Preghiera
di Camillo Langone
Plutarco racconta che “Cesare, vedendo girare per Roma alcuni ricchi forestieri che tenevano in braccio dei cagnolini coprendoli di moine, domandò se al loro paese le donne non mettevano al mondo bambini: ammonì così, da vero principe, quanti riversano sugli animali quell’istintivo bisogno d’affetto che è innato in noi, ma che dovremmo riservare ai nostri simili”. Quindi non è indispensabile essere cristiani per reagire al cagnolinismo a cui si abbandonano i popoli quando diventano sterili: basterebbe essere pagani. Però pagani seri.
Preghiera del 18 febbraio 2013 - [ Il Foglio.it › Preghiera ]
ANIMALI(STI)
Rino Cammilleri
La notte del 16 gennaio 2013 gli animalisti si sono introdotti in un allevamento di visoni del lodigiano e hanno liberato 1300 animali (fonte: «Il Giornale del 18 gennaio 2013). I più, nonostante l’apertura delle gabbie, sono rimasti dov’erano. Di quelli scappati, almeno 300 sono morti. Di fame, schiacciati, vittime di predatori (cani e gatti). Uno è finito sotto le ruote dell’auto dei carabinieri venuti a constatare il blitz. Il fatto è che si tratta di bestie nate in cattività e non saprebbero dove andare. Quelle che sono nate altrove, non trovano in Lombardia, certo, il loro habitat naturale. Gli animalisti, insomma, conoscono poco gli animali. Come tutti gli altri –isti, del resto.
Antidoti contro i veleni della cultura contemporanea » ANIMALI(STI)
Quelle feste scippate. Il valore culturale misconosciuto delle grandi ricorrenze cristiane in un volume di Mimmo Muolo
Pubblichiamo la prefazione che l'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione ha scritto per il libro di Mimmo Muolo intitolato Le feste scippate. Riscoprire il senso cristiano delle festività (Milano, Àncora, 2012, pagine 135, euro 12).
di Rino Fisichella
Non è senza una vena di amarezza che si leggono le belle pagine di quest'ultimo libro di Mimmo Muolo. Essa sorge, lentamente ma inesorabilmente, dall'analisi che compie. Le feste scippate pone dinanzi a una situazione culturale che provoca a prendere una decisione e a fare una scelta. Non si può affrontare questo tema senza fare qualcosa per restituire alla festa il suo valore originario. Non è questione di nostalgia per il passato. Al contrario. È condizione per poter avere un futuro. Ciò che emerge da queste pagine è un lento ma inesorabile movimento che tende all'oblio del sacro per imporre una visione neopagana. Non si sa cosa emergerà seguendo questa onda. Ciò che è certo, invece, è la disintegrazione di un'identità personale e sociale, radicata su un fondamento culturale che è stato plasmato dalla fede. Chi vuole seguire questo movimento di estraniazione è libero di farlo, ma deve sapere a cosa va incontro. L'oblio per il valore sacro della festa viene sostituito solo dal puro divertimento imposto dal consumo. La sproporzione è troppa per poter essere accettata in maniera passiva e indolore. Alla memoria di eventi che hanno segnato la vita di intere generazioni, creando storia, si contrappone ora l'arroganza e la furbizia di chi sa vendere meglio il prodotto per il proprio guadagno. Poco, troppo poco per consentire che vada perduta l'originalità della cultura.
Quanto Mimmo Muolo descrive non è fantasia. Purtroppo, è la vicenda di questi ultimi decenni. Io stesso ne ho fatta esperienza. Alcuni anni fa, nel mese di dicembre, mi trovavo a New York. Durante una sosta dagli impegni, passeggiai fino a Washington Square. Incuriosito da un vasetto di miele bianco, entrai nel negozio. Pagando alla cassa, la signora con molta gentilezza mi chiese se volevo fare un'offerta per un'iniziativa che veniva da loro sponsorizzata. Le chiesi se il denaro sarebbe andato realmente a buon fine e, ricevuta la sua assicurazione, lasciai il resto. Nel salutarla le dissi volutamente: «Merry Christmas». Lei mi rispose: «Happy holidays». La guardai con un sorriso e rincarai la dose: «Sa, io sono italiano: Merry Christmas». Di nuovo, sempre con tanta gentilezza, mi rispose: «Happy holidays». Allora le chiesi per quale motivo ci fossero le vacanze. La risposta fu: «Perché è Natale». «Bene, allora perché non dice anche lei “Merry Christmas?”», ripresi io con un accenno polemico. La signora, allora, mi prese le mani e tenendole strette mi sussurrò a bassa voce: «Non possiamo più dirlo». Un caso isolato? Non credo. Sfido a trovare in New York biglietti natalizi augurali con la scritta «Merry Christmas»!
Leggere queste pagine mi ha riportato alla mente questo fatto che mi ha coinvolto direttamente. Eppure, anche Benedetto XVI, parlando alle autorità civili del Regno Unito nella Westminster Hall il 17 settembre 2010, ha detto testualmente: «Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt'al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna... Questi sono segni preoccupanti dell'incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica». Parole molto eloquenti. Mentre, da una parte, descrivono il fenomeno come un fatto molto più vasto di quello che si possa pensare, dall'altra indicano la strada che siamo chiamati a percorrere, perché non vinca il senso di oblio che si vuole imporre sulla memoria.
Abbiamo una grande responsabilità: trasmettere a quanti verranno dopo di noi il grande patrimonio di cultura che abbiamo ricevuto. Privarli di questo tesoro non può essere il frutto di una scelta subita o di un agire inconsapevole. Il senso della festa e il valore impresso dalla fede appartengono a questo patrimonio. Trasmetterlo con coscienza arricchendolo dell'esperienza personale può essere un modo per sentirsi ancora coinvolti nell'uscire dal tunnel di una crisi profonda e creare di nuovo genuina cultura.
Il blog degli amici di Papa Ratzinger [6]: Quelle feste scippate. Il valore culturale misconosciuto delle grandi ricorrenze cristiane in un volume di Mimmo Muolo (Fisichella)
L'Islanda si scopre moralista: messo al bando il porno online
È il primo Paese a introdurre il divieto, dopo una consultazione nazionale. "Siamo una società liberale. Questa non è censura, solo una misura contro la violenza, per proteggere i bambini". Ma le critiche non mancano: "Idea folle, fascista e irrealizzabile"
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - È il paese dei geyser, dei vulcani, dei vichinghi. È anche il Paese più egualitario del mondo nei rapporti tra uomini e donne, uno dei più liberi sessualmente. Ma ora l'Islanda sembra sul punto di diventare conosciuta anche per un'altra ragione.
Potrebbe essere l'unico stato del globo "porn free", senza pornografia su Internet. Dopo che una consultazione nazionale ha dato un responso largamente positivo, il governo di Reykjavik ha avviato un'indagine per decidere come si potrebbe imporre un divieto d'accesso ai siti porno su tutta l'isola. "Siamo una società liberale in materia di nudità e di rapporti sessuali", dice Halla Gunnarsdottir, consigliere del ministero degli Interni, che sta seguendo il progetto. "Il nostro approccio al problema non è anti-sesso, bensì anti-violenza. Non è questione di libertà di parola, bensì di danni all'infanzia. Le statistiche indicano che in media un bambino vede pornografia su Internet a 11 anni di età e questo ci preoccupa, così come ci preoccupa la natura sempre più degradante e brutale di quello a cui sono esposti. Non stiamo parlando di censurare l'informazione, ma qualcosa dobbiamo fare".
Un bando al porno online sarebbe in un certo senso l'evoluzione di leggi che l'Islanda ha già approvato, come quella sul divieto di stampare e distribuire pubblicazioni pornografiche, quella sulla chiusura di night-club e topless bar e come le norme sulla prostituzione che criminalizzano il cliente anziché la prostituta. Ma vietare l'accesso ai siti pornografici pone problemi tecnici ed etici non semplici da risolvere. Tra le proposte finora circolate c'è l'introduzione di filtri, il blocco di determinati indirizzi digitali e l'iscrizione a reato dei pagamenti con carta di credito per accedere a siti o canali porno. Il punto è: chi decide cosa è porno e cosa non lo è, cosa è da vietare e cosa si può permettere? Gli oppositori di simili misure affermano che si finirebbe per creare automaticamente un censore e questo alla lunga diventerebbe una limitazione della libertà.
Il professor Tim Jones della Worcester University, osserva che il porno su Internet diffonde "fantasie estreme" e c'è il pericolo che spinga i consumatori a ricrearle nella vita reale. Ci sono rapporti che parlano di una crescente dipendenza dal porno, da quando dilaga sul web. E non c'è dubbio che sia uno dei temi più popolari fra gli internauti: il 25 per cento di tutte le ricerche fatte su Google hanno a che fare con la pornografia, "sesso" è la parola più cliccata online, il 20 per cento dei siti sono pornografici.
"Non è che chi guarda il porno su Internet poi esce e commette uno stupro", commenta Gail Dines, docente di sociologia al Wheelock College e autrice di "Pornland: how porn has hijacked our sexuality" (Pornoland: come il porno ha dirottato la nostra sessualità). "Ma cambia il modo in cui la gente pensa all'intimità, al sesso, alle donne. E un sacco di gente non ha idea di che cosa sia veramente il porno sul web. Se un ragazzino 12nne clicca porno su Google, non trova immagini di donne nude dalla rivista Playboy, bensì filmati estremamente hard in grado di traumatizzarlo nell'età della pubertà".
I critici dell'iniziativa sostengono che un bando è comunque irrealizzabile. Alcuni, come Smari McCharthy, presidente dell'International Modern Media Initiative, dicono che è un'idea "fascista e folle". Ma il governo non desiste: "Siamo democratici, crediamo nell'eguaglianza tra i sessi, e siamo pronti a essere più radicali di altri". Se comincerà Reykjavik, altri paesi potrebbero seguire il suo esempio, a cominciare, predice l'Observer di Londra, dalla Gran Bretagna. I vichinghi, come sempre nella loro storia, non hanno paura a cercare nuove rotte.
Europa sul baratro. I veri numeri della crisi
Lorenzo Bertocchi
In mezzo ad una temperie culturale violenta, in tempi di elezioni politiche in cui quasi nessuno prende seriamente a cuore i temi etici, la cruda realtà dei numeri mostra che la nostra cara vecchia Europa è sull’orlo di un baratro. Recentemente il Card. Carlo Caffarra, nel fornire un orientamento agli elettori cattolici, ha detto che “la vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea”. Parole forti, peccato che la maggioranza dei candidati alle prossime elezioni non sia in grado, o non voglia, coglierne il significato profondo.
Le radici di questa disfatta non stanno tanto nella crisi economica, quanto piuttosto su di una crisi antropologica di proporzioni enormi, un vero e proprio ribaltamento della natura umana. Un aborto ogni 25 secondi e un divorzio ogni 30, questi sono i record europei che più di ogni altro segnalano questa profonda crisi. Chi non vuole ammetterlo, prima o poi, dovrà ricredersi.
Purtroppo quando parliamo di “natura” la maggioranza delle persone pensa a qualche foresta selvaggia o ad un bel panorama, nelle migliore delle ipotesi il riferimento è alla biochimica o alla fisiologia. Un’altra epoca quella in cui la parola “natura” evocava la realtà che spiega perché il tutto è diverso dalle parti, epoca in cui parlando di natura umana si intendeva anima.
Abortire ogni giorno 3.381 bambini e coinvolgerne 17 milioni in vicende di divorzio vuol dire che in Europa della natura umana resta ben poco, perché si manda al macero l’universale “non uccidere” e anche il significato di una promessa. Un tempo sposarsi voleva dire fare una promessa seria, una parola data davanti a Dio e agli uomini con delle conseguenze di giustizia verso la persona a cui si diceva sì. Qualcuno poteva anche cedere alle tentazioni della carne, ma quella promessa era un valore da difendere e non da sciogliere come neve al sole.
Poi vennero i “fantastici” anni ’60 e tutto ha preso una piega da “divertimentificio” permanente, altrochè liberazione dalla borghesia e dai padroni. La rivoluzione culturale ha avuto il suo approdo nel “libero sesso, liberi tutti”, la vera ideologia dominante che ha abbracciato i centri sociali e gli yuppies, gli intellettuali e gli operai, tutti si sono incontrati nell’alcova dei desideri. Oggi assistiamo alla fase finale di quel progetto, l’ideologia di genere, che è molto più infida di quella dei bolscevichi o degli hippies, perchè attacca proprio la natura umana. In realtà, a ben guardare, si tratta di una vecchia gnosi di ritorno, quella che vorrebbe fare dell’uomo un essere solo “spirituale”, libero dalla prigione del corpo, spirito libero per cui anche il peccato è una forma di virtù.
L’identità sessuale non conta nulla, uomo o donna, padre e madre, sarebbero solo etichette culturali, l’importante è essere ciò che il proprio “spirito” sente di essere. Una pietra tombale sulla legge naturale, su quella legge che però sembra rimanere lì a chiedere il conto: incremento inarrestabile nell’utilizzo di antidepressivi e ansiolitici, distruzione del tessuto sociale, solitudine, aumento dei disturbi comportamentali, emergenza educativa, tanto per citarne alcuni.
L’aborto è la prima causa di morte nell’Unione Europea, uno ogni cinque concepiti viene ucciso, e a questo dato dobbiamo aggiungere anche quegli embrioni che vengono “scartati” nelle pratiche di procreazione medicalmente assistita: per un bambino nato con PMA vengono eliminati 9 o 10 embrioni. Insomma, anche gli esseri umani sono ormai un prodotto da consumo, il degrado finale del superuomo che vuol farsi Dio.
Europa sul baratro. I veri numeri della crisi « Libertà e Persona





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