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Discussione: Il deserto avanza

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Bisessuale, cresciuto con due lesbiche, 40 anni nel mondo Lgbt: «No al matrimonio omosessuale»
    Benedetta Frigerio
    La testimonianza di Robert Lopez: «Sono solo un ragazzo che ha dovuto ripulire il casino lasciato dalla rivoluzione sessuale. La comunità gay produce odio e recriminazione viziosa»
    «Dobbiamo frenare questa corsa»; «i bambini non possono diventare proprietà degli adulti»; «abbiamo sentito tante campane, ma mai quelle dei diretti interessati a cui non viene data voce». Sono le parole di Robert Oscar Lopez, professore presso la California State University, che lo scorso 12 marzo ha dato testimonianza davanti al Parlamento del Minnesota chiamato a legiferare sul matrimonio omosessuale. L’uomo, cresciuto dalla madre lesbica con la sua campagna, è intervenuto il mese scorso raccontando la sua esperienza sul Public Discourse, il giornale online del centro di ricerca The Witherspoon Institute dell’Università di Princeton.
    «MI MANCAVA UN GENITORE». Spiegando di essere bisessuale, il professore ha dichiarato: «I bambini sentono potentemente la mancanza di un padre o di una madre» e «provano una grande frustrazione, perché non sono in grado di fermare chi decide di privarli del padre o della madre».
    Cresciuto nella comunità Lgbt da quando aveva due anni, Lopez ha spiegato perché la sua voce non è bastata a frenare la legge sulle nozze gay in Minnesota: «Nel corso dell’ultimo anno sono stato di frequente in contatto con adulti cresciuti da genitori dello stesso sesso. Sono terrorizzati dall’idea di parlare pubblicamente dei loro sentimenti, così molti mi hanno chiesto (dato che io sono già uscito allo scoperto, per così dire) di dare voce alle loro preoccupazioni». Lopez, parlando della conflittualità che si vive tra l’attaccamento ai genitori e le ferite da questi provocate, ha aggiunto di voler parlare soprattutto per «conto di coloro che sono stati messi da parte dalla cosiddetta “ricerca sociale” sulla genitorialità omosessuale».
    Quelli che hanno contattato il professore si sono sentiti in dovere «di ribadire di amare i propri cari», ma poi «si sentono scollegati dagli aspetti legati al sesso delle persone intorno a loro, con una certa frequenza provano rabbia verso i loro “genitori” per averli privati del genitore biologico (o, in alcuni casi, di entrambi i genitori biologici), rimpiangono di non aver avuto un modello del sesso opposto, e provano vergogna o senso di colpa per il fatto di sentire un risentimento verso i propri genitori».
    Secondo il professore la legge sul matrimonio omosessuale è dannosa: «Incoraggiare le coppie dello stesso sesso a pensare che la loro unione non sia distinguibile dal matrimonio» è dire «una menzogna, e tutto ciò che si fonda sulla menzogna ci si ritorcerà contro».
    L’AMORE SURROGATO. «Dopo aver trascorso quarant’anni dentro nella comunità gay – ha proseguito -, ho visto come questa realtà produca odio e recriminazione viziosa». Le coppie dello stesso sesso, infatti, spesso parlerebbero male di quelle eterosessuali per giustificare le adozioni. «Ma – ha continuato il professore – io sono qui per dire di no: avere una mamma e un papà è un valore prezioso in sé, non qualcosa che può essere ignorato, anche se una coppia gay ha un sacco di soldi, anche se può iscrivere un ragazzino alle migliori scuole».
    Sarebbe poi «inquietante e classista la posizione dei gay che pensano di poter amare senza riserve i loro figli dopo aver trattato la madre surrogata come un incubatore, o delle lesbiche che credono di amare i propri figli incondizionatamente dopo aver trattato il loro padre-donatore di sperma come un tubetto di dentifricio».
    Lopez ha denunciato le autorità che, anziché proteggere il diritto degli orfani ad avere una madre e un padre, si preoccupano di rispondere alla domanda del mercato degli omosessuali che vogliono figli: «Qualunque sia il trauma causato ai bambini dall’essere orfani non dovrebbe essere aggravato dallo stress di essere adottati da una coppia dello stesso sesso». Per il professore neppure il genitore biologico divorziato avrebbe il diritto di allevare il proprio figlio con una persona dello stesso sesso lasciando da parte il genitore biologico: «I bambini di solito vogliono che la loro mamma e il papà smettano di litigare, mettano da parte le loro differenze, e stiano insieme, anche se uno di loro è gay».
    I FIGLI “OMOFOBI”. Lopez ha citato anche la fecondazione, il divorzio, il commercio delle adozioni, per dire che «i bambini gettati nel bel mezzo di questi pericoli morali sono ben consapevoli della responsabilità dei loro genitori nel dare loro una vita stressante ed emotivamente complicata», mettendoli persino «nella non invidiabile posizione di essere chiamati “omofobi” se semplicemente soffrono per lo stress che i genitori hanno loro imposto».
    Sfortunatamente, però, il movimento Lgbt «ha deciso che la sua convalida da parte di altri richiede una ridefinizione del “matrimonio” inclusiva delle coppie dello stesso sesso. Così eccoci qui, bloccati a imporre una vita problematica ai bambini». Perché purtroppo, conclude Lopez, «suppongo di non contare. Non sono un medico, un giudice o un commentatore televisivo, solo un ragazzo che ha dovuto ripulire il casino lasciato dalla rivoluzione sessuale».
    Bisessuale cresciuto da lesbiche: No nozze gay | Tempi.it

    FRANCIA KAPUTT. L’OSCENO BACIO DI MONTPELLIER
    di Paolo Deotto
    Hollande e Taubira creano l'uomo nuovo (uomo?)
    Divertente. Il Paese che più di due secoli fa celebrava i fasti della “Dea Ragione” è arrivato alla meta: ha perso completamente la ragione. Ma l’ha persa in modo legale, secondo le procedure previste, e quindi tutto va bene, anche se magari le strade si sono riempite di milioni di dimostranti che non erano d’accordo su questo disastro.
    “La Francia ha scritto una nuova pagina di storia”. Su questo, non c’è dubbio. Però ci sono storie belle, meno belle e storie decisamente tragiche…
    Già, la Francia ha perso la ragione, almeno nei suoi eminenti capi politici, che però purtroppo sono quelli che hanno in mano le redini del Paese. Qui non si tratta nemmeno di essere cattolici o atei, di destra o di sinistra, o quel che volete voi. Si tratta di avere quel minimo di raziocinio che ci consente di vedere la realtà delle cose e di non pretendere di piegare la realtà all’ideologia. La realtà ci dice che il matrimonio può esistere solo tra un uomo e una donna, e che solo questo tipo di unione ha diritto ad essere regolata e tutelata dalla legge, perché è l’unica unione che, al di là di ogni considerazione etica, riveste un interesse sociale. La famiglia fondata sul matrimonio infatti assicura la continuità della popolazione e la crescita sana ed equilibrata dei bimbi, allevati da un uomo e una donna, un padre e una madre, ossia allevati nel rispetto di quanto il Creatore ha stabilito. La natura, piaccia o meno, è questa. Non a caso i rapporti omosessuali sono definiti anche “rapporti contro-natura”.
    Due giorni fa, il 29 maggio, il sindaco di Montpellier ha celebrato il primo “matrimonio” tra omosessuali, previsto dalla legge che porta la firma della signora Christiane Taubira, ministra della Giustizia. I due colombi hanno messo il timbro della legalità sul loro “amore” e poi si sono esibiti in un lungo bacio, mentre si diffondevano le note di una vecchia canzone di Frank Sinatra (che con ogni probabilità si sarà rivoltato nella tomba).
    La ministra Taubira aveva già detto uno sproloquio che, per dimensione, non certo per sostanza, merita di essere ricordato: “Crediamo che le prime nozze saranno una cosa bella e porteranno un vento di gioia e che coloro i quali oggi vi si oppongono saranno disorientati quando verranno sopraffatti dalla felicità dei neosposi e delle famiglie”. Nientemeno: “sopraffatti” dalla felicità ecc. ecc.
    Per ora gli unici “sopraffatti” sono stati quei cittadini che sono stati fermati dai gendarmi francesi e messi al fresco per 24, 48 ore perché avevano commesso l’orrendo crimine di indossare una maglietta che li distingueva come difensori della normalità familiare. Era un po’ più difficile arrestare un milione di dimostranti che giorni prima avevano invaso le strade di Parigi per difendere la salute mentale e fisica della loro patria; così il progressismo francese si è rifatto su pochi e isolati portatori di magliette. Non gettiamo la croce addosso ai gendarmi; chi indossa una divisa deve eseguire gli ordini. Ci limitiamo a notare che la Francia ha fatto un altro singolare passo: oltre a perdere la ragione, ha perso anche la “liberté”, perché ora chi non accetta di essere “sopraffatto dalla felicità” va manganellato e messo in cella. Anni fa, nella vecchia e da nessuno rimpianta Unione Sovietica, si usava mettere gli oppositori in manicomio, in base all’assunto che chi non capiva la felicità socialista poteva solo essere matto. In Francia ora abbiamo la felicità ministeriale, regolata dalla legge. Notevole progresso. Ci sfugge che fine abbiano fatto la “fraternité” e l’”egalité”, ma ci sembra che non si coniughino molto bene con la situazione che si è creata oltralpe.
    Intanto, l’osceno bacio di Montpellier diventa la migliore icona della morte della civiltà. Il conformismo obbliga ad applaudire. Il buon senso, il sano e vecchio buono senso che ha sempre regolato la vita dei singoli, delle famiglie e della società, continua a sopravvivere, e a farci definire “osceno” quel bacio, piaccia o meno questa definizione alla Prefettura di Parigi oggi, e domani forse anche alle nostre autorità, quando anche in Italia si approveranno le meravigliose leggi con cui si pretende di piegare la natura e il creato alle sballate ideologie.
    La Francia, paese di grandi tradizioni cattoliche, si è piegata. L’Italia, che addirittura ospita il Vicario di Cristo, ha già la maggioranza parlamentare pronta per gettarsi a sua volta nel baratro, vista anche la presenza conigliesca dei politici “cattolici”.
    Ma i rapporti contro natura restano sempre peccati che gridano vendetta a Dio. E restano sempre capricci e devianze individuali. Dal momento che lo Stato li dichiara meritevoli di tutela giuridica e li equipara alla normalità, perde la sua stessa ragion d’essere e la sua autorità, perché non agisce più per il bene dei cittadini, bensì per la corruzione e la dissoluzione della società. La distinzione tra il bene e il male esiste, ben da prima del parlamento francese e dall’imposizione della felicità su base ministeriale.
    La Storia ci insegna che periodicamente l’umanità vene percorsa da ondate di follia, e si ferma solo in fondo al baratro, per constatare che si è rotta le ossa. Ma la Storia non è mai stata magistra vitae, purtroppo. Nelle ondate di follia, ringraziamo il Cielo, però c’è sempre stato chi ha resistito nella difesa dei valori fondamentali, quelli che ci saranno sempre e che non possono essere cancellati da nessuna votazione parlamentare e da nessuna Taubira di turno.
    A questi pochi, pazienti e testardi, toccherà, in un domani non molto lontano, ricostruire sulle macerie di una società di efebi sculettanti e sragionanti, esito inevitabile delle politiche della follia. Sono gli stessi pochi, pazienti e testardi, che non si stancano oggi di ripetere la Verità, senza il permesso del nuovo regime di polizia marca Hollande e senza la felicità marca Taubira.
    Francia kaputt. Ci dispiace per loro, ci dispiacerebbe ancora di più per noi.
    FRANCIA KAPUTT. L?OSCENO BACIO DI MONTPELLIER - di Paolo Deotto

    Francia: arresti politici contro “islamofobi” ed “omofobi”
    VIDEO CHOC - In Francia la polizia arresta chiunque abbia una maglia con un disegno raffigurante mamma, papà e due bambini. Un avvocato: “Sono arresti politici indegni della Francia e dei paesi occidentali”
    Sulla maglietta hai un disegno raffigurante mamma,papà e due bambini? Sei un delinquente e vai arrestato! Quello che pareva un caso isolato di zelo poliesco (da noi segnalato tempo fa) è diventato la norma con veri e propri rastrellamenti di polizia nel centro di Parigi.
    “Come in Corea del Nord, peggio dell’Iran” scrivono ormai migliaia di blogger cattolici in tutta la Francia per denunciare quello che ormai tutti definiscono lo “stato di polizia della gauche-islamiste”, la sinistra islamista.
    La deriva autoritaria è iniziata qualche giorno fa con un’impressionante numero di giovani sospettati di essere “identitari” (cioè francesi di destra) e tenuti in stato di fermo per oltre 3 giorni dopo aver partecipato alla marcia contro i matrimoni gay.
    Da allora è ricominciata la caccia a tutti quelli che hanno la t-shirt raffigurante una famiglia tradizionale: vengono fermati per strada, caricati su un furgone di polizia e portati al commissariato per indagini che spesso finiscono con una denuncia per incitamento all’odio, turbamento dell’ordine pubblico,tentativo di manifestazione non autorizzata e via delirando.
    L’ultimo rastrellamento nel centro di Parigi è stato fermato da un noto avvocato Jerome Triomphe, che è stato chiamato da una studentessa rinchiusa in una camionetta della polizia e portata direttamente in tribunale per il processo.
    L’avvocato, arrivato sul posto, filma tutto e urla ai gendarmi che li denuncerà per abuso di potere e sequestro di persona, visto che i ragazzi catturati per strada non stavano facendo nulla. A quel punto i poliziotti imbarazzati dicono che stanno eseguendo degli ordini precisi, ma, terrorizzati rifiutano di dire chi li ha dati. Poi fanno una serie di telefonate e liberano i ragazzi.
    “Sono arresti politici indegni della Francia e dei paesi occidentali” grida l’avvocato, e il governo risponde che nessuno ha dato ordini in tal senso. Peccato che lo stesso avvocato e un pool di colleghi abbiano denunciato decine di casi simili e peccato che gli stessi ragazzi liberati e scortati in metropolitana, siano stati fermati da un’altra pattuglia all’uscita della stessa.
    Sono impazziti tutti i gendarmi o c’è una folle strategia politica ordita dall’alto?
    Francia: arresti politici contro "islamofobi" ed "omofobi"

    Parla ai giovani delle coppie gay, catechista linciata da Repubblica: "Ho solo spiegato le Scritture"
    Nicolò Petrali
    È partita l'Inquisizione al contrario. Ieri Repubblica si è scagliata contro una catechista del milanese rea di aver spiegato ai suoi ragazzi delle medie che cosa dice la dottrina cattolica a proposito di omosessualità.
    Non è un mistero infatti che i riferimenti al tema presenti all'interno delle Sacre Scritture siano di netta condanna del fenomeno. Dal libro del Levitico, all'episodio di Sodoma e Gomorra, fino alle lettere di San Paolo, l'omosessualità viene considerata una "perversione" e "un peccato impuro e contro natura che grida vendetta al cospetto di Dio". Ma evidentemente, alla Chiesa e alle persone di fede non è permesso esprimere il proprio pensiero. Eppure, Marilù De Pinto, 63 anni, una vita passata tra casa e parrocchia, in questa circostanza non ha nessuna intenzione di porgere l'altra guancia a chi, a suo dire, ha strumentalizzato questa vicenda e i suoi ragazzi per attaccare la Chiesa. E forse, anche per motivi di visibilità personale. Siamo andati a sentire la sua versione dei fatti.
    Signora De Pinto, pensa davvero che l'omosessualità sia "una malattia"?
    "Non è tanto un problema di cosa penso io. Il mio compito è insegnare ai ragazzi quello che dice la Chiesa. I testi sacri ci dicono che l'omosessualità è una perversione, ma ci avvertono che può esserci perversione anche in un rapporto eterosessuale. Ho solo spiegato quello che dice la Bibbia".
    Per quale motivo avete parlato di un tema così delicato?
    "Alcuni ragazzi continuavano a ripetere che la Chiesa è corrotta, omofoba e razzista. Io cercavo di far capire loro che la Chiesa non odia gli omosessuali. Tutt'altro. La Chiesa porta avanti un discorso sull'umanità e la dignità della persona. Io devo educare i ragazzi all'amore e volevo fargli capire che il sesso, svuotato di ogni significato, sminuisce la nostra umanità".
    Si è sentita tradita da qualcuno?
    "Alcune dichiarazioni che ho letto in questi giorni mi hanno fatto male. Capisco che la questione sia delicata e che alcuni uomini di Chiesa non sappiano bene come affrontarla. Ma la Chiesa non può smettere di educare al sesto comandamento. Non sono dispiaciuta tanto dell'attacco nei miei confronti, quanto del fatto che chi ha voluto creare questa polemica ha danneggiato sopratutto i ragazzi e la Chiesa".
    A quanto pare però la comunità è dalla sua parte. Non è così?
    "Ho ricevuto la solidarietà di molti dei miei ragazzi e di parecchi genitori. Anche un sacerdote che ha esercitato a San Felice è intervenuto in mia difesa. E di questo sono contenta. Ho dato tutto per questi ragazzi. Gli dicevo sempre che erano la mia famiglia. Mi dispiace molto per quello che è successo".
    Perché ha scelto di esporsi e di metterci la faccia andando in qualche modo controcorrente?
    "Ci ho pensato tanto prima di rilasciare questa intervista. Non so se questo sia il modo giusto di aiutare la Chiesa. Ma poi ho pensato che le cose non succedono mai per caso. Ecco perché ho deciso di raccontare la verità. Se dovessero esserci conseguenze negative, sono pronta ad affrontarle".
    Lo sa che Repubblica ha rimosso l'articolo dal suo sito internet?
    "Ormai il danno è fatto. Quel pezzo è stato condiviso in rete da sei mila persone. Era un articolo che conteneva diversi errori. Chi l'ha scritto non si è nemmeno preoccupato di venire a sentire la mia versione dei fatti. Hanno scritto che i ragazzi erano cresimandi ma la cresima si fa in prima media. E nonostante tutto pretendono di spiegarci cosa la Chiesa può o non può dire".
    Parla ai giovani delle coppie gay, catechista linciata da Repubblica: "Ho solo spiegato le Scritture" - IlGiornale.it

    Gli svarioni di «Repubblica»
    Autore: Mangiarotti, Don Gabriele Curatore: Saro, Luisella
    Fonte: CulturaCattolica.it
    Pensavo che fosse finito il tempo in cui i figli erano invitati a denunciare i genitori, e gli alunni i maestri! Anche il comunismo avrebbe dovuto fare il suo tempo, e la delazione affidata ai più piccoli dovrebbe essere oramai un lontano ricordo. Purtroppo però non è così: me ne sono accorto leggendo in internet l’articolo di Repubblica che dà notizia di quanto accaduto a Segrate (Mi) qualche giorno fa.
    Si dà il caso che, nella Parrocchia citata, io ci sia stato come sacerdote per più di dieci anni, e quindi che conosca ciò di cui si parla.
    Ma non è su quello che intendo esprimermi. Lì si racconta di una catechista che avrebbe espresso ai ragazzi che si preparano alla Cresima (ragazzi - sia ben chiaro - di terza media) un giudizio sui comportamenti omosessuali, secondo quanto indicato dalla Chiesa (basterebbe un’occhiata a San Paolo e al catechismo della Chiesa cattolica, oltre ai recenti pronunciamenti del magistero, per capire come non si tratti di “opinioni personali” ma di “dottrina”). Conoscendo la catechista (che stimo per la sua umanità e per il bene che so che vuole ai ragazzi) le ho telefonato per capire che cosa fosse successo realmente. Non vi dico il mio stupore quando ho appreso che lei, della notizia apparsa sui giornali, non ne sapeva nulla.
    Ho pensato a quanto accaduto, e ho capito alcune cose.
    Ho capito che il giornalista non sa fare bene il suo mestiere: ha intervistato il sindaco, il sacerdote dell’oratorio, ha cercato su Facebook... ma non ha parlato con la diretta interessata.
    Ho capito che notizie vanno di moda ora. A favore di chi e contro chi.
    Ho capito che i ragazzi sono diventati e usati come spie, come delatori, e che il rapporto educativo ha perso di significato.
    Ho capito che i sacerdoti (almeno alcuni - stando all’articolista) non hanno il coraggio di difendere i propri collaboratori, né la dottrina.
    Ho capito che si vorrebbe come misura della ortodossia il politically correct, il sentire comune (o meglio, quello imposto da certi mass-media) e non la tradizione della Chiesa (N.B.: rigorosamente della Chiesa cattolica, perché se un buddista o un mussulmano insegnasse ai suoi adepti le proprie convinzioni, guai a chi si permettesse di criticarlo).
    Gli svarioni di «Repubblica»

    Il machete, l’islam e Notre Dame
    Nicoletta Tiliacos
    La decapitazione a colpi di machete di un soldato britannico, aggredito in un quartiere a sud-est di Londra, in Woolwich street, al grido di “Allaha Akbar”, da due giovani che incitavano i testimoni a riprendere la scena, il sangue, il terrore, segue di un solo giorno il suicidio-manifesto nella cattedrale di Notre Dame di Dominique Venner, l’intellettuale francese della destra tradizionalista che ha voluto così “risvegliare le coscienze assopite”, ha lasciato scritto, mentre l’Europa e l’occidente si arrendono all’annientamento, rappresentato ai suoi occhi dal matrimonio gay ma soprattutto dagli islamisti “invasori”. E in una vicenda come quella di Venner, tutta giocata sui registri simbolici, è fin troppo facile interpretare l’atto terroristico avvenuto a Londra come la conferma di un punto critico che è già sotto gli occhi dell’occidente europeo.
    L’esegesi di un suicidio, e quello di Venner non fa eccezione, è un esercizio sempre azzardato. Lo è anche quando sembra tutto chiaro, perché il protagonista ha voluto lasciare dietro di sé dettagliate spiegazioni. “Si spara a Notre Dame per protesta contro le nozze gay”, abbiamo letto ovunque. Settantottenne intellettuale francese appartenente alla destra tradizionalista, una vita consacrata agli studi storici, nella convinzione che la battaglia identitaria delle idee potesse fare a meno della politica militante, Venner ha scritto più di cinquanta libri.
    Per spararsi un colpo di pistola in bocca, Venner ha scelto l’altare della più santa chiesa di Francia, la cattedrale parigina di Notre Dame: alle quattro del pomeriggio di un martedì di maggio, in mezzo a centinaia di visitatori. Poche ore prima, aveva mangiato con tutti gli amici e i colleghi di Radio Courtoisie (“la radio libera del paese reale e della francofonia”), dove teneva una rubrica settimanale. L’ultimo incontro intorno a una virtuale Tavola rotonda, che già ha il sapore di un solenne addio, visto che a uno di loro, Bernard Lugan, Venner ha consegnato, perché la leggesse pubblicamente dopo la sua morte, una copia della lettera che poi poserà sull’altare di Notre Dame: “Sono sano di corpo e di mente – scrive Venner – colmo d’amore per mia moglie e i miei figli. Sento il dovere di agire mentre ne ho ancora la forza. Credo sia necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci abbatte. Ho scelto un luogo altamente simbolico, che rispetto e ammiro. Il mio gesto incarna un’etica della volontà, mi do la morte per risvegliare le coscienze assopite. Mentre difendo l’identità di ogni popolo nella sua terra, mi ribello al crimine che ha per obiettivo di sostituire il nostro popolo. Chiedo perdono a tutti coloro che soffriranno per la mia morte. Troveranno nei miei scritti la prefigurazione e le spiegazioni del mio gesto”.
    L’amico editore Pierre-Guillaume de Roux, intervistato dalla France Presse, ha raccontato di averlo sentito pochi giorni fa, per parlare dell’uscita, a giugno, del suo ultimo libro, “Un samurai d’occidente, il breviario dei Ribelli”. E ha detto che gli sembra riduttivo interpretare il gesto di Venner come protesta contro il “mariage pour tous” introdotto in Francia dalla legge Taubira. Lo stesso Venner, in un post pubblicato il giorno prima di morire, scriveva, a proposito della manifestazione degli oppositori alla legge convocata per domenica, che “i manifestanti del 26 maggio avranno ragione a gridare la loro impazienza e la loro collera. Una legge infame, una volta approvata, può sempre essere abrogata. Ho appena ascoltato un blogger algerino: ‘In ogni modo – diceva – nel giro di quindici anni gli islamisti saranno al potere in Francia e abrogheranno quella legge’. Non per farci piacere, è chiaro, ma perché è contraria alla sharia (la legge islamica). E’ il solo punto superficialmente in comune tra la tradizione europea (che rispetta la donna) e l’islam (che non la rispetta). Ma l’affermazione perentoria di quell’algerino mi ha fatto rabbrividire. Le sue conseguenze sarebbero immani e catastrofiche, tanto quanto la detestabile legge Taubira. Dobbiamo renderci conto – proseguiva Venner – che una Francia in mano agli islamisti fa parte delle probabilità. Da più di quarant’anni, i politici e i governanti di tutti i partiti (a eccezione del Front national), così come il sindacato e la chiesa, vi hanno attivamente lavorato, accelerando in ogni modo l’immigrazione afro-magrebina”. E allora secondo lui “i manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà. La loro lotta non può limitarsi al rifiuto del matrimonio gay. La ‘grande sostituzione’ di popolazione in Francia e in Europa, denunciata dallo scrittore Renaud Camus, è un pericolo altrettanto catastrofico per il futuro. Non sarà sufficiente organizzare gentili manifestazioni per impedirlo”.
    Venner ha organizzato un gesto “spettacolare e simbolico”, come egli stesso ha suggerito: in un tempio cristiano, presso l’altare dove i fedeli si comunicano e i ribelli alla Jünger come lui – che Ernst Jünger lo ha conosciuto e frequentato – non temono di darsi la morte, facendo scorrere il sangue (il proprio) come su un’antica ara sacrificale. Un gesto da uomo fiero e risentito, una consacrazione à rebours di un luogo che Venner ha detto nella sua ultima lettera di rispettare – e in punto di morte si è sinceri – ma che riteneva anche simbolo di una disfatta, baluardo ormai impotente a difendere l’identità francese ed europea. In un altro post, una settimana fa, sempre a proposito della “primavera francese” contro le nozze gay, Venner scriveva: “I manifestanti, spesso molto giovani, non sono omogenei. Per una parte sono borghesi cattolici non-violenti, usciti dalle Giornate mondiali della gioventù, sedotti dai nuovi discorsi tolleranti della chiesa in materia di amore coniugale. I loro referenti sono Gandhi e Martin Luther King… Ma, per un’altra parte, sono giovani identitari mobilitati dal dinamismo insolente delle manifestazioni. Il futuro dirà quale componente prevarrà sull’altra, per vitalità e determinazione”.
    Esattamente un mese fa, il 23 aprile, Venner aveva dedicato un articolo al quadro di Dürer intitolato “Il cavaliere, la morte e il diavolo”. Il cavaliere, scriveva, è “il più celebre ribelle dell’arte occidentale”. E’ colui che cavalca “verso il suo destino, senza paura e senza supplicare, incarnazione di una figura eterna in questa parte del mondo chiamata Europa”. Voglio essere sempre quel cavaliere, confessava Venner, e sempre ribellarmi a chi vuole “la morte dell’Europa, la nostra civiltà millenaria, senza la quale non sarei nulla”.

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Francia, sindaco rifiuta di celebrare matrimonio gay e chiede l’obiezione di coscienza. Rischia il carcere
    Leone Grotti
    Jean-Michel Colo, da 31 anni sindaco di Arcangues, non vuole sposare due gay: «Ho una coscienza e un cuore». Il governo minaccia sanzioni: rischia anche 45 mila euro di multa
    «Io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio, e io non posso applicarla». Così ha dichiarato due giorni fa Jean-Michel Colo, da 31 anni sindaco di Arcangues, piccola cittadina francese di 3 mila abitanti dell’Aquitania. Colo, come tanti altri sindaci hanno annunciato che faranno, si è rifiutato il 31 maggio di accettare la richiesta di due uomini che volevano sposarsi e i suoi sei assistenti, che potrebbero essere delegati al suo posto, la pensano come il loro sindaco.
    «NESSUNA DEROGA». Colo ha avvisato il prefetto che non intende rispettare la legge Taubira, ma la prefettura è stata chiara in risposta: «Il diritto al matrimonio non ammette deroghe». Anche il ministro degli Interni Manuel Valls ha affermato: «Le leggi si applicano per tutti e non è accettabile la più piccola infrazione dell’uguaglianza. Gli eletti che non rispettano le leggi della Repubblica rischiano di andare incontro a sanzioni importanti».
    NIENTE OBIEZIONE DI COSCIENZA. Il sindaco di Arcangues si è lamentato anche del presidente Francois Hollande, che durante l’incontro con tutti i sindaci, prima dell’approvazione della legge, aveva promesso di rispettare l’obiezione di coscienza: «Hollande è un mentitore. Nel 2012 si è fatto applaudire da tutti i sindaci, compresi quelli di destra come me, garantendo l’obiezione di coscienza». Il partito socialista aveva poi fatto cambiare idea a Hollande e il portavoce del governo, Najat Vallaud-Belkacem, ieri ha promesso «sanzioni» contro il sindaco.
    RISCHIO SANZIONI. La coppia che si è vista rifiutare il matrimonio ha già annunciato che farà causa al sindaco per «discriminazione». Jean-Michel Colo ora rischia di essere sospeso, di vedersi revocata la carica di sindaco, tre anni di prigione e un’ammenda pari a 45 mila euro. Ma lui non cede e ribatte: «Ho una coscienza e un cuore. Chiamerò l’avvocato e mi difenderò. La filiazione è solo biologica e il matrimonio non è il modo giusto per instaurare l’uguaglianza per via legale».
    Francia, sindaco: «Non celebro nozze gay». Rischio carcere | Tempi.it

    LO SCRITTORE BRET EASTON ELLIS CONTRO “IL FASCISMO GAY”
    “Sono le lobby Lgbt, promotrici del nuovo fascismo gay, che dipinge sui media gli omosessuali in modo irrealistico. L’adulazione seguita al coming out di Jason Collins mi sembra un nuovo tipo di vittimizzazione. Puntano alla creazione del Regno dell’Uomo Gay”
    Giulio Meotti per "II Foglio"
    "Se non sei un omosessuale felice, completamente a posto con sé stesso, che promuove i sani valori del mainstream rispecchiando l'Elite gay culturalmente corretta, allora vieni considerato come un omosessuale che odia se stesso. Questo è il cuore della menzogna gay".
    Parole vergate non da un vecchio trombone della destra conservatrice americana, ma sul celebre magazine gay americano Out e a firma di Bret Easton Ellis, omosessuale dichiarato, noto viveur, formidabile partygoer e famosissimo romanziere autore di "American Psycho".
    Lo scrittore prende a esempio il caso di Jason Collins, il primo giocatore dell'Nba a essersi dichiarato gay con un articolo su Sports Illustrated ed elogiato pubblicamente dal presidente Barack Obama ("il presidente ha chiamato Jason Collins per esprimergli il proprio sostegno e per dirgli di essere rimasto colpito dal suo coraggio", ha detto un collaboratore della Casa Bianca).
    "Sono l'unico gay ad aver provato un tantino di fastidio per il modo in cui i media hanno trattato Jason Collins come se fosse un cucciolo di panda bisognoso di essere onorato, festeggiato, consolato e trattato come un minorato?", scrive Ellis. "L'adulazione seguita alla semplice affermazione che era gay sembra a me, che sono gay, un nuovo tipo di vittimizzazione".
    L'autore di "Glamorama" (il titolo che ha dato il nome anche a molti gay bar nel mondo), l'enfant prodige della letteratura americana considerato l'erede legittimo di Truman Capote, attacca l'establishment gay americano, che punterebbe alla creazione del "Regno dell'Uomo Gay come se fosse un Elfo magico, che ogni volta che esce fuori ci appare come se fosse un Extraterrestre santo, il cui solo scopo è di ricordarci la Tolleranza, i nostri Pregiudizi e di Sentirci bene con noi stessi e che è rappresentato come un simbolo invece di essere una semplice persona gay".
    Sono le lobby Lgbt, promotrici del "nuovo fascismo gay", continua Ellis, e che "dipinge sui media gli omosessuali in modo irrealistico", che manca di "senso dell'umorismo" e che "ti dipinge come un uomo che odia se stesso se non agisci esattamente come vogliono loro". Ellis stigmatizza questa "infantile e condiscendente tendenza a canonizzare ogni gay che fa coming out" e con esso lo stereotipo del "gay di successo" e dei "buoni gay".
    Ellis, che ha la reputazione di estremista della mondanità, di titolare di grandi eccessi e di polemista iracondo, è durissimo con l'Alleanza gay e lesbiche contro la diffamazione, "organizzazione che predica tolleranza ma che prende a schiaffi tutti quelli che non sono d'accordo con lei" e che ignora "la maggioranza silenziosa degli omosessuali che disprezzano quelle stesse caricature".
    "Ma dove sono - si chiede Easton Ellis nel finale del suo lungo editoriale che ha generato scandalo - quei gay che non vogliono essere un ‘esempio morale'? Quelli che non vogliono essere etichettati? Quelli che non fanno l'equazione gay=dignità? Quelli che non pensano sia obbligatorio sfilare per strada con il sorriso sulle labbra? La promozione di questo tipo di uomo gay da parte dei Guardiani dell'omosessualità politicamente corretta è qualcosa di devastante".

    Sotto il sole del totalitarismo
    Autore: Costa, Luca Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
    Fonte: CulturaCattolica.it
    Lo Stato francese impone la morale laica nelle scuole, pubbliche e cattoliche paritarie.
    Totalitarismo alla luce del sole. Lo Stato etico si mostra nella sua formulazione più banale.
    Il potere e la Repubblica devono decidere ciò che è bene e male, per poi penetrare nelle aule e nelle coscienze degli studenti di ogni età.
    Nemmeno Hitler si era mai spinto ad affermare che il Reich è la discriminante tra bene e male, per lui lo Stato era un mezzo, non un fine.
    Un ministro della pubblica istruzione che interviene dicendo quello che sta dicendo Peillon da Parigi è dunque una cosa oltremodo folle e inaudita.
    Secondo i socialisti francesi la scuola ora deve avere un nuovo compito, una nuova missione. Si deve insegnare ai giovani cosa è giusto e cosa non lo è, cosa va tollerato e cosa no. Ecco qualche passaggio della “battaglia” di Peillon: “Morale laica significa comprendere ciò che è giusto e saper distinguere tra bene e male. Ci sono tanto dei diritti quanto dei doveri, delle virtù e soprattutto dei valori. Si deve proporre una morale universale fondata sulle idee di umanità e di ragione”.
    Peillon annuncia che sulla facciata degli edifici scolastici saranno iscritte le tre parole magiche, Liberté Egalité Fraternité, lo slogan “che tutto risolve” per i guru della République. Perché: «se non sarà la Repubblica a dire quali sono i vizi e le virtù, il giusto e l’ingiusto, altri lo faranno al suo posto». L’azzeramento e l’annullamento delle coscienze degli uomini insomma.
    Ovvero, se non è lo Stato a determinare cosa è giusto e cosa non lo è, c’è il pericolo che altri lo facciano. Il soggetto, la persona, la famiglia, la Chiesa, il lavoro, lo sport, la vita vera insomma (come diceva Havel). E questo per Peillon non è ammissibile, in quanto spetta ai pochi illuminati che rappresentano la volonté général fare gnosi. La questione è sempre la stessa, Peillon pensa forse di essere un pioniere del laicismo, ma la questione è vecchia quanto la sua amata Révolution. Loro sono i migliori, quindi il meglio per tutti non possono essere che loro a deciderlo.
    E ancora: “Durante quest’ora obbligatoria di laicismo, ampio spazio sarà dato all’educazione sessuale, perché l’istruzione deve decostruire i pregiudizi di genere”. Per i laicisti, infatti: “è ormai un inutile pregiudizio parlare di uomini e donne”.
    Che poi si tratti di diffondere nelle scuole la teoria gender, non deve essere un problema per i genitori. Perché per Peillon & Co. i bambini devono sapere che la loro sessualità è un dato manipolabile liberamente, a piacimento. Nelle ore di morale laica si dirà loro che non sono maschi o femmine. Ma che tocca a loro stessi scegliere se essere eterosessuali, gay, lesbiche, trans, bisex. Insegnare loro che l’uomo non riceve la propria natura, ma si dà una propria natura, in base ai capricci e ai bisogni del momento.
    È ovvio che ai socialisti preme realizzare un progetto del genere perché le manifestazioni dei francesi contro gli ultimi assurdi disegni di legge che puntano ad abolire la persona hanno loro dimostrato che c’è ancora chi riconosce la verità, e questi per lo Stato sono dei nemici. La Chiesa in primis, è il nemico numero uno del potere.
    Sotto il sole del totalitarismo

    Home schooling: a mio figlio insegno i miei valori
    di Giuseppe Brienza
    Tratto dal settimanale Vita Nuova
    Matthew J. Allen, ingegnere di origini inglesi, assieme a Maria, la sua moglie italiana, ed i loro 7 figli (con un ottavo in arrivo), portano avanti nel nostro Paese da alcuni anni l'home schooling, o “educazione parentale”, che hanno “importato” dagli Stati Uniti dove vivevano vicino Seattle (Washington). Lì l’"educazione parentale" è molto diffusa, poiché oltre il 10% degli studenti in età scolare è educata in casa ma, in altre contee degli Stati Uniti, le percentuali sono ancora più alte. A Matthew abbiamo quindi rivolto alcune domande sulla sua interessante ed originale (per noi) esperienza condotta in prima persona a livello familiare.
    Innanzitutto una domanda che parte dalla comune esperienza della fede cristiana condivisa da te, tua moglie e tutta la tua famiglia: quali sono i legami fra la Dottrina sociale della Chiesa e l’home schooling?
    Non sono un esperto di Dottrina Sociale della Chiesa, ma l’home schooling si inquadra in una profonda consapevolezza della centralità della famiglia e della responsabilità dei genitori di educare i propri figli. La scuola familiare, in sintesi, è frutto della decisione dei genitori di adempiere alla propria responsabilità di istruzione della prole: possono assolvere a questa responsabilità personalmente (di solito uno dei due genitori, coadiuvato dall’altro), oppure aiutati da qualche altro genitore, oppure incaricando uno o più tutori, o anche organizzandosi con altri genitori.
    Nella nostra famiglia, Maria (mia moglie) si occupa di tutto l’insegnamento, coadiuvata da una nostra amica per quanto riguarda l’insegnamento della terza lingua (spagnolo). L’home schooling ci permette di educare i nostri figli partendo dalla trasmissione dei nostri valori, e soprattutto utilizzando come testo di base la Bibbia – il “manuale della vita” che Dio ci ha dato, e che è “utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia perché l’uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona” (2 Tim. 3:16-17).
    In Italia, Paese nel quale oltre il 90% degli alunni frequenta scuole statali, è davvero possibile dare vita all’“educazione parentale”?
    Il diritto all’educazione parentale (o familiare) è sancito nella Costituzione, all’art. 30, che stabilisce che sono innanzitutto i genitori ad avere la responsabilità (e quindi l’obbligo) a provvedere all’educazione dei propri figli, e che solamente se non vogliono occuparsene direttamente, o non possono, allora possono avvalersi della facoltà di delegare la loro istruzione alla scuola pubblica. Questo diritto/dovere dei genitori è dunque un diritto costituzionale che prescinde anche dai titoli di studio o abilitazioni dei genitori, ma che è stato quasi completamente ribaltato da alcune normative che prevedono invece che i genitori debbano dimostrare di possedere i “requisiti” per assolvere a questa loro responsabilità. Al contrario di come spesso si dice, non è “la scuola dell’obbligo”, o “obbligo scolastico”, ma è obbligatoria l’istruzione!
    Che cosa ha comportato per la tua famiglia l’aver dovuto continuare la vostra esperienza in un Paese a monopolio scolastico statale come il nostro?
    In realtà non abbiamo incontrato grandi difficoltà. Forse aiuta il fatto che sia io che mia moglie siamo laureati (io in Ingegneria e mia moglie in Scienze Biologiche), per cui non siamo stati tartassati per dimostrare di avere i “requisiti” richiesti per provvedere all’istruzione dei figli. Anche il personale del nostro distretto scolastico, in provincia di Roma, aveva già avuto esperienze simili perché nei dintorni c’è una scuola privata non parificata (in lingua straniera), e molti degli studenti si sottoponevano all’esame annuale. Capita spesso però che magari andando a fare la spesa (di mattina), con i bambini, molte persone vedendoli li fermino e chiedano: «e come mai oggi non siete andati a scuola?» … e noi rispondiamo: «In realtà sono a scuola: questa è una lezione di economia domestica». La scuola familiare ribalta tutti i concetti di base della scuola: l’istruzione non inizia alle 8.30 del mattino per concludersi alle 13.00, o alle 16.30. Con la scuola familiare ogni evento è un momento d’insegnamento.
    Il fatto di non frequentare una scuola insieme ad altri bambini non è negativo per la socializzazione e la crescita?
    Questa è in assoluto la domanda che ci viene fatta più spesso. In breve, la risposta è no: sono stati fatti a riguardo numerosi studi negli Stati Uniti, che hanno messo in evidenza il contrario: i bambini che fanno “scuola familiare” hanno una capacità di socializzare decisamente più spiccata dei bambini che vanno a scuola. E confermo questi studi, perché abbiamo osservato la stessa cosa con i nostri figli. Le ragioni sono molteplici, non ultimo forse il fatto che l’apprendimento nella scuola familiare è più un processo di “autodidattica guidata”, nel quale viene continuamente stuzzicata la curiosità del bambino, che viene provocato a riflettere sul “perché” e sul “come” delle cose, e quindi a fare mille domande. Vale la pena riflettere però sullo scopo della scuola. Qual è lo scopo dell’istruzione? E’ quella di formare i bambini/ragazzi per affrontare la vita, il lavoro, la società da persone mature e responsabili. E la scuola, per come è strutturata, non mi sembra che sia organizzata al meglio per questo. Perché, a pensarci bene, noi mettiamo nostro figlio in una classe con altri 20, 25, 30 bambini della stessa età. E stanno con bambini, poi ragazzi della stessa età anagrafica, per 13 anni (se ci si ferma alle superiori), o 18 anni (se si contano gli anni dell’università). Sempre con altre persone della stessa età. Poi (si spera!) si inizia a lavorare, ed improvvisamente, per la prima volta nella vita, il giovane si trova con altri colleghi …. di età diverse, magari compresi alcuni che sono alle soglie della pensione! Il giovane si troverà quindi, forse per la prima volta nella vita, a doversi relazionare con persone di età molto diversa dalla sua. La scuola non fa nulla per prepararti a questo!
    Nella scuola familiare, invece, abbiamo l’opportunità di coinvolgere tutti nel processo di apprendimento: non è tanto la “maestra” che spiega la lezione (anzi, questo è il modello meno applicato), ma tutti contribuiscono, in maniera interattiva. I fratelli più grandi insegnano e aiutano i più piccoli. E si va spesso fuori dalle mura domestiche, in “esplorazione”, quindi interagendo tranquillamente con il mondo esterno. Il risultato è che i bambini sono innanzitutto molto sicuri di sé, molto curiosi, e questo si tramuta in una facilità a socializzare che di solito è superiore alla media.
    Quali sono le spese aggiuntive che deve sostenere una famiglia che inizi a sperimentare la “scuola familiare”?
    Le spese sono dirette e indirette. Ovviamente, perché si possa esercitare il diritto di fare scuola familiare, uno dei due genitori deve rimanere a casa: questo è un lavoro a tempo pieno! Quindi è necessario fare una scelta radicale, cioè decidere di investire alcuni anni da parte di uno dei due genitori per istruire i propri figli, senza lavorare “fuori casa”, magari lavorando da casa part time. Oltre a questo, è necessario acquistare i materiali didattici: fondamentalmente libri (tanti libri!), e quando sono più grandi avere un PC/tablet ed accesso ad internet.
    Come spieghi che, in un contesto socio-economico come quello italiano, nel quale lo Stato da decenni si è ritirato dall’intervento diretto per liberalizzare servizi ed aprire alla concorrenza dei privati, l’ambito dell’istruzione è rimasto invece per la maggior parte strettamente statale?
    In realtà in Italia le liberalizzazioni si sono sempre fatte con gran fatica, e spesso sono state liberalizzazioni più “di facciata” che di sostanza. Ogni liberalizzazione viene osteggiata e ostacolata, non solo dai sindacati, ma anche da una certa parte della politica, in quanto il controllo delle aziende pubbliche dà un grande potere ai politici. E’ un problema secondo me più strutturale delle liberalizzazioni in generale – in molti casi l’Italia le ha fatte solamente in seguito a “diktat” dell’Europa, sotto minaccia di sanzioni e multe.
    In che termini l’home schooling realizza il tanto sbandierato (e “costituzionalizzato”) principio cattolico della sussidiarietà orizzontale nel nostro ordinamento?
    In base alla nostra esperienza, ed alle ricerche e studi che abbiamo fatto, la scuola tutta, sia pubblica che privata, ha dei limiti. Il semplice fatto di avere uno (o due) insegnanti, per insegnare ad una classe di 20, 25 o 30 bambini è una forte limitazione. Ogni bambino è diverso, senza neanche tenere conto di bambini con difficoltà o requisiti particolari (handicap linguistici, o fisici, o di apprendimento, o psichici), che sono, tra l’altro, sempre più frequenti. Tutti i bambini sono diversi, con la propria individualità: pur avendo un’età anagrafica simile ai suoi compagni, ogni bambino ha uno sviluppo intellettuale e psico-fisico diverso. Inoltre ogni bambino ha un modo primario di imparare diverso: alcuni sono più uditivi, altri visivi etc. Se molti insegnanti pubblici non vivono il proprio lavoro come una “missione”, ma semplicemente come un “impiego”, senza grande motivazione il risultato diventa quello sotto gli occhi di tutti…
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Home schooling: a mio figlio insegno i miei valori

    Attentati alla libertà di coscienza cristiana. Ora se ne accorge anche l’Europa
    Redazione
    Risoluzione del Consiglio d’Europa. Potrà essere citata di fronte ai tentativi di chi vuole imporre una nuova morale ufficiale (aborto, eutanasia, LGBT, gender).
    tratto da Zenit, di Elisabetta Pittino - Il 24 aprile 2013, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato a larga maggioranza una Risoluzione sulla protezione delle comunità religiose di fronte alla violenza: Safeguarding human rights in relation to religion and belief and protecting religious communities from violence, Doc. 13157, Risoluzione 1928 (2013).
    Congiuntamente si è svolto un seminario, organizzato da ECLJ e da Christian Concern, sui nuovi attentati alla libertà di coscienza causati in Europa dalle leggi relative al matrimonio e all’adozione omosessuale e alla non discriminazione.
    Vi è un crescente clima di ostilità e intolleranza verso il cristianesimo in Europa e verso le persone che si riconoscono nella famiglia e nella morale naturale. “Questa ostilità si traduce in una violenza sempre più palese e tollerata – spiega Grégor Puppinck, Direttore dell’European Centre for Law and Justice (ECLJ) – ed è appoggiata dai grandi media e partiti politici”.
    “Le molteplici aggressioni perpetrate da gruppi come le Femen e l’impunità della quale beneficiano – prosegue Puppinck – sono stati vivamente denunciati, mentre in Francia numerosi manifestanti in favore della famiglia, pacifici, sono stati oggetto di violenze sproporzionate da parte della polizia, fino ad essere arrestati”.
    Il Seminario, presieduto dall’on. Luca Volonté, presidente del Gruppo PPE e relatore della Risoluzione, si è svolto alla presenza di deputati europei, ambasciatori e funzionari del Consiglio d’Europa. Grazie anche ad un audiovisivo su queste violenze e aggressioni, numerosi deputati hanno deciso di approfondire il tema e di informare meglio il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
    Si è parlato a lungo dei crescenti attentati verso la libertà di coscienza legati alle questioni della famiglia e della morale naturale. In particolare, sono state prese in esame le cause McFarlane e Ladele contro il Regno Unito sulla violazione del diritto fondamentale all’obiezione di coscienza. Più nello specifico, le suddette cause riguardavano il licenziamento di un’impiegata all’ufficio Stato Civile del Municipio, e di un consulente matrimoniale, poiché avevano espresso, in coscienza, la loro incapacità di consigliare sessualmente una coppia gay e di celebrare la loro unione civile. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a cui era giunta la causa, non ha giudicato spropositata la decisione. Ciò dimostra che la facoltà di un impiegato di non sentirsi costretto a compiere certe funzioni contrarie alle sue convinzioni morali oggi è in grave pericolo. Per questo la Risoluzione sulla libertà di coscienza e di religione ricorda che gli Stati hanno l’obbligo di rispettare la libertà di espressione, il diritto all’obiezione di coscienza delle persone e delle comunità di persone, così come i diritti educativi dei genitori «in relazione alle questioni sensibili dal punto di vista etico».
    Le risoluzioni dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa non sono direttamente vincolanti, ma sono una fonte del diritto e hanno un’autorità politica. La Corte europea ne tiene conto e il Comitato dei Ministri deve dare seguito alle richieste contenute. Le istituzioni internazionali, come il Consiglio d’Europa, hanno anche un ruolo di sorveglianza e di denuncia degli attentati ai diritti fondamentali perpetrati da o all’interno degli Stati membri. Queste istituzioni sono spesso il solo ricorso legale che permette di denunciare tali attentati, di obbligare i governi a risponderne e di fare pressione sui governi stessi perché vi pongano fine.
    Inizialmente la Risoluzione si concentrava sulla violenza perpetrata contro le minoranze religiose fuori dell’Europa. Dopo l’aumento delle violenze e delle ostilità antireligiose in Europa, i deputati hanno integrato la Risoluzione anche in funzione dei paesi europei, richiamando i principi fondamentali della libertà di coscienza e libertà religiosa che sono attualmente minacciati.
    La Risoluzione potrà essere citata da chi difende i diritti genitoriali – in particolare in ambito di educazione – dai difensori dell’obiezione di coscienza e dalle istituzioni religiose, al fine di preservare la loro autonomia istituzionale e morale di fronte ai tentativi di imporre una nuova morale ufficiale (aborto, eutanasia, LGBT, ideologia di gender, ecc).
    Conclude Puppinck: “La libertà delle coscienze, delle famiglie, delle scuole, delle comunità religiose, cosi come la libertà di espressione, dovranno essere difese: questa risoluzione è un aiuto”.
    Consiglio d'Europa, risoluzione pro cristiani | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Animalisti, o i talebani per cui un topo val più di un uomo
    di Claudio Siniscalchi
    Bere caffè fa bene o male? Dipende. C’è chi dice fa male, malissimo. Ma visto che il mondo è bello perché è vario, c’è chi dice che fa bene. È notizia fresca fresca. Mandar giù una quotidiana quantità moderata di caffè potrebbe (potrebbe: rimaniamo prudenti) essere un deterrente contro vari tipi di tumori. Una ricerca ha stabilito, secondo scienza, che la caffeina previene i tumori della pelle. Un’altra ricerca, sempre secondo scienza, ha stabilito che previene anche i tumori del cavo orale e della faringe. Un’altra ricerca (l’ultima in ordine tempo, italiana e milanese), infine, certifica che il caffè contiene molti antiossidanti che possono aiutare a prevenire tumori e malattie cardiovascolari.
    Come sono state effettuate queste ricerca? Su animali da laboratorio. Siamo arrivati a ciò di cui volevamo parlare. Della devastazione del laboratorio di farmacologia dell’Università di Milano, ad opera di alcuni animalisti. L’irruzione è servita per liberare numerosi topi e un coniglio. È servita anche a distruggere anni di ricerche sul campo, effettuate ovviamente sugli animali. I liberatori animalisti se la sono presa con assassini e torturatori di animali. Assassini e torturatori sarebbero i ricercatori universitari. Liberiamo le gabbie, dunque. Liberi roditore in terra libera. In che strano mondo viviamo. Nessuno dice più una parola sull’aborto e sull’eutanasia, ma s’incazza e sfida la legge per le insopportabili torture riservate al coniglio. È la dura legge dell’animalismo imperante, variante minacciosa dell’ideologia postmodernista. Minacciosa poiché le aggressioni verbali e fattuali non si contano più.
    All’Istituto di neuroscienze milanese si fa ricerca per combattere l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi. E visto che la sperimentazione – senza sperimentazione alla scienza è impossibile progredire – non si può fare sugli uomini, si deve necessariamente effettuare sugli animali. Possiamo decidere per legge che la sperimentazione sugli animali venga proibita. Ogni comunità si dà le leggi che ritiene più opportune. Ma in questa maniera ci si condanna a non debellare malattie terribilmente invalidanti e costosissime per la collettività. Vorremmo tutti vivere in un pianeta pulito, ospitale, libero da preoccupazioni materiali e malattie. Ma è il libro delle favole. La realtà è altra cosa. Oggi l’animalismo radicale sta diventando una tritasassi, che trova comodo riparo nei mezzi di comunicazione, nell’élite radicali e progressiste e persino nei pastori (non fra i guardiani del gregge nelle campagne ma in quelli del popolo di Dio). Meglio metterci un freno. Difensori dei topi in giro ce ne sono già troppi.
    Animalisti, o i talebani per cui un topo val più di un uomo | L'intraprendente



    «Altro che oscurantismo e “diritti negati”, le coppie gay sono più garantite delle famiglie»
    Redazione
    Infuocato intervento del presidente del Forum delle associazioni familiari sul Corriere: «Le famiglie tengono in piedi l’Italia ma non sono neanche soggetti fiscali. Le coppie di fatto possono raddoppiare le agevolazioni»
    Il presidente del Forum delle associazioni familiari Francesco Belletti interviene oggi sul Corriere della Sera nel dibattito aperto dal quotidiano sul riconoscimento delle coppie gay. La tesi del suo commento è ben riassunta nel titolo: “Il colpevole silenzio è sulle famiglie. Le unioni civili sono già garantite”. Anche se forse, stando alle parole di Belletti, sarebbe stato più esatto scrivere che le unioni civili sono “più garantite” delle famiglie.
    PILASTRO DEL PAESE. Con toni anche molto accesi Belletti, il cui Forum rappresenta 400 associazioni per un totale di 3 milioni di famiglie, ricorda che «mentre assistiamo a un costante battage mediatico su unioni civili e coppie omosessuali, i cui diritti sono già garantiti dall’articolo 2 della Costituzione accanto all’adempimento “dei doveri inderogabili di solidarietà”, nessuno fa battaglie a favore delle famiglie, che pure rappresentano la larghissima maggioranza del paese». I 24 milioni di famiglie italiane, continua il presidente del Forum, «nel totale abbandono delle istituzioni e nel silenzio della politica curano i figli, li preparano ad essere cittadini, assistono anziani e disabili, garantiscono la coesione sociale, gestiscono risparmi a beneficio di figli e nipoti». Insomma sono le famiglie che «costruiscono il paese».
    ALTRO CHE OSCURANTISMO. «Altro che Italia arretrata e reazionaria, altro che oscurantismo cattolico!». Insiste Belletti: «È proprio sulla centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna che continua a basarsi questa meravigliosa rete di solidarietà che tiene insieme il paese. Lo sanno bene i giovani disoccupati “mantenuti”, le giovani coppie che abitano da papà, i genitori che affidano ai nonni i propri figli».
    QUALI «DIRITTI NEGATI»? Eppure, anziché che preoccuparsi di sostenere e valorizzare questa risorsa fondamentale dell’Italia, il tema per la politica e i media è sempre quello dei «diritti negati» delle nuove forme di convivenza, lamenta Belletti. «Ma nessuno ci ha mai spiegato quali siano questi diritti. Amarsi e convivere? Avere vantaggi fiscali? Accedere ai servizi erogati dallo Stato e dagli altri enti pubblici? Nessuno di questi è negato. Anzi, si scopre che le unioni civili, a parità di diritti, hanno molti meno obblighi rispetto alle coppie sposate: ad esempio, possono avere due prime case, due agevolazioni per le utenze domestiche, non cumulano i propri redditi a fini fiscali, eccetera». Se ci sono diritti negati, invece, sono proprio quelli delle famiglie. Spiega Belletti: «È ancora inattuato l’articolo 31 della Costituzione che obbliga la Repubblica ad agevolare le famiglie con misure economiche e altre provvidenze, come anche l’articolo 53 che impone di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva; ma questo non vale per la famiglia che ai fini fiscali non è considerata soggetto sociale».
    Unioni civili più garantite delle famiglie | Tempi.it

    Nicolas condannato a quattro mesi di prigione perché manifestava contro il matrimonio gay in Francia
    Leone Grotti
    Ventitrenne condannato per «ribellione» perché si è rifiutato di seguire la polizia. La sua colpa? Aveva la maglietta pro famiglia. Invece l’aggressore (con coltello) di un Veilleur è stato subito liberato
    Un manifestante della Manif pour tous è stato processato per direttissima e condannato a quattro mesi di prigione più un’ammenda di mille euro. Ludovine de la Rochère, presidente della Manif, ha tuonato contro il governo francese: «Questa è una negazione dei diritti dell’uomo».
    FONDATORE DEI VEILLEURS. Nicolas, 23 anni, tra i cinque fondatori dei Veilleurs, movimento legato alla Manif che si ritrova in piazza per cantare e leggere poemi, si era recato domenica scorsa con altre 1500 presone davanti al canale televisivo M 6, dove si trovava Hollande, per protestare contro la legge sul matrimonio gay. Poi ha deciso di andare sugli Champs-Élysées, nel centro di Parigi, con alcuni suoi amici, tutti con la maglietta della Manif, che mostra nel logo un padre e una madre con i loro due figli.
    L’ARRESTO. «Qui siamo stati raggiunti da sei poliziotti che ci hanno subito urlato di seguirli al commissariato neanche stessimo cercando di svaligiare una banca», racconta Albert, che ha filmato tutta la scena con il suo telefonino. Nicolas si è rifiutato di seguire i poliziotti, andando a nascondersi in un ristorante, prima di essere trovato e portato via.
    COLPEVOLE DI «RIBELLIONE». Processato immediatamente, Nicolas è stato condannato per «ribellione e rifiuto di prelievo» da parte della polizia a quattro mesi di prigione, di cui due obbligatoriamente in carcere, e a 1000 euro di ammenda. Il suo avvocato, Henri de Beauregard, ha dichiarato: «Ma è grottesco! È stato processato per delle infrazioni consecutive a una richiesta di arresto che non aveva ragion d’essere. Questo è un tentativo di intimidazione».
    «PRIGIONIERO POLITICO». La Manif, in un comunicato a sostegno di Nicolas, denuncia «l’utilizzo di due pesi e due misure». Al ragazzo quattro mesi di prigione, «alla persona che ha aggredito un Veilleur con un coltello da cucina a Lille, solo 48 ore di guardia a vista e poi è stato liberato». Gli amici di Nicolas, incarcerato a Fleury-Mérogis, hanno subito aperto una pagina Facebook per sostenere il primo «prigioniero politico» del governo Hollande.
    Francia: 4 mesi di carcere manifestante anti nozze gay | Tempi.it



    Il vescovo che sussurrava ai gay
    di Riccardo Cascioli
    «Ciascuna parola in questa occasione è equivocabile. La parola “contro”, soprattutto, è dannosa, “suona male”. La giornata della Famiglia non è e non deve essere contro qualcuno. Non è e non deve essere una manifestazione di muscoli o di forza: la logica del Vangelo, infatti, non è quella della lotta ma è quella del sussurrare la verità alla ricerca sempre della più profonda verità dell’uomo». E’ questa la parte centrale del comunicato diffuso dal delegato per la famiglia della Conferenza episcopale Siciliana (Cesi), monsignor Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, alla vigilia del Gay Pride nazionale e del Family Day che si svolgono a Palermo.
    Come è noto il Gay Pride è già in svolgimento e culminerà sabato nella solita grande sfilata. Alcune associazioni palermitane hanno organizzato in concomitanza – seppure in una diversa parte della città – il Family Day per il prossimo fine settimana.
    Il comunicato dei vescovi siciliani è dunque una presa di distanza dal Family Day: si può certamente comprendere la preoccupazione che il dibattito sulla famiglia non si trasformi in una sterile contrapposizione ideologica o che addirittura non si creino condizioni per incidenti in piazza. Tanto è vero che altre associazioni hanno organizzato un secondo Family Day per la settimana successiva.
    Il problema è però che dietro c’è dell’altro, che non è detto, e che dà un valore diverso alle parole di mons. Peri.
    Non staremo qui a dilungarci sulla curiosa concezione della “logica del Vangelo” spiegata nell’occasione: basti rilevare che si fa riferimento alla verità, ma è così sussurrata che non si capisce quale sia. Si dice che la logica non è quella della lotta e – più avanti nel comunicato – si afferma anche che “Cristo non sarebbe andato contro nessuno”: eppure dalla cacciata dei mercanti nel tempio ai durissimi attacchi contro scribi e farisei (“razza di vipere”, “ipocriti”, “sepolcri imbiancati”), il Vangelo è pieno di episodi in cui Gesù parla a muso duro: per salvare, certo, non per distruggere l’altro, ma sempre a muso duro; per non parlare di San Paolo, per cui la lotta contro il peccato è una delle metafore preferite (e risparmiamo, per carità umana, i giudizi di Paolo sulla sodomia). Mons. Peri afferma che la verità va sussurrata, ma nel Vangelo questo verbo non si incontra neanche una volta; al contrario Gesù invita a una certa decisione invitando a temere non già chi può uccidere solo il corpo, ma piuttosto Colui che “ha il potere di gettare nella Geenna” (Mt 10,28, Lc12,5).
    Certo, a volte si ha l’impressione che appellarsi alla “logica del Vangelo” nasconda in realtà la mancanza di coraggio nell’annunciare la verità, ma – come si diceva sopra – in questo caso si ha piuttosto l’impressione che nasconda qualcosa di più imbarazzante.
    Bisogna infatti sapere che all’interno delle manifestazioni del Gay Pride c’è una parte riservata ai cristiani gay, che includono anche quelle associazioni gay "cattoliche" che in numero crescente vengono “riconosciute” o “accettate” ormai da diverse diocesi. A cominciare proprio da Palermo. Leggiamo ad esempio nel sito Gionata.org che «dal 14 al 23 giugno 2013 Palermo ospiterà dieci giorni di mostre, incontri di riflessione, incontri ecumenici e proiezioni sul tema “Fede e omosessualità” organizzate da Ali d’Aquila, il gruppo di gay e lesbiche cristiani di Palermo». Stasera ad esempio, è previsto il Question-time su Bibbia e Omosessualità, organizzato in collaborazione con i Laici missionari comboniani e la «partecipazione di Fra Vittorio Avveduto, Don Franco Barbero, Pastore Alessandro Esposito, Padre Cosimo Scordato».
    Se Franco Barbero è in realtà un ex prete ridotto allo stato laicale nel 2003 da Giovanni Paolo II per motivi che è facile comprendere, padre Cosimo è il rettore della Chiesa di San Francesco Saverio, base del gruppo Ali d’Aquila, e ben noto sostenitore dell’omosessualismo cristiano; e fra Vittorio è un francescano famoso in città e non solo, anche lui teorico di un cambiamento del catechismo in materia di omosessualità.
    Sarei ovviamente lieto di venire smentito, ma non ho trovato da nessuna parte qualche intervento autorevole di vescovi siciliani che a questi sacerdoti e gruppi non dico spieghino la verità, ma almeno la sussurrino.
    Anche perché la partecipazione di parroci palermitani al Gay Pride va ben oltre l’equidistanza tra due manifestazioni.
    E quel che più è grave è che non pare proprio che i due sacerdoti lo facciano con un atto di disobbedienza verso il vescovo. Anche questo lo apprendiamo dal sito Gionata.org, dove vengono elencate le diocesi in cui si sono celebrate le veglie di pregheira contro l’omofobia lo scorso 17 maggio. Ecco cosa si dice di Palermo (articolo a cura di Ali d’Aquila):
    «Nel 2011 il veto della curia cattolica palermitana portò gli organizzatori (la parrocchia di S. Lucia, la Comunità di S. F. Saverio, la Chiesa Valdese di via Spezio, la Chiesa Luterana, il gruppo Ali d'aquila e inoltre la Comunità Kairòs che avrebbe curato la Lectio) a realizzare la preghiera in Piazza della Pace, davanti alla chiesa negata (S. Lucia).
    Nel 2012 la proposta di tenere la veglia nella parrocchia di S. Gabriele Arcangelo ha trovato l'assenso del vescovo cattolico romano, il quale ha inviato un suo delegato, e subito ben due comunità parrocchiali cattoliche - quella di S. Gabriele, parrocchia ospite, e quella di S. Giuseppe Artigiano - hanno colto l'apertura del vescovo, promuovendo la veglia. Nel 2013 le parrocchie coinvolte salgono a tre. A S. Gabriele Arcangelo e S. Giuseppe Artigiano si aggiunge infatti la parrocchia della Pietà alla Kalsa, grazie all'interessamento del II Vicariato di zona dell'Arcidiocesi di Palermo, all'interno del quale la parrocchia ricade». Vale la pena aggiungere che «la Veglia verrà introdotta dal Vicario episcopale di zona del II Vicariato dell'Arcidiocesi, p. Roberto Zambolin, e verrà dato il benvenuto da p. Domenico Barbieri, monaco dei "Ricostruttori nella preghiera", parroco di S. Maria della Pietà».
    E’ perciò chiaro che l’arcidiocesi di Palermo sta promuovendo attivamente un approccio al tema dell’omosessualità che è opposto a quanto si trova scritto nel Catechismo che, da ogni cattolico, dovrebbe essere considerato la Verità.
    Magari fosse almeno sussurrata questa Verità, la realtà è che viene apertamente negata. E senza che nessuno si senta in dovere di dire qualcosa. A dimostrazione che il problema più grave legato alla “lobby gay nella Chiesa” va oltre la già seria situazione di sacerdoti e vescovi omosessuali che fanno gruppo fra di loro: stanno cercando di sovvertire il Magistero della Chiesa.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Il vescovo che sussurrava ai gay






    Venner un mese dopo: riflessioni su un suicidio da eroe tragico
    di Andrea Virga
    «Champs-Elysées, un grido smorzato, / in piena Parigi un giovane è bruciato. / Champs-Elysées, senti la Senna, / canta in silenzio ma non è pena […] Un nome, un cognome per l'Europa perché / ora vive un eroe anche in Champs-Elysées.» Così iniziava e finiva una vecchia canzone della Compagnia dell’Anello (album “Dedicato all’Europa”, 1984), dedicata ad Alain Escoffier, il giovane patriota francese che si diede fuoco davanti alla sede parigina dell’Aeroflot, compagnia di bandiera sovietica. Era il 10 febbraio 1977, trentesimo anniversario del Trattato di Parigi che aveva sancito la servitù dell’Europa divisa tra Mosca e Washington. Prima di morire aveva gridato: “Comunisti assassini”.
    È la sua storia che balza subito alla mente nel caso di Dominique Venner, prima ancora che non i consueti paragoni a Jan Palach e Yukio Mishima, rimbalzati su tutti i giornali. Come Escoffier, anche Venner non aveva assistito all’invasione e all’occupazione militare della propria terra, ma si rivolgeva idealmente ad una Patria più grande: l’Europa intera. Non mancava, ad onor del vero, qualche accento islamofobo e anticomunista – comprensibile in chi abbia vissuto, come lui, la lotta dell’OAS a difesa dei Pieds-Noirs d’Algeria, e poi, dall’altra parte della barricata, i tumulti sovversivi del Maggio francese –, ma era nondimeno un patriota europeo, della nostra stessa Europa che affonda le sue radici nel mondo classico, tenuta a battesimo dalla Croce di Cristo e dalla spada degli Imperatori, e infine vittima di quelle forze faustiane della modernità, da lei stessa scatenate; la nostra Europa di oggi schiavizzata dai comitati d’affari oligarchici, dalle burocrazie cosmopolite e mondialiste. E a suo dire, per la Patria, «ci sarà certamente bisogno di gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere le sonnolenze, smuovere le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini. Entriamo in un tempo in cui le parole devono essere autenticate dai gesti.»
    A dire il vero, a togliersi la vita a Notre Dame – come ricorda Miguel Martinez – c’era già stata l’intellettuale e artista messicana Antonieta Rivas Mercado, l’11 febbraio 1931; tuttavia, il gesto dello scrittore francese ha sollevato comunque un forte scalpore, in Francia e altrove. I più, conservatori e progressisti, presi dalla loro lotta, hanno respinto Venner come “un omofobo”, “uno squilibrato”, “un fascista”, insomma qualcosa di alieno alla comune mentalità borghese. Il giorno dopo, una Femen qualsiasi ha squallidamente parodiato il suo gesto, la scritta “Il fascismo giaccia all’inferno” sui seni nudi. La stagionata attivista Frigide Barjot l’ha bollato come il gesto isolato di un individuo d’estrema destra, che non aveva nulla a che fare con loro. La loro meschina incapacità di comprendere chi è pronto a sacrificare la vita per la causa ha dato ragione a Venner, che parlava di «una riconquista della memoria europea e francese, il cui bisogno non è ancora nettamente percepito». Si deve tenere presente che il matrimonio omosessuale non è che un tassello del mosaico anticristico, della perversione e dell’annientamento di ogni naturale legge, gerarchia e differenza. Eppure, «i manifestanti del 26 maggio non possono ignorare questa realtà».
    Dominique Venner non era uno psicotico o un depresso nel senso corrente e mondano. Si era dedicato alla politica fino al 1967, e poi aveva continuato la sua attività di studioso e di storico, pubblicando decine di libri di valore. Si era sposato e aveva generato figli. Era un uomo che aveva compiuto il proprio dovere, e riteneva di dover compiere un’ultima testimonianza del proprio ideale, con la propria morte. A questo riguardo, citava l’Heidegger di Essere e Tempo: «Bisogna che ci ricordiamo anche […] che l’essenza dell’uomo è nella sua esistenza e non in un “altro mondo”. È qui e ora che si gioca il nostro destino fino all’ultimo secondo. E questo ultimo secondo ha importanza tanto quanto il resto della vita. È perché bisogna essere se stessi fino all’ultimo istante. È nel decidere da se stessi, volendo veramente il proprio destino, che si è vincitori del nulla. E non ci sono scappatoie a questa esigenza poiché non abbiamo che questa vita nella quale ci appartiene d’essere interamente noi stessi o non essere nulla.»
    Una visione che fino ad un certo punto possiamo fare nostra. È davvero nella nostra vita terrena, fino all’ultimo respiro, che si decide la nostra salvezza o la nostra dannazione, e sta proprio a noi stessi, col nostro libero arbitrio, la scelta – ripetuta ogni istante – di accettare o rifiutare la Grazia divina. Una cosa però, in particolare, non è a noi concessa: sottrarci a questa scelta, decidendo di porre fine a questa vita terrena. Il gesto di Venner è perciò tragico come lo sono le vite degli eroi classici: l’eroismo solitario di chi combatte la buona battaglia senza speranza di vittoria, perché senza Cristo. Da Achille a Giuliano, hanno stoicamente affrontato il proprio destino, e sono caduti. Se siamo in buona fede, non possiamo non riconoscere la grandezza di questa tragedia, e provare un misto di ammirazione e compassione, anche se Venner non seppe mai comprendere, da parte sua, la grandezza ancora maggiore dell’Amore di Cristo. Eppure, nella sua scelta della Cattedrale di Notre Dame, come luogo sacro per il popolo francese, non c’è alcuna volontà di profanazione, ma semmai, inconsciamente, di affidarsi tra le braccia amorevoli della Madre di Dio, della Francia e di tutti noi.
    In questi rari casi, secondo quanto affermato dal teologo Zverina a proposito di Jan Palach, non si tratterebbe di un rifiuto della vita, dono di Dio, dettato dalla disperazione, ma di un’offerta volontaria della propria vita. In effetti, deve far riflettere che subito dopo la morte di Alain Escoffier, Mons. François Ducaud-Bourget, capofila del cattolicesimo tradizionale in Francia, invitò dal pulpito ad appoggiare il Comitato intitolato alla di lui memoria. Prima di lui, c’era stato il suicidio del Presidente brasiliano integrista Getúlio Vargas (1954), minacciato dai golpisti della destra reazionaria. Dopo di lui, venne S.E. John Joseph, vescovo di Faisalabad in Pakistan, che si diede la morte nel 1998 per protestare contro le persecuzioni religiose. Tutti e tre ebbero funerali cattolici, e quest’ultimo è ora venerato come martire dal suo gregge. Chiaramente, il suicidio resta un peccato grave, ma «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento» (CCC § 2283). A Dio resta quindi l’estremo Giudizio, ma non si agiti moralisticamente il suicidio per squalificare la denuncia che Venner ha compiuto.
    Venner un mese dopo: riflessioni su un suicidio da eroe tragico ~ CampariedeMaistre


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Pur di non essere associato alla parola “battesimo”, Hollande fa cambiare una tradizione marinara secolare
    Il presidente della Francia ha partecipato al “battesimo” della nave Jules Verne, a patto che la cerimonia venisse chiamata “inaugurazione” e che non ci fosse il prete
    Leone Grotti
    Che a Francois Hollande non vadano molto a genio la religione, e soprattutto i cristiani, si era già capito quando ha annullato una visita a un museo per non dover parlare con un dipinto cristiano alle spalle e quando ha fatto gli auguri ai musulmani per il Ramadan, ai cinesi per l’anno lunare ma non ai cristiani per la Pasqua. L’ultimo caso, però, sembra denotare una vera e propria fobia da parte del presidente della Repubblica francese.
    “BATTESIMO” DELLA NAVE. La rivista militare Jeune Marine ha attaccato Hollande per aver fatto modificare una tradizione marinara secolare. Il gruppo Cma Cgm, il terzo trasportatore di container via mare nel mondo e il primo in Francia da 35 anni, ha chiesto la partecipazione del presidente della Repubblica per “battezzare” la nuova nave Jules Verne. La cerimonia del “battesimo” è la stessa da almeno un secolo: la madrina dà il nome alla nave facendo infrangere una bottiglia di vino sulla prua e poi l’imbarcazione, insieme all’equipaggio, vengono benedetti da un sacerdote.
    HOLLANDE “INAUGURA”. Ma siccome Hollande non gradiva di essere associato a un’immagine religiosa come il battesimo, ha costretto la Cma Cgm a «stravolgere le tradizioni marinare» chiamando la cerimonia “inaugurazione”. Così il 4 giugno, a Marsiglia, Hollande ha avuto il privilegio di fare da madrina e rompere la bottiglia di champagne sulla prua, pronunciando poi un discorso ai politici del suo seguito presenti. Cma Cgm ha annunciato l’evento come “inaugurazione” e non “battesimo” della nave, facendo rabbrividire i marinai francesi che, come ricorda Jeune Marine, sono molto superstiziosi.
    «TRADIZIONI STRAVOLTE». Il giorno dopo, il 5 giugno, senza nessun tipo di comunicato o sponsorizzazione da parte di Cma Cgm, è avvenuta la seconda parte del “battesimo” della Jules Verne: due diaconi della Missione del mare hanno battezzato la nave e l’equipaggio alla presenza di una rappresentanza dei marinai marsigliesi. Così facendo, fa notare Jeune Marine, Cma Cgm pur mantenendo la validità della cerimonia «ha ignorato totalmente le tradizioni marinare per vendersi al politicamente corretto» imposto da Hollande.
    Francia, Hollande "inaugura" navi, non le "battezza" | Tempi.it

    Francia, ministro dell’Educazione: «Dobbiamo sostituire la religione cattolica con una religione repubblicana»
    Leone Grotti
    Vincent Peillon, oggi ministro, diceva nel 2008: «Non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica, serve una rivoluzione spirituale». È già passato ai fatti
    «Non si potrà mai costruire una paese libero con la religione cattolica». Da giorni circola su internet un video dove a pronunciare queste parole non è qualunque oppositore della Chiesa, bensì il ministro dell’Educazione francese Vincent Peillon. Il video riporta un’intervista del 2008 fatta all’attuale ministro del governo Hollande, che presentava il suo nuovo libro “La Rivoluzione francese non è ancora terminata”.
    «RIVOLUZIONE SPIRITUALE». Secondo Peillon «non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. Adesso abbiamo fatto la rivoluzione essenzialmente politica, ma non quella morale e spirituale. Quindi abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla Chiesa cattolica. Dobbiamo sostituirla».
    «RELIGIONE REPUBBLICANA». E con che cosa? Per il ministro siccome «non si può nemmeno più adattare il protestantesimo in Francia come han fatto nelle altre democrazie, bisogna inventare una religione repubblicana. Questa nuova religione è la laicità, che deve accompagnare la rivoluzione materiale, ma che è in realtà la rivoluzione spirituale». E il mezzo per portare a compimento questa «rivoluzione spirituale» è la scuola: «La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita, una transustanziazione che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge».
    MORALE LAICA. Parole che il ministro francese ha già provato a tramutare in fatti: l’articolo 31 della legge proposta da Peillon sulla “Rifondazione della scuola della Repubblica” era stato emendato dai deputati socialisti affinché nelle scuole elementari «siano assicurate le condizioni dell’educazione all’uguaglianza di genere». L’articolo, che il Parlamento è riuscito a modificare all’ultimo, si proponeva di diffondere l’uguaglianza di genere per «decostruire gli stereotipi» sessuali, ovvero la banale distinzione tra maschi e femmine. Ad ogni modo Peillon è riuscito ad introdurre come insegnamento obbligatorio la “morale laica“, che ha come obiettivo di «strappare l’allievo a tutti i determinismi familiari, etnici, sociali, intellettuali (…) affinché ognuno di loro possa emanciparsi (…) in quanto lo scopo della scuola repubblicana è stato sempre di produrre un individuo libero».
    LAICITÀ AGGRESSIVA. Che in Francia la laicità sia troppo «aggressiva» è stato già constatato quest’anno perfino dagli Stati Uniti, che per la prima volta hanno inserito proprio il paese guidato da Francois Hollande tra quelli che violano la libertà religiosa. La Francia rientra inoltre tra quei 15 paesi europei che, con diverse leggi, violano la libertà di espressione e coscienza e ha di recente proposto una nuova legge che permetta ai datori di lavoro privati di impedire ai dipendenti di portare addosso simboli religiosi, facendo così rispettare una rigida interpretazione del concetto “neutralità religiosa”.
    Francia, Peillon: «Bisogna sostituire il cattolicesimo» | Tempi.it

    La persecuzione è cominciata
    Autore: Costa, Luca Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
    Fonte: CulturaCattolica.it
    “I più piccoli atti religiosi, eseguiti da ogni soggetto, saranno puniti”.
    Era una delle sadiche regole del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini. Il fotogramma estrapolato dalla pellicola mostra infatti una ragazza sorpresa a pregare la Madonna, sgozzata e lasciata sul pavimento. Una scena che rischia di passare quasi inosservata, confusa nel mare di amarezza e di fatalismo del film pasoliniano. Perché il regista volle (stranamente oltretutto, trattandosi di Pasolini) porre l’accento sull’intollerabilità della religione da parte del potere?
    Dopo quello che è successo in Francia la settimana scorsa, mi è più chiaro, e Pasolini oggi più che mai mi appare profetico.
    Mercoledì 19 giugno, Nicolas B. - un ragazzo francese di ventitré anni, cattolico - è stato condannato a due mesi di prigione ferme (termine che vuol dire che te li fai per forza dentro) per ribellione, con comparsa immediata e mandat de depot (ovvero aspetti in prigione l’appello).
    Studente di ingegneria all’università Cattolica di Parigi, Nicolas è uno dei fondatori dei Guardiani (i Veilleurs), movimento che unisce giovani, adulti, anziani che si ritrovano regolarmente sulla Place des Invalides a Parigi, la sera, per leggere testi religiosi e poesie. È il loro modo di protestare contro la legge Taubira. Protestano proponendo alla Francia ciò ciò di cui la Francia ha bisogno: poesia, bellezza, Dio.
    Domenica 9 giugno, mentre Hollande era ospite di una trasmissione sul canale M6, Nicolas, insieme a un paio di migliaia di ragazzi, ha deciso di manifestare il proprio dissenso contro il Presidente davanti agli studi televisivi, à Neuilly sur Seyne.
    Insieme ad altri mille e cinquecento.
    Indossavano tutti la maglietta della Manif, l’indumento più temuto dal governo francese, perché mostra nel logo il profilo di un padre e una madre, con i loro due figli. Una famiglia, cioè il nemico numero uno per il potere. Il potere teme - da sempre - sostanzialmente due cose: la Chiesa e la famiglia.
    I giovani si sono poi spostati (sempre con la massima tranquillità e senza turbare minimamente l’ordine pubblico) sugli Champs-Élysées, dove hanno trovato numerosi poliziotti ad attenderli; e a rincorrerli al grido “siete in arresto”: «Sugli Champs siamo stati inseguiti, neanche stessimo cercando di svaligiare una banca», racconta un ragazzo di nome Albert, che ha filmato l’accaduto con il suo smartphone.
    A quel punto, il nostro Nicolas si è rifugiato in una pizzeria, dove è stato però subito braccato, arrestato e caricato in un cellulare dagli agenti. Per aver rifiutato di sottoporsi al rilevamento delle impronte e al test del DNA, è stato portato in commissariato. Da allora non ha più rivisto la luce del giorno.
    Nicolas è uno studente cattolico di 23 anni che passerà i prossimi due mesi in carcere. La sua colpa? Esercizio di libertà non gradito al potere. L’aver osato affermare che un uomo può aspirare ad altro, può desiderare altro, rispetto a ciò che il potere vuole e pretende di imporre. Nicolas si è concesso la libertà di esprimere un giudizio sulla realtà.
    Il “dissenso”, come lo definiva Vaclav Havel, quella facoltà irrinunciabile di ogni individuo che da il diritto di alzare la mano e domandare ai governanti: “ma vi rendete conto di ciò che state facendo? Io non sono d’accordo”.
    Fra le intenzioni del potere e le intenzioni della vita si spalanca un abisso sempre più profondo (sempre citando Havel). Ma il potere esige sempre più uniformità e disciplina, e la sua repressione assume metodi sempre più sottili e penetranti. Sono pochi i momenti in cui anche esso perde il controllo, e ci rivela il suo vero volto.
    Quello Stato che in Francia è incarnato oggi da Hollande e i suoi ministri, autori della mostruosa legge Taubira, la legge sul matrimonio gay. Quei socialisti che si spacciano per interpreti di un principio di libertà, che invece - proprio tramite fatti come quello della condanna di Nicolas - si stanno rivelando per quello che realmente sono: la quintessenza del potere, puro e spietato. Incurante di calpestare i diritti e l’avvenire di un ragazzo poco più che ventenne.
    L’incredibile vicenda di Nicolas è la prova lampante che il potere ha assunto una forma e una forza che quarant’anni fa non immaginavamo, ma che Pasolini aveva già pienamente intuito nel suo divenire inesorabile.
    Il 19 giugno, la condanna: quattro mesi di prigione, di cui due, come abbiamo detto, ferme; con obbligo di restare in carcere in attesa del l’appello; il tutto sommato ad una multa di 1000 €.
    Il reato? Ribellione e rifiuto di prelievo da parte delle forze dell’ordine. Assurdo.
    Pochi giorni dopo i fatti di Parigi, a Lille un simpatizzante per il matrimonio gay ha aggredito una madre - una Veilleuse - con un coltello da cucina, tuttavia - una volta arrestato - è stato tranquillamente rilasciato dopo poche ore. (Égalité?)
    Ludovine de la Rochère, presidente della Manif pour Tous, ha immediatamente alzato la voce nei confronti del governo francese. I socialisti, però, fanno orecchie da mercante e non commentano l’accaduto. Blindati dietro il più disgustoso e omertoso silenzio.
    I cattolici sono un pericolo per il governo Hollande. Non è una novità questa. Basta leggere le parole pronunciate nel 2008 da quello che è oggi il ministro della pubblica istruzione di Francia, Vincent Peillon. Lo stesso Peillon che ha preteso l’introduzione nelle scuole dell’insegnamento obbligatorio della “morale laica”.
    Per lui ragazzi come Nicolas sono evidentemente una minaccia:
    “Non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. La Francia ha fatto una rivoluzione essenzialmente politica, ma non ancora quella morale e spirituale. Abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla Chiesa Cattolica. Dobbiamo sostituirla. Non si potrà mai costruire una paese libero con la religione cattolica. Visto che non si può nemmeno più adattare (lett. acclimater) il protestantesimo in Francia, come han fatto nelle altre democrazie, è oggi necessario inventare una nuova religione repubblicana. Questa nuova religione deve essere quella laicità che deve accompagnare la rivoluzione materiale, ma che è (in realtà) una rivoluzione spirituale”.
    Il soggetto che non si adegua a questa morale laicista, al potere, allo Stato va abolito, piegato, punito. Va rinchiuso, condannato. Il dissenso non è ammesso. Chi mostra dissenso nei confronti della rivoluzione culturale della république non è un buon cittadino. Se potessero, Hollande e soci non esiterebbero ad eliminarlo, a vaporizzarlo, come diceva Orwell nel suo indimenticabile “1984”, dal quale estraggo un breve passaggio:
    “Il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere......Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano... per sempre.”
    Per ora basta l’immagine di Nicolas. B. Francese, studente, cattolico.
    La persecuzione è cominciata

    Due settimane per la libertà. Cattolici americani in “guerra” contro Obama
    Benedetta Frigerio
    Incontri, marce, preghiere. La Chiesa statunitense contro le leggi volute dal presidente che limitano la libertà di coscienza e di educazione
    «È facile per noi dare per scontata la nostra Statua della Libertà». Ma questa è il simbolo di quella «libertà per cui così tanti nostri fratelli e sorelle hanno deciso di sacrificare la propria vita», così il cardinale Timothy Dolan, capo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ha presentato la manifestazione “Fortnight For Freedom”.
    PERSECUZIONE RELIGIOSA. L’iniziativa, alla sua seconda edizione, serve a intensificare il lavoro che la Chiesa sta facendo da quando il presidente Obama, nel gennaio 2011, ha preso il primo grave provvedimento contro la libertà religiosa. Nonostante l’opera educativa dei vescovi, che non hanno mai mancato di far sentire pubblicamente e con forza la propria voce, il governo ha però rincarato la dose.
    Per questo, come l’anno precedente, sono stati organizzati quattordici giorni di marce e incontri, preghiere e digiuni. Ci saranno poi «momenti di festa, come il giorno della celebrazione di san Tommaso Moro e di san John Fisher, entrambi martiri in Inghilterra per aver profeticamente difeso il diritto della Chiesa contro le intrusioni del potere della Corona, e il giorno della nascita di san Giovanni Battista, colui che difese la legge di Dio contro la tirannia e che fu decapitato per il suo coraggio», ha spiegato Dolan. Il momento odierno è quindi paragonabile a quello delle persecuzioni religiose del XVI e XVII secolo in Inghilterra e Irlanda, perché «anche se non vorrei spingere l’analogia fino a qui, negli anni recenti è diventato difficile respirare liberamente».
    COSA HA FATTO OBAMA. Per sottolineare la gravità degli attentati da parte dell’amministrazione Obama all’espressione pubblica di qualsiasi fede, il cardinale ha voluto elencare i principali. Il primo è «l’obbligo imposto dall’Hhs (Health and Human service), che pretende di inserirsi nel cuore della vera definizione della fede e del suo ministero, spingendo i credenti a violare la propria coscienza». Il cardinale ha poi parlato della «decisione della Corte Suprema che ha ridefinito il matrimonio, il che presenterà molte difficoltà nelle istituzioni alle persone che difendono il proprio credo nell’autenticità del matrimonio fra uomo e donna».
    Ma Dolan ha anche accusato il governo di voler estendere l’aborto mentre si cerca di limitarlo, di cercare di legalizzare il suicidio assistito e di ostacolare il lavoro delle agenzie della Chiesa che svolgono attività umanitarie. Infine, ha denunciato «l’intrusione del governo nei diritti e doveri dei genitori a educare i propri figli». Importanti saranno dunque «le marce perché suscitano interrogativi nelle persone». In effetti l’organizzazione delle parate «ha avuto una risposta incredibile da parte della folla».
    Sono poi centinaia le cause intraprese contro il governo da aziende, università e agenzie di diverse confessioni religiose. Ma ormai il primo di agosto la misura sul pagamento obbligatorio della contraccezione e dell’aborto ai propri studenti o dipendenti entrerà in vigore senza più proroghe. Se nulla cambierà, chi si rifiutasse di obbedire sarà obbligato a pagare multe ingenti, che porteranno alla chiusura delle strutture di stampo religioso o guidate da uomini di fede che non vogliano adattarsi a una legge che vìola il proprio credo.
    SERVONO I LAICI. A parlare insieme al cardinale sono stati quindi molti altri vescovi preoccupati. Fra di loro quello di Filadelfia, Charles Chaput, che in questi mesi ha continuato a sottolineare il legame tra la libertà religiosa e tutte le altre. Questa volta, però, Chaput ha aggiunto che «se i laici non amano abbastanza la loro fede fino a soffrire per essa nell’agone pubblico, tutto quello che i vescovi stanno facendo alla fine non servirà». Perché, ha continuato, «noi abbiamo il dovere di predicare i princìpi base», ma quello che conta «più di ogni altra cosa è la testimonianza di tutti i cattolici in un mondo secolarizzato, che dovrebbe coincidere con il lavoro prudente dei fedeli laici». Perché «il rinnovamento del mondo è il loro compito che il solo apostolato dei pastori non può raggiungere da solo».
    Usa: manifestazione cattolica contro Obama | Tempi.it

    Nozze gay, il grande business
    di Giuliano Guzzo
    Altro che «love is love», come dice Barack Obama. La decisione della Suprema Corte americana, che come sappiamo ha bocciato il clintoniano Doma – acronimo che sta per Defense of Marriage Act [1] –, a pensarci bene fa venire in mente uno slogan ben diverso: «Money is money». Sarebbe infatti ingenuo sottrarsi aprioristicamente al dubbio che, se certamente non a determinarla, quanto meno a concorrere alla storica (e risicatissima: 5 voti contro 4) svolta dei giudici possa esservi stata anche una dimensione, per così dire, più concreta e meno ideale.
    Del resto, non diciamo nulla di nuovo dato che da tempo l’omosessualità è ritenuta un «middle-class phenomenon» [2] in grado di mobilitare ingenti risorse anche economiche [3], e che proprio alla Suprema Corte, quest’anno, è giunto un documento a suffragio dell’incostituzionalità del citato Doma sottoscritto – combinazione – da ben 278 grandi aziende fra le quali, per brevità, ricordiamo soltanto le più note: Amazon, Apple, Facebook, Twitter, Moody’s Morgan Stanley, Goldman Sachs e Starbucks [4]. Ora, che si tratti di 278 realtà – incluse potenti banche – mosse tutte e solo da interessi filantropici? Non si direbbe dato che è stato proprio Lloyd Blankfein, ceo di Goldman Sachs, a chiarire che «è una questione di diritti civili, ma anche di business» [5].
    A conferma della fondatezza di questa dichiarazione si può ricordare l’elenco dei potenti sostenitori – fra imprenditori, manager e banchieri – delle nozze gay coi rispettivi quantitativi versati o raccolti in questi anni per la causa: Cliff Asness (1,5 milioni di dollari), Jeff Bezos (2,5 milioni di dollari), Bill e Melinda Gates (500 mila dollari), Daniel Loeb (1,5 milioni di dollari), Jon Stryker (1,85 milioni di dollari), solo per citarne alcuni [6]. La domanda a questo punto potrebbe essere: come mai tanti pezzi da novanta si prodigano per le nozze gay? Cosa c’è davvero sotto? Di che «business» si tratta? E, soprattutto, di quali dimensioni?
    Ora, in ovvia mancanza di dati che possano fornirci un quadro più preciso, per ora non possiamo che ragionare in termini di stime. Ebbene, se circa dieci anni fa il CBO – acronimo che sta per Congressional Budget Office – al pari di altre valutazioni [7], stimava l’indotto delle nozze gay, una volta che queste saranno effettive in tutti e 50 Stati Usa, di un miliardo di dollari l’anno [8], secondo un più recente contributo di Forbes del 2009, l’indotto complessivo sarebbe decisamente più sostanzioso: circa 9,5 miliardi di dollari [9]. Una somma che, benché alta, non pare esagerata – solo a New York, dopo un anno, le nozze gay hanno generato guadagni per 259 milioni di dollari [10] – e che spiega fin troppo bene l’interesse di Moody’s, Morgan Stanley e Goldman Sachs per l’abolizione del Doma.
    Ma al di là del dato economico, qui richiamato solo in sintesi rispetto alla sua ben più articolata realtà, non possiamo che concludere riflettendo su un aspetto curioso, vale a dire la convergenza di interessi, quando si parla dei diritti delle “nuove famiglie”, fra i colossi della finanza e dell’industria e le forze politiche socialiste, fieramente di sinistra o cosiddette antisistema, due mondi divisi su molto eccetto che sull’anticattolicesimo, l’«ultimo pregiudizio accettabile» [11]. Forse che la lotta contro la famiglia tradizionale e, di conseguenza, contro il diritto naturale, la ragione e la Chiesa sia il vero obbiettivo di certe battaglie? E’ un sospetto forse indimostrabile certo, ma che viene. E proprio non se ne va.
    Note: [1] Cfr. Defense of Marriage Act, «Public Law» 104-199, 1996; [2] Cfr. Niada M. A Londra il business gay vale 100 miliardi di euro, «Il Sole 24 Ore», n. 160, 13/6/2006, p. 8; [3] Cfr. Zald M. – McCarthy J. (1977) Resource Mobilization and Social Movements: A Partial Theory. «American Journal of Sociology»; 82(6): 1212-1241; [4] Cfr. AA.VV. Brief of 278 employers and organizations representing employers as amici curiae in support of respondent edith schlain windsor (merits brief). 27/2/2013; «The Supreme Court of the United States»– No. 12-307:1-95; [5] Blankfein L. cit. in Ford Z. Goldman Sachs CEO: Marriage Equality Is Good For Business. «thinkprogress.org», 11/3/2013; [6] Cfr. Biles A. The Top 23 Gay Marriage Supporters in Business Today. «bezinga.com», 26/3/2013; [7] Cfr. Guaracino J. Gay and Lesbian Tourism. The Essential Guide for Marketing. Elsevier Ltd., Jordan Hill, Oxford 2007, p. 43; [8] Cfr. Holtz-Eakin D. (2004) The Potential Budgetary Impact of Recognizing Same-Sex Marriages. «The Congressional Budget Office»; 1-10:1; [9] Cfr. Marcus M.The $9.5 Billion Gay Marriage Windfall. «Forbes.com», 16/6/2009; [10] Cfr. Goldman H. Gay Marriage Produced $259 Million for New York City Economy. «bloomberg.com», 24/7/2012; [11] Jenkins P. The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York 2003.
    Nozze gay, il grande business « Libertà e Persona

    Rahm Emanuel, sindaco di Chicago, già capo di gabinetto di Obama, famoso per la sua abilità nel fundraising, ha dichiarato che i soldi arrivano, oggi, dalle lobby gay (Ha detto letteralmente: “Gays are the next Jews of fundraising”).
    Acquisiscono falsi diritti col denaro? Togliamogli il denaro!
    Questo è un appello a tutti gli uomini, e i blog, di buona volontà.
    Chi supporta l’ideologia di genere, lo fa per denaro, non per amore di presunti diritti.
    Il gayfriendly è un affare milionario in un mercato ormai saturo.
    Un gay spende molto di più di un eterosessuale.
    Figuriamoci una coppia gay, con il bimbo idolatrato e sbandierato come la più grande conquista sociale.
    Anche la povera creatura avrà l’accessorio di Gucci.
    E allora, è giunto il momento di muoversi.
    Tolgono il futuro ai nostri figli e all’umanità?
    Lo fanno supportati dal denaro e per il denaro?
    Togliamogli il denaro.
    Lasciamoli da soli nel loro shopping compulsivo. Priviamo dei nostri denari, le aziende, le banche e le agenzie che attaccano la famiglia e il futuro di un mondo veramente giusto.
    Supporti l’ideologia di genere? Da me non avrai un euro!
    Qualcuno voleva uccidere il chiaro di luna, noi vogliamo boicottare l’arcobaleno.
    Di seguito una lista di aziende, che in Italia e nel mondo, supportano l’ideologia LGBT*.

    YouTube
    Netflix
    Amazon.com
    Samsung
    Aleve
    Subway
    Target
    Trader Joe’s
    Dove
    Kindle
    Johnson & Johnson
    Ikea
    Citigroup
    Lilly
    Link Laters
    Telecom Italia
    Gruppo Consoft
    Il Saggiatore
    Roche
    Clifford Chance
    IBM
    GF Group
    State Street
    Starbucks

    Boicotta l’arcobaleno, supporta la famiglia, difendi i bambini!
    Questo è un post aperto, condivisibile da tutti.

    *Chiunque potrà aggiornare la lista e renderla virale.
    Acquisiscono falsi diritti col denaro? Togliamogli il denaro! | radiosmith.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Hollande annulla la visita al museo per non farsi fotografare con un dipinto cristiano alle spalle?
    Leone Grotti
    Hollande annulla la visita al Museo di Rouen. Aveva chiesto agli organizzatori di coprire la tela cristiana davanti alla quale doveva tenere il suo discorso. Qui il presidente francese doveva inaugurare una mostra sull’impressionismo accompagnato da tre ministri del suo governo. Due giorni fa, però, Hollande ha disdetto la visita.
    EVITARE LA CONTESTAZIONE. I giornali francesi hanno avanzato due ipotesi per l’annullamento della visita. La prima è politica. Per evitare le contestazioni, Hollande ha preferito soprassedere, visto che tra i manifestanti ci sarebbero stati molti disoccupati pronti a rinfacciare al presidente socialista che la disoccupazione in Francia ha toccato un nuovo record: 3 milioni e 224 mila francesi sono in cerca di lavoro, secondo i dati diffusi ieri da Pôle emploi.
    SFONDO RELIGIOSO. La seconda ipotesi è di carattere decisamente diverso. In vista della visita del presidente, una delegazione governativa ha fatto un sopralluogo al museo per controllare dove Hollande avrebbe dovuto tenere il suo discorso. Poiché il “pulpito” era stato posto proprio davanti a una enorme tela a sfondo religioso, cristiano per la precisione, la delegazione ha chiesto agli organizzatori di spostarla. Compito impossibile, viste le dimensioni del dipinto. È stato chiesto allora che venisse ricoperta con una gigantesca tela blu.
    HOLLANDE E I CRISTIANI. Secondo alcuni giornali, Hollande avrebbe annullato la visita proprio per non parlare con un dipinto cristiano alle spalle. Ipotesi che non rappresenterebbe una novità, visti i trascorsi non proprio felici del presidente socialista nel suo rapporto con la religione cristiana.


    DATI CHOC DAL MONDO DELLA SCIENZA: L’OMOSESSUALITÀ MINA LA SALUTE
    fonte: Corrispondenza Romana
    Difficilmente certe notizie trovano spazio ai vari carnevali gay, come quello appena sfilato a Roma, sovraesposto mediaticamente, complice una stampa ammiccante con cronisti televisivi ripresi addirittura con disgustose ghirlande di fiori arcobaleno al collo, ma alla fine incapaci anche solo di dire in quanti realmente fossero i partecipanti.
    Una lettura più attenta dei dati, quelli veri, potrebbe viceversa far aprire gli occhi a tutti, omosessuali compresi, la cui condizione risulta tutt’altro che ordinaria, tanto meno raccomandabile: secondo quanto riportato da PubMed la recente letteratura medica di settore confermerebbe come gli uomini impegnati in attività omosessuali o bisessuali siano esponenzialmente più esposti al rischio di cancro, in tutte le sue forme.
    Già nel dicembre scorso la notizia era stata pubblicata, nel silenzio pressoché generale, da The Lancet, che riportava uno studio dal titolo “Il cancro e gli uomini che fanno sesso con uomini: una revisione sistematica”. Ora viene ribadita. I ricercatori, dopo aver esaminato 47 profili meritevoli di particolare attenzione scientifica, sono giunti tutti alla medesima conclusione: l’omosessualità rappresenterebbe un fattore di rischio per il cancro, che si svilupperebbe anche a causa delle infezioni contratte con comportamenti disordinati.
    Uno studio francese, citato dall’agenzia LifeSiteNews, evidenzierebbe anche come l’HPV, il papilloma virus umano, causa anche di varie forme di tumore maligno, sia percentualmente molto più presente nei gay che negli eterosessuali assuntori di droghe (85% contro il 46%). Non solo: i gay ne risulterebbero molto più frequentemente infettati (61% contro il 26%) e presenterebbero molte più anomalie citologiche (72% contro il 36%).
    Alla stessa correlazione tra infezione da Hiv e rapporti disordinati è giunto anche uno studio brasiliano, secondo il quale i soggetti omosessuali sarebbero molto più esposti, tra l’altro, alla contrazione dell’HHV-8, lo Human Herpes Virusche predispone al sarcoma di Kaposi. Le prove esaminate dai ricercatori mostrano come, mentre il virus dell’epatite B, prioritaria causa del cancro al fegato, tra il 1990 ed il 2002 è diminuito del 67%, nello stesso periodo il numero di omosessuali, che ne sono stati affetti, è salito dal 7 al 18%.
    Legami sono stati individuati in laboratorio anche rispetto a patologie meno invasive, ma non meno problematiche, come quelle polmonari: ad esempio, su 75.164 studenti universitari, di età compresa tra i 18 ed i 24 anni, rispetto agli eterosessuali, i giovani gay (o lesbiche) sarebbero più soggetti a malattie respiratorie acute (il rapporto sarebbe di 18), i bisessuali alla sinusite (1:15), all’asma (17) ed alla bronchite (1:19).
    Non solo: tra malati di Aids il tasso di mortalità sarebbe “significativamente più alto per gli omosessuali che per gli eterosessuali o per i soggetti che si iniettino droga”.
    Eppure, di tutto ciò, benché meritevole in altri contesti di ben diversa attenzione, sui grandi media non v’è traccia. Sarebbe meglio che i cronisti prestassero più attenzione a queste notizie, anziché sfilare ai cortei. E che gli omosessuali tenessero in maggiore considerazione almeno la salute propria e degli altri (M.F.).
    DATI CHOC DAL MONDO DELLA SCIENZA: L?OMOSESSUALITÀ MINA LA SALUTE

    Il bombardamento mediatico-politico a favore delle nozze gay
    Ma noi non la beviamo
    Francesco D’Agostino
    Il riconoscimento del matrimonio tra omosessuali, ivi compreso – perché no? – il diritto di adottare figli va considerato un traguardo, forse non immediato, ma finale! Verso il quale devono tendere tutti quei cattolici che riescono a non confondere fede e cultura e che non vogliono lasciarsi travolgere da un’ispirazione conservatrice! Basta con le discriminazioni! È ora di superare gli steccati! È ora di dare cittadinanza agli omosessuali, a partire da quei diritti che oggi si vedono negati! Bisogna approvare al più presto la legge sull’omofobia, ratificare la Convenzione di Istanbul, introdurre definitivamente nella normativa vigente e nell’ordinario lessico giuridico il concetto di "genere" (l’idea cioè che la sessualità abbia un rilievo non come dato naturale, ma come costruzione sociale).
    Potrei continuare a lungo in questo florilegio di affermazioni, che unisce politici di diverse sponde e alle quali oggettivamente dà man forte la presidente della Camera, che su di un quotidiano ha riproposto tesi già note, rispondendo con un calore un po’ sopra le righe alla lettera di un giovane omosessuale che arriva a descrivere la tragedia dell’ostracismo cui sarebbero soggetti gli omosessuali evocando perfino l’idea del suicidio (ma per fortuna Nichi Vendola ha subito interpretato la «metafora del suicidio» come un «escamotage letterario» tenendosi saggiamente lontano da inutili patetismi).
    Tutto qui? No, assolutamente no. A Cannes ottiene la Palma d’oro un film apertamente schierato a favore dei diritti degli omosessuali. Nulla di particolarmente nuovo, se non forse nella durata (una ventina di minuti buoni) di una scena, assolutamente centrale nel film, di amore saffico tra Emma e Adèle, le due protagoniste. Più però che questa scena in quanto tale, è una battuta del film che ne riassume il vero senso: è quando Emma, dopo aver avuto piena esperienza con Adèle di una totale possessione carnale, le dichiara: «Adesso siamo una famiglia». È una proposta di matrimonio? O la presa d’atto di un matrimonio "naturale"? La famiglia, comunque, resta al centro di tutto, ci vuol far capire il regista Kechiche: è il valore dei valori. Resta da valutare cosa davvero egli riesca a capire di cosa sia "famiglia" e di cosa non lo sia.
    Come reagire a questo bombardamento mediatico, talmente ben orchestrato da indurre molti che la pensano diversamente alla resa, se non altro per stanchezza? Piero Gobetti, in anni lontani, invitava chi ne era capace ad entrare senza timidezze nella società degli "apoti", cioè di quelli che non la bevono, di quelli che nonostante tutto "non la bevono".
    E noi non dobbiamo berla, per quanto continuamente bersagliati da messaggi di tutti i tipi, politici e partitici, patetici e severi, espliciti e impliciti, artistici e cronachistici, materialistici e spirituali: messaggi che vogliono convincerci che i vincoli familiari non hanno alcun bisogno di fondarsi sul matrimonio eterosessuale e che è ora di riconoscere coniugi i gay che volessero sposarsi. Basterebbero gli "affetti" per creare coniugalità e famiglia. Non è vero. Il diritto – su queste colonne quante volte lo si è ripetuto – rispetta gli affetti, ma non dà loro giustamente alcun rilievo e, quando lo fa, crea disastri.
    Gli affetti sono personali, mentre i vincoli giuridici, soprattutto quelli coniugali, sono istituzionali. Solo il matrimonio, incontro di persone eguali nella dignità, ma differenti nell’identità sessuale, apre ad un futuro generativo: solo l’eterosessualità, sia a livello empirico, che a livello simbolico, crea futuro, è cioè in grado di tenere collegate le generazioni che si succedono nel tempo. Il diritto non è interessato a relazioni, pur bellissime (come può di certo essere anche l’amicizia omosessuale), che però vivono necessariamente solo nel presente e che non hanno carattere fondativo: quando giunge a legalizzarle e ad aprirle all’adozione – come sta avvenendo in alcuni Paesi del mondo – deforma se stesso e la sua funzione, che non è quella di garantire la felicità ai cittadini, ma di tutelare la specificità delle relazioni interpersonali.
    Ecco perché il dibattito sull’introduzione di un nuovo reato, quello di omofobia, si sta rivelando molto ambiguo. Se si intende omofobia in senso stretto è più che giusto punirla: ogni violenza, fisica e ideologica, motivata da odio pregiudiziale per chi sia sessualmente "diverso" è socialmente intollerabile e va annoverata tra i delitti contro la persona. Guai però a dilatare il concetto di omofobia, come da tante parti si cerca di fare, in chiave ideologica, fino a farvi rientrare le opinioni di chi nega che la sessualità sia una costruzione sociale (e non accetta quindi la teoria del gender) o quelle di chi combatte la legalizzazione del matrimonio gay.
    Anche in questo caso dobbiamo iscriverci alla gobettiana società degli apoti: nessuno sarà mai in grado di farcela bere e di convincerci che il miglior modo di difendere gli omosessuali sia quello di limitare la libertà di pensiero e di critica.
    Ma noi non la beviamo | Commenti | www.avvenire.it

    Predica il Vangelo in strada e dice che l’omosessualità è peccato. Arrestato a Londra per “omofobia”
    Leone Grotti
    La vicenda surreale di Tony Miano, 49 anni, detenuto per sei ore in seguito alla denuncia di una signora. Rilasciato, afferma: «Polizia del pensiero»
    Tony Miano, 49 anni, ex poliziotto della California, è stato arrestato e detenuto per sei ore a Londra per aver «espresso contenuti omofobi» pubblicamente in via Wimbledon, vicino allo stadio dove si sta svolgendo il famoso torneo di tennis.
    OMOSESSUALITÀ E FORNICAZIONE. Miano, padre di tre figli, che due anni fa ha lasciato la polizia per diventare predicatore del Vangelo, era sul ciglio della strada e stava commentando il passaggio della lettera ai Tessalonicesi, in cui san Paolo menziona “l’immoralità sessuale”. Come esempi di comportamenti che vanno «contro la legge di Dio», Miano ha portato quello dell’omosessualità, insieme alla fornicazione. Una donna, uscendo da un centro commerciale, lo ha sentito parlare e sentendosi offesa l’ha denunciato in quanto “omofobo” alla polizia, che ha subito mandato tre agenti per prelevarlo e portarlo al commissariato.
    E questo sarebbe un pericoloso "omofobo"?
    «POLIZIA DEL PENSIERO». Qui Miano ha ricevuto un surreale interrogatorio, il cui audio è stato reso pubblico, non tanto su quanto avvenuto, ma sulla sua fede, sulla sua idea di peccato, «perché qui la religione non va di moda come da voi», su come avrebbe trattato persone omosessuali in situazioni ipotetiche e sui suoi pensieri. «Sono stato interrogato sui miei pensieri», ha detto Miano una volta rilasciato dopo sei ore verso mezzanotte, dopo essere stato costretto a lasciare impronte digitali e fare l’esame del Dna. «Siamo arrivati alla polizia del pensiero. Mi sorprende che sia possibile per una persona essere arrestato per quello che pensa, mi sorprende che nel paese che ha prodotto la Magna Charta una persona possa perdere la sua libertà per quello che dice».
    DIRITTO DI ESPRESSIONE. Andrea Williams, del Christian Legal Centre, ha commentato: «Possiamo scherzare sul fatto se ci sia o meno una “polizia del pensiero” ma purtroppo è proprio così e questo caso lo dimostra. È triste vedere che questi casi aumentano sempre di più». Per Miano, «tutti dovrebbero avere il diritto di esprimersi, io chiedo solo di poter parlare ed entrare in dialogo con la società. Ma questa, che si definisce tollerante, si dimostra invece intollerante con il punto di vista cristiano».
    Omosessualità: dice che è peccato, arrestato a Londra | Tempi.it



    In Francia arrestano chi manifesta contro le nozze gay. Svegliamoci o succederà anche qui
    Alfredo Mantovano
    Se verrà introdotta in Italia l’aggravante dell’omofobia avremo procedimenti penali contro chiunque critichi l’omosessualità
    Ricordiamo tutti, due mesi fa, il caso di un padre di famiglia a passeggio per i giardini del Lussemburgo con una felpa che riporta la scritta “Manif pour tous” e il disegno di una famigliola: viene fermato da poliziotti ed è costretto a togliere la felpa, «indumento contrario ai buoni costumi».
    Il 16 giugno Nicolas Bernard-Buss, 23 anni, indossando la maglietta (pericolosa per la sicurezza nazionale) col logo della famiglia, manifesta contro la legge sul matrimonio gay con circa 1.500 persone davanti alla sede della tv M6, a Neully-sur-Seine, mentre il presidente Hollande partecipa a una trasmissione. Interviene la polizia, lo insegue, lo arresta e lo conduce in Tribunale, che lo processa per direttissima e lo condanna a quattro mesi di reclusione: in Francia, a pochi passi da casa nostra.
    È il trailer del film che, se non ci svegliamo, vivremo non da spettatori, ma da protagonisti fra breve. Introdurre in Italia il riconoscimento delle unioni di fatto e l’aggravante dell’omofobia – un mix di leggi già pronto all’approvazione in Parlamento – vuol dire attribuire all’orientamento omosessuale non un valore in sé positivo, ma un valore maggiormente positivo rispetto ad altri motivi discriminatori non previsti dall’ordinamento. Vuol dire, quindi, rendere automatico l’avvio di procedimenti penali di fronte a qualsiasi giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, dell’omosessualità, di fronte a qualsiasi posizione che sostenga la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale: nei seminari, nei corsi di catechismo, nella preparazione al matrimonio, in convegni sul tema. Se sosteniamo che essere sessuati non è una questione di scelta, ma di natura, guardiamo alla sorte del ventitreenne Nicolas: se continuiamo a dormire sarà la nostra sorte.
    Nozze gay, arresti. Dopo la Francia, l'Italia? | Tempi.it

    PERSECUZIONE
    Rino Cammilleri
    Prepariamoci perché la persecuzione dei cristiani sarà (inizialmente) amministrativa, come quella contro i cattolici inglesi fino al 1828. Adesso in prima fila sono i ginecologi, gli infermieri e i medici che non prescrivono la pillola, più i farmacisti che non la vendono. Poi si passerà ai funzionari e impiegati che si rifiuteranno di celebrare o trascrivere “nozze gay”, nonché ai sessuologi che non assisteranno coppie omo con problemi. Gli affittacamere e i bread&breakfast hanno già i guai loro. I librai e gli edicolanti sono avvisati. Scrive Marco Respinti su La Nuova Bussola Quotidiana del 23 maggio 2013 che «a Portadown, in Irlanda del Nord, il tipografo Nick Williamson, cristiano, finirà in tribunale come “omofobo” per essersi rifiutato di stampare un giornaletto di propaganda omosessualista, per di più dalla grafica esplicita».
    L’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, diretto a Vienna da Gudrun Kugler, ha già faldoni pieni di roba del genere. Finiremo prima rovinati economicamente, poi in galera. Infine, se le carceri scoppieranno, gasati o terminati chimicamente (i nostri organi espiantati costituiranno ricco business). O nei campi di lavoro forzato. E non so cosa sia meglio. D’altra parte, il paganesimo non poteva tornare senza i suoi connotati più tipici: la schiavitù, il libero e le persecuzioni contro i cristiani. Naturalmente, i più non reggeranno alla pressione e si adegueranno alle leggi, come nell’antica Roma. Solo pochi, come allora, accetteranno di perdere tutto per restare fedeli a Cristo. L’unica differenza con l’antica Roma è questa: la tecnologia a disposizione non lascerà scampo ad alcuno.
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    FERMIAMO LA LEGGE CONTRO L'OMOFOBIA
    di Gianfranco Amato
    La Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha approvato il testo base del DDL contro l’omofobia e la transfobia, testo che andrà all’esame dell’Aula il prossimo 22 luglio. Il termine per gli emendamenti scade martedì 16 luglio. In previsione di tale importante passaggio parlamentare, i Giuristi per la Vita - insieme a La Nuova Bussola Quotidiana - lanciano un appello per fermare questa iniziativa legislativa, che rischia seriamente di avere gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione, tra cui il diritto alla libertà di pensiero (art.21) e alla libertà religiosa (art.19).
    Dal punto di vista pratico, infatti, l’approvazione delle norme contro l’omofobia e la transfobia potrebbe determinare l’incriminazione, ad esempio, di tutti:
    1. coloro che sollecitassero i parlamentari della Repubblica a non introdurre nella legislazione il “matrimonio” gay;

    2. coloro che proponessero di escludere la facoltà di adottare un bambino a coppie omosessuali, atteso che, secondo l’approccio ideologico appena recepito dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, non ammettere una coppia gay al matrimonio costituirebbe discriminazione motivata dall’identità sessuale;

    3. coloro che pensassero di organizzare una campagna di opinione per contrastare l’approvazione di una legge sul “matrimonio” gay;

    4. coloro che pubblicamente affermassero che l’omosessualità rappresenta una «grave depravazione», citando le Sacre Scritture (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm 1,10.);

    5. coloro che pubblicamente dichiarassero che gli atti compiuti dagli omosessuali «sono intrinsecamente disordinati», in virtù del proprio credo religioso (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana),

    6. coloro che pubblicamente sostenessero che gli atti compiuti dagli omosessuali sono «contrari alla legge naturale», poiché «precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica);
    Le norme che si intendono approvare rispondono ad una mera prospettiva ideologica, del tutto inutile sul piano legale, godendo gli omosessuali degli strumenti giuridici previsti dal codice penale per i tutti i cittadini, contro qualunque forma di ingiusta discriminazione, di violenza, di offesa alla propria dignità personale. La proposta di legge sull’omofobia, pertanto, non merita di entrare nel nostro ordinamento.
    Opporvisi significa battersi contro il rischio di una pericolosa violazione della libertà di espressione del pensiero e del credo religioso, fondamento di tutte le libertà civili nel quadro costituzionale vigente. La cronaca, del resto, mostra ampiamente cosa accade nei Paesi europei in cui è già prevista una legge contro l’omofobia: basti guardare al Regno Unito ed alla famigerata Section 5 del Public Order Act.
    Per questo, i Giuristi per la Vita si appellano ai parlamentari della Repubblica italiana, e a tutti gli uomini di buona volontà, affinché venga scongiurato il rischio dell’introduzione di una simile normativa nel nostro ordinamento giuridico.
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - FERMIAMO LA LEGGE CONTRO L'OMOFOBIA


    Sottoscrizione appello: No alla legge contro l'omofobia
    Sottoscrizione appello - No alla legge contro l'omofobia

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    «Nessun riconoscimento legale alle unioni gay»
    di Massimo Martinucci
    Dieci anni fa la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato «Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali», un documento che reca la data formale del 3 giugno ma è stato pubblicato il 31 luglio 2003 a firma del Prefetto Card.Joseph Ratzinger e del Segretario Mons. Angelo Amato. Controfirmato dal Beato Giovanni Paolo II, è a tutti gli effetti un atto di Magistero pontificio. Pur non contenendo novità dottrinali, esso richiama i punti essenziali del problema che oggi sta emergendo con drammatica attualità, fornisce ai vescovi alcune argomentazioni di carattere razionale e illumina gli uomini politici cattolici, ai quali indica le linee di condotta in proposito, coerenti con la coscienza cristiana. È dunque quanto mai opportuno ricordare il suo decimo anniversario.
    Le argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società: «l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. [...] Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite».
    Il documento evidenzia tre dati fondamentali della verità naturale sul matrimonio, confermata dalla Rivelazione: innanzitutto il fatto che «l’uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall’altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono».
    In secondo luogo «è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l’esercizio della facoltà sessuale». E «infine, Dio ha voluto donare all’unione dell’uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l’uomo e la donna con le parole: "Siate fecondi e moltiplicatevi" (Gn. 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio. Inoltre, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento».
    Se questo è il matrimonio, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, "precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati"».
    Il documento, ribadendo quanto la Chiesa ha sempre insegnato, distingue tra l’inclinazione omosessuale — e qui riafferma la grande carità che deve sempre essere messa in atto nei confronti delle persone —, inclinazione oggettivamente disordinata ma che di suo non costituisce peccato, e le pratiche omosessuali, che invece sono peccati gravemente contrari alla castità. È poi necessario distinguere accuratamente tra il comportamento privato e la sua eventuale legittimazione pubblica, contraria alla ragione e nociva al bene comune. Questa legittimazione «finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune». Le leggi infatti «svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume», per cui «in presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza».
    Una prima conclusione è quindi che «le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso».
    Ma vi sono anche altri motivi di ordine biologico e antropologico, in quanto le unioni omosessuali non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana, in esse è del tutto assente la dimensione coniugale che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali, e inoltre creano ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. «Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini, nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa».
    Ci sono poi argomentazioni di ordine sociale: il riconoscimento legale delle unioni omosessuali porterebbe alla ridefinizione del matrimonio, che perderebbe l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. «Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri».
    Dal punto di vista giuridico infine occorre osservare che, mentre le famiglie propriamente dette sono le cellule del tessuto sociale e il loro semplice esistere ridonda a favore della società, le unioni omosessuali «non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune».
    Il riconoscimento legale delle unioni omosessuali non è affatto necessario per la tutela dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. «In realtà, essi possono sempre ricorrere — come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata — al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale».
    Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede si conclude con un forte appello ai politici cattolici, ai quali vengono date delle precise indicazioni. Ognuno di essi innanzitutto ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge che sia favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali oppure, nel caso esistesse già una tale legge nel proprio Paese, deve opporsi in tutti i modi possibili rendendo «chiara e a tutti nota» la sua «personale assoluta opposizione».
    In conclusione – insegna il documento di cui ricorre il decennale –, «la Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali, o peggio ancora equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società».
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - «Nessun riconoscimento legale alle unioni gay»

    I diritti gay in Italia ci sono già. Parola di «Repubblica»
    di Giuliano Guzzo
    Finalmente. C’è voluto parecchio tempo, anzi troppo, ma alla fine è stato ammesso: in Italia i sospirati diritti per le coppie omosessuali non solo non sono negati, come taluni seguitano ostinatamente a ripetere, ma sono già disponibili e “attivabili”. In poche parole, a portata di mano: nessuna ingiustizia dunque, nessun “vuoto legislativo” e nessuna crudele discriminazione. La novità è che questa verità – già ampiamente sottolineata da autorevoli giuristi [1], ma a lungo oscurata da disinformazione volta a nascondere alle coppie conviventi i loro effettivi diritti [2] – l’altro giorno è stata riconosciuta pure dall’insospettabile quotidiano la Repubblica.
    La sorprendente ammissione è arrivata da un’inchiesta circa l’iniziativa di una compagnia di assicurazioni che propone – riprendiamo testualmente – due «polizze assicurative» innovative rispetto ad «altre soluzioni di diritto privato»; la prima riguarda la materia successoria e, in alternativa alla prassi che prevede che tutto possa «essere impugnato o reso nullo dai parenti di uno o dell’altro, che vantano la consanguineità», si prefigge la tutela di «qualsiasi beneficiario, non necessariamente un parente o un coniuge», mentre la seconda contiene un dispositivo «che “si sostituisce” alla pensione di reversibilità» attraverso un apposito «fondo pensione deducibile». Il problema, si legge sempre nell’articolo, è «che c’è molta ignoranza su questi temi» [3]. Una considerazione scomoda ma vera, sulla quale sarebbe opportuno soffermarsi.
    E che pone un dubbio: se la materia successoria e perfino la pensione di reversibilità non sono negati ai conviventi gay, dov’è il fantomatico ”vuoto legislativo”? Ha senso chiederselo pensando, in aggiunta a quanto scritto da Repubblica, che le coppie di fatto godono già oggi dei diritti – solo per rammentarne alcuni – di stipulare di accordi di convivenza per interessi meritevoli di tutela [4], di successione nel contratto di locazione a seguito della morte del titolare a favore del convivente [5], di vista in carcere al partner [6] , di risarcibilità del convivente omosessuale per fatto illecito del terzo [7], di obbligo di informazione da parte dei medici per eventuali trapianti al convivente [8], di permessi retribuiti per decesso o per grave infermità del convivente [9], di nomina di amministratore di sostegno [10], di astensione dalla testimonianza in sede penale [11], di proporre domanda di grazia [12].
    Il punto è che tutto ciò, quasi sempre, viene taciuto. Perché? Questa è una bella domanda. Un’ipotesi convincente è che ai responsabili dei movimenti gay interessi poco, in realtà, di colmare un “vuoto legislativo” a questo punto quanto mai dubbio; loro preoccupazione è invece occupare la scena pubblica con rivendicazioni che, esaminate da vicino, rivelano una matrice prevalentemente politica ed identitaria. Lo conferma con chiarezza un insospettabile come Gianni Rossi Barilli, giornalista, scrittore e militante gay, il quale ha scritto che «il numero delle coppie disposte ad impegnarsi per avere il riconoscimento legale è trascurabile» e che «il punto vero è che le unioni civili sono un obbiettivo formidabile. Rappresentano infatti la legittimazione dell’identità gay e lesbica» [13]. I conti, insomma, tornano.
    Infatti, se sul piano giuridico – precisamente del diritto volontario -, i diritti cui le coppie omosessuali aspirano sono sostanzialmente già disponibili, su quello pubblico non lo sono; manca cioè l’istituto delle coppie di fatto. Istituto che se da un lato poco aggiungerebbe sotto il versante normativo, d’altro lato moltissimo cambierebbe su quello simbolico giacché determinando, come osserva Rossi Barilli, «la legittimazione dell’identità gay e lesbica», avvierebbe una dinamica palesemente concorrenziale – sul piano delle risorse e della visibilità, dell’economia e della cultura – rispetto all’istituto matrimoniale, tanto che la stessa Corte Costituzionale, consapevole di questo e tradendo una certa ingenuità, si è preventivamente preoccupata di escludere che il riconoscimento delle coppie di fatto possa avvenire «soltanto attraverso una equiparazione […] al matrimonio» [14].
    In altre parole il vero motivo per cui, col pretesto di diritti che – come abbiamo visto – in realtà negati non sono, si spinge in favore di un riconoscimento pubblico delle coppie di fatto anche omosessuali non è di giustizia ma di ideologia, ed ha il preciso scopo «di espropriare la famiglia dai diritti e dalle prerogative che in molti paesi, come l’Italia, ancora vengono accordati a questa istituzione» [15]. Quello dei diritti civili è cioè l’ultimo paravento del materialismo distruttore dello «stato di cose presente» [16], di chi considera la famiglia luogo di oppressione e di «sfruttamento dei figli da parte dei loro genitori» [17]. E’ qui, su questo terreno – forse meno visibile ma decisivo – che si gioca la vera partita: quello che definisce e critica la famiglia naturale e la sua ragion d’essere. Il resto, con rispetto parlando, è specchietto per le allodole.
    Note: [1] Amato G. Unioni gay: hanno già tutti i diritti. «La Bussola Quotidiana», 30/4/2013; [2] Prova ne è la recente pubblicazione di un libro eloquente sin dal titolo: AA.VV. Certi diritti che le coppie conviventi non sanno di avere, Nuovi Equilibri, 2012; [3] Manna E. Unioni gay, un’assicurazione per garantirsi il futuro. «Repubblica», 3/7/2013; [4] ex art. 1322 cc; [5] Cfr. C.C. sent. n. 404/1988; [6] Cfr. D.P.R 30 n. 230 del 2000; [7] Cfr. Cass., sez. unite Civ., sent. 26972/08, Cass. III sez. pen. n. 23725/08; [8] Cfr. L. n. 91 1999; [9] Cfr. L.n. 53 2000; [10] artt. 408 e 417 cc; [11] art. 199, terzo comma, c.p.p.; [12] art. 680 c.p.; [13] Rossi Barilli G. Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 212; [14] Cfr. Corte cost. 14 aprile 2010, n. 138; [15] De Mattei R. Il sesso dei giacobini. «Il Foglio», 3/7/2013, p. II; [16] Marx K. – Engels F. L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1972. p. 25; [17] Manacorda Alighiero M. Marx e l’educazione. Armando editore, Roma 2008, p. 99.
    I diritti gay in Italia ci sono già. Parola di «Repubblica» « Libertà e Persona

    Veilleurs debout, le “giovani statue” che protestano contro le nozze gay. «Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio»
    Irene Pasquinucci
    In silenzio giorno e notte davanti ai palazzi del potere per opporsi alla legge sul matrimonio omosessuale. Solo intonando “la Strasburghese”, canto militare patriottico francese
    Da una settimana i veri protagonisti delle piazze di Parigi non sono i turisti americani o gli artisti di strada, ma semplici ragazzi uguali a tanti altri che stanno in piedi e in silenzio giorno e notte come delle statue. I passanti si chiedono cosa succede, ma nessun giornale e nessuna televisione francese parla di questo fatto. Invece su Facebook o su Twitter siamo bombardati da centinaia di account e di post: sono i #veilleursdebout e sono dappertutto: a Place Vendôme, davanti al Palazzo di Giustizia, sul marciapiede di fronte all’Eliseo, in Place de la République, a Lione, Tolone, Reims, in tutta la Francia e anche in Europa.
    Si pongono infatti nel solco delle proteste della Manifestation pour tous contro la legge Taubira, ma manifestano anche per la condanna di uno di loro, il 23enne Nicolas punito per “ribellione e rifiuto di prelievo” da parte della polizia a quattro mesi di prigione, di cui due obbligatoriamente in carcere, e a 1000 euro di multa. Difendono Nicolas perché «non lasceremo mai che un uomo venga imprigionato per un ideale».
    Veilleurs debout. La Strasbourgeoise
    L’IMPOSSIBILE. I veilleurs sono sempre là, in piedi, silenziosi, immobili. Come le statue dei re sulla facciata di Notre-Dame. È il silenzio assoluto. Ogni tanto cantano. Leggono, pregano, studiano, di giorno e di notte, si danno il turno e qualche loro amico o qualche bambino porta loro da mangiare.
    Sono soprattutto giovani studenti, ma sono anche madri, uomini d’affari, sono le sentinelle della libertà della Francia. Per questo vogliono stare in piedi “debout”: non si è mai vista una sentinella seduta. Vogliono vegliare: non si è mai vista una sentinella addormentata. Il loro motto è la frase di Camus: «Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio».
    Sembra una modalità di protesta inutile, senza cartelli, senza slogan, senza urli e violenze. Ma tutti i passanti vengono colpiti da quel che accade: tutti si chiedono cosa succede, qualcuno li insulta, qualcuno li sprona a continuare, ma nessuno ne rimane indifferente. È la potenza della presenza. Ecco allora che citano anche Mark Twain: «Non sapevano che era impossibile e allora lo hanno fatto».
    FORZA IDEALE. Un ragazzo ad esempio a place Vendôme ha vegliato in piedi per più di 11 ore, solo, davanti al ministero, imprigionato dalle barriere poste dalla polizia: se si fosse allontanato, non avrebbe potuto tornare più in quel posto. Questi ragazzi inermi vengono sempre circondati dai gendarmi in assetto da guerra perché vogliono obbligarli a ritirarsi per la paura di essere picchiati o imprigionati. Spopola in rete il video di alcuni veilleurs che alle 5 del mattino, distrutti dopo una notte in piedi, intonano a più voci “la Strasburghese” canto militare che esalta il patriottismo francese. Il canto parla della guerra franco-prussiana del 1870: una bambina è sola al freddo e al gelo. Ha appena perduto suo padre, caduto in battaglia, poi sua madre «pregando sotto questa cattedrale / mia madre è morta sotto questo portico crollato» e rifiuta l’elemosina di un soldato nemico; dice che il suo cuore resterà per sempre francese: «Avete avuto l’Alsazia e la Lorena / ma il mio piccolo cuore non l’avrete mai, / il mio piccolo cuore resterà sempre francese».
    Jean, giovane dentista, ci racconta: «C’è un parallelo emozionale con quel che viviamo: non siamo in guerra, ma abbiamo un combattimento bello e buono (ideologico, lungo e difficile). Ci sentiamo talmente piccoli di fronte all’enorme macchina governativa e mediatica che ci disprezza, ci ignora, disinforma la Francia. Ci sentiamo fragili come questa piccola bambina, ma anche potenti come lei per la sua resistenza totale. Il canto è stato cantato per la prima volta quando i gendarmi hanno espulso un gruppo di veilleurs che si erano messi di fronte all’Eliseo. Ma è quando siamo più stanchi che sentiamo tutta la nostra forza ideale». Veilleurs debout, la protesta contro le nozze gay | Tempi.it



    Francia e matrimoni gay: la polizia francese contro la repressione hollandista
    di Franciscus Pentagrammuli
    Pare che la resistenza non-violenta dei parigini (perché notoriamente, in Francia, le cose importanti avvengono nella Capitale, e il Paese segue a ruota) stia iniziando a riportare le prime vittorie contro le violenze del governo: nonostante i tanti giovani arrestati, di cui abbiamo già parlato, nonostante un ragazzo ventitreenne condannato a due mesi di carcere per motivazioni inconsistenti (con gli stessi capi d'accusa, un agitatore di sinistra fu rilasciato, mesi fa, dallo stesso giudice che ha condannato questo Nicolas Bernard, uno dei fondatori del movimento dei Veilleurs), la resistenza alla legge Taubira continua fermissima, calma e nobile. E si è addirittura raffinata: per evitare qualsiasi accusa (assembramenti, occupazione di suolo pubblico, intralcio alla circolazione...), i veilleurs sono diventati veilleurs debout: veilleurs "in piedi". Uno o più resistenti si piazzano davanti ad un palazzo del potere esecutivo o giudiziario, o in una piazza, leggendo un libro stando in piedi e distanti alcuni metri dai compagni. Tuttavia il ministro dell'interno non si è dato per vinto e ha mandato i celerini anche contro questi pericolosissimi terroristi omofobi.
    Ma con il risultato che, in pochi giorni, il principale sindacato di polizia francese Alliance Police Nationale ha diffuso questo divertente volantino, che traduciamo di seguito:
    "Nonostante la significativa diminuzione dei loro effettivi, i nostri colleghi delle Compagnie Repubblicane di Sicurezza [CRS: i celerini] ne subiscono di tutti i colori...
    La CRS 10 di Le Mans ne ha fatto nuovamente le spese il 28 giugno con il suo impiego molto "produttivo" nella Capitale:
    - Assicurare il mantenimento dell'ordine pubblico contro i famosi "veilleurs debouts".
    - Una mobilitazione per contenere eventuali disordini attorno al Palazzo dell'Eliseo.
    MISSIONE: IDENTIFICARE IL PROFILO DEGLI INDIVIDUI. RIDICOLO!
    Consegne approssimative, ordini, contrordini e panico della autorità hanno "nutrito" le sei ore di servizio della CRS 10. Infine, una compagnia mobilitata per 6 presunti "veilleurs debout" che avrebbero potuto mettere in pericolo la tranquillità della Repubblica!...
    ALL'ARMI!
    Questa storia avrebbe potuto fermarsi lì... Ma, alla fine del servizio, quando la compagnia è stata liberata, due spregevoli "veilleurs debout" vengono beccati in extremis a qualche passo dall'Eliseo. La CRS 10 ha l'ordine di fare dietro-front di tutta urgenza con la consegna: fare paura ai due mentecatti rivoltosi... che non sono stati più trovati!... Il convoglio di CRS non ha fatto altro che un avanti-e-indietro sul detto settore con tutti i lampeggianti accesi, prima di ripartire per LE MANS!...
    Grazie alle CRS, la Repubblica è stata salvata!
    Evidentemente le autorità parigine non sanno più cosa inventarsi per ottenere sempre più CRS nella Capitale...
    E questo, a qualunque prezzo!
    Parigi, il 2 luglio 2013, l'Ufficio Nazionale"
    Le cose iniziano ad essere difficili per il ministro dell'interno eh?
    Anche considerando che pare ormai debba temere, se non un colpo di mano, l'insubordinazione anche di buona parte (quella...buona: i cattolici!) dell'esercito, che trova i propri ufficiali di destra schedati a fine di ostacolarne la carriera, varie abitazioni di soldati perquisite, dei giovani ufficiali e i figli di alcuni generali arrestati nell'ambito della manifestazione contro i matrimoni omoerotici.
    Magari andrà pure a finire che la legge sui matrimoni gay avrà effetti positivi... sulla (breve) durata di un governo di sinistra ampiamente massonico ed anti-cattolico!
    Francia e matrimoni gay: la polizia francese contro la repressione hollandista ~ CampariedeMaistre

    Facebook accetta la blasfemia ma vieta di scrivere “frocio”
    Migliaia sono le pagine del social network Facebook che insultano i cristiani e i credenti in generale, pagine blasfeme con bestemmie varie e immagini denigratorie dei valori cattolici, fotomontaggi oltraggiosi e auguri di morte per chi crede in Dio o in Gesù Cristo ecc.
    Al contrario, non esistono altrettante pagine contro chi non crede in Dio o ha a cuore opinioni opposte a quelle cristiane (aborto, eutanasia ecc.). Nemmeno si notano pagine omofobe, probabilmente perché l’omofobia è un fenomeno fortunatamente molto ridotto al contrario di quanto si voglia far credere, ma anche perché Facebook interviene immediatamente nella loro rimozione.
    Il vero paradosso dei sedicenti militanti dei diritti civili, tra cui Facebook, è che il loro interesse è orientato (quasi) esclusivamente alla minoranza omosessuale. La stessa contraddizione la si nota in chi vuole una legge contro l’omofobia, ma non chiede allo stesso tempo protezioni anche per le altre minoranze discriminate come le persone obese, le quali secondo gli studi sono le più discriminate in assoluto, sopratutto donne (molto più degli omosessuali e delle persone religiose). E’ evidente dunque che una legge contro l’omofobia risulta discriminante contro le altre minoranze non espressamente tutelate.
    L’algoritmo moralizzatore di Facebook, come si è commentato su “Il Foglio” ha colpito l’editoriale di Giuliano Ferrara in quanto conteneva la parola “froci”, bollata come incitamento all’odio (poco importa se tanti gay preferiscono autodefinirsi “froci” piuttosto che “omosessuali”). Allo stesso tempo Facebook ha espressamente ritenuto, dopo la segnalazione di migliaia di utenti, che la pagina “La Vergine Maria avrebbe dovuto abortire” (“Virgin Mary should have aborted”), una delle migliaia di pagine di insulto ai cristiani, «non violi le nostre Regole in merito ai discorsi di odio».
    Perfino le immagini di una donna che allatta devono essere eliminate al più presto, perché considerate offensive. Ma se si insulta il fondatore del cristianesimo allora va tutto bene, anche se nelle loro regole si dice: «Non consentiamo la discriminazione di persone in base alla religione».
    Questi sono i due pesi e le due misure di chi si proclama mediaticamente difensore dei diritti civili.
    Facebook accetta la blasfemia ma vieta di scrivere ?frocio? | UCCR

  7. #67
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Ecco come le varie lobby stanno rosolando gli italiani
    di Gian Luigi Gigli
    da “Avvenire”
    Caro direttore,
    esiste in medicina un termine – mitridatismo – che indica il lento processo di assuefazione che può determinarsi in un organismo verso un veleno, quando esso venga somministrato ogni giorno a dosi non letali.
    Questo processo di assuefazione si verifica purtroppo anche per gli organismi sociali a proposito delle ideologie del ‘politicamente corretto’. Basta proporre le idee controverse a piccole ma continue dosi, per evitare che esse vengano rigettate dal corpo sociale. Avendo questa accortezza, la società finisce per considerare anche i temi più controversi come qualcosa di normale, addirittura di già coralmente accettato e quindi, poco a poco, di indiscutibile, perdendo ogni capacità di opporsi, quasi fosse anestetizzata.
    È quanto sta avvenendo per l’ideologia del ‘gender’ che le lobby Lgbt stanno instancabilmente promuovendo anche in Italia con la loro politica dei piccoli passi. Qualunque occasione è propizia, anche in Parlamento, per muoversi in questa direzione, dalla celebrazione della Giornata contro l’omofobia (evitando, ovvio, di celebrare la Giornata internazionale per la famiglia), all’assistenza integrativa per i deputati omosessuali, all’approvazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, nella quale si annida – per fortuna almeno individuato ed enucleato – il rifiuto del genere biologicamente inteso, a favore appunto di un ‘gender’ fondato sulla scelta dell’individuo.
    Lo stesso discorso potremmo farlo per altri grandi temi. Basti pensare all’aborto, passato in 40 anni da crimine a dramma sociale di cui prendere atto, a scelta dolorosa cui prestare assistenza, a ‘diritto’, fino a incominciare a ipotizzare persino sanzioni verso chi – come i medici obiettori di coscienza – crei ‘ostacoli’ all’aborto on demand. Anche per l’eutanasia si è scelta la via del mitridatismo. Dalla saggia opposizione a ogni accanimento terapeutico, si è passati alla rivendicazione della possibilità di sospendere la ventilazione assistita (caso Welby), poi alla sospensione di nutrizione e idratazione a una disabile (caso Englaro), quindi a mascherare l’eutanasia omissiva come ‘desistenza’ terapeutica. E ora si intensifica il pressing radicale per l’eutanasia attiva e il suicidio assistito come diritto dell’individuo.
    Il filo conduttore è sempre quello del primato dell’autodeterminazione sul riconoscimento di un valore sociale per la vita dei nostri simili e sul conseguente interesse comunitario a tutelarla. Il mitridatismo del politically correct ha da tempo penetrato ciò che resta della tradizione socialista che, sconfitta dalla logica del mercato, ha preferito ritirarsi dal fronte della giustizia sociale e attestarsi sulla linea dei cosiddetti diritti civili.
    Al radicalismo manca ora solo la capitolazione dell’ultima roccaforte che ancora le si oppone, quella della cultura cattolica. E anche in questa cittadella c’è chi si fa intimorire dal preteso e intollerante pensiero unico – Marcello Veneziani ha parlato recentemente di «razzismo etico») – e rinuncia a opporsi culturalmente alla marea montante.

    Mucche viola
    Francesco Agnoli
    Ci sono alcune convinzioni, radicate nel pensiero dominante contemporaneo, che ci si può affannare a contrastare, alla luce della ragione e del buon senso, ma senza risultato. Chesterton diceva che sarebbe venuto un tempo in cui si sarebbero dovute sguainare spade, per dire che le foglie sono verdi. San Paolo, invece, scriveva: “Perché verrà il tempo in cui non si sopporterà più la sana dottrina; ma, per prurito d’udire, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (2 Timoteo 4, 3-4)
    Quando gli uomini credono alle favole, quando la ragione divenuta flebile e afona, significa che è successo qualcosa di serio: che la realtà, in cui Dio ci ha messo, è stata snaturata al punto che non è più riconoscibile. Oggi, se si chiede ai bambini di che colore sono le mucche, non pochi, esperimento già fatto, risponderanno: “viola”. Come le mucche della Milka della televisione. Credere alle favole significa credere che la realtà fasulla che ci viene imposta, sia la realtà così come Dio la ha voluta.
    Mi spiego con due esempi. Oggi dire che l’uomo non è solamente un animale, ma qualcosa di più, fa arrabbiare moltissimo un numero esorbitante di persone. Se dici: “Tu non sei solo una scimmia nuda, senza peli”, il tuo prossimo potrebbe imbufalirsi con te e caricarti, a mo’ di bufalo. Poi facendo uso della parola, potrebbe dirti: “certo, siamo solo scimmie evolute: che differenza c’è tra uomini e animali?”. E tu, lì, allibito, a far appello a Socrate, Gesù, sant’Agostino, alla scienza, al principio antropico, alla linguistica, alla musica, la letteratura, la filosofia, il diritto … senza risultato. Se uno vuole essere una scimmia, però, se si convince fermamente di esserlo, un motivo ci sarà. Forse sta qui: chi vive come gli animali, alla lunga finisce per ritenersi un animale. Il fatto, dunque, è questo: viviamo sempre di più come gli animali.
    Ci insegnano l’importanza del mangiare, del bere, del dormire, del consumare, del fare ciò che vogliamo, del seguire gli istinti, l’ombelico… Ci insegnano che l’amore è solo e soltanto esperienza fisica, reazioni chimiche a catena; che uccidere i malati è giusto, per non farli soffrire, come fanno i veterinari; che l’arte è fare scarabocchi, come quelli della scimmia di Desmond Morris; che la musica è fatta di suoni confusi e disarmonici; che il peccato non esiste, così come non esiste la libertà (questa è la trovata dei fan materialisti delle neuroscienze)… Ecco, se uno davanti a tutti questi insegnamenti, vive una vita vera, si fa l’esame di coscienza ogni sera, crede nel dovere, ama i suoi cari, si sacrifica per loro, educa i suoi figli, prega …allora la coscienza della sua umanità, gli rimane; altrimenti finisce che girerà anche lui, per le strade di cemento, a quattro zampe.
    Secondo esempio: se oggi dici che un bambino ha diritto ad un padre e ad una madre, che tutti nasciamo da un ovulo e da uno spermatozoo, rischi di sentirti rispondere: “Chi lo ha detto? Chi ha detto che ci vogliano un padre e una madre?”. Allora provi a ragionare, ma spesso trovi l’uscio della ragione sbarrato. Cosa è accaduto? Semplice: come se qualcuno avesse colorato tutte le mucche di viola. Hanno cambiato la realtà: in questo caso la realtà della paternità e della maternità. Mi spiego: se cresci come per secoli, grazie al cristianesimo, per lo più, si è cresciuti – cioè con un padre e una madre che si amano e che si sacrificano per i loro figli; con dei nonni che fanno altrettanto da una vita-, allora ti è chiaro che tuo padre e tua madre sono insostituibili; te lo dice la ragione, te lo dice la scienza, te lo dice la psicologia, ma soprattutto lo dicono l’esperienza e l’amore che nutri per loro. Ipotizziamo invece che tuo padre sia uno dei tanti che hanno generato solo nel corpo, che non ti ha mai educato, amato, ma ha continuato sempre a vivere come un adolescente egoista. Tu lo guardi e dici: “è davvero necessario, un padre, per me, per gli altri?”. Poniamo che tua madre sia simile al padre suddetto: “a che mi serve?”. Perché, insomma, non si capisce più l’importanza dei genitori, di un padre e di una madre? Perché sono sempre meno i veri padri e le vere madri. Il matrimonio gay altro non è che il risultato della disgregazione della famiglia. Distrutta la famiglia naturale, si proveranno tutte le nuove forme di aggregazione, i matrimoni gay, il poliamore, la famiglia monoparentale… Poi, quando ogni esperimento avrà prodotto oceani di sofferenza, qualcuno avanzerà la proposta di un tempo e ripeterà che Dio ci ha creati maschio e femmina, perché uomo e donna siano una sola carne, generatrice di nuova vita…Allora sarà la fine delle favole-incubi, delle madri con la barba alla Elton John e dei padri con la gonna; degli uteri freddi di acciaio, delle provette di vetro, degli embrioni congelati, dei negozi di sperma… Arriverà, quel tempo, arriverà…sta già arrivando. Viva la France (sono così avanti, sono così stufi, i francesi, delle mucche viola, che scendono in strada a milioni, contro i “non padri” con cinque figli alla Hollande; questo è il parricidio che ci vuole, per ripartire).
    Mucche viola « Libertà e Persona

    L’INVERTITA GIUSTIZIA DI UNO STATO BANANIERO
    di Piero Vassallo
    L'antico imperativo, parcere victis debellare superbos, al quale, in altri tempi, obbediva la politica conforme al diritto naturale, si dovrebbe tradurre, aggiornandolo: sostenere i deboli e limitare l'eccessiva spesa e lo spreco insensato, che la nazione sostiene per mantenere nel lusso la folla dei politicanti e dei loro reggicoda.
    Ad alcuni sembra che la formula indichi una ragionevole soluzione ai drammatici problemi che affliggono la patria delle banane, frutti un tempo celebrati quali Muse dei Sapienti oggi trasformati in supposte destinate alla consolazione degli Intelligenti.
    Purtroppo la scena di una tale paese (ovviamente non ci riferiamo alla felice, democratica Italia, ma alla proverbiale repubblica equatoriale delle Banane) obbedisce a un contrario comandamento: i deboli stiano in disciplinata coda davanti alla cucina misericordiosa, che distribuisce minestre preparate da un'associazione religiosa, alla quale i Potenti, gli Illuminati allo scoperto e i Superiori Incogniti vorrebbero negare il diritto di ricevere la libera offerta dei contribuenti.
    Pertanto i privilegi scandalosi dei burocrati e dei politicanti bananieri sono difesi da eroiche e irriducibili istituzioni democratiche, e da giudici in cappa e spadino.
    Nell'infelice, lontana repubblica alcuni impertinenti/dissidenti e numerosi disagiati/sotto-alimentati sostengono che il malessere infuriante nelle fasce deboli si potrebbe attenuare dirottando verso gli infelici le ingenti somme ora destinate al mantenimento di apparati faraonici, talora pleonastici, talora perniciosi e devastanti, sempre avidi e mal funzionanti.
    Se non che i politicanti bananieri sostengono a spada tratta che la proposta di ridurre la spesa pubblica è un errore volgare, prontamente confutato dalla scienza politica integrata e onorata profumatamente nel talk show.
    La classe dirigente della illuminata repubblica bananiera sta lavorando alla soluzione della crisi conservando intatte le istituzioni superflue e difendendo o incrementando i privilegi dei pubblici faccendieri.
    Infine l’onorata classe sta per varare una legge audace e lungimirante, intesa a colpire l'orrenda bananofobia e a tutelare il buon nome e la gloriosa fama del caratteristico, squisito atto dei bananieri. Onde il proverbio del poeta progressista: felicità, il tuo nome è banana.
    L?INVERTITA GIUSTIZIA DI UNO STATO BANANIERO - di Piero Vassallo

    Chi osa parlare della differenza tra unioni etero e gay, sarà “cancellato”. Come avvenuto all’avvocato Cerrelli
    Benedetta Frigerio
    Il vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani, racconta di come è stato interrotto e cancellato dalle foto di un convegno. Aveva solo detto che esiste un valore nella differenza sessuale
    «Venga a parlare alla conferenza che faremo sull’emigrazione». Giancarlo Cerrelli, vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani, aveva declinato l’invito di Francesca Gallello, presidente internazionale dell’associazione “Radici”, spiegandole di non essere competente sul tema dell’emigrazione. Vista l’insistenza, Cerrelli ha ribattuto che avrebbe potuto trattare il tema dell’emigrazione, ma con riferimento al mutamento del profilo giuridico della famiglia da ieri a oggi. Gallello ha accettato entusiasta, eppure sulle foto del convegno l’avvocato non appare e le sue frasi sono state riportate dalle cronache locali come eversive. Come mai?
    IL CONVEGNO. Sabato 13 aprile, Cerrelli entra nell’aula del Centro polivalente dell’ex palazzo Porti di Cirò Marina (Crotone) per partecipare all’incontro dal titolo “Emigrazione… dal 1861 ad oggi”. Anziché un pubblico di adulti, si trova davanti a circa quaranta bambini delle scuole medie ed elementari e una ventina di adulti della zona: «Avevo preparato una relazione sulla storia del diritto di famiglia dal Codice civile del 1865 fino alle ultime proposte di legge, ma con quel pubblico ho dovuto cambiare programma», racconta Cerrelli a tempi.it. L’avvocato comincia a spiegare che se un tempo ci si sentiva stranieri all’estero, oggi si prova lo stesso anche a casa propria: «Ho parlato di stranieri morali: il fatto che non ci sia più un terreno antropologico ugualmente riconosciuto ci impedisce di dialogare e questo pone un muro fra gli uomini. Come trovare punti in comune se non si vogliono riconoscere quelli oggettivamente veri per tutti?».
    NIENTE DIRITTI SENZA DOVERI. Cerrelli ipotizza che anche per questo la famiglia moderna si disgrega facilmente. L’avvocato, credendo che un paesino del Sud Italia «fosse ancora immune dal relativismo dilagato con la globalizzazione», accenna «alle nuove tendenze giurisprudenziali e legislative sul matrimonio tra persone omosessuali e a quelle sull’adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Ho affermato che va condannata la discriminazione delle persone omosessuali ma, d’altra parte, va ribadita la differenza naturale e ontologica tra un’unione formata da persone dello stesso sesso e una tra eterosessuali. È necessario, in un momento storico in cui “l’ideologia del gender” mira a indifferenziare i generi sessuali, ribadire il valore della differenza, per cui è giusto trattate condizioni differenti in modi diversi».
    Poi l’avvocato spiega che «nel diritto di famiglia fino ad oggi non erano mai esistite concessioni di diritti senza l’assunzione di doveri: il matrimonio tra un uomo e una donna ha una funzione sociale unica, quella di dare ordine alle generazioni».
    Cerrelli infine ricorda che qualcuno parla di diritto all’affetto, ma che «questo non ha alcuna rilevanza nel nostro ordinamento giuridico per il fatto che non è misurabile da un giudice in un’eventuale giudizio e perché è mutevole e alla società va garantita stabilità. Non a caso, il nostro codice civile circa il matrimonio fa riferimento solo ad obblighi: l’articolo 143 del Codice civile parla infatti di doveri dei coniugi, mentre nel 147 sono elencati non i diritti sui figli, ma i doveri nei loro confronti».
    DISCRIMINAZIONE. Durante l’esposizione dal pubblico si alza la voce di una donna che accusa l’avvocato di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. Il giurista risponde ribadendo che sarebbe ingiusto per tutti trattare allo stesso modo ciò che è diverso: basti pensare a un disabile a cui si richiedesse, in nome di un’uguaglianza astratta, le stesse performance pretese da un uomo sano. «Questo intervento – prosegue l’avvocato – non ha fatto che dimostrare ai presenti la mia tesi sull’essere stranieri in patria: se neppure le verità evidenti a tutti sono riconosciute come tali non c’è possibilità di incontro né di dialogo, ma solo di scontro».
    I BAMBINI APPLAUDONO. Cerrelli viene interrotto, gli organizzatori fanno intervenire il console italiano in collegamento dalla Germania, che è affiancato da un emigrato il quale ribatte: «Ognuno deve sposarsi con chi vuole e quindi un uomo può sposare un altro uomo». L’emigrato non fa in tempo a concludere che i ragazzini scoppiano in un boato, applaudendo l’intervento. Cerrelli, costretto a interrompere la relazione e sorpreso dalla reazione dei bambini, fa per tornare al posto.
    Ma sul palco dei relatori non c’è più posto per lui: «Non me la sono presa troppo per me – continua – ero stupito dall’intolleranza e dall’ideologia inculcata in quei piccoli e mi sono messo fra il pubblico». Sul palco ci sono il sindaco di Umbriatico, di Melissa, di Cirò, di Amendolara, l’assessore Francesco Ferrara di Cirò Marina. Sono presenti anche don Gianni Filippelli, segretario particolare del vescovo di Crotone. Nessuno, però, dice una parola in merito a quanto menzionato dall’avvocato: «Tutto è proseguito come se nulla fosse, così sono semplicemente apparso come l’incidente della mattinata. La cosa assurda è che mi sono sentito escluso proprio da coloro che predicano la tolleranza. Non so cosa sarebbe accaduto se fossi stato in un altro paese dove esistono leggi sull’omofobia, probabilmente mi avrebbero arrestato. Dicono che tutti devono essere liberi di pensare quello che vogliono: e io?».
    ELIMINATO DAL CONVEGNO. I giorni successivi sulle foto del convegno Cerrelli non compare, mentre sulle cronache dei giornali locali il suo nome appare come quello di un provocatore messo a tacere: «In quel momento – conclude l’avvocato – ho sperimentato quanto avevo letto qualche giorno prima. Si tratta della biografia scritta da Andrea Tornielli dell’allora cardinal Bergoglio che dice così: “Che cos’ha a che vedere il ‘gaucho’ con noi (il ‘gaucho’ è un barbaro nativo, ndr)? (…) Oggi quella che si manifesta è una seconda forma di incultura, caratterizzata dall’entusiasmo per leggi anti-umane credendole progressiste e dal suicidio sociale della denatalità (…) la storia ci appare come un disastro, un disastro morale, un caos”. Bergoglio poi vede l’epitome di un “regresso antropologico” simile a quello dei barbari del 400 d.C., nell’ideologia di genere e nei tentativi di assimilare le unioni omosessuali al matrimonio, questa incultura “determina le catastrofi e, in definitiva, porta l’umanità, in un certo senso, a dover ricominciare da capo”. Per l’allora cardinale occorre partire dall’educazione su “tre o quattro certezze”: dal “chiedere permesso”; “dalle grandi certezze esistenziali. Per esempio, fare il bene ed evitare il male”; dalla misericordia; e dal credere “nell’esistenza del Demonio. Forse il suo maggior successo in questi tempi è stato farci credere che non esiste”».
    Matrimoni gay: chi si oppone sarà cancellato. Come Cerrelli | Tempi.it

    Anche Platone, Seneca e Kant erano “omofobi”. La nuova legge imporrà la censura dei loro libri?
    Redazione
    Scrive Morandini su Libero: «Che ne sarà di costoro? Potranno essere ancora studiati oppure chi sarà sorpreso con libri loro in possesso rischierà il carcere?»
    omofobiaPlatone, Seneca, Kant. Che ne sarebbe di questi «pensatori né cristiani né tantomeno cattolici», se passasse la legge sull’omofobia? Se lo chiede oggi, su Libero, Pino Morandini (magistrato e consigliere Regionale del Pdl).
    CENSURARE I FILOSOFI. «Che ne sarà», si chiede Morandini, «di Platone, che relega ”l’omosessualità maschile e femminile” fra le “perversioni che sono responsabili di incalcolabili sciagure, non solo per la vita privata dei singoli, ma anche per l’intera società” (Leggi, 836, B)?». E di «Seneca, che tesse le lodi dell’amore sponsale contrapponendolo ad altre unioni» che il filosofo romano riteneva «contro natura» (Cfr. Epistulae ad Lucillium, 116, 5; 123, 15)? E di «Kant che, in Metafisica dei costumi è fortemente critico verso l’omosessualità?». «Che ne sarà di costoro? Potranno essere ancora studiati – prosegue Morandini -, oppure chi sarà sorpreso con libri loro in possesso magari quelli ricordati, in cui sono contenute esplicitamente “idee fondate sulla superiorità”, rischierà» la reclusione fino a quattro anni (sei, se si è capo di un’organizzazione), come prevede la legge sull’omofobia?
    OMOSESSUALI TUTELATI. Omosessuali e transessuali sono «titolari di tutti i diritti spettanti alla persona», continua Morandini. Per quale ragione – chiede il magistrato – bisogna introdurre «una tutela inutilmente rafforzata, per le persone omosessuali e transessuali», le quali sono «già ampiamente garantite nella loro dignità dalle norme in vigore?». Morandini si sofferma sugli esiti della legge sull’omofobia (Qui l’appello per fermare la legge) che «per coloro che manifestano “idee fondate sulla superiorità” e ritenute lesive “dell’identità sessuale”, prevede» la reclusione fino a quattro anni (sei, se si è capo di un’organizzazione): «Non è forse alto il rischio che si incorra in procedimenti penali a fronte di qualsivoglia giudizio critico verso determinati orientamenti sessuali?». Non sarebbe meglio, conclude il magistrato, lasciare intatta la libertà di espressione «sul significato antropologico della definizione fra i sessi; sull’etica della sessualità e sulle conseguenze giuridiche derivanti dalla presenza di relazioni diverse dal matrimonio quale rapporto riconosciuto giuridicamente tra un uomo e una donna?».
    Omofobia. Censuriamo anche Kant, Seneca e Platone? | Tempi.it







    IL CASO DI DON STEFANO PICCINELLI, CAPPELLANO DELL’OSPEDALE DI CONA (FE), UN PRETE CHE NON HA PAURA. LA STIZZITA E CONFUSA REAZIONE DI ALCUNI, LE PAROLE CHIARE DEI GIURISTI PER LA VITA
    di Paolo Deotto
    I fatti sono noti. Nei giorni scorsi, all’ospedale di Cona, in provincia di Ferrara, il cappellano Don Stefano Piccinelli ha affisso nella bacheca della cappella un comunicato con cui invitava a partecipare alla raccolta di firme contro la legge sull’omofobia. Ce ne informa, con un certo allarme, il quotidiano “La Nuova Ferrara”. Quindi, cos’è accaduto? Un cittadino italiano, il sacerdote Don Stefano Piccinelli, ha pubblicamente espresso la sua disapprovazione per un progetto di legge. Ha esercitato il suo diritto alla libertà di opinione. Inoltre, essendo questo cittadino italiano un sacerdote, ha espresso questa disapprovazione naturalmente anche alla luce dell’insegnamento della Chiesa circa l’omosessualità. Ha esercitato il suo diritto alla libertà religiosa.
    L’Italia è però un Paese singolare, in cui l’esercizio dei diritti è selettivo, perché vi sono enti o persone che si ritengono in grado di valutare chi sia abilitato a esprimere pareri e chi invece debba stare zitto. Per meglio svolgere questi compiti di difensori full-time della democrazia & libertà questi singolari personaggi e/o enti coniano via via nel tempo appellativi da usare per additare al pubblico ludibrio il reo. Un tempo era di norma dire che l’avversario era “fascista”; una certa fortuna ha avuto anche l’epiteto di “qualunquista”. Attualmente invece è di moda la parola “omofobo”. Avete sterminato la famiglia? Vabbè, può capitare a tutti. Avete incendiato un palazzo? Non importa, tutti possono avere un momento di debolezza nella vita. Avete osato esprimere un giudizio che non sia di favore assoluto, affettuoso, totale, indiscutibile, sulla sodomia e generi affini? Orrore e sdegno! Siete “omofobi”!!!! (i quattro punti esclamativi sono necessari per evidenziare bene la portata dello sdegno). Siete delle vere carogne, quasi come gli “evasori fiscali”. Però questi ultimi, pur spregevoli, non sono sciagurati quanto gli omofobi.
    Ecco che insorgono le “associazioni” dei vari gay, tras, trav, lesb, chissachè, eccetera e chiediamo scusa se non siamo aggiornati sul numero esatto di variazioni sessuali alle ore 17.15 del 27 luglio 2013, mentre scriviamo queste righe. Nel titolo abbiamo scritto sulla reazione stizzosa di “alcuni”, e ribadiamo “alcuni”, perché il sessantottino vizio di attribuirsi la rappresentanza di una categoria, quale che sia, è duro a morire. Conosciamo omosessuali che sarebbero ben lieti di vivere la loro condizione in silenzio e in discrezione e non sentono il bisogno di “rappresentanti”, e che si rifiutano di partecipare, ad esempio, alle lerce carnevalate dei “Gay Pride”. Curiosamente i soliti foraggiati e autoreferenziali difensori full-time dei diritti hanno sempre bisogno, per difendere i diritti (veri o presunti che siano) di togliere ad altri i diritti, in genere veri, come nel caso in oggetto: diritto alla libertà di espressione e alla libertà religiosa. Comunque, questi infaticabili paladini chiedono all’amministrazione dell’ospedale di prendere “provvedimenti” (quali?) nei confronti del cappellano, più il solito corollario di sciocchezze per non dire la sostanza: “non sei d’accordo con noi, quindi devi startene zitto”.
    A questa violenza, a questo ennesimo tentativo da camice brune di voler tappare la bocca a un libero cittadino italiano, rispondono i “Giuristi per la Vita”, col comunicato stampa che abbiamo pubblicato in altra pagina e con l’articolo che appare oggi sulla “Voce di Romagna”.



    Ora ognuno giudichi da sé. Non appare davvero fantasioso il timore che in caso di approvazione della proposta di legge si possa instaurare un bel clima poliziesco (vedi anche l’intervista a Mons. Luigi Negri). Già adesso, in attesa che la proposta di legge sia messa in discussione in Parlamento, c’è chi baldanzosamente vuole esercitare un democratico controllo su chi possa parlare e chi debba tacere, su ciò che si possa scrivere, o dire, o no.
    Insomma, ciò che è accaduto a Don Stefano Piccinelli non può che confermarci nell’importanza dell’iniziativa che Riscossa Cristiana sta proponendo, insieme a tante altre testate cattoliche: aderire all’appello per fermare la proposta di legge contro l’omofobia. E chi ancora non l’avesse fatto, legga anche le importanti precisazioni di Gianfranco Amato e di Elisabetta Frezza, pubblicate ieri su Riscossa Cristiana.
    IL CASO DI DON STEFANO PICCINELLI, CAPPELLANO DELL?OSPEDALE DI CONA (FE), UN PRETE CHE NON HA PAURA. LA STIZZITA E CONFUSA REAZIONE DI ALCUNI, LE PAROLE CHIARE DEI GIURISTI PER LA VITA - di Paolo Deotto

    UN RINGRAZIAMENTO A VLADIMIR PUTIN
    note brevi di Paolo Deotto
    Il presidente russo Vladimir Putin ha promulgato una legge controversa che punisce qualsiasi atto di ''propaganda'' omosessuale in presenza di minori, già definita discriminatoria dai difensori dei diritti dell'uomo. In base alla legge, la ''propaganda di relazioni sessuali non tradizionali davanti a minori'' è punibile con una multa che va dai 4mila ai 5mila rubli (100-125 euro).
    Chi occupa una carica pubblica rischia una multa dai 40 ai 50mila rubli (1.000-1.250 euro) mentre chi ha un ruolo nella magistratura è punibile con una multa da 800mila a 1 milione di rubli (19mila-23.400 euro). Gli stranieri sono pure punibili con una multa fino a 100.000 rubli e possono essere rinchiusi 15 giorni o addirittura espulsi. L'omofobia è molto diffusa in Russia, dove l'omosessualità era considerata un reato fino al 1993 e come una malattia mentale fino al 1999.
    ******************
    UN RINGRAZIAMENTO A VLADIMIR PUTIN
    note brevi di Paolo Deotto
    Ne parlavamo pochi giorni fa e ora la legge votata dal Parlamento russo è stata promulgata dal presidente Putin. La propaganda davanti a minori di “relazioni sessuali non tradizionali” viene punita con sanzioni pecuniarie (peraltro limitate: da 100 a 125 euro, salvo gli aumenti previsti se chi commette il reato ricopre cariche pubbliche).
    Ringraziamo quindi Vladimir Putin, che con la sua firma ha dimostrato che il buon senso e la civiltà possono ancora esistere ed essere, come è giusto, difesi dalla legge. Mentre le principali città d’Italia sono state percorse dai “festosi” cortei di invertiti in festa, con apoteosi nazionale a Palermo, mentre i nostri bambini hanno potuto assistere allo spettacolo altamente educativo di uomini vestiti come tragici pagliacci, con le natiche al vento, la Russia e il suo presidente si sono confermati un punto di riferimento e di sicurezza per quanti non hanno ancora gettato nella spazzatura la dignità umana. Dalla Russia ci è arrivato anche un ottimo esempio di “Stato laico”: lo Stato che non impone un’etica ai suoi cittadini, ma che adempie il proprio dovere di difendere i valori morali naturali e tradizionali, quelli sui quali si basa la vita del proprio popolo. L’esatto contrario dei democratici Stati occidentali, che impongono l’etica amorale del relativismo, salvo reprimere violentemente (vedi il caso Francia) chi dissente.
    Solo una breve noterella su come la notizia ci viene presentata dalla stampa di regime. L’ANSA ci parla di legge “controversa”. Ora, se è controversa una legge che è stata votata praticamente all’unanimità dalla Duma (Parlamento) russo, probabilmente bisogna rivedere il significato delle parole. La stessa ANSA ci fa notare che se il reato è commesso da stranieri, questi, oltre a un terribilmente lungo periodo di prigionia (ben 15 giorni!), possono essere “addirittura” espulsi. Francamente, non ci sembra così strano che uno Stato sovrano espella lo straniero che viene a delinquere. Inoltre l’ANSA ci dice perentoriamente che la legge è stata definita “discriminatoria” dai “difensori” dei diritti dell’uomo; non ha però la cortesia di informarci su chi siano questi “difensori” e da quale autorità sublime discenda il loro compito di, nientemeno, “difensori dei diritti dell’uomo”. Esiste un “diritto” alla propaganda della sodomia? Non lo sapevamo…
    Invece “Repubblica”, la bibbia del radicalume nazionale, deve ammettere a denti stretti che i sondaggi dicono che il popolo russo è in gran maggioranza contrario alle porcherie che da noi stanno diventando ormai abituali. Ma la Fonte della Verità scalfariana si consola dicendo che ciò accade perché nella società russa sono ancora radicati i “pregiudizi”. Peraltro ci informa che le multe sono anche “molto salate” e qui vale lo stesso discorso fatto sopra circa il significato delle parole: multe da 100 a 125 euro sono “salate”? Boh. Ma c’è un altro punto che preoccupa gli scatenati difensori della libertà di Repubblica: la legge non parla esplicitamente di “omosessualità”, bensì di “relazioni sessuali non tradizionali” e questo lascerebbe spazio a “interpretazioni arbitrarie” da parte delle autorità russe. Naturalmente a Repubblica non viene in mente che le relazioni sessuali possono essere di un tipo solo, ovvero tra un uomo e una donna. Si sa che secondo i nuovi canoni della demenza al potere non esistono più né etica né valori tradizionali né, tantomeno, rispetto dell’ordine naturale del Creato. Pensate quindi che cose orribili potrebbero d’ora in poi accadere in Russia: ad esempio, potrebbe essere punita anche la propaganda di rapporti sessuali con animali. Cosa dite? Che fa schifo? Beh, è vero, però la libertà ha un prezzo, che può essere anche quello di rotolarsi nello schifo. Almeno, questo è il prezzo della libertà demenziale e tanatofila.
    In conclusione, ringraziamo la Russia e ringraziamo il suo presidente, Vladimir Putin.
    UN RINGRAZIAMENTO A VLADIMIR PUTIN - note brevi di Paolo Deotto


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Cani e gatti in Italia sono in sovrappeso
    Il 29% dei proprietari di cani e gatti nel nostro Paese ha animali in sovrappeso. Troppe calorie ingurgitate, l’Italia ha la percentuale più alta, questo triste primato conta che il 95% dei gatti e il 63% dei cani corra dei rischi a causa del sovrappeso.
    I dati sono stati raccolti da YouGov per Hill’s Pet Nutrition su un campione di 4.300 europei tra cui 1.300 italiani: nel 26% dei casi, gli italiani danno da mangiare ai loro cani gli avanzi dei loro pasti e nel 28% li viziano con altri tipi di cibo, più gustoso e allettante per gli animali. Buona parte dei proprietari apprezza il fatto che gli animali abbiano un aspetto più paffuto, senza preoccuparsi di quanto questo possa ripercuotersi sul loro stato di salute, infatti anche il 23% dei gatti italiani nella ciotola si ritrova gli avanzi del pasto del padrone.



    No all’aborto e alla sperimentazione embrionale (dei gorilla però)
    di Isacco Tacconi
    L’ultima trovata legislativa proviene dall’infelice penisola iberica, la quale sprofonda ancor più insieme alla mezzaluna dei Paesi Bassi nell’irrazionalità inumana di una società che non ha futuro.
    Lo scorso febbraio il parlamento spagnolo ha varato una legge che vieta l’aborto dei cuccioli di gorilla e, contemporaneamente, impedisce la sperimentazione sugli embrioni dei suddetti primati. Un atto di grande sensibilità per i nostri amici animali i quali certamente hanno tirato un sospiro di sollievo per lo scampato gorillicidio. Tanto che un nutrito branco di primati aveva invaso Madrid e il loro portavoce aveva dichiarato alla stampa :«Siamo felici che il governo abbia riconosciuto il diritto di noi scimmie e tutti nella giungla stanno esultando, ma ora vorremmo che il governo, come promesso in campagna elettorale, proteggesse anche i nostri amici umani correggendo la legge sull'aborto ed eliminando la sperimentazione con cellule embrionali».



    D’altra parte è bene ricordare che nel 2010 il governo Zapatero aveva approvato una legge che permette alle ragazzine fin dai sedici anni di abortire liberamente senza il permesso dei genitori e senza neanche che questi siano messi al corrente; inoltre dà la possibilità alle donne di far ricorso all’aborto entro le 14 settimane dal concepimento per qualsivoglia motivazione, entro la 22esima per gli interventi cosiddetti “terapeutici”. Una bella terapia di morte non si nega a nessuno.
    Ignacio Arsuaga, capo branco dei gorilla manifestanti membri dell’Associazione per il Diritto alla Vita, dichiarò «Vogliamo che il governo protegga gli uomini e la loro vita fin dal concepimento così come protegge le scimmie». Sembra una scena del film “Il Pianeta delle scimmie” di J. Schaffner con il mitico Charlton Heston (unico uomo che si comporta da uomo), in cui sono gli uomini ad essere trattati come animali stupidi e senza intelletto. Con la differenza che nel film erano le scimmie a rivoltarsi contro di essi e a soggiogarli con la forza, mentre qui, nel mondo reale, sono gli stessi uomini che si sottomettono volontariamente alle scimmie alle quali, di per sé, non fregherebbe una mazza se i cuccioli degli uomini vengono ammazzati dai loro stessi genitori.
    Ѐ il mondo alla rovescia in cui circolano ambulanze 118 per animali feriti, cuccioli di cane e di gatto vestiti come bambini in fasce e portati a spasso (l’ho visto con i miei occhi) dentro una carrozzina con tanto di cappottina parasole e in cui, parallelamente, nelle cliniche vengono soppressi i membri della specie umana per i motivi più disparati (non lo voglio, non è il momento, non ho tempo, non ho soldi, sono troppo giovane, sono troppo vecchia ecc…).
    Stato ed enti locali si prodigano in campagne ed agevolazioni per il mantenimento di cani e gatti, sconti sulle pensioni estive per animali (pure le vacanze!) pur di non abbandonarli, cibi biologici a km 0 dal produttore al consumatore (cane) il quale apprezzerà particolarmente la carne bovina di prima scelta e le verdurine fatte lessare apposta per lui. E c’è da dire che questi prodotti non sono per nulla economici, però chissà perché per gli amici a quattro zampe i soldi si spendono, non così per i bambini in arrivo. Ugualmente i prodotti per i neonati, dai pannolini agli omogeneizzati, costano un occhio della testa. Lo sanno le giovani mamme che molto spesso per il nutrimento dei propri figli devono andare a risparmio o ricorrere ad associazioni di volontariato e sostegno come i CAV, non certo allo Stato che non dà sussidi in merito. Però un cane non è un «trauma psicologico», non lo si può uccidere né tantomeno abbandonare, per lui i sacrifici si fanno anzi, si devono fare.
    Campagne contro la vivisezione e la sperimentazione animale per la lotta alle malattie degenerative umane e si, invece, alla sperimentazione embrionale umana, con la perdita del 90% degli embrioni prodotti. “In Italia dei circa 71mila embrioni di uomo prodotti nel 2005, ben 65.000 sono morti, o in vitro o dopo il trasferimento, per mancato attecchimento nel corpo della madre”[1]. In questo modo la vita umana appare né più né meno un bene di consumo da comprare o rigettare a piacimento: esseri umani in provetta si, gorilla no.
    Si vuole creare un artificiale giardino di Eden in cui l’uomo non è né più né meno un animale uguale agli altri anzi, se possibile meno degli altri. La nota fattoria di Orwell insegna: ci sono sempre animali «più uguali degli altri», i gorilla ad esempio! Quella umana in definitiva sembra essere la meno tutelata nonostante sia la più alta e perfetta forma di vita presente sulla faccia della terra e nell’intero universo. Sulla differenza uomo-animale rimandiamo ad un precedente articolo.
    Comunque in Spagna, per la commozione degli animalisti, gli attivisti gorilla hanno dimostrato più premura per i figli degli uomini degli uomini stessi. La manifestazione si chiuse, infatti, con un coro delle scimmie: «Bisogna essere un gorilla per non essere abortiti». Ma dato che di scimmie urlatrici e scimmioni travestiti ne abbiamo abbastanza pieno il parlamento, alla fine della giostra c’è da chiedersi: quando cominceranno gli uomini a difendere i propri di «cuccioli»?
    No all?aborto e alla sperimentazione embrionale (dei gorilla però) ~ CampariedeMaistre

    VENEZIA. PARCO VIETATO AI BAMBINI PERCHÉ DISTURBANO I CANI
    A una prima occhiata, questa potrebbe sembrare una notizia di poco conto. Ma se riflettiamo ci rendiamo conto che è un altro passo verso la follia di una società di orrori.
    fonte: Corrispondenza Romana
    La notizia ha dell’incredibile: a Venezia è stato vietato l’accesso al parco di Villa Groggia ai bambini di età compresa fra i due e gli otto anni perché i piccoli disturbano i cani. Il provvedimento è stato preso a seguito della veemente protesta di una signora proprietaria di un barboncino, la quale è andata su tutte le furie perché il suo cane è stato spaventato dallo scoppio di un palloncino colorato proveniente da una festa per bambini organizzata nell’adiacente ludoteca.
    La misura restrittiva comminata dall’Ufficio relazioni col pubblico ha suscitato, ovviamente, sconcerto e incredulità: sia la responsabile della ludoteca che del Movimento popolo veneziano ricordano che il parco è pubblico e come sia assurdo costringere i bambini all’interno degli spazi della ludoteca impedendogli di giocare liberamente nel parco (Tgcom24 - News, video e foto in tempo reale - Tgcom24, 11 giugno 2013).
    Nel nostro Paese il numero degli animali domestici è in continuo aumento mentre la curva della natalità si abbassa sempre di più. Inoltre, le associazioni animaliste, spalleggiate dai media, premono affinché vengano riconosciuti gli pseudo diritti degli animali e teorizzano la pari dignità tra uomo e animale. In questo quadro di offuscamento della ragione e del buon senso si inseriscono episodi come quello di Venezia che allo stato attuale sono del tutto eccezionali ma che in un futuro non troppo lontano potranno diventare di routine: se l’animale ha gli stessi diritti dell’essere umano è logico supporre il verificarsi di situazioni in cui le esigenze degli uni vadano a confliggere con quelle degli altri.
    Tali situazioni limite cominciano a venir fuori con una certa regolarità: non molto tempo fa, una sentenza del tribunale di Milano ha sancito il diritto dei gatti di aggirarsi liberamente per i condomini con la motivazione che essi sono animali socializzanti che si muovono liberamente e con loro pieno diritto. Il pronunciamento del tribunale si era reso necessario in seguito ad una causa intentata da un condomino contro una gattara che utilizzava gli spazi condominiali per dar da mangiare ai gatti del circondario.
    VENEZIA. PARCO VIETATO AI BAMBINI PERCHÉ DISTURBANO I CANI

    Tremila scienziati protestano per la legge ultra-animalista che salva le cavie e uccide la ricerca
    Ricercatori e docenti chiedono la revisione della “restringi-vivisezione”: «Troppi limiti, violate le direttive Ue. Regole che non si usano neanche coi bambini»
    Brescia, la battaglia degli animalisti contro 'Green Hill'Una bella fetta del mondo della ricerca è sul piede di guerra contro la legge “restringi-vivisezione”, approvata dalla Camera lo scorso 31 luglio, che impone nuove limitazioni alle sperimentazioni in laboratorio sulle cavie. Tante le sigle mobilitate contro la decisione del governo, da Telethon ad Airc, da Aism all’Alleanza contro il Cancro: in poche settimane sono stati più di tremila gli scienziati che hanno sotto scritto gli appelli contro questa norma. «La legge mina il progresso della scienza», è l’allarme che lanciano.
    OLTRE LE DIRETTIVE UE. Secondo i ricercatori contrari alle nuove misure, il testo sotto accusa violerebbe anche i vincoli imposti dall’Europa. La “restringi-vivisezione” accoglie infatti quelle che sono le direttive emesse nel 2010 dall’Unione Europea in materia di sperimentazione sugli animali, ma introduce divieti e regole ancora più restrittivi, cosa esplicitamente esclusa da Bruxelles. La legge italiana vieta, ad esempio, l’allevamento di cani, gatti e primati, oltre agli xenotrapianti e alle ricerche sulle tossicodipendenze. Inoltre obbliga a somministrare alle cavie un sedativo per bocca prima di ogni iniezione, cosa che, spiega a Repubblica Giuliano Grignaschi dell’Istituto di ricerca Mario Negri di Milano, «non si fa neanche con un bambino».
    RICERCATORI COSTRETTI A MIGRARE. La riforma, secondo gli addetti ai lavori, rischia di mettere in grave difficoltà tutto il settore della sperimentazione. «La ricerca biomedica oltre a rappresentare la speranza di vita e di una miglior qualità della stessa per milioni di persone malate, rappresenta anche una straordinaria occasione di sviluppo e di lavoro qualificato per migliaia di giovani ricercatori, altrimenti costretti a mettere a frutto altrove le competenze acquisite in Italia». Così recitava l’appello lanciato non più di tre settimane fa – quando ancora la legge era in discussione – da una decina di scienziati al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza. Ora che il testo è approvato i ricercatori minacciano di avviare una procedura d’infrazione all’Unione Europea.
    LO XENOTRAPIANTO. «Da sola, quella norma cancella l’intera ricerca sulle terapie contro il cancro. L’Italia si prepari a chiudere il 60 per cento della sua attività in campo oncologico e tutti gli studi sulle staminali», avverte Pier Giuseppe Pelicci, direttore dell’oncologia sperimentale dello Ieo di Milano. Il riferimento di Pelicci è al divieto di xenotrapianto, pratica usata per sperimentare tanti trattamenti contro i tumori e che consiste nel trapianto di un piccolo numero di cellule malate dell’uomo nei roditori. La speranza è che il governo faccia un passo indietro e riabbracci la direttiva europea, equilibrata secondo tanti scienziati: «Il testo ruota attorno a due presupposti», dice sempre a Repubblica Francesca Pasinelli, direttrice generale di Telethon. «Che la sperimentazione su un essere vivente sia necessaria prima dell’approvazione di una terapia. E che salvare una vita umana sia più importante che salvare una vita animale».
    Scienziati contro la legge anti-sperimentazione su animali | Tempi.it

    UNA MORTE PER NIENTE DOLCE - PER SUICIDARSI IN SVIZZERA BASTA UN FALSO CERTIFICATO MEDICO
    Il caso di Pietro D’Amico, procuratore generale di Catanzaro (62 anni) che si è “fatto suicidare” in una clinica elvetica, simulando un male incurabile - La figlia ha bloccato la cremazione e ordinato l’autopsia: “Mio padre aveva episodi di depressione, ma non si sarebbe mai ucciso senza la spinta della dottoressa”…
    Sandra Amurri per "il Fatto Quotidiano"
    Ore 18,25. 11 aprile 2013. "Pronto, parlo con Francesca D'Amico? Sono la dottoressa Erika Preisig, le comunico che suo padre è venuto varie volte da me per richiedere il suicidio assistito. Oggi è morto, non poteva più vivere, stava troppo male, voleva andare". Un pugno di parole che la tramortiscono. "Forse ha sbagliato persona. Papà due giorni prima aveva parlato al telefono con il mio fidanzato e nulla lasciava presagire un suicidio". La Preisig, con tono deciso, le risponde: "Capisco sia difficile da accettare, ma questa è la realtà, le invierò il certificato di morte, e per volontà di Pietro il suo corpo verrà cremato il 22 aprile. Buonasera".
    Francesca è l'unica figlia del sostituto procuratore generale di Catanzaro Pietro D'Amico, 62 anni, indagato e assolto nel-l'inchiesta Why Not per fuga di notizie. Pietro ha scelto la "morte dolce" per mano della dottoressa Erika Preisig di Basilea. Capelli lunghi, tratti raffinati, laureanda in Medicina: "Papà non era affetto da alcuna malattia inguaribile, non era un malato terminale. È stato aiutato a suicidarsi e l'istigazione o l'aiuto al suicidio è un reato anche in Svizzera".
    E precisa: "La depressione di papà, come hanno scritto alcuni giornali strumentalmente, non era conseguenza della vicenda giudiziaria: era sereno, sapeva che avrebbe dimostrato la sua estraneità alle accuse, come è avvenuto. Inoltre ho pieno rispetto per chi compie questo gesto estremo, per chi si batte contro l'accanimento terapeutico e per il diritto ad una morte serena, casi ben distinti da questo". Ripensa a quelle parole: "Non poteva più vivere, stava troppo male? Mio padre era ipocondriaco, le malattie semmai le somatizzava, ma aveva il terrore di farsi visitare, perfino di andare dal dentista. Era depresso, a fasi alterne, questo sì, ma non incurabile".
    Il suo avvocato Gennaro Falco, quindi, si reca a Basilea per bloccare la cremazione e far eseguire l'autopsia. "Il legale con il collega italo-svizzero Alberto Nanni va a casa poi nello studio della dottoressa Preisig e resta sconvolto dalle sue dichiarazioni e dai luoghi". Un monolocale in cui la Preisig, aiutata dal fratello Ruedi, che filma la scena, istruisce il paziente ad attivare la flebo contenente il farmaco letale, poi chiama il procuratore di Basilea e il medico legale per attestare il decesso. "Una stanza non attrezzata alla rianimazione anche per un'ultima esitazione del paziente".
    La Preisig all'Espresso ha raccontato: "Quando Pietro ha aperto il rubinetto della flebo teneva un crocifisso che mi ha pregato di inviare alla figlia una volta morto. Era affetto da una patologia degenerativa invisibile agli strumenti medici". Parole che Francesca definisce "agghiaccianti e foto disumane affidate ad un giornale per descrivere quei riservatissimi momenti di papà. Non ho ricevuto alcun crocifisso. Malattia invisibile, certo, papà non aveva prodotto nessun esame diagnostico oltre ai due certificati redatti da medici italiani (per amicizia o in cambio di denaro? Questo dovrà accertarlo la magistratura, ndr) nei quali viene anche descritto incapace di muoversi, di provvedere a se stesso e con la grafia tremante, mentre quel giorno si è recato a Roma, da dove ha preso il treno per Basilea, alla guida della sua auto dopo aver scritto a me e a mia madre una lettera piena d'amore".
    Referti che la Dignitas, l'associazione che si occupa di suicidio assistito - 8.500 euro solo per la richiesta anche se non accettata - dove la Preisig lavorava prima di fondare la Lifecircle, ha respinto più volte. "I requisiti provati diagnosticamente sono: malattia inguaribile e stadio terminale, per questo si è rivolto alla Preisig".
    Come conferma lei stessa nella e-mail, in un italiano incerto, ad un parente del magistrato che l'ha incontrata: "Mi sento molto, molto male che Pietro ha fatto a me... Sono delusa del fatto che mi ha mentito Pietro per tre anni. Era intelligente ed io ancora non riesco a credere che era solo depresso... e lui ha simulato il rapporto del dottore... così buono o anche pagato il dottor... che ha redatto il rapporto. Gli ho chiesto per tre anni per continuare a vivere, non ho potuto dire di no ancora una volta. Io non volevo prenderlo, non sapevo che era così popolare, Pietro ha la sua pace ma mi sento tradita da lui perché mi ha mentito quando ha falsificato tutti questi rapporti... vorrei ancora una volta domandare scusa che non ho verificato se i rapporti sono veri...".
    Francesca spiega che "non è stato rispettato neanche il regolamento svizzero che impone la produzione di due certificati redatti da medici terzi, perché uno è della Preisig che ha prescritto il farmaco letale".
    Ora la famiglia attende un ultimo esito: la prima valutazione dell'autopsia eseguita dall'Institut Für Rechtsmedizinder Universitat di Basilea diretto dal Professor Dr V. Dittmann, alla presenza del medico legale di parte, la dottoressa Bonetti di Modena, "ha escluso che papà fosse affetto dalla malattia descritta sui certificati e da altre patologie incurabili. Papà non avrebbe mai avuto il coraggio di togliersi la vita se non avesse incontrato chi lo ha assecondasse in un momento di difficoltà.
    Oltre alla mancanza di un approfondimento del quadro clinico con esami strumentali e di laboratorio non vi è stata attenzione nel riconoscere il suo disagio emotivo, considerando che i disturbi di tipo psicologico o psichiatrico di per sè possono indurre alla simulazione di sintomi. Papà andava aiutato a vivere non a morire e la dottoressa Preisig era la persona meno adatta, visto ciò che ha dichiarato a L'Espresso, rispetto al suo vissuto. È incomprensibile anche la tolleranza delle autorità elvetiche per la prassi consolidata - ogni lunedì e giovedì - al termine della quale loro stessi certificano le modalità del decesso".
    Francesca D'Amico conclude il racconto più doloroso della sua vita mentre stringe al petto la lettera del padre e ripete che la sua battaglia è appena cominciata.

    “Lista della morte”, nuovo caso in Inghilterra. Muore anziana di 83 anni
    Elisabetta Longo
    Ricoverata per un’infezione alle vie urinarie, non in pericolo di vita, le è stato applicato il mortifero protocollo. Ma ora anche il governo è costretto a intervenire
    Ancora una volta si torna a discutere del Liverpool care pathway, il protocollo di fine-vita applicato in molti ospedali inglesi. Si tratta di una procedura con la quale i medici valutano l’aspettativa di vita del paziente e, in base a quella, proseguono con la sospensione di medicine, alimentazione e idratazione. Un criterio ritenuto dagli esperti poco affidabile. Per questo il Lcp non ha ancora ottenuto il cosiddetto “gold standard”, un termine usato in medicina per indicare l’esame diagnostico più accurato per accertare lo stato di salute. E il governo cerca di correre ai ripari.
    DENUNCE SU DENUNCE. Mentre i mesi passano, si moltiplicano le denunce di parenti che dichiarano che sono stati avvisati troppo tardi, che non erano al corrente che il loro caro fosse stato messo sulla “death list”, che non sapevano che sarebbe morto entro poche ore.
    L’ultimo caso di cronaca su cui sta investigando la polizia riguarda una anziana di 83 anni, Jean Tulloch, morta lo scorso marzo nel Western General Hospital di Edinburgo. La donna è stata ricoverata in ospedale per un’infezione alle vie urinarie, niente di particolarmente complesso o a rischio vita. Come succede spesso in queste storie di malasanità inglese, suo figlio Peter è arrivato in ospedale e ha notato che era stata rimossa la flebo con nutrimenti e idratazione. Dopo aver chiesto spiegazioni al medico curante, gli è stato risposto che si trattava dell’applicazione del Lcp. Dopo 30 ore in queste condizioni, sua madre è morta.
    GOLD STANDARD. Quindi, subissato di proteste di centinaia di famiglie, il ministro della Salute, Jeremy Hunt, ha ordinato un’indagine completa sugli ospedali che seguono il Lcp. Si legge tra i motivi del bisogno di questo nuovo rapporto: «Negli altri 21 stati in cui viene adottato il Lcp ha ottenuto il gold standard. Ma in realtà ci sono scarse prove che sia dichiarabile con certezza quanto resta da vivere al paziente. Per questo le raccomandazioni per l’uso di percorsi di fine vita in cura per il morente non può essere effettuata al momento attuale. Sono necessari studi clinici randomizzati o altri studi ben progettati per ottenere ulteriori evidenze circa la sua efficacia».
    Liverpool care pathway. Muore donna di 83 anni | Tempi.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Non basta voler essere donna per diventarlo davvero
    di Brendan O’Neill*
    *editorialista di “Spiked” (marxista, libertario e non credente)
    da “Spiked“, 22/08/13
    Radley Manning ha detto che vuole cambiare il suo nome in Chelsea Manning. Bene. Questo è il suo business. Ma dice anche che da ora in poi vuole essere indicato come una donna, usando solo pronomi femminili. Ci dispiace, ma no.
    Non si diventa una donna semplicemente dicendo: “Io sono una donna”. Tale tentativo di fuga dalla realtà oggettiva, in questo caso dalla realtà oggettiva di essere maschio, è bizzarro. Il nome Manning è il suo, ma il suo sesso non è così personale o così malleabile. Come per tutti noi, è governato da fatti scientifici e sociali di base. E’ arroganza narcisistica aspettarsi che la società si riferisca a te come una donna solo perché dici di esserlo. Se io dico: “Io sono un nero e da ora in poi fate riferimento a me come “afro-britannico”, la gente si mette a ridere. Perché? Perché non sono nero. E allo stesso modo, il signor Manning non è una donna.
    “Io sono il Chelsea Manning. Io sono una femmina”, ha detto il signor Manning in un comunicato diffuso oggi. Ha chiesto che “a partire da oggi, si faccia riferimento a me con il mio nuovo nome e si utilizzi il pronome femminile”. Il Guardian ha già ottemperato a tale richiesta negatrice della la realtà, parlando costantemente di “lei” nel suo pezzo sul cambio di sesso fantasma del signor Manning. A suo merito, la BBC non lo ha rispettato, dimostrando di avere ancora almeno un piede nella realtà tangibile e senziente, facendo giustamente riferimento al signor Manning come “lui”. Sarebbe stranamente relativistico per i media fare riferimento al signor Manning come “lei”, i giornalisti sono tenuti a trovare fatti e riferire in merito al mondo così com’è, non comunicare la versione di un uomo della realtà, come indicato nella dichiarazione rilasciata dal carcere del signor Manning.
    La richiesta del signor Manning è un tutt’uno con i nostri tempi terapeutici, in cui ci viene costantemente detto che come sentiamo noi stessi è più importante di quello che realmente siamo o di ciò che realmente facciamo. Ai giovani viene insegnato ad adorare la loro autostima, a concentrarsi sul loro sentirsi bene piuttosto che sul raggiungimento di qualcosa di significativo nel mondo esterno. Ci viene detto che siamo dei fluidi, identità giocose, che siamo in grado di modellarci e rimodellarci rispetto a quello che scegliamo di essere. Tutto questo vorrebbe essere radicale, ma in verità è profondamente conservatore perché incoraggia la gente ad ignorare la realtà, a forgiare in un’ossessione miope il sé con il proprio ombelico e immaginare piuttosto che impegnarsi con il mondo e i suoi abitanti. Non c’è niente di ribelle in questo.
    Mr Manning, nessun uomo (o donna) è un’isola, esso esiste in un mondo in cui diamo nomi alle cose, in cui è presente un linguaggio per esprimere idee sulla realtà materiale, il che significa che alto è alto, basso è basso, così come uomo è uomo.
    Non basta voler essere donna per diventarlo davvero | UCCR

    Venti miliardi per campagne pro-gay e aborto. Poi dici che non si tagliano le tasse…
    di Marco Respinti
    Ma quanto ci costano gli omosessuali? Esattamente quanto ci costa l’aborto di Stato. Che è la stessa cifra dell’Imu che pesa sulle nostre tasche.
    I 191 Stati membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (scusate il prequel noioso) si sono impegnati a realizzare entro il 2015 otto punti programmatici. Li hanno pomposamente definiti “i punti del millennio” (evidentemente nei restanti 85 anni del secolo XXI gireranno i pollici). Fra quegli otto spicca la lotta alla povertà nel mondo. All’inizio di giugno sempre gli stessi 191 dell’Onu hanno approvato l’ennesima carta bollata, redatta in una quarantina di pagine dalla Commissione sviluppo, Report sugli obiettivi di sviluppo del millennio – definizione del quadro post-2015. Il quale Report, per combattere la povertà nel mondo, esige «particolare attenzione» alle «persone Lgbt» (lesbiche, gay, bisex e trans) appena un attimo dopo avere incoraggiato «la salute sessuale e riproduttiva [...] anche fornendo pianificazione familiare volontaria, aborti sicuri e contraccettivi». Come? Attraverso iniziative, programmi, promozioni, incentivi, aiuti, monitoraggi, organismi, funzionari, burocrazie. Chi paga? Noi, come illustrata il punto 69 (absit iniuria verbis) del suddetto documento: prelievo dello 0,7% del PIL nazionale di ognuno dei 191 Paesi ONU più una tassa speciale sulle transazioni finanziarie. La Tobin Tax per sostenere omosessuali e aborto.
    Ha spiegato tutto Tommaso Scandroglio sul quotidiano online La nuova Bussola Quotidiana del 10 luglio, calcolando che lo 0,7 del Pil italiano ammonta a circa 10 miliardi di euro. Sul medesimo quotidiano, l’11 maggio, elaborando dati forniti dal noto pro-tasselifer Mario Palmaro, calcolavo che gli aborti chirurgici praticati dal 1978 a oggi in Italia (Paese dove l’aborto lo passa il servizio sanitario nazionale sostenuto dalle tasse) sono costati agli italiani tra i 7,5 e i 9 miliardi di euro, cioè grosso modo l’ammontare della prima tranche dell’Imu pagata nel giugno 2012.
    Ricapitolando: 10 miliardi di Gay tax non imposta + 7,5/9 miliardi di Abortion Tax abolita = quasi 20 miliardi di risparmio - i 4 miliardi che il governo Letta sta ancora affannosamente cercando nelle nostre tasche per finanziare lo Stato pena il rincaro dell’Iva (forse solo rimandato) e il ritorno dell’Imu (che ancora pende sui nostri capi come la famosa spada di Damocle) = 13,5/15 miliardi di avanzo virtuoso, ovvero soddisfazione dei cittadini e tenuta delle finanze pubbliche. Ecco, voglio il Nobel per i conti della serva. Chi vuole intrattenersi con persone del proprio sesso o sopprimere il bimbo che si porta in grembo apra il proprio di borsellino, i desideri son mica welfare.
    Venti miliardi per campagne pro-gay e aborto. Poi dici che non si tagliano le tasse? | L'intraprendente

    La Francia e “l’uguaglianza” laica
    L’abracadabra del politicamente corretto
    Nelle scuole francesi arriva la carta del pensiero unico, all’asilo si dichiara “guerra al sessismo”. Sembra il Comitato di salute pubblica, ma è la rivoluzione morbida della “gauche divine”
    Lo avevano annunciato così: “Il 2013 sarà l’anno dell’uguaglianza a scuola”. Così lo scorso 7 giugno, la scuola elementare Yves Codou, nel comune di La Mole, aveva celebrato la “festa dei genitori” e non più della mamma, per non scontentare i neosposi omosessuali di Francia. Adesso, quando a metà settembre inizierà il nuovo anno scolastico, sulla facciata dei 55 mila edifici educativi di Francia verranno affisse due paginette suddivise in diciassette punti e due capitoli: “La République est laïque” e “L’école est laïque”. E’ la tanto attesa carta della laicità voluta dal ministro dell’Istruzione, Vincent Peillon. Una sorta di abracadabra della Repubblica per la “révolution douce”, rivoluzione morbida, come l’ha chiamata il ministro. L’articolo 31 della legge Peillon, intitolata “Rifondazione della scuola della Repubblica”, è stato emendato dai deputati socialisti affinché nelle scuole “siano assicurate le condizioni dell’educazione all’uguaglianza di genere”. In precedenza c’era scritto “all’uguaglianza delle femmine e dei maschi”. L’articolo si propone di “decostruire gli stereotipi” sessuali.
    Dopo aver spiegato che la scuola non deve soltanto trasmettere conoscenze, ma forgiare i valori dell’individuo, la carta afferma che “la Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”. Nella visione di Peillon e del presidente Francois Hollande è la scuola, non la famiglia, il luogo dove inculcare i valori della République. Un manifesto neoilluminista voluto da Peillon, allievo di Maurice Merleau-Ponty. “Non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica”. A parlare così non è un rivoluzionario del comitato di salute pubblica, ma Peillon in un video in cui il ministro presenta il suo libro “La Rivoluzione francese non è finita”. Dice Peillon che “non si può fare una rivoluzione unicamente in senso materiale, bisogna farla nello spirito. Adesso abbiamo fatto la rivoluzione essenzialmente politica, ma non quella morale e spirituale. Quindi abbiamo lasciato la morale e la spiritualità alla chiesa cattolica. Dobbiamo sostituirla”. Allora “bisogna inventare una religione repubblicana” e “questa nuova religione è la laicità”. Il luogo privilegiato per portarla a compimento è la scuola: “La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami prerepubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. E’ come una nuova nascita, una transustanziazione che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge”.
    Il video è tanto importante perché Peillon vi spiega in poche frasi l’essenza di questa laicità francese: una liturgia secolarista che deve sorgere sulle ceneri della vecchia morale laico-religiosa (corsi di “morale laica” saranno somministrati agli studenti francesi a partire dall’anno scolastico 2015).
    E’ vocazione al pensiero unico, politicamente e ideologicamente corretto. Lo ha ben spiegato anche un sociologo di sinistra come Edgar Morin nel criticare il provvedimento di Peillon: “L’uguaglianza imposta uccide la libertà, non può essere stabilita per decreto”, ha scritto l’autore dell’“Identité humaine”. Mentre il predecessore di Peillon, Luc Chatel, ha accusato il suo successore di emulare il maresciallo Petain, quando invoca un “riassetto intellettuale e morale” del paese. Altri hanno ripreso il detto di Danton: “Les enfants appartiennent à la République avant d’appartenir à leurs parents”. I figli appartengono alla Repubblica prima di appartenere ai loro genitori. Eco polpottiana.
    Al progetto scolastico di Peillon hanno lavorato lo storico socialista Alain Bergounioux, il consigliere di stato Rémi Schwarz e la filosofa Laurence Loeffel. “Questa carta della laicità incoraggerà gli studenti a ripensare i propri credi”, afferma Dominique Borne, fra gli autori del testo, dirigente del ministro dell’Istruzione e già presidente dell’Istituto europeo delle scienze religiose. L’idea di una carta laica da appendere negli edifici scolastici riprende un progetto del 2007 dell’allora premier Dominique de Villepin, che lo chiamò “vademecum del buon cittadino laico”. Il programma Peillon di “insegnamento laico della morale” è anche il revival della vecchia morale laica obbligatoria abolita nel 1968. Ma secondo il teologo Xavier Lacroix, quella di Peillon non è la vecchia educazione civica, ma qualcosa di “più ampio”, che si pone come obiettivo la “costruzione del cittadino”.
    Nelle parole del ministro Peillon, la carta deve aiutare “a distinguere il bene e il male, comprendere i propri diritti, ma soprattutto i propri doveri, cogliere l’importanza delle virtù e dei valori”. In nessun altro paese democratico ci si era mai posti l’obiettivo dell’adesione obbligatoria dei cittadini alla laicità (una legge del 2004 già vieta di ostentare “segni religiosi” nelle scuole pubbliche).
    Peillon parla anche di una lotta “contro ogni genere di determinismo”, familiare, etnico, sociale, intellettuale. Peillon, dopo l’approvazione delle nozze gay, si è mosso anche per portare la “lotta contro l’omofobia” fra i banchi di scuola. Il suo ministero ha appena inviato a tutte le scuole elementari del paese una circolare dove “si invita fortemente” a educare i ragazzi “all’uguaglianza di genere” e a combattere in classe “l’omofobia”. Il testo consigliato dallo Snuipp, il principale sindacato degli insegnanti della scuola, si intitola “Papà porta la gonna”. Alcuni municipi hanno già modificato il modulo per iscrivere i figli a scuola, eliminando le parole “padre” e “madre”, sostituendole con “responsabile legale 1” e “responsabile legale 2”.
    “L’omofobia è diventata un reato e la scuola della Repubblica deve insegnare a vivere insieme, combattendo la discriminazione contro tutti Lgtb (lesbiche gay bisex e Trans, ndr)”, afferma Michel Teychenné, l’autore di un rapporto sull’educazione appena arrivato a Peillon e che sarà usato dal suo ministero. Fra gli strumenti a disposizione delle scuole si raccomanda un “kit di consapevolezza”, con opuscoli e materiale divulgativo per il personale docente. Peillon ha dichiarato che si concentrerà sull’“educazione sessuale, la vita affettiva, la costruzione dell’identità e la sofferenza a causa della discriminazione”. Il ministro dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, vuole anche una riforma dei libri di testo, “perché insistono a non menzionare che certe figure storiche o autori erano Lgbt anche quando questo fatto spiega in larga parte il loro lavoro, come per il poeta Arthur Rimbaud”. André Gide? Omosessuale. Marcel Proust? Omosessuale. Jean Cocteau? Omosessuale. Per questo, prosegue il ministro, “scrivere sui libri di testo l’inclinazione sessuale di ogni personalità di rilievo sarebbe utile per le coppie gay con figli, per far vedere che la loro esistenza è in realtà ordinaria”. Il ministro Vallaud-Belkacem ha appena lanciato in cinquecento scuole del paese il progetto “ABCD dell’uguaglianza”. E’ una “guerra al sessismo fin dall’asilo”. L’obiettivo, spiegano i ministri Peillon e Vallaud-Belkacem in un comunicato congiunto, “è fare in modo che i bambini smettano di interiorizzare dalla più giovane età le disuguaglianze tra i sessi”.
    La Francia e ?l?uguaglianza? laica

    Omofobia in Canada: se credi nella castità non farai l’avvocato
    di Massimo Introvigne
    Vedere come funzionano le leggi sull’omofobia all’estero è di grande interesse per prepararci alla battaglia che ci attende il mese prossimo in Italia. L’onorevole filosofa Michela Marzano ha messo in ridicolo in Parlamento chi teme che dalla legge sull’omofobia derivino limitazioni per la libertà di espressione dei credenti, affermando che sarebbe in corso una «campagna terroristica» ed esprimendosi in termini davvero pittoreschi, che non possono essere riportati su un quotidiano per famiglie. Anziché rispondere sullo stesso tono, dopo avere tanto parlato della Francia, vediamo come funziona per esempio la legge sull’omofobia in Canada.
    È venuto alla luce in questi giorni un caso molto interessante. Un’università protestante canadese, riconosciuta, la Trinity West University, si trova alla periferia di Vancouver. Questa università fa sottoscrivere agli studenti un codice di comportamento, che vieta – tra l’altro – l’accesso a siti pornografici usando la rete WiFi dell’ateneo, il consumo di alcool all’interno del campus universitario, e nei dormitori «l’astensione da forme di intimità sessuale che violino la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna». Questo codice è analogo a molti che sono in uso da anni negli Stati Uniti. Per esempio un impegno analogo contro l’attività sessuale nei dormitori universitari – molto frequente nelle università, tanto che altrove il vero problema è decidere se certe scorribande notturne di ragazzi nelle camere delle ragazze, magari dopo abbondanti bevute, portano a rapporti consensuali o a forme più o meno mascherate di violenza carnale – si trova nel «codice d’onore» della Brigham Young University, l’ateneo di Provo (Utah) che appartiene alla Chiesa Mormone ma che è frequentato anche da non mormoni ed è molto apprezzato per la qualità dei corsi e dei professori.
    La Trinity West University è ora sottoposta a procedimento da parte di un organo amministrativo, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi, il quale ha deciso d’intervenire chiedendo con una lettera – originariamente segreta, ma come tutti i documenti segreti che si rispettano, ora comparsa su Internet – in cui chiede agli Ordini degli Avvocati di non ammettere alla pratica forense i laureati in legge della Trinity West University, perché – se quando erano studenti hanno sottoscritto il codice di comportamento – sono fortemente sospetti di omofobia.
    Che c’entra l’omofobia, si chiederà a questo punto il lettore. C’entra, rispondono gli esimi presidi, perché impegnandosi ad astenersi da rapporti prematrimoniali nei dormitori, gli studenti di legge della Trinity West University dichiarano di voler così onorare «la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna». Dal momento che in Canada c’è il matrimonio omosessuale, la frase sarebbe omofoba perché implicherebbe che solo il matrimonio «tra un uomo e una donna» sia sacro. Forse l’università potrebbe cavarsela – ed evitare di dover chiudere la sua facoltà di Giurisprudenza, perché nessuno s’iscrive a Legge sapendo che poi non potrà fare l’avvocato – chiedendo agli studenti di astenersi dall’attività sessuale nei dormitori per non violare «la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna, o tra un uomo o un uomo, o tra una donna e una donna».
    Ma anche no. Perché la decisione dei presidi implica che la castità in genere crei un clima ostile a «gay, lesbiche e bisessuali» che, almeno nella loro grande maggioranza, della castità non sono grandi fan. E che chi chiede di astenersi dai rapporti sessuali prima e fuori del matrimonio sia già almeno sospetto di omofobia. Vede dunque come va a finire, egregia onorevole Marzano? O forse è proprio lì che vuole andare a parare? Del resto, non ha forse scritto Lei su Repubblica che è bene non celebrare più la Festa del papà, anche quella sospetta di omofobia perché discrimina i bambini che non hanno un papà e una mamma ma due mamme lesbiche?
    Omofobia in Canada: se credi nella castità non farai l?avvocato | Il blog di Costanza Miriano

    Delazione per tutti: legge francese vieterà a chiunque di opporsi al matrimonio gay su internet
    Leone Grotti
    Se passerà in Francia la nuova legge sull’uguaglianza, i provider di internet saranno obbligati a denunciare tutte le frasi “omofobe” che compaiono sul web. Cioè tutte quelle che si oppongono al matrimonio gay
    La ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, ha presentato in Francia il suo progetto di legge per favorire “l’uguaglianza tra uomini e donne”. Tra le tante disposizioni previste, ce n’è una che farà discutere: quella che obbliga i provider di internet (i corrispettivi francesi di Fastweb o Tiscali) a denunciare tutto ciò che su internet ha un contenuto sessista o omofobo.
    DELAZIONE OBBLIGATORIA. La proposta è contenuta nell’articolo 17 del progetto di legge, già ridefinito “delazione per tutti”. Oggi i provider di internet non sono responsabili di ciò che viene pubblicato sul web tramite i servizi da loro offerti. Se la legge passerà, i provider dovranno bandire espressioni che inneggino a crimini contro l’umanità o incitino all’odio. Per questo dovranno rendere disponibile agli utenti un dispositivo di allarme con il quale questi potranno segnalare al provider un contenuto offensivo. A questo punto, il provider «dovrà obbligatoriamente informare in modo tempestivo le autorità pubbliche competenti degli atti illeciti segnalati». Se non lo faranno, e questa è una delle novità, i provider stessi saranno ritenuti responsabili e perseguibili penalmente.
    OMOFOBIA. Tra le «nuove linee guida» su che cosa significhi «incitamento all’odio», ecco la seconda novità, la ministra Vallaud-Belkacem ha inserito le espressioni «sessiste, omofobe e discriminatorie verso i disabili». Se passerà la legge, dunque, ogni frase pubblicata su internet ritenuta “omofoba” dovrà essere denunciata obbligatoriamente.
    Vista la reazione sproporzionata della polizia francese e del governo Hollande alle proteste contro il matrimonio gay, con l’eclatante condanna a quattro mesi di prigione del giovane Nicolas, e l’interpretazione corrente del termine “omofobia”, che comprende tutte le opinioni che si oppongono alla legge Taubira sul matrimonio per tutti, si può star certi che dal giorno dell’approvazione della “legge sull’uguaglianza tra donne e uomini” verranno denunciate decine e decine di persone al giorno in Francia come “omofobe”. Dal matrimonio per tutti alla delazione per tutti.
    Francia, matrimonio gay: addio libera espressione sul web | Tempi.it

    Il vero eroismo? Resistere all’egemonia omosex
    Veilleurs«Io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La Legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio e io non posso applicarla, io e i miei sette consiglieri abbiamo preso questa decisione». Queste le parole del sindaco di Arcangues, Jean-Michel Colo.
    Come lui migliaia (20 mila si dice) di altri sindaci francesi stanno invocando l’obiezione di coscienza per evitare il più possibile lo snaturamento di un’istituzione antropologica come il matrimonio come “società naturale”, fondamento dei nostri Stati. Questi sindaci, preoccupati del futuro del Paese, vengono perseguitati dal governo giacobino Hollande, il quale ha promesso tre anni di carcere e 45mila euro di multa a tutti i dissidenti.
    Per questo si fanno chiamare “sindaci-refusnik“, usando il termine in voga negli anni Ottanta per descrivere i dissidenti dell’impero sovietico e dicono di «preferire la forca» piuttosto che essere complici di questa nuova ideologica violenza omologatrice. Una egemonia che però non è mossa da alcun ideale di cambiamento dato che il tanto agognato matrimonio omosessuale è risultato essere un flop in Francia, come aveva anticipato “Il Foglio” e come si è puntualmente verificato: pochissimi ne hanno approfittato, dimostrando che non esisteva e non esiste alcuna esigenza, men che mai discriminazione.
    I militanti gay (militanti, non gli omosessuali tout court) si sono trasformati da perseguitati a persecutori, architettando campagne d’odio contro i dissidenti attraverso l’alleanza a quasi la totalità della stampa. Basta vedere la caccia alle streghe che l’Arcigay ha intentato contro il giovane italiano che è uscito dall’omosessualità grazie alla conversione cristiana, minacciando iniziative legali per impedire altri coming out politicamente scorretti come questo. Ritornano dunque i tempi in cui l’Arcigay voleva bloccare Sanremo per impedire a Povia di cantare la sua canzone “Luca era gay”. Intanto a Venezia per poco non sono state vietate le parole “padre” e “madre” per rispetto agli omosessuali, ma certamente ci riproveranno presto.
    Il “Pew Research Center” ha infatti certificato tramite uno studio la militanza dei quotidiani per influenzare e orientare l’opinione pubblica, concludendo che tutti i mezzi di comunicazione principali militano a favore del matrimonio fra persone dello stesso sesso.
    Oggi i veri eroi sono coloro che, nonostante tutto, non desistono dal ribadire con coraggio la loro opinione, anche se questo vorrà dire venire multati o condannati al carcere grazie alle efficientissime leggi anti-omofobia. I veri eroi sono i Veilleurs, semplici ragazzi che stanno in piedi e in silenzio giorno e notte -ogni tanto cantano, leggono, pregano, studiano- nelle principali piazze della Francia, per protestare contro la legge sulle nozze gay e la discriminazione di chi la pensa in modo diverso. I quotidiani hanno ovviamente ignorato queste centinaia di ragazzi, ma nei social network le loro immagini stanno spopolando. Sono le “sentinelle della libertà” e il loro motto è la frase di Camus: «Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio».
    Il vero eroismo? Resistere all?egemonia omosex | UCCR

    Nasce la Manif Pour Tous Italia: in difesa della libertà
    Manif pour tous italia“Manif Pour Tous” significa, letteralmente, “Manifestazione per tutti”. I loro membri, i “Veilleurs debout”, sono le “Sentinelle in piedi”. Nati in Francia nel 2012, lo scorso luglio hanno trovato in Italia una seconda casa, fratelli e sorelle alleati nella loro iniziativa di difesa pubblica del matrimonio tra uomo e donna.
    In Italia si è iniziato a mobilitarsi in primo luogo per contrastare il noto disegno di legge sul contrasto all’omofobia e transfobia, che nel nostro Paese sta accendendo infuocati dibattiti in quanto rischia di impedire anche il libero pensiero e il diritto d’opinione. Ma andiamo con ordine.
    Il ddl sul contrasto all’omofobia e alla transfobia, di Ivan Scalfarotto (Pd) e Antonio Leone (Pdl), è, in qualche modo, un’integrazione della legge Reale-Mancino del 1993, che condanna ogni forma di discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali che richiami vecchi spettri nazifascisti. Inizialmente doveva essere in quattro punti che comprendevano anche definizioni di genere e orientamento sessuale, ridotti ora solo a uno: la condanna di ogni forma di omofobia e transfobia, per tutelare coloro che oggi molti pensatori definiscono i queer, ossia tutti i diversi dal “tipico eterosessuale”, cioè omosessuali, transessuali e transgender.
    Perché contrastare qualcosa che giustamente lotta contro discriminazioni verso omosessuali, transessuali e transgender? Il problema, è questo. Cos’è l’omofobia? Ciò che porta un quattordicenne appena affacciatosi alla vita a uccidersi, certamente. Ciò che impedisce a valenti professionisti di esercitare bene nel proprio àmbito a causa del loro orientamento sessuale, sicuro. Ma, a quanto pare, secondo i Paladini del Giusto Pensiero, “omofobia” (qui è il caso di metterci virgolette) non è solo questo. Secondo essi “omofobia” è anche non essere d’accordo con i cosiddetti “matrimoni gay” e le adozioni gay. Opporsi alle nozze omosessuali, dicono, è discriminazione e dunque omofobia, sostenere che un bambino può crescere in modo equilibrato solo con i suoi genitori biologici compio reato di propaganda di idee omofobe. Si vuole introdurre, dunque, il reato d’opinione mascherandolo dietro alla lotta (sacrosanta) contro la violenza verso le persone dello stesso sesso.
    Ecco i motivi per cui è nata la Manif pour tous italia 2Manif pour tous Italia, per manifestare in difesa della libertà delle idee, non solo per i cristiani, i musulmani, gli ebrei e tutti coloro che seguono una confessione religiosa che non contempla matrimoni e adozioni da parte di individui dello stesso sesso, ma per tutti coloro che semplicemente, al di là di partiti e confessioni, non sono d’accordo. Bisogna difendere l’Articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di pensiero e di opinione.
    In contemporanea alla prima, partecipata, manifestazione del 25 luglio davanti a Montecitorio con la presenza di ben 500 persone, i Veilleurs francesi per solidarietà presiedevano davanti l’ambasciata italiana di Parigi. Il 5 agosto dalle ore 19 alle 21 si sono invece ritrovati presso Piazza di Pietra, sempre a Roma, manifestando in silenzio e rispetto, accettando tutti ma vietando ogni simbolo religioso e partitico, per dimostrare il suo essere aconfessionale, apolitico e apartitico. Infiammati da questo desiderio di esprimere liberamente il proprio pensiero e difendere i valori ritenuti fondamentali, il sito web Sine-Timore (“Senza Paura”) ha creato delle belle magliette a sostegno della famiglia acquistabili da chiunque sul loro portale.
    Invitiamo tutti a sostenere su Facebook la “Manif pour tous” italiana, tenendosi aggiornati sulle prossime iniziative pubbliche.
    Nasce la Manif Pour Tous Italia: in difesa della libertà | UCCR

    https://www.facebook.com/pages/La-Ma...73967302745211

    Francia: Alain Delon afferma che "l'omosessualita' e' contro natura"
    (AGI) - Parigi, 3 set. - "Siamo nati per amare una donna, per corteggiarla. Non per rimorchiare un uomo e farsi sedurre da lui". Mentre la Francia ancora digerisce l'approvazione del matrimonio gay, Alain Delon, il bellissimo del cinema francese, tira fuori il suo pensiero senza piu' reticenze. Occasione la trasmissione "C'a vous' su France5 dove la giornalista Anne-Marie Lapix ha voluto rilanciare su alcune dichiarazioni dell'attore a 'Figaro Magazin' di luglio in cui Delon aveva espresso il suo rimpianto per la perdita del 'modello maschile'. Lanciata la palla, la giornalista non ha fatto altro che raccogliere a piene mani una risposta piu' che chiara: "L'omosessualita' e' contro natura, mi dispiace, e' contro natura", ha detto senza mezzi termini l'attore.

    PREGHIERA
    di Camillo Langone
    I francesi, tutti i francesi, dovrebbero baciare dove passa Alain Delon. Idem gli altri europei, italiani compresi. Alain Delon a Dien Bien Phu aveva diciotto anni ed era paracadutista volontario. Laggiù nella giungla vietnamita fu estremo difensore della Francia e quindi dell’Europa: venne sconfitto, insieme alla Francia e all’Europa, ma non si suicidò come il colonnello Piroth e tornato in patria si diede al cinema accumulando altri meriti, stavolta artistici.
    Ora che il vecchio attore ha ribadito alla televisione una verità lapalissiana, l’omosessualità come pratica contro natura, si è scatenato il vile scherno di chi scrive su internet e su una carta stampata che a rimorchio di internet vive e pertanto, giustamente, agonizza. Molluschi che non hanno conosciuto il fuoco dei vietcong né i baci di Romy Schneider, Mireille Darc, Nathalie e Rosalie Van Breemen, si permettono di ridacchiare e rievocare l’amicizia di Delon col regista sodomita Luchino Visconti, confondendo manicheisticamente la bisessualità con l’omosessualità e moralisticamente i vizi privati con i modelli pubblici di comportamento. Se la meritano, Alba Rohrwacher.
    Preghiera del 5 settembre 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]










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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Ovetti Kinder rosa per lei, azzurri per lui. «Ritirateli subito, quegli snack sono sessisti»
    Elisabetta Longo
    Ferrero lancia sul mercato britannico l’ovetto che indica le soprese maschili e femminili. Indignati i genitori anti-”genere” di “Let toys be toys”
    kinderQuelli di “Let toys be toys” non si arrendono. Prosegue e si autoalimenta con un nuovo capro espiatorio la petizione lanciata da un gruppo di genitori del Regno Unito per ottenere “che i giocattoli siano solo giocattoli”, senza indicazioni di “genere”, ovvero senza indicazioni che li indirizzino verso i maschietti o le femminucce. Se un paio di mesi fa era finita nel mirino la catena Boots, colpevole di perpetrare queste inaccettabili discriminazioni addirittura con appositi cartelli, ora è il turno degli ovetti Kinder, che arriveranno sul mercato britannico in un’edizione tutta nuova, con sfumature di rosa e di azzurro per far capire agli acquirenti dove si nasconde la sorpresina per lei e dove quella per lui.
    «PERDERANNO CLIENTI». Trisha Lowther, fondatrice del movimento, ha raccontato all’Independent di essere rimasta sconcertata dall’idea dell’azienda italiana: «Incredibile che continuino a promuovere l’identità dei giocattoli, suggerendo che il rosa contenga bamboline e l’azzurro macchinine. Hanno intenzione di continuare ad alienare i propri clienti con questi suggerimenti. Sono rimasta molto delusa quando ho sentito del lancio di questo nuovo prodotto». La Ferrero ha infatti diffuso nel paese spot televisivi e altre pubblicità per promuovere questi 5,3 milioni di ovetti “personalizzati”. Il prodotto era già stato lanciato l’anno scorso in Germania, senza che questo scatenasse alcuna protesta. Il portavoce della Ferrero Uk, Charlie Cayton, ha specificato che non era intenzione della ditta urtare la sensibilità di nessuno, anzi, sono state proprio le indagini di mercato rivolte ai genitori britannici (cioè ai potenziali acquirenti) a suggerire che la novità sarebbe stata gradita. Secondo queste rilevazioni, il 66 per cento dei britannici con figli è convinto che la merendina “sessuata” sia una buona idea: permetterà a un bambino di non rimanerci male perché nell’ovetto ha trovato uno smalto.
    Ovetti Kinder rosa e azzurri. «Ritirateli, sono sessista» | Tempi.it

    Usa, militare rifiuta di sostenere le nozze gay: licenziato. Lui denuncia ai media, ora rischia la corte marziale
    Redazione
    Il sergente Phillip Monk dell’Air Force è stato sospeso dal servizio dopo una controversia sul matrimonio omosessuale con il superiore, lesbica dichiarata
    Dopo 19 anni di onorato servizio nella U.S. Air Force, e a un anno pensione, il sergente Phillip Monk rischia la corte marziale a causa – a suo dire – della propria fede cristiana. Monk, un fervente evangelico, ha denunciato a fine agosto di essere stato sollevato dal servizio in seguito a una controversia sul matrimonio gay con il suo superiore, il maggiore Elisa Valenzuela, lesbica dichiarata. Però non lo ha denunciato solo alle autorità militari, ma anche ai giornali. E adesso, stando alle informazioni raccolte dal sito conservatore americano Breitbart, potrebbe essere incriminato dall’aviazione Usa per avere parlato del suo caso ai media.
    LA MINACCIA. Tutto è cominciato quando Monk, primo sergente del 326esimo squadrone addestratori, in servizio presso la base aerea di San Antonio, Texas, tornato da una licenza si è ritrovato sottoposto a un nuovo comandante, il maggiore Valenzuela appunto. Quest’ultima, irritata per le critiche alle nozze gay pronunciate da un istruttore, si sarebbe rivolta proprio a Monk – lo ha raccontato lui stesso a Fox News – per esigere una punizione. Monk avrebbe proposto invece al superiore di cogliere l’occasione per insegnare ai soldati i valori della tolleranza e della diversità. Al che Valenzuela, irritata, avrebbe “consigliato” a Monk di mettersi sulla sua stessa lunghezza d’onda per non rischiare di perdere il posto.
    IL SILENZIO COLPEVOLE. Il maggiore avrebbe inoltre ordinato al sergente di dirle cosa pensasse delle persone che si oppongono al matrimonio gay: costoro discriminano gli omosessuali o no? Monk, impaurito dalle possibili conseguenze di una sua eventuale risposta, avrebbe perciò detto a Valenzuela di non poter rispondere alla sua domanda. E per questo sarebbe stato sollevato dal servizio. «Sono stato licenziato di fatto per non aver avallato la posizione del mio comandante sul matrimonio gay», ha detto il soldato a Fox News.
    VERSO L’INCRIMINAZIONE. Per di più adesso Monk rischia di essere processato da una corte marziale perché – come riferisce il sito Breitbart che ha parlato con Mike Berry, legale del sergente – l’Air Force sta indagando su di lui per violazione dell’articolo 107 del codice militare, che punisce il reato di false dichiarazioni ufficiali. È stato del tutto inutile tentare di spiegare agli investigatori dell’aviazione militare che quelle parole consegnate ai giornali non erano affatto “dichiarazioni ufficiali”. Quando Monk e Berry si sono presentati nell’ufficio dell’inquirente per quello che immaginavano essere un normale interrogatorio per una procedura disciplinare, il sergente si è sentito pronunciare in faccia il classico Miranda Warning. Come i sospettati dei film. «Tutto quello che dirà qui potrà essere usato contro di lei in tribunale…».
    Usa, soldato rischia corte marziale per una lite su nozze gay | Tempi.it

    Niente torta per le nozze gay. Pasticcieri costretti a chiudere: troppi insulti e minacce di morte
    Elisabetta Longo
    Già denunciati per discriminazione da una coppia di lesbiche, i coniugi Klein hanno deciso di chiudere l’attività perché perseguitati dagli attivisti lgbt
    La pasticceria Sweet Cakes by Melissa, finita sui giornali dopo che i proprietari sono stati trascinati in tribunale per essersi rifiutati di preparare la torta nuziale per un matrimonio omosessuale, sarebbe sul punto di chiudere, dopo tanti anni di lavoro, a causa delle minacce e delle persecuzioni da parte degli attivisti gay. Lo ha rivelato il Washington Times in un articolo pubblicato ieri.
    OBIETTIVO: RIEDUCAZIONE. All’inizio dell’anno i coniugi Aaron e Melissa Klein, titolari dell’attività commerciale dell’Oregon, sono stati denunciati da una coppia di lesbiche in base alla legge sull’uguaglianza che vige nello stato dal 2007, e che punisce le discriminazioni ai danni degli omosessuali: i due pasticcieri, infatti, avevano rinunciato alla commessa delle future “spose” perché, in quanto cristiani, sono convinti che il matrimonio gay è «contro il nostro credo morale e religioso», pur «senza avercela con nessuna persona lesbica o omosessuale». A gonfiare il caso, come ha già raccontato tempi.it, è poi intervenuto il ministro del Lavoro dell’Oregon, Brad Avakian, il quale ha voluto sottolineare che lo scopo di una vicenda come questa «non è di chiudere un negozio. Lo scopo è di rieducare: per coloro che violano la legge vogliamo che imparino da quell’esperienza».
    AUGURI DI STUPRO. Sarà dunque per “rieducare” i coniugi Klein che negli ultimi mesi i fanatici dei “diritti lgbt” hanno preso di mira la pasticceria Sweet Cakes bersagliandola con oltraggi e minacce di ogni genere. Il telefono del negozio e di casa – informa il Washington Post – squilla in continuazione e dall’altra parte c’è sempre qualcuno pronto a insultare. Oltre al numero esorbitante di telefonate, ci sono le ingiurie via mail, le minacce di morte («alcune anche fisiche», racconta il quotidiano americano), gli auguri che succeda qualcosa di brutto ai figli della coppia o che Melissa venga uccisa o violentata. Esasperati, i due pasticcieri chiuderanno bottega e cambieranno casa per tutelare la loro famiglia. Del resto, da quando quello dei Klein è diventato un caso mediatico, anche gli affari della Sweet Cakes hanno subìto effetti negativi. Secondo i coniugi, perfino i fornitori della pasticceria sarebbero stati «tormentati e molestati» affinché interrompessero ogni rapporto.
    Pasticcieri anti-nozze gay chiudono per troppe minacce | Tempi.it

    Francia, la laicità si trasforma in integralismo
    Roberto Fabbri
    Il Pensiero Unico avanza a passi pesanti. Chi non si omologa non viene più semplicemente isolato nel recinto dei reprobi da sussiegosi maitre-à-penser con barba da filosofo e/o villa a Capalbio, ma corre ormai il rischio di incorrere negli strali della Legge, sempre più spesso applicata dai vicini di testa e spesso di casa dei filosofi di cui sopra.
    La giustificazione per tappare la bocca a chi si ostina a pensare con la propria testa (e quindi, per definizione, semplicemente a pensare) è la tutela dei diritti delle minoranze: in realtà è sempre più chiaro che il vero obiettivo è non solo far tacere le maggioranze intimidendole ma, più nel lungo termine, farle diventare minoranze, ovviamente non più tutelate.
    Qualche esempio concreto su cui riflettere. Pensi che l'immigrazione clandestina sia un problema serio e che bisognerebbe arginarla? Risposta: intanto di clandestini non si deve più parlare, bensì di migranti. Eppoi sei razzista e certamente anche islamofobo. Ritieni che il matrimonio tra omosessuali sia un errore e che bastino e avanzino le garanzie giuridiche per le coppie dello stesso sesso senza arrivare alle nozze e al diritto di adottare figli o di averne per vie non naturali? Anatema secco: sei omofobo. Osi pensare che siamo stati fatti maschi e femmine come tutti gli altri esseri viventi e che questo implichi logiche conseguenze quali ad esempio che in caso di procreazione l'uomo fa il padre e la donna fa la madre? Anatema ancora: sei sessista e (ancora) omofobo. La nuova frontiera dei diritti delle donne, spiegano i maestri del nuovo Pensiero Unico, è la «decostruzione della complementarietà dei sessi», quindi ricordarsi che «il genere è nemico dell'uguaglianza» e regolarsi di conseguenza. Non sei persuaso che la religione musulmana sia sempre rispettosa della nostra e altrui libertà, magari osservando che certo non tutti gli islamici sono terroristi ma che quasi tutti i terroristi sono islamici? Islamofobo! E via così.
    Chi, come chi scrive, ha una visione laica della vita prova un profondo disagio nell'apprendere che la forma più integralista di questo pensiero intollerante e bigotto, seppure senza Dio, viene proprio dalla Francia, il Paese della Laicité. Qui, in uno sconcertante controsenso rispetto al punto di partenza, il governo socialista lavora per compiere una «rivoluzione morbida» da applicarsi a partire dalle scuole: in tutte le scuole francesi è diventato obbligatorio esporre «in modo ben visibile» la Carta della Laicità, 15 articoli che ricordano il divieto di esibire simboli religiosi e la neutralità dello Stato rispetto alle credenze di ciascuno. In questo decalogo laicista «da illustrare ai genitori» si precisa che «la nazione affida alla scuola la missione di far condividere agli allievi i valori della Repubblica». L'obiettivo non è dunque proporre una morale laica, bensì imporla ostacolando di fatto le religioni e più in generale le tradizioni. Non più dunque secolarismo e libertà individuale in campo religioso e di pensiero, che sono l'essenza di una laicità liberale, ma (come si può leggere nel preoccupante libriccino «Morale laique») «una serie di principi a cui è necessario che tutti aderiscano», ovvero un sinistro obbligo di conformarsi a una moralità unica e approvata dallo Stato, che punta alla sua diffusione attraverso il lavaggio del cervello degli scolari e l'incoraggiamento alla delazione verso chi dissente. Orwelliano a dir poco.
    Dopodiché, una cosa è la Francia e un'altra è l'Italia. Poi però quando sentiamo la signora ministro Cécile Kyenge proporre di sostituire nei documenti ufficiali del nostro Paese le diciture «padre» e «madre» con «genitore 1» e «genitore 2», ovviamente per rispetto agli aspiranti genitori omosessuali, prima ci corre un brivido lungo la schiena, e poi parte un moto di ribellione: fintanto che siamo maggioranza numerica (lo «ius soli» incombe...) e identitaria a casa nostra, decidiamoci a reagire. Vive la Difference!
    Francia, la laicità si trasforma in integralismo - IlGiornale.it

    Sette bastano
    Pubblicato da Berlicche
    Caro genitore 1, oggi era il mio primo giorno di scuola.
    Siccome sei via con genitore 4 in Pakistan per andare a trovare genitore 3 della mia sorellina\fratellino\altro, così a portarmi in classe sono stati il mio genitore 3 e genitore 2. C’è stata una scena buffa perché genitore 1 di genitore 4 era convinto che tu e genitore 4 aveste chiesto ivece a lei\lui\altro di portarmi, e così era partito con il\la suo\a compagno\a\altro per venirmi a prendere. Si è anche un poco arrabbiato\a perché aveva promesso a genitore 3 di genitore 1 e a genitore 2 di genitore 4 di andare poi tutti assieme a fare shopping, ma poi alla fine ha capito e se ne è andato\a. Il viaggio è stato un poco noioso perché c’era anche genitore 3 che ha sparlato di genitore 6 tutto il tempo, ma non il mio genitore 6, quello\a di mio\a sorella\fratello\altro.
    Quando siamo arrivati a scuola era pieno di genitori, soprattutto 1 e 2. La mia classe è spaziosa e siamo tanti bambini\bambine\altro. Hanno fatto firmare il diario ai genitori. Il\la maestro\a ha detto che ci voleva una pagina più grande, tutti hanno riso ma non l’ho capita bene anche perché il mio genitore 5 è in India e il 6 non l’ho mai neanche visto.
    Ho raccontato che genitore 5 non sa scrivere e firma con una croce, e il\la maestro\a si è arrabbiato\a perché ha detto che croce non si può dire perché è omofioba.
    Poi ognuno di noi doveva decidere in quale bagno andare, in quello dei maschietti, delle femminucce o altro, solo che il bagno altro non c’è perché il ministero non ha dato ancora i fondi a causa delle scuole private. E’ stato molto divertente perché io e tutti i miei amici abbiamo deciso che avremmo usato il bagno delle femminucce, allora i maestri si sono arrabbiati perché hanno detto che non potevamo decidere tutti per uno e bisognava dividersi, e i genitori si sono arrabbiati perché era un nostro diritto decidere. Non ho mica capito alla fine se posso andare al bagno o no.
    Alla fine abbiamo fatto lezione e ci hanno fatto colorare e gonfiare degli strani palloncini. Lì non ho capito tanto, hanno detto che avrebbero spiegato tutto poi l’importante era abituarsi, ma credo che siano le cose che mi hai già fatto vedere tu.
    Mi sono tanto divertito\a!
    A prendermi alla fine c’era il mio genitore 2 e un\una signore\signora\altro che lui\lei\altro ha detto che forse sarebbe diventato\a il mio nuovo genitore. Genitore 1, ma come faccio? Io so contare solo fino a 6!
    Ciao ciao, tuo\a\altro Fufi.
    Sette bastano | Berlicche



    OMOFOBIA OMOSESSUALE
    Adesso che una brutta legge contro l'omofobia è a metà del percorso parlamentare, l'Unità ha capito (a sua insaputa) il vero significato di questa parola così malintesa. Un articolo su «quando la violenza scoppia tra donne gay» (mercoledì 4) è il frutto di una ricerca ("Evacontroeva") che «scioglie il nodo dei nodi: la violenza interna al mondo lesbico, dove una relazione in cui una è visibile più dell'altra crea una disparità che genera tensioni». Eccone un caso: «Dapprima compare il sentimento, poi si insinua l'abuso: […] lentamente Rosaria isola Viola dalle amiche. La accerchia [...] finché Viola scopre che Rosaria la tradisce e se prova a lasciarla l'altra la minaccia di morte. Per strada Viola ha paura, cambia i percorsi soliti…». Ecco un vero caso di omofobia, cioè di "paura dell'uguale" (fobia, in greco significa paura, odio è misos), eppure nessuno ha chiesto una legge sull'omofobia omosessuale.
    Inchieste prefabbricate ovvero storie vere | Rubriche | www.avvenire.it

    Il caso Isinbayeva e il tramonto dell'Occidente
    di Marco Mancini
    E’ giovane, bella, famosa, desiderata. Non è solo un’atleta straordinaria, ma è anche laureata e segue un corso di formazione post-laurea. Parla inglese e gira per il mondo. Insomma, è lontana anni luce dallo stereotipo delle “vecchie coi rosari” di cui Franco Battiato canta nella sua “Prospettiva Nevsky”, eterno simbolo della Russia autocratica e retrograda.
    Sarà per questo che le parole di Yelena Isinbayeva, 31 anni, campionessa del mondo femminile di salto con l’asta, hanno fatto tanto rumore. In conferenza stampa, la sportiva ha difeso la legge del governo russo contro la propaganda omosessualista, sostenendo che “in Russia non abbiamo mai avuto questi problemi e non ne vogliamo avere nemmeno in futuro. Se si permette che vengano promosse e fatte certe cose per strada, è giusto avere molta paura per il futuro del nostro Paese. Noi ci consideriamo persone normali. Viviamo uomini con donne e donne con uomini”. Quanto alle proteste degli atleti stranieri e alle ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi Invernali di Soci del 2014, la “Zarina” le ha definite irrispettose nei confronti della propria nazione: “forse siamo un popolo diverso da quello di altri Paesi, ma abbiamo le nostre leggi e vogliamo che gli altri le rispettino, perché noi all'estero lo facciamo”. Sono parole che evocano quelle del celebre film di Sergej Eisenstein, “Alexander Nevsksy”. In quella pellicola di propaganda staliniana e di tenore anti-tedesco, l’eroico Principe russo ammoniva gli invasori mongoli: “Chi è ospite in casa d’altri non picchia i suoi ospiti!”. Che tale monito risuoni oggi nelle parole dell’atleta russa, è il segno di un popolo che conserva coscienza di sé e della propria dignità, al di là del succedersi delle generazioni e dei regimi politici.
    Dicevamo delle polemiche. Lo statunitense Nick Symmonds, uno dei principali protagonisti delle proteste contro la legge, si è detto stupito che una donna “di mondo e tanto intelligente” come la Isinbayeva possa essere così “fuori tempo”. Forse nella Germania degli anni ’30, per non sentirsi “out”, Simmonds avrebbe invocato lo sterminio degli omosessuali. Non possiamo dirlo con certezza, ma viene da consolarsi rileggendo Chesterton, quando affermava che, tra le altre cose, il cattolicesimo libera l’uomo da una schiavitù degradante, quella di essere figlio del proprio tempo.
    Pare strano, insomma, che una donna bella e “intelligente” abbia potuto esprimere il proprio pensiero in piena libertà, dissentendo dall’unica religione obbligatoria rimasta, quella del politicamente corretto. Talmente strano che il Ministero della Verità si è subito mobilitato, provvedendo a cancellare le tracce del misfatto: così, un’ovvia precisazione della stessa atleta russa, la quale ha specificato che le sue parole non intendono in nessun modo giustificare discriminazioni delle persone omosessuali in quanto tali, è stata descritta da tutti i media come una smentita, anzi come una ritrattazione in piena regola. Il nuovo totalitarismo che avanza, insomma, ricorda un po’ il vecchio stalinismo d’antan: non si limita a criminalizzare il dissenso, ma pretende anche pubbliche abiure, fabbricandole persino di sana pianta, quando non sia possibile ottenerle dai diretti interessati.
    Nei “due minuti d’odio” contro l’Isinbayeva si è particolarmente distinto Gianluigi Piras, consigliere ed ex-assessore del comune sardo di Jerzu, coordinatore regionale dell’Anci Giovani e presidente del Forum regionale del PD sui “diritti”, ossia sui capricci ideologici di omosessuali e dintorni. Il Nostro era assurto già in passato – per così dire – agli onori delle cronache per aver vietato di concedere aree comunali ai campi scout cattolici, avendo l’Agesci organizzato un convegno in cui un relatore sconsigliava di attribuire ruoli di responsabilità a gay dichiarati. Ora, diventato pupillo di quell’altro fenomeno di Pippo Civati, ha tentato di ironizzare sulle coraggiose dichiarazioni dell’atleta russa e sulla presunta smentita con un sobrio commento affidato a Facebook: “Isinbayeva, per me possono anche prenderti e stuprarti in piazza. Poi magari ci ripenso. Magari mi fraintendono”.
    Ora, non saremo certo noi a stracciarci le vesti e scagliare la prima pietra contro il povero Piras, anche perché in passato abbiamo visto di peggio, e da parte di esponenti politici più vicini alle nostre sensibilità. Chiaramente la sua intendeva essere una provocazione e in nessun modo voleva davvero augurarsi lo stupro della Isinbayeva. Quello che stupisce, però, è l’automatismo del riferimento, che non ti aspetteresti da un uomo di cultura “progressista”; è un certo retrogusto intollerante, che suona strano in bocca a chi fa della “cultura dei diritti” la propria bandiera. “Il mio utero è gestito dai capoccia del partito”: forse avevano ragione gli Amici del Vento, quando ironizzavano sulla falsa libertà di certo femminismo post-sessantottino e sulla falsa coscienza di certo progressismo.
    Ma ciò che stupisce ancora di più è che un simile idiota, che evidentemente non dispone degli strumenti intellettivi necessari per distinguere lo stupro di una donna dal divieto di propaganda dell’ideologia omosessualista, possa aver ricoperto incarichi di responsabilità ed essere (stato) considerato uno dei politici più promettenti della nuova generazione. E’ questo un segno lampante della bancarotta culturale, prima ancora che morale, del nostro Occidente. Siamo arrivati alla frutta e non ce ne accorgiamo, anzi pretendiamo di dare lezioni agli altri. I quali, però, di tanto in tanto hanno il buon cuore di farcelo notare. Grazie, Yelena: da oggi abbiamo un motivo in più per fare il tifo per te.
    Il caso Isinbayeva e il tramonto dell'Occidente ~ CampariedeMaistre

    Propaganda gay, 100 Ong dalla parte della legge russa
    La Russia sta subendo un attacco costante, martellante, internazionale, non perché abbia aggredito altri Stati, ma per una sua legge interna: la legge contro la “propaganda omosessuale”. In vista delle prossime Olimpiadi Invernali di Sochi 2014, il martellamento mediatico sull’omofobia russa sta aumentando. La legge russa, in ogni caso, non criminalizza gli omosessuali in quanto tali.
    Paradossalmente, ai tempi dell’Urss l’omosessualità era bandita e in Occidente nessuno se ne interessava. Oggi l’omosessualità non è proibita in alcun modo, ma molti fra coloro che (fino a una ventina d’anni fa) difendevano l’Urss e le sue “conquiste”, oggi puntano il dito contro l’omofobia della nuova legge russa, accusata di “creare un clima di violenza” contro i gay.
    Ma cosa prevede quella legge? Sostanzialmente una sola cosa: che l’informazione pro-gay sia riservata a un pubblico adulto e vietata ai minori.
    In difesa della legittimità di questa norma (e del rispetto della sovranità della Russia), in Italia si sono mobilitate la Fondazione Novae Terrae, l’Associazione per la Difesa dei Valori Cristiani, Fihc - Unum Omnes e lo Human Dignity Institute. Assieme ad altre cento Ong di tutto il mondo. Hanno sottoscritto una dichiarazione internazionale “a sostegno della legge federale russa sulla protezione dei bambini da informazioni dannose per la loro salute e per il loro sviluppo”.
    «Le entità firmatarie – si legge nel testo dell’appello - sono molto preoccupate per i pesanti attacchi che la Federazione russa sta affrontando a causa della sua recente legge federale del 29 giugno 2013 n ° 135-FZ articolo 5 della legge federale sulla protezione dei bambini da informazioni dannose per la loro salute e sviluppo, che protegge l'innocenza e la formazione morale dei bambini vietando di propagandare loro “rapporti sessuali non tradizionali”.
    Noi affermiamo che la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna è il fondamento di ogni società umana e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato, come indicato nelle norme internazionali sui diritti umani, tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (Art . 16 (3)). Ogni iniziativa dannosa per la famiglia naturale è distruttiva per la società nel suo complesso. Affermiamo anche che i bambini hanno bisogno di una protezione speciale, a causa della loro innocenza e immaturità.
    Riconosciamo che la legge russa protegge l'innocenza dei bambini e i diritti fondamentali dei loro genitori riconosciuti nella legislazione e dei trattati internazionali. Con la nuova legge la Russia sta proteggendo i diritti umani autentici e universalmente riconosciuti contro i “valori” artificiosamente e aggressivamente imposti in molte società moderne. Facciamo anche notare che i concetti di “orientamento sessuale” e di “gender” non sono contenuti in alcun trattato o accordo internazionale esistente e vincolante.
    Di conseguenza, chiediamo rispetto per la sovranità del popolo russo e invitiamo tutte le organizzazioni e le persone che si sentono responsabili per la tutela dell'innocenza dei bambini e dei loro diritti, per i diritti della famiglia e dei genitori naturali di mobilitarsi a favore della Russia, così come dell'Ucraina e della Moldavia, che stanno subendo le stesse pressioni a causa di leggi simili».
    La nuova bussola quotidiana quotidiano cattolico di opinione online - Propaganda gay, 100 Ong dalla parte della legge russa

 

 
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