giorno, l'omino verde che segnala la possibilità ai pedoni di attraversare la strada non è da solo, ma in compagnia di un suo simile. A Londra, nel cuore pulsante e vivace di Trafalgar Square, una cinquantina di semafori si illuminano con due uomini stilizzati mano nella mano. E ad unirli c'è un cuore. Uomini che tengono altri uomini, donne con donne: ecco l'ultima iniziativa di Khan per sostenere la comunità Lgbt.
"Una delle cose più grandi di questa città sono le nostre differenze e ogni londinese dovrebbe essere orgoglioso di questo - ha detto il sindaco di Londra Sadiq Khan - Sono molto orgoglioso della nostra comunità Lgbt e non vedo l'ora di lavorare a stretto contatto con loro come sindaco. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolte ancora alle famiglie e agli amici delle vittime del recente terribile attacco a Orlando".
Questa istallazione è temporanea, come scrive l'Huffingtopost, ed è stata creata in occasione del gay Pride Festival, in corso in questi giorni a Londra. La città è stata adibita per ospitare la grande parata di sabato che concluderà la manifestazione gay. Dal canto suo, il direttore del Pride ha commentato entusiasta "questa iniziativa dei semafori". "Il gesto del nostro sindaco è stato fantastico. Siamo felici di avere il suo sostegno. Per molte persone l'accettazione e la tolleranza sono un lusso che ancora non hanno" - ha concluso il direttore del festival.
Londra, anche i semafori sono gay: l'iniziativa del sindaco musulmano - IlGiornale.it
"La teoria gender? Colpa del femminismo"
Secondo lo studioso tedesco Martin Voigt la teoria gender e l'emancipazione sono la conseguenza dell'effetto del libero mercato sulla società contemporanea. Che, in nome della competitività, sta distruggendo la famiglia e danneggiando il percorso di crescita delle nuove generazioni
Amicizia, teoria gender, accettazione sociale, sessualità, identità, famiglia, internet. Concetti, questi, che in un primo momento possono sembrare estranei, ma che sono invece le parole chiave di uno studio recentemente uscito in Germania e pubblicato in un libro edito da Springer Verlag. Intitolato "Maedchen im Netz" ("Femmine in rete") e scritto da Martin Voigt, tale libro è stato pubblicato lo scorso gennaio ed ha come obiettivo quello di dimostrare come l'utilizzo di internet e soprattutto i social network sia per molti funzionale a creare una identità fittizia e parallela a quella reale per cercare un'accettazione sociale che nella vita reale è sempre più difficile da raggiungere.
Partendo dall'analisi dell'utilizzo dei forum e dei social da parte degli adolescenti l'opera tenta di mostrare come nelle foto condivise, nell'esibizionismo sfrenato dei selfie e negli ammiccamenti a sfondo sessuale vi sia la ricerca di una identità e di un affetto difficile da trovare, dovuto al carattere estemamente fluido e spaesante del mercato del lavoro e della famiglia nella società occidentale.
Recensito da quasi tutti i pricipali media tedeschi, Femmine in rete ha generato numerose critiche, soprattutto provenienti dalla comunità LGBT e dal mondo femminista. L'autore riteine di avere infatti individuato delle caratteristiche innate e diverse nella natura maschile e femminile, cosa che non si concilia con l'uguaglianza totale dei sessi sostenuta da alcune componenti del femminismo. Secondo l'autore si tratta però di critiche smenitibili. Martin Voigt, 31 anni, ricercatore presso l'Università di Monaco e redattore presso diversi giornali e riviste tedesche, collabora con diversi progetti scientifici ed è consulente della Polizia Federale Tedesca per quanto riguarda diversi progetti di prevenzione. Molte critiche, secondo Voigt, non sarebbero supportate da argomentazioni valide, ma da da un forte retaggio ideologico.
Dottor Voigt, cosa l'ha portata a pubblicare questo studio?
Tutto è iniziato modo spontaneo. Era il 2007 ed ero uno studente di lingue all’università di Monaco. Seguendo un corso intitolato “Lo sviluppo della lingua ai tempi di internet” mi sono reso conto che tutto il materiale che ci veniva fornito era datato di almeno 10 anni e che nessun professore aveva mai studiato come la lingua tedesca stesse cambiando tra gli adolescenti. Per scoprirlo ho iniziato ad andare su internet e a frequentare le chat pubbliche. Al tempo non c’erano ancora i social network che conosciamo oggi, come facebook e twitter, ma dei forum in cui la gente scriveva e parlava a vicenda senza conoscerci. Notai subito che a utilizzare queste piattaforme erano quasi sempre lo stesso tipo di persone che esprimevano lo stesso tipo di sentimenti: ragazzine dai 12 ai 16 anni che rappresentavano forti emozioni in maniera standardizzata. Tutte scrivevano nello stesso modo, comunicavano con le stesse abbreviazioni delle parole, condividevano lo stesso tipo di fotografie. Foto provocanti, foto in cui si abbracciano o si baciano a vicenda corredate di commenti che dicono quanto ci si ami a vicenda. Tutte utilizzavano il web per crearsi una propria identità telematica da condividere con gli altri. Ciò mi ha fatto notare come ci fosse un legame forte tra la ricerca di identità, il web e le mutazioni linguistiche in atto, per questo ho iniziato ad occuparmi intensamente di questo tema che è stato poi l’oggetto del mio dottorato ed è diventato il contenuto dei miei libri. Quali sono le manifestazioni condivise trasversalmente da tutti i sessi e tutte le età? Ciò che accomuna maschi e femmine come ragazzini e adulti è l’utilizzo del web per costruirsi una finta identità.
L’origine di queste manifestazioni è dunque, secondo Lei, una società basata sull’apparenza, cosa che un tempo non era. Quali sono le origini di questi cambiamenti?
La principale origine di tutto ciò è la mutazione della famiglia. Che, a sua volta, è dovuta al cambiamento del mercato del lavoro. Un tempo la famiglia rappresentava un momento centrale nel percorso di socializzazione e di definizione dell’identità di un bambino in fase di crescita. Il bambino passava tanto tempo all’interno del nucleo famigliare, cosa che creava un rapporto intenso con i genitori. Questo non significava che la famiglia fosse ricetta assoluta di stabilità emotiva e felicità, ciò dipende da caso in caso. Significava però che i bambini crescevano in un contesto meno competitivo. Gli studi mostrano che all’interno della dimensione famigliare il bambino si senta di potersi comportare per come è veramente, perché non sente di dover dimostrare nulla per essere accettato, aspettandosi invece di essere amato e protetto a prescindere. Oggi il mercato ha cambiato la famiglia. Il valore massimo è quello della competitività, cioè dell’ottenimento della miglior prestazione con il minor costo. Gli stipendi sono così diventati più bassi e nel 90per cento dei casi entrambi i genitori devono lavorare per sbancare il lunario, non avendo dunque tempo per dedicarsi ai figli. I quali vengono spesso affidati alle scuole e ai doposcuola per tutto il giorno e vivono tutta la propria quotidianità al di fuori della famiglia, in una società di coetanei nella quale essere accettati non è scontato e per questo è a sua volta molto più competitiva. Il processo di definizione identitaria di un bambino è così plasmato dal confronto con i coetanei e dal desiderio di essere accettato. Questo fenomeno è descritto molto bene nel libro“Il signore delle mosche”, un romanzo fondato su veri studi sociologici che mostra quali dinamiche competitive si instaurino un società composte solo da bambini. In un mercato in cui il valore più alto è la competitività, essa è diventata anche ciò che plasma gli uomini fin dalla prima infanzia. L’uso dei social ha estremizzato tutto ciò. Ogni foto, ogni post, ogni commento è un messaggio, una richiesta di accettazione sociale che si misura in base ai “mi piace” che riceve. Le persone valgono tanto quando è cliccata la propria finta identità telematica.
Il suo libro come alcuni i suoi articoli apparsi sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung e che spiegano i contenuti che ha appena espresso hanno generato profonde critiche e taglienti accuse. Come se lo spiega?
Le critiche provengono soprattutto dal mondo LGBT e dagli esponenti politici che lo sostengono. Ciò che mi è stato rinfacciato è di avere descritto e portato documentazioni scientifiche su come, per molti aspetti, le femmine siano profondamente diverse dai maschi. Ho portato esempi a proposito descrivendo chiarissimi stereotipi adolescenziali maschili e femminili e ho scritto che ciò si manifesti anche nell’utilizzo dei social. Questa evidenza della diversità è in forte contrasto con la teoria gender, che sostiene invece che tra uomo e donna non vi sia alcun tipo di differenza e che essi possano essere totalmente intercambiabili.
Alcuni considerano l’annullamento delle differenze come una tappa del progresso, come il superamento di un medioevo culturale a favore della modernità…
Queste persone descrivono l’annullamento delle differenze come un percorso naturale. La scienza come la sociologia mostrano invece chiaramente come vi siano delle innate differenze biologiche ed emotive tra uomo e donna. L’annullamento delle differenze è in realtà un processo culturale figlio non della natura ma di determinate decisioni politiche. A teorizzarle sono stati nel secondo dopoguerra i filosofi neo-marxisti della Scuola di Francoforte, gli stessi che hanno dato l’input alla rivoluzione culturale del 68, che è stata il più grande momento di affermazione politica di tali teorie. Il movimento del 68 puntava alla rivoluzione culturale tramite l’abolizione delle differenze sessuali col fine di raggiungere un’equiparazione sociale e politica tra uomo e donna. La lotta alla disuguaglianza e l’annullamento delle differenze tra gli esseri umani è il primo scopo dell’ideologia marxista. La scuola di Francoforte ha semplicemente applicato tale concetto alla dimensione sessuale e ha generato una grande rivoluzione sociale tramite la liberalizzazione umana dei comportamenti sessuali. Il 68 è stato, in questi termini, una vera rivoluzione perché ha introdotto una nuova pseudocultura, per la quale la libertà degli individui corrisponde alla propria libertà sessuale. Essa ha distrutto i paradigmi culturali che c’erano precedentemente e che erano basato su concetti come la fedeltà e l’onore, che oggi sono diventati totalmente tabù.
Anche se la cosiddetta teoria gender è figlia di un preciso percorso politico e ideologico secondo alcuni l’annullamento delle differenze porterà a un miglioramento della qualità della vita degli individui, soprattutto delle donne…
Se la libertà di una persona si misura in base alla propria libertà sessuale allora essa è direttamente proporzionale all’assenza della famiglia fondata su vincoli di amore e fedeltà, gli stessi che garantiscono stabilità e sicurezza ai bambini. La libertà intesa come assenza di famiglia genera profonda instabilità, insicurezza e disorientamento nei bambini, che sono gli uomini e le donne di domani. Le personalità dei bambini sono plasmate dai rapporti con e tra i genitori, se questi sono fluidi, instabili o conflittuali il bambino è disorientato e spinto a cercare all’esterno del nucleo famigliare ciò che non trova. I comportamenti sui social ne sono spesso la manifestazione, sono la ricerca di attenzione e la volontà di dimostrare di essere accettati e di avere trovato l’amore. L’individualismo totale, la concezione della libertà solo come libertà sessuale e l’emancipazione individuale stanno portando alla distruzione della famiglia intesa come garante di stabilità e sicurezza per gli uomini e le donne di domani. Dobbiamo aspettarci dunque intere generazioni composte da individui totalmente disorientati, alienati, insicuri e instabili emotivamente.
Lei indica nell’emancipazione, anche femminile, una delle principali cause della distruzione della famiglia e della stabilità ad essa connessa. Ed è per questo stato accusato di essere un complottista. Come risponde?
Rispondo con i fatti, che mostrano come la distruzione della famiglia stia avvenendo concretamente tramite l’adozione di determinate misure politiche ed economiche. In Germania questo è evidente in tutti gli schieramenti politici che formano il governo. Le presunte politiche a tutela della famiglia consistono nell’incentivare la donna a lavorare a tempo pieno e a detassare gli asili nido e i doposcuola. Questo è esattamente ciò che genera l’allontanamento delle persone che compongono il nucleo famigliare.
Per vivere, però, le persone hanno bisogno di lavorare. Il più delle volte è inevitabile che entrambi i genitori abbiano un’occupazione lavorativa a tempo pieno. Ne va della sopravvivenza.
E’ vero. Il mercato è cambiato, offre stipendi più bassi e chiede a tutti gli individui di lavorare al 100per cento. In nome del mercato e della competitività sta venendo abolito ciò che garantiva equilibrio, stabilità e orientamento. La dedizione di tutto il proprio tempo al lavoro e non agli affetti e ai figli viene visto come la miglior forma di emancipazione, che è la battaglia numero uno del femminismo. In questi termini possiamo tranquillamente dire che neomarxismo e liberalismo abbiano trovato la propria sintesi nel femminismo e della teoria gender, che lotta per l’uguaglianza totale in nome della soddisfazione delle richieste del mercato. In Germania durante le manifestazioni della sinistra di ispirazione marxista viene spesso gridato lo slogan “no family, no border, no nation”. Sono concetti estremamente liberali che vengono fatti propri dai marxisti, mostrando la sovrapposizione delle due ideologie. In nome di un estremismo individualistico utopico.
Perché utopico?
Perché non corrisponde alla natura del uomo. Che è innata e non muta, anche se cambia la società. L’uomo non è un mero animale che vive solo di cibo e istinti sessuali. Tutti noi abbiamo una vocazione sociale, cerchiamo rapporti non solo sessuali ma anche e soprattutto di fedeltà. Non puntiamo solo a riprodurci, ma a dare ai figli la stabilità che permetta loro di crescere serenamente.
Cosa si aspetta per il futuro?
Il fallimento della società fondata su questi paradigmi. Quello in corso è un progetto, anche economico, a breve termine. Finirà per creare non una società ma un insieme di individui concorrenziali e profondamente infelici. Per fare grandi progetti sarebbe necessario cambiare totalmente rotta. Investendo sulla stabilità e sulla crescita felice delle nuove generazioni.
"La teoria gender? Colpa del femminismo" - IlGiornale.it
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