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Discussione: Il deserto avanza

  1. #161
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    “Le bambine giocano con le bambole”. C’è bisogno di dimostrare l’ovvio contro il gender
    Federico Cenci
    Profetico fu lo scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton. “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, scriveva nel 1905. Oltre un secolo di distanza dopo, non le armi ma gli studi scientifici vengono propinati per dimostrare l’ovvio.
    Le bambine hanno una predilezione per il gioco delle bambole. Non bastano più il buon senso e la ragione per condividere questo assunto. Tale e capillare è l’ottenebramento ideologico della decostruzione dell’identità sessuale, per cui debbono scendere in campo fior di psichiatri per dimostrare che la scelta dei bambini nel gioco è spontanea, non dettata dalle imposizioni di adulti imbevuti di “cultura patriarcale”.
    Su Infant and Child Development, autorevole rivista accademica che si occupa dello sviluppo cognitivo nel periodo dell’infanzia, è uscito un articolo della dott.ssa Brenda K. Todd, docente e ricercatrice presso la City University di Londra.
    Studiando bambini molto piccoli, dai 9 ai 32 mesi, la ricercatrice è giunta a confermare che le differenze tra maschi e femmine si manifestano anche nella scelta dei giochi fin dalle prime fasi dello sviluppo della persona.
    La Todd ha preso in esame 101 piccoli maschi e altrettante femminucce, osservandoli mentre si trovavano, da soli, in una stanza con dei giocattoli a disposizione. Ebbene, ha potuto rilevare che la grande maggioranza delle bambine prediligeva una bambola, un orsacchiotto rosa e un pentolino di plastica; mentre quasi tutti i bambini hanno scelto una macchinina, un orsacchiotto azzurro, una piccola scavatrice e una palla.
    Senza ricevere condizionamenti, pertanto, i piccoli hanno autonomamente deciso di divertirsi con il giocattolo pensato per la propria identità sessuale. L’esperimento della Todd è sulla falsa riga di quello del prof. Trond Diseth, dell’Oslo University Hospital, il quale ha dimostrato che le differenze dei cervelli femminile e maschile sono innate proprio servendosi della libera volontà di alcuni bimbi di pochi mesi nello scegliersi i giocattoli.
    La testimonianza del prof. Diseth, insieme a quelle di altri studiosi, è raccolta nel documentario sul “paradosso norvegese”, che dimostra l’inconsistenza scientifica dell’ideologia gender e racconta come la società scandinava, malgrado la forte influenza di alcuni gruppi di pressione, vi si stia ribellando.
    Anche se non la cita esplicitamente, anche la Todd demolisce l’ideologia gender. Il suo approccio di studio è stato molto accademico. “Storicamente – spiega – c’è sempre stata incertezza sulle origini delle preferenze per il gioco da parte dei bambini di sesso diverso. Per questo abbiamo deciso di scoprire questo aspetto e di verificare in che età si sviluppa”.
    La psicologa inglese afferma che le differenze biologiche si riverberano in attitudini mentali differenti tra i due sessi. I maschi hanno una spiccata ispirazione nell’ambito numerico e spaziale, mentre le femmine sono più portate per l’interazione e per la manipolazione degli oggetti. “Quando abbiamo studiato le preferenze nei giocattoli in un ambiente in cui non erano presenti i genitori, abbiamo constatato che le differenze tra maschi e femmine erano coerenti con queste attitudini”, dice la Todd.
    Posto che esistono sempre delle variabili che possono incidere sullo sviluppo di un bambino, la maggior parte degli individui rientra dunque in quelli che i fautori di innovative ideologie definiscono “stereotipi di genere”.
    “La palla – ha concluso l’autrice della ricerca – è stato il gioco preferito dai bambini maschi”. E quella delle bambine? “La pentola per cuocere”. Quest’ultima risposta potrebbe suggerire a qualche fautrice del “gender equality” di accusare la Todd di fomentare la subordinazione sociale delle donne. Peccato per costoro che non la studiosa inglese, bensi' la biologia umana è nemica del femminismo radicale.
    http://www.informarexresistere.fr/20...tro-il-gender/

    In Spagna la Chiesa non puo' più criticare la legge
    di Andrea Zambrano
    Ci risiamo. Questa volta a finire nel registro degli indagati saranno non uno, ma ben tre vescovi. E non per un’omelia, ma per aver esercitato il loro diritto di espressione criticando la recente legge emanata dall’assemblea autonoma di Madrid sull'educazione gender obbligatoria nelle scuole. In Spagna tornano i “taglialingua” riuniti sotto una delle tante sigle dell’apparato Lgbt e incuranti della recente archiviazione nei confronti del vescovo di Valencia Canizares rispolverano la via giudiziaria. Certi che è la goccia che scava la pietra.
    E’ successo nei giorni scorsi ad opera dell’Osservatorio Spagnolo contro la “Lgbtfobia” che ha denunciato davanti alla procura di Madrid il vescovo di Getafe Joaquin Lopez de Andojar, il suo Ausiliare José Rico Pavés e il titolare della diocesi di Alcalà Juan Antonio Reig Pla. Quest’ultimo non è la prima volta che finisce sotto la lente della “gestapo gay”, ma la procura aveva sempre archiviato il caso. Come è accaduto recentemente per il titolare di Valencia. Ma la strategia delle lobby gay è quella radicale: a forza di insistere si troverà un giudice compiacente che condannerà i prelati.
    Cosi' per mettere in opera la strategia hanno aspettato che i tre pastori intervenissero contro la nuova legge dell’assemblea autonoma di Madrid che impone nelle scuole l’indottrinamento Lgbt e altre misure a favore della gender theory e contro l’omofobia che ora è stata estesa attraverso un neologismo inquietante: “Lgbtfobia”.
    L’Osservatorio ha denunciato i vescovi per incitamento a disobbedire ad una legge oltre che per discriminazione. Reati penali che ora un procuratore si prenderà la briga di esaminare. Con questa mossa in Spagna criticare una legge potrebbe diventare molto pericoloso.
    Ma che cosa avevano fatto i tre pastori? Subito dopo l’approvazione della legge, il 14 luglio scorso hanno pubblicato una nota nella quale definivano la legge, approvata da un’assemblea dove la maggioranza è detenuta da Cristina Cifuentes del Partito Popolare, un "attacco alla libertà religiosa e di coscienza”. I vescovi sono partiti dal fatto che la legge è “ispirata da un’antropologia non adeguata e che nega la differenza sessuale maschio-femmina e l’unità della persona come corpo e spirito”. Secondo i tre “si tratta di una legge in contraddizione con la morale naturale in accordo con la retta ragione e che pretende di distruggere l’insegnamento pubblico della Bibbia, del Catechismo della Chiesa e del Magistero.
    "Una legge arbitraria - avevano detto – che non contempla neppure l’obiezione di coscienza e che i partiti, i sindacati, i mezzi di comunicazione e le grandi industrie vogliono imporre attraverso un pensiero unico che annulla la verità sull’uomo”.
    Ma a dare maggiore fastidio alle lobby gay è stata questa frase: “Tra le vittime reali della dittatura del relativismo ci sono coloro che soffrono la confusione sulla propria identità, una confusione che con leggi come questa sarà ancor più aggravata”.
    Infine, dopo aver fatto appello al diritto dei padri e delle madri di educare i propri figli hanno concluso con un rimando evangelico: “Se tacessimo noi parlerebbero le pietre” non prima di chiedere ai cattolici delle loro diocesi “impegnati nella politica, nella sanità e nell’educazione, cosi' come gli sposi e i padri di famiglia, i sacerdoti di lottare per l’edificazione di una cultura che vinca la menzogna dell’ideologia e si apra alla verità della creazione e della persona umana, garanzia ineludibile per la libertà”.
    Ma in Spagna questo potrebbe essere considerato un delitto di odio, di quelli da investire l’ufficio apposito della procura che adesso dovrà investigare sul documento episcopale. Si registra, ancora una volta il silenzio da parte della Conferenza Episcopale Spagnola. Ma il popolo sta con loro. In pochi giorni un sito specializzato in campagne online ha raccolto già 17mila firme a difesa della libertà di coscienza.
    In Spagna la Chiesa non può più criticare la legge

    La sinistra vuol punire chi convince i bambini a non diventare gay
    Tra i promotori la Cirinnà e Lo Giudice (Pd) Nel mirino psicologi, educatori e pedagogisti
    Francesca Angeli
    Roma Carcere fino a due anni. Multe fino a 50.000 euro. Sospensione per cinque anni dall'ordine professionale e confisca delle attrezzature.
    Pesantissime le pene previste per «chiunque faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell'orientamento sessuale» ovvero psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, consulenti, assistenti sociali, educatori e pedagogisti.
    Si avventura in un terreno complesso con la pesantezza di un carro armato il disegno di legge depositato a Palazzo Madama da un gruppo di senatori del Pd, primo firmatario Sergio Lo Giudice con Monica Cirinnà insieme a Sinistra Italiana e Misto.
    L'intento dichiarato da Lo Giudice è quello di evitare anche in Italia casi come quello dell'adolescente transgender dell'Ohio, Leelah Alcorn. Dopo aver rivelato di voler intraprendere un percorso per cambiare sesso ai suoi genitori il ragazzo era stato costretto dalla famiglia, che non accettava la sua scelta, a sottoporsi alla cosiddetta «terapia di conversione». In sostanza una «cura» per l'omosessualità. Ma non sentendosi accettato di fronte al rifiuto della sua famiglia all'età di 17 anni l'adolescente si è suicidato, diventando cosi' un simbolo per tutte le comunità gay. Di buone intenzioni pero' è lastricata la via dell'inferno e nel ddl «Norme di contrasto alle terapie di conversione dell'orientamento sessuale dei minori» si entra in modo piuttosto brutale nei rapporto esclusivo tra terapeuta e paziente, oltretutto minore, e lo si fa per condannare una pratica, ovvero la terapia di conversione in realtà già bandita da tutto il mondo scientifico e dagli ordini professionali chiamati in questione. Il ddl si compone di tre soli articoli. Nel primo si specifica che per «conversione dell'orientamento sessuale si intende ogni pratica finalizzata a modificare l'orientamento sessuale di un individuo», inclusi i tentativi di «eliminare o ridurre l'attrazione emotiva, affettiva o sessuale verso individui dello stesso sesso, di sesso diverso o di entrambi i sessi». Ma se il minore è attratto da un individuo adulto? Nel ddl non si specifica l'età. Se il proprio figlio dodicenne ha rapporti con un quarantenne che cosa dovrebbero fare i genitori? E se il terapeuta lo invita a frenare rischia la galera? Nella legge si specifica che non saranno sanzionati «gli interventi che favoriscano l'auto­accettazione, il sostegno, l'esplorazione e la comprensione di sé da parte dei pazienti senza cercare di cambiare il loro orientamento sessuale».
    Ma chi stabilirà dove sta il limite tra l'intervento ritenuto lecito e quello fuorilegge? Non dovrebbe essere proprio il terapeuta o lo psichiatra a stabilirlo? Ma con la spada di Damocle di una legge punitiva che pende sulla sua testa non si finirà per impedire qualsiasi tipo di intervento nel timore di ricadere nelle casistiche che prevedono il carcere? Il rischio è di paralizzare l'intero settore delle terapie su bambini e adolescenti.
    La sinistra vuol punire chi convince i bambini a non diventare gay - IlGiornale.it

    Se passa il reato di “omofobia”: possibili scenari
    Antonio Righi
    Se vincerà il si al referendum costituzionale sarà davvero difficile fermare l’ondata di leggi in favore della distruzione della famiglia naturale e della rivoluzione antropologica in atto. In cima alla lista dei prossimi provvedimenti sta quello contro i presunti reati di “omofobia”. Il Governo già da tempo sta lavorando al disegno legge ed è mobilitato in questo senso, tanto che nel decreto della “buona scuola” all’articolo 16 si fa riferimento alla formazione dei bambini in relazione ai principi di pari opportunità, “promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”.
    Per fare cio'occorre (prosegue il decreto) “educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale, delle opinioni e dello status economico e sociale, sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica”. Anche se il testo si presenta abbastanza confuso ed ambiguo, emerge una visione antropologica basata sull’idea che essere uomini o donne rappresenti uno “stereotipo” della società.
    Ma se dovesse passare la legge contro l’omofobia, quali scenari si presenterebbero in Italia? Proviamo a tracciarne alcuni.
    Dato che il riconoscimento della propria identità dovrebbe passare solamente attraverso quello che io percepisco di me stesso (uomo o donna diventerebbero cosi' solo due dei tanti possibili generi in cui io mi potrei identificare), risulterebbe discriminatorio (e quindi punibile penalmente) chiunque sostenga la natura biologica dell’essere uomo o donna (con buona pace della scienza biologica). La percezione che ho di me stesso diventerebbe l’unico criterio con il quale misurarmi ed essere mirato dagli altri. Lo psicologismo che trionfa sulla realtà e sulla scienza (e in ultima analisi, sulla ragione).
    Un soggetto quindi riconoscerebbe la sua vera identità in base alla sola dimensione emozionale (bypassando qualsiasi tentativo di razionalizzazione). Se ne deduce che “io esisto” solamente in quanto ho la possibilità di amare. Visto che l’amore è un sentimento universale e visto che non esiste di fondo alcuna differenza sostanziale fra essere uomo o donna (o qualsiasi altro genere), tutti abbiamo il diritto di amare e di crescere dei figli. Ne viene da se che per crescere una prole non serviranno più degli “elementi” biologici (padre e madre) ma sarà sufficiente solo l’amore. Se io da uomo amo come una donna, visto che l’amore è un sentimento unico che unisce tutti, per crescere bene un figlio non avro'necessità di dargli una madre. Io da solo o con il mio (o più) compagno(i) saroin grado di svolgere autenticamente il compito di genitore. Se domani, qualsiasi persona volesse sollevare una qualche perplessità circa questo ragionamento (anche al bar con gli amici) verrebbe accusata (penalmente!) di omofobia, in quanto si discriminerebbe di fatto l’idea di coppia omogenitoriale. Sostenere che i bambini hanno diritto ad un padre e una madre sarà fuorilegge!
    Parlare in pubblico, quindi, sarà molto rischioso specialmente per quelle categorie (docenti, politici, sacerdoti, giornalisti…..) che svolgono un lavoro di grande esposizione sia mediatica che sociale. Emblematico è il recente caso che ha colpito l’arcivescovo Antonio Caٌizares Llovera, accusato dalla Procura di Valencia (su denuncia del collettivo Lgbt Lambda) di incitamento all’odio omofobico, per aver tenuto un’omelia e una conferenza in difesa della famiglia naturale come “centro e cellula della società, come realtà fondamentale per lo sviluppo della personalità umana e per il futuro della società”, e nell’aver denunciato la promulgazione di leggi contrarie alla famiglia, con “l’azione ostile di forze politiche e sociali, alle quali aderiscono i movimenti dell’impero gay, di ideologie come il femminismo radicale o la più insidiosa di tutte, l’ideologia di genere”. Questo è bastato all’ex Prefetto del Culto divino per rischiare fino a tre anni di carcere.
    E' evidente che la libertà di pensiero e di parola verrebbe amputata in maniera preoccupante, fino al punto che bisognerebbe persino stare attenti alle parole pronunciate dai figli in assenza dei genitori. Se un bambino dovesse, ostinatamente, sostenere a scuola che la famiglia è fatta solamente da un uomo e una donna e che un figlio ha sempre diritto ad avere un padre e una madre, la scuola potrebbe segnalare il caso alle autorità e il figlio (grazie all’intervento dei servizi sociali) essere sottratto alla famiglia e spedito in qualche comunità “rieducativa”. Se anche questo vi sembra assurdo non è purtroppo cosi'. Nel febbraio scorso in Norvegia la famiglia BoDNAriu si è vista sottrarre dai servizi sociali i propri cinque figli, perché accusati di essere «cristiani radicali», rei di aver dato qualche sculacciata ai loro bambini.
    Una domanda: ma davvero volete un futuro cosi' per voi e per i vostri figli?
    Se passa il reato di ?omofobia?: possibili scenari | Libertà e Persona

  2. #162
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Ora i cattolici finiscono..."all'antiterrorismo"
    di Leone Grotti
    Jacques e Jacqueline, insieme a un gruppo di cattolici «radicalizzati» in Francia, non riescono ad accettare l’approvazione del matrimonio gay e cosi' decidono di colpire con «attentati dinamitardi» tutti i municipi che celebrano nozze tra persone dello stesso sesso. Non solo: aprono anche un blog dove invitano tutti i francesi a seguire il loro esempio. Dopo aver fatto saltare in aria quattro edifici dove sono stati celebrati i matrimoni, pero', vengono arrestati.
    Non si tratta di una cronaca giornalistica o giudiziaria, ma del caso di pura fantasia inventato dalla facoltà di giurisprudenza dell’università di Lorraine. La storia di Jacques e Jacqueline è servita per testare in un esame le conoscenze degli studenti a proposito del regime di infrazioni terroristiche. Il testo è spudorato, dal momento che Jacques e Jacqueline si uniscono al gruppo cattolico “Ciwitos”, storpiatura palese dell’associazione cattolica Civitas.
    Il documento, definito «allucinante» da siti e giornali locali, potrebbe essere semplicemente farina del sacco di un professore particolarmente arrabbiato con i cattolici e la Manif pour tous. Ma l’ostilità che esprime, cosi' eccessiva da apparire ridicola (se si parla in Francia di fedeli religiosi “radicalizzati”, dopo i molteplici attentati degli ultimi due anni, diciamo che i cattolici non sono il primo esempio che viene in mente), non è un caso isolato ed è espressione di un clima generale che si respira da anni nella République.
    Secondo l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa, in Francia solo a gennaio si sono verificati 45 atti di intolleranza, tra i quali la dissacrazione di sei chiese. Al di là delle violenze fisiche, si registra una tendenza costante nel paese dei Lumi e del #JeSuisCharlie a impedire la libertà di espressione dei cattolici. Soprattutto se pretendono di toccare temi scottanti della vita della società.
    L’ultimo esempio, in ordine di tempo, riguarda l’emendamento al progetto di legge sull’uguaglianza e la cittadinanza proposto nei giorni scorsi dal ministro delle Famiglie e dei Diritti delle donne, Laurence Rossignol. L’obiettivo era introdurre su internet un “reato di intralcio all’aborto”, sanzionabile con pene fino ai due anni di carcere e 30 mila euro di multa, per punire chi «attira le donne su siti internet presentati come siti di informazione e che in realtà forniscono false informazioni, fuorvianti, al solo scopo di dissuadere le donne dall’abortire, colpevolizzandole. Questo è inaccettabile».
    Se l’emendamento liberticida non fosse stato dichiarato «irricevibile», perché alieno al vero contenuto della legge, scrivere su internet che l’aborto è un omicidio, che causa danni psicologici (e a volte anche fisici) alle madri e che non è l’unica soluzione davanti a una gravidanza, magari indesiderata, sarebbe diventato un reato.
    Lo stesso clima culturale che spinge ad accusare di islamofobia chiunque parli di un problema interno all’islam davanti ai tanti attentati terroristi, è anche quello che cerca di zittire chiunque metta in discussione il vuoto laicismo francese, sempre più feroce.
    Basta vedere che cosa è accaduto al cardinale arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, quando alla messa in suffragio di padre Jacques Hamel, sgozzato a luglio da due terroristi islamici in chiesa in Normandia, ha detto dal pulpito che c’è un silenzio in Francia che paralizza il paese: «Silenzio dei genitori davanti ai loro figli e fallimento della trasmissione di valori comuni. Silenzio delle élite davanti alle devianze dei costumi e legalizzazione di queste devianze. Silenzio del voto attraverso l’astensione. Silenzio al lavoro, silenzio a casa, silenzio in città. A quale scopo parlare? Le tante paure costruiscono la paura collettiva e la paura ci blocca».
    Per avere parlato di «devianze dei costumi» e «legalizzazione delle devianze», il vescovo è stato insultato e accusato di essere un «indegno omofobo di inaudita violenza». Ma la preoccupazione del cardinale è giustificata se si considera che i socialisti guidati dal presidente François Hollande, in pochi anni, hanno legalizzato il matrimonio e l’adozione gay, la fecondazione eterologa per coppie di lesbiche, l’utero in affitto (chiedendo ai giudici di non condannare chi lo pratica all’estero), la sedazione terminale (nella versione francese molto simile all’eutanasia), hanno aperto le stanze del buco dove drogarsi in modo legale, hanno reso l’aborto un diritto fondamentale (nel 2015 sono state 218.100 le interruzioni di gravidanza) e hanno reso obbligatorio l’insegnamento della teoria gender in tutte le scuole.
    Per aver denunciato questa offensiva laicista, politici e intellettuali hanno messo alla gogna il cardinale. La stessa gogna che un professore di giurisprudenza ha preparato con la sua storiella per tutti i cattolici che nel 2013 si sono opposti democraticamente al matrimonio per tutti. Lo scopo è lo stesso: ridurre al silenzio chi dissente. Proprio quel silenzio che rende la Francia impotente davanti al terrorismo e che monsignor Vingt-Trois ha voluto denunciare nell’omelia.
    Ora i cattolici finiscono..."all'antiterrorismo"

    Professione: gay. C'è il manager della causa Lgbt Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi
    di Andrea Zambrano
    Grazie all’Unione Europea avremo molto presto i manager della causa gay. Sarà un lavoro altamente qualificato e a giudicare dall’impegno che la comunità europea sta mettendo nel progetto Get Equal Empowerment for LGBT Activism siamo sicuri che il governo ne approfitterà per creare nuovi sbocchi lavorativi per Arcigay, magari per aumentare i dati del job act.
    In sostanza il programma, che letteralmente significa “ottenere una responsabilizzazione per le attività Lgbt” sarà finanziato con i fondi che l’Unione Europea per il programma Erasmus+.
    Si', proprio il programma che affascina migliaia di giovani sparsi per l’Europa alla ricerca di esperienze di vita lontano da mamma e papà e contatto con il mondo.
    Questa possibilità è data solo ai militanti dell’Arcigay, unico prerequisito oltre ad una conoscenza basilare della lingua inglese. Cosi' al bando promosso da Erasmus hanno risposto gli affiliati dell’ormai potente associazione e da questo mese di ottobre ben 33 attivisti se ne andranno in giro per l’Europa a imparare buone pratiche per l’indottrinamento della causa gay. Il tutto al costo di 51mila euro che l’Ue sborserà all’Arcigay per pagare le trasferte.
    Di che cosa si tratta? I corsi, che si svolgeranno tra ottobre e aprile 2017 a Linz, Copenaghen, Gouda nei Paesi Bassi e Portogallo sono finalizzati - leggiamo - «a condividere nuovi linguaggi, pratiche e conoscenze con organizzazioni Lgbt di altri paesi europei». In sostanza: se le associazioni della causa gay vogliono mettere in rete le loro esperienze e le loro battaglie, liberissimi di farlo, ma il fatto che lo facciano a spese dei fondi della comunità la dice lunga su come l’ideologia omosessualità abbiamo ormai occupato gli scranni più alti di Bruxelles.
    Il fatto che per farlo si utilizzino i fondi dell’Erasmus fa comprendere che la posta in gioco sono i giovani. E anche questo è un problema se si pensa che cosi' facendo l’Erasmus diventa di fatto un protettorato della causa gay. Anche se si scopre che il settore di Erasmus che se ne occupa sarà quello chiamato “Educazione degli adulti dell’Unione europea”. Che non si capisce se si tratta di adulti da educare, cosa che sarebbe curiosa o ragazzi che devono diventare adulti grazie alle best practices del mondo lesbo gay.
    Insomma: le condizioni per trasformare l’Arcigay come un direttorio con potere esecutivo su tutte le cause sensibili che vive la politica ci sono tutte. Riconoscimenti come questi si possono spendere molto bene presso i governi, le Regioni, i comuni e scendendo per li rami nelle scuole dove la presenza di volontari Arcigay attrezzati e formati sarà ancora più preponderante.
    Arcigay alla conquista dell'Erasmus coi nostri soldi

    Quando i gay diventano eterofobi e intolleranti
    di Tommaso Scandroglio
    Licenziata perché eterosessuale. E' accaduto in Australia. Ogni anno ad Adelaide si organizza un festival omonimo che – come si legge sul sito ufficiale – «celebra le diversità sessuali e di genere». Una mega festa gay, tanto per intenderci. Cassandra Liebeknecht, responsabile del Festival nonché eterosessuale dichiarata, è finita sotto inchiesta per condotta non professionale.
    La Liebeknecht ha replicato che le accuse sono false e che invece è lei ad essere la vittima tanto che i colleghi le avevano affibbiato come nomignolo, quella di “allevatrice”, termine dispregiativo in uso in una parte del mondo gay per indicare le donne eterosessuali, che appunto amano mettere al mondo i figli senza far ricorso alla fecondazione eterologa, strada obbligata per le coppie lesbiche. Morale della favola, la Liebeknecht è stata licenziata, non prima di aver ricevuto minacce del tipo «so dove i tuoi bambini vanno a scuola».
    Secondo caso di discriminazione eterofoba sempre proveniente dalla terra dei canguri. Catherine McGregor capitano militare dell’Australian Air Force, transessuale, nonché finalista del premio Australiano dell’anno, è stata/o cacciata/o dall’organizzazione Kaleidoscope, associazione che si batte per le rivendicazioni dei gay. Il motivo dell’ostracismo? McGregor aveva osato criticare il progetto “Scuole sicure” che con il pretesto di combattere le discriminazioni sessuali invece – a suo dire – porta «i giovani trans in un vicolo cieco». Programma che il capitano ha bollato poi come «trotskista». Poco importa poi che McGregor fosse stato nominato inizialmente come ambasciatore di questa iniziativa. Al tradimento non c’è rimedio.
    Ma non finisce qui. La scorsa settimana il Mercure Hotel di Sydney ha annullato un incontro di un gruppo cristiano organizzato per discutere sul referendum sul “matrimonio” gay. La pagina Facebook del Mercure è stata, infatti, bombardata da recensioni a una stella e da commenti che hanno lasciato il personale dell'hotel "scosso". Da qui la decisione di annullare la pacifica riunione. L’Australia non è nuova a questi attacchi contro chi è contrario all’omosessualità, ma non si mostra di certo bellicoso verso le persone omosessuali. La cantante lirica georgiana Tamar Iveri nel 2014 aveva usato su Facebook toni pesanti sul Gay Pride svoltosi a Tiblisi. La Iveri aveva poi chiarito che quelle frasi erano state scritte dal marito, non da lei. La cantante doveva esibirsi all’Opera di Sidney nell’Otello. La direzione dell’Opera le diede il ben servito e la cancello'dal cartellone.
    Infine, c’è il caso dell’arcidiocesi di Sidney che aveva pubblicato l’opuscolo "Non si scherza con il matrimonio" a difesa della famiglia e contro le unioni gay e para-matrimoni omosessuali. Sono partiti dai social media con riflesso pavloviano le critiche all’opuscolo giudicato «offensivo, insultante e umiliante» tanto che l’arcidiocesi è stata trascinata davanti alla Commissione anti-discriminazione.
    Quando i gay diventano eterofobi e intolleranti

    Omogenitorialità e dintorni
    Alessandro Benigni
    Nell’era del “è tutto lecito ciò che è tecnicamente possibile”, a chi afferma che il bambino ha sempre e comunque diritto alla madre e al padre e che non può essere brutalmente mercificato al solo scopo di accontentare una coppia dello stesso sesso, a chi difende la dignità assoluta ed inviolabile di ogni essere umano, a partire dal concepimento, viene spesso rinfacciato che “in America” ci sarebbero ben “trent’anni di studi” che “dimostrerebbero” come ai bambini così crudelmente feriti la vita sorriderebbe sempre e comunque, in una specie di spot globale dove la narrazione prende il posto della realtà.
    Niente, nessun problema. Questi bambini crescono sani e forti, ben istruiti, felici come gli altri. Eleganti, festosi, in queste case finemente arredate e sature di luci artificiali, dove la scomparsa della madre (o del padre) è abilmente nascosta sotto il fumo della recitazione e degli effetti speciali.
    Le testimonianze disperate (e censurate) di chi è cresciuto con una storia e in condizioni simili, non contano. Il non aver mai conosciuto la madre o il padre, perché così hanno “amorevolmente” deciso quelli che oggi si chiamano “omogenitori” sembrerebbe non influire minimamente sulla loro vita.Avere un padre e una madre non è più un bene per il bambino, dicono. Avere o non avere una madre, è la stessa cosa: perfino l’attaccamento intrauterino non conta, ci insegnano. In barba alla contraddizione logica e antropologica per cui se è vero che da una parte non servono i padri e dall’altra non servono le madri, se ne deduce logicamente che non servono più i genitori (ma a maggior ragione non dovrebbero servire quei “genitori” che hanno una consistenza solo nel regno delle parole, come per esempio gli “omogenitori” e così via).
    Insomma: sapere di essere stati acquistati, con tanto di contratto legale di fronte ad un notaio, da una madre scelta su un catalogo, un utero in affitto, magari un frullato di sperma, tanto per rendere difficile l’identificazione dell’unico padre che è possibile avere, non provocherebbe effetti. Men che meno danni.
    Affermano con sicumera: “quello che conta è solo l’amore”. E via con gli slogan, i sorrisi, le canzonette, in un clima surreale dove violenza e psicosi sono mascherate dalla “lotta per la libertà”, per “i diritti”: “Love is love”, e bum, ogni istanza etica è svanita nel buco nero della cecità.
    Ci informano che “studi americani lo dimostrano”, che l’APA qui e là, che bisgona smetterla con l’omofobia e che, per finire, chi obiettta l’assurdità e la crudeltà assoluta di questo scempio non può fregiarsi di uno studio peer review. Ed è questo, l’appello “alla scienza”, che dovrebbe costituire la pietra tombale su ogni discussione e su ogni critica.
    Ora, a parte che non è ben chiaro dove sia qui il gesto d’amore, cosa ci sia di amorevole nell’infliggere volontariamente, ad un bambino, la perdita della madre (o del padre), ci sono anche altri argomenti, sia di ordine logico che epistemologico, per cui il dibattito – sia etico che scientifico – non solo è possibile, non solo è doveroso, ma non è nemmeno cominciato. Proprio perché questi argomenti omosessualisti, sono tutti, ma proprio tutti, fuori tema, epistemologicamente infondati, eticamente inaccettabili.
    Vediamo di mettere in ordine le obiezioni:
    1) prima di tutto si deve ricordare che il problema delle adozioni in coppie dello stesso sesso non è scientifico, ma etico (non è, non potrà mai essere “la scienza” a dirci quello che è bene o quello che è male, quello che si può o non si può fare con l’uomo, come chiunque può facilmente comprendere anche solo per via intuitiva: se scientificamente non posso provare che una “pedofilia soft” – per usare l’espressione di Richard Dawkins – faccia danni al bambino, per questo motivo diventa eo ipso eticamente accettabile?)
    2) ma anche dal punto di vista più strettamente “scientifico” l’affermazione secondo la quale “la scienza dimostra che i bambini cresciuti in coppie same sex stanno bene” non ha fondamento, in quanto parte dal presupposto (epistemologicamente sbagliato) che sia possibile considerare tutte le scienze allo stesso modo, senza nessuna differenza tra “scienze dure” e “scienze molli“, come se gli statuti epistemologici, gli orizzonti teoretici, le pratiche metodologiche che ne so, della fisica o della chimica, fossero immediatamente sovrapponibili a quelle della psicologia o della sociologia. L’intento è quello di fare un bel meltinpot in un unico indistinto calderone, per poi poterci cavare fuori tutto e il contrario di tutto.
    Peccato che mentre la matematica e la logica “dimostrano”, in senso forte (ovvero arrivano a conclusioni la cui negazione implica una o più contraddizioni logiche), la psicologia e la sociologia al massimo congetturano, ipotizzano, teorizzano, ma non prossono né potranno mai “dimostrare” alcunchè. E questo a causa del loro metodo e del loro oggetto di ricerca: l’uomo.
    Ma non è finita qui.
    Oltre a queste radicali (e definitive, a ben vedere) obiezioni, ci sono poi anche precise contro-analisi, critiche epistemologicamente fondate di quelli che vengono spacciati per “studi” a favore della deprivazione e delle cosiddette “famiglie omogenitoriali”: indagini che mettono in evidenza come si tratti in realtà di un’accozzaglia eterogenea di ricerche, con pochissimi o inadatti campioni, quindi di nullo impatto statistico, di interviste senza osservazioni, o comunque non imparziali, a volte addirittura telefoniche, in cui, non senza una certa dose di comicità, gli “omogenitori” auto-valutano le loro capacità genitoriali o si tratta comunque di mere “ricerche” svolte con metodologie spesso farraginose, di raccolte di dati inadatti per redigere la benché minima conclusione teoretica.
    Figuriamoci se questi dati sono sufficienti per pretendere un salto antropologico di portata devastante come quello che oggi viene già concretamente prefigurato con il passaggio dalla generazione alla fabbricazione di individui. Bambini che vengono mercificati per essere poi deprivati di uno dei due genitori e infine artificiosamente impiantati in una coppia di adulti dello stesso sesso, ovvero in una coppia che evidentemente non può averli generati in alcun modo, se non ricorrendo ai trucchi e al denaro. In un passaggio dalla generazione alla mercificazione che comporta anche la riduzione dell’uomo da soggetto di diritto ad oggetto di diritto altrui.
    Omogenitorialità e dintorni: critica alla peer review | Libertà e Persona

  3. #163
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Caso Kaydance: donna scappa dalla moglie per raggiungere il padre biologico
    Immaginate due donne gay che si conoscono attraverso una chat, si sposano, e successivamente decidono di avere un figlio. Dopo aver fatto ricorso alla tecnica dell’inseminazione artificiale però, la più giovane delle due scappa con il padre biologico per tutelare il benessere della figlia di due anni. No, non stiamo raccontando la trama di un romanzo di una nuova Jane Austen, ma la notizia di una coppia di donne che sta facendo il giro del mondo, dividendo l’opinione pubblica.
    Stando a quanto riportato dal Times, la più giovane della coppia e madre biologica della bambina, Lauren Etchells, avrebbe ritenuto opportuno fuggire dal Canada per raggiungere il padre naturale della bambina (con il quale avrebbe una relazione) in quanto, il contesto in cui viveva non le avrebbe garantito un’infanzia “priva di turbamenti psicologici”. Di Lauren, infatti, si sarebbero perse le tracce lo scorso 8 maggio quando, insieme al padre, avrebbe preso un volo per Londra per allontanare la figlia dalla moglie. Attraverso una lettera indirizzata alla testata anglosassone la donna ha affermato che la figlia Kaydance starebbe meglio con lei piuttosto che nella trappola del politicamente corretto e della burocrazia. Di tutta risposta l’ex coniuge, la signora Brown, avrebbe lanciato un appello attraverso i media canadesi, sottolineando di quanto fosse egoista il comportamento di Lauren e che, negandole la possibilità di festeggiare il secondo compleanno, le starebbe facendo passare “una vita in fuga”.
    Intanto, mentre gli investigatori canadesi in collaborazione con l’Interpol cercano di individuare la “fuggitiva” Lauren, l’ex coniuge ha creato la pagina Facebook “Where in the World is Kaydance?” in cui chiede disperatamente aiuto al popolo del web per ricevere informazioni che possano aiutarla a ritrovare la bambina. Insomma, sarebbe un ottimo racconto per gli amanti degli intrighi tipici dei migliori romanzi rosa se non fosse per la triste realtà che purtroppo sta vivendo la bambina, ancora una volta, la storia si sta inevitabilmente ripercuotendo sulla vita di un minore.
    Caso Kaydance: donna scappa dalla moglie per raggiungere il padre biologico | IL PRIMATO NAZIONALE

    Come ti distruggo la scuola: “I voti sono traumatici, a scuola solo giudizi poetici”
    Adriano Scianca
    Mentre l’Europa crea generazioni su generazioni di giovani nevrotici, insicuri, complessati, sbigottiti di fronte a un mondo sempre più duro a cui non sono preparati, le ingegnose menti dei pedagoghi occidentali sanno solo immaginare scuole con “voti poetici” e “momenti del cerchio”. Prendiamo il progetto di Francesca Antonacci e Monica Guerra, ricercatrici dell’università Bicocca di Milano, a cui Repubblica dedica un imperdibile articolo. Pronti a fare un salto nel delirio? Andiamo, allora.
    “Il nostro obiettivo – spiega Francesca Antonacci – è raccogliere le idee innovative sulla scuola, in materia di didattica e di filosofia dell’educazione e tradurle in una sperimentazione concreta. La valutazione numerica, per esempio, rischia di mortificare l’allievo e di far nascere un pericoloso meccanismo, quello che porta il bambino a ‘sentirsi’ quel voto. Dare una valutazione poetica e descrittiva significa rispettare tutto il mondo nascosto e non misurabile che accompagna il percorso di ogni studente. Lo scopo è arrivare a una valutazione reciproca, in cui i bambini si confrontano con gli insegnanti e discutono di quanto hanno imparato”.
    È curioso come più si costruisce un mondo spietato “fuori”, più ci si impegna a rendere la scuola dolce, non traumatica, tanto da eliminare persino un banale momento di valutazione a cui sono sopravvissuti indenni generazioni di studenti. Ma cosa accade quando gli studenti escono da questa realtà ovattata ed entrano nel mondo reale? Probabilmente la risposta è nelle scritte con i gessetti sul selciato di Bruxelles. Ma andiamo avanti.
    “Nella scansione delle attività che abbiamo immaginato noi, la giornata inizia sempre con il momento ‘del cerchio’, in cui ci si raccontano emozioni e stati d’animo. Poi spazio ad attività esperienziali multidisciplinari, laboratori creativo-espressivi, lavori di gruppo ed escursioni nella natura. Il pranzo viene condiviso con i docenti e diventa l’occasione per parlare dei principi di una sana alimentazione. Il tutto suddiviso in un orario settimanale di 30 o 40 ore, in cui venga dato molto spazio anche al gioco”.
    Ancora con questo culto delle “emozioni” che già tanto danno ha fatto. Ma che bisogno hanno i bambini di raccontare i loro stati d’animo, quando non fanno praticamente altro? Ovviamente in questa utopia fricchettona fuori tempo massimo non sono contemplati i compiti a casa. E la tabellina del 7, gli affluenti del Po, la data della scoperta dell’America? Retaggi superati di una scuola insensibile alle emozioni, probabilmente.
    Se tutto questo vi sembra il parto delirante di menti giunte in ritardo per partecipare a qualche comune, vi sbagliate: a Varese, 90 mamme hanno firmato una petizione per dichiararsi interessate al progetto. Continuiamo così, facciamoci del male.
    Come ti distruggo la scuola: "I voti sono traumatici, a scuola solo giudizi poetici" | IL PRIMATO NAZIONALE

    Follia negli Usa: malata terminale? L'assicurazione non ti copre. Se scegli l'eutanasia invece sì
    di Benedetta Frigerio
    “Siamo fatti per supportarci a vicenda, per prenderci per mano e accompagnarci nel viaggio della vita”. E invece? Invece Stephanie, 34enne americana, madre di quattro figli, si è vista negare le cure dopo la recente approvazione della legge sul suicidio assistito in California. La donna ha raccontato al Center for bioethics and culture (autore di diversi documentari sull’utero in affitto e sui figli dell’eterologa) la sua storia di malata terminale prima e dopo l’entrata in vigore della norma.
    Anche se già l’influenza della campagna mediatica pro eutanasia, che nel 2014 utilizzò la giovane Brittany Maynard come bandiera per far leva sui sentimenti e pilotare l’opinione pubblica, aveva cominciato a cambiare la mentalità del campo sanitario. Al contrario di Brittany, la scoperta del male incurabile aveva spinto Stephanie a cercare “gruppi di supporto per questa specifica malattia”. E se prima del caso Maynard “si parlava di supporto, di amore e di aiutarsi stando lì l'uno per l’altro”, poi si cominciò a dire che “forse dobbiamo smettere di lottare (…) forse è meglio morire”, ha continuato la mamma. Poi due settimane dopo la legalizzazione del suicidio assistito, in vigore dal giugno scorso, dall’assicuarazione ”mi è arrivata una lettera che spiegava che non mi avrebbero coperto le spese sanitarie per la chemioterapia”. Volendo capire perché la donna aveva chiamato la compagnia assicurativa chiedendo se per caso il suicidio assistito era invece coperto e “sì certo”, le risposero. Dunque, “tutte le mie paure erano fondate”.
    A questo punto, secondo Stephanie, il pericolo non sarebbe solo quello di indurre i malati a sentirsi di peso e quindi a richiedere la morte quasi per obbligo, ma quello che i medici stessi, le assicurazioni e l’intero sistema sanitario abbandonino i pazienti considerati inguaribili, quindi i cronici, o i disabili. E, pure in questo caso, la paura non è senza ragioni. A dimostrarlo è la Gran Bretagna con i dati del ministero della Salute che nel dicembre 2013 pubblicò la lista dei morti uccisi dal “Liverpool care pathaway”, la procedura sanitaria applicata negli ospedali inglesi per “accompagnare” i malati a morire tramite la somministrazione di sedativi, fino alla sospensione di alimentazione e idratazione: dopo la denuncia del 6 per cento delle famiglie che non erano state avvisate dai medici (in un terzo degli ospedali inglesi solo una famiglia su due viene informato del programma che porterà il loro parente a morire privato di cibo e di acqua) dell’applicazione delle linee guida, il governo aveva quindi aperto un’indagine conclusasi con 60 mila persone finite sulla lista della morte.
    Ma che non sia lontana dalla realtà l’ipotesi che nel tempo l’eutanasia concepita come un diritto si trasformi in dovere di uccidere lo ha reso evidente persino la corte belga di Lovanio, che a luglio ha condannato una clinica cattolica per non aver acconsentito all’omicidio di una malata al suo interno. Erodendo sempre di più l’area dell’obiezione di coscienza che potrebbe arrivare fino all’obbligo per i medici di procurare la morte. Anche se a ben guardare basta la norma così com'è a spingere in questo senso il personale clinico senza doverlo necessariamente forzare. Come svelato dai testimoni del documentario dell'“Euthanasia Prevention Coalition" sulla tendenza in Belgio (dove l'eutanasia è legale dal 2002) a scartare i malati a loro insaputa e a quella delle loro famiglie. E come emerge dallo studio pubblicato nel 2013 dall’International Journal of Law and Psychiatry, dove si spiega che il 60 per cento dei medici belga intervistati pensa di dover decidere quando porre fine alla vita di un paziente che soffre ed è incapace di esprimere la sua volontà».
    E’ quindi chiaro, conferma sempre Stephanie, che il governo, supportando "la scelta di morte di questi pazienti influenza negativamente la mia vita, la mia lotta per stare più a lungo con i miei figli”. Secondo la giovane mamma viviamo in un mondo così impaurito dalla morte che tende a nasconderla, magari eliminando quanti con la loro sofferenza ci ricordano che esiste. Oppure edulcorando il linguaggio e “sovvertendo il significato delle parole”.
    Malata terminale? Se scegli l'eutanasia l'assicurazione ti copre

    Antifascisti aggrediscono una famiglia della “Manif Pour Tous” (VIDEO)
    Davide Romano
    Un’aggressione vigliacca ai danni di un padre di famiglia che, in compagnia di moglie e figli, si stava recando ad una dimostrazione della Manif Pour Tous a Parigi. A compiere l’aggressione un gruppetto di antifascisti francesi, che al grido di “vi ammazziamo brutti bastardi!”, non si sono fatti remore a picchiare l’uomo davanti ai figli. La Manif Pour Tous è un movimento che difende la famiglia tradizionale e che è nato con lo scopo di opporsi alla legge Taubirà sui matrimoni e le adozioni per le coppie gay. Spesso esponenti pacifici della Manif Pour Tous hanno subito attacchi verbali e fisici da parte dell’estrema sinistra francese.
    Francia: Antifascisti aggrediscono una famiglia della "Manif Pour Tous" (VIDEO), estrema sinistra, matrimoni gay, legge taubirà | IL PRIMATO NAZIONALE

    <a href="https://www.youtube.com/watch?v=-bYCPI6xlzQ" target="_blank">

    La rieducazione funziona: mamma non butta la pasta
    di Andrea Zambrano
    Giulia e Marcello sono rispettivamente figlia e papà. Giulia prepara a papà Marcello il ragù mentre lui è in giro con il suo camion a consegnare nei ristoranti dello stivale la pasta Barilla. A volte accade il contrario, cioè che sia Marcello a preparare prelibati piatti alla figlia Giulia, soprattutto quando torna a casa dalla partita un po’ sconfortata per una sconfitta. Ma l’intesa tra i due è eccellente. Tanto che finiscono sempre a tavola a guardarsi negli occhi e a mangiare nel piatto la stessa pietanza, ovviamente Barilla. Durante la giornata però Marcello gira e gira con il suo camion a consegnare agli esigenti ristoratori pacchi di penne e fusilli della casa di Parma, i quali sono sempre gli stessi, cioè fedeli alla tradizione. Una tradizione gastronomica di massaie e osti dal palato fino, nel segno, appunto, del passato che torna.
    Tutto negli ultimi spot Barilla trasmessi in questi giorni in tv ci parla della tradizione rassicurante, ma solo per quella attinente alla ruvidezza delle tagliatelle. Per il resto, cioè per i protagonisti, la tradizione è un retaggio polveroso del passato. Infatti Giulia e Marcello sono una famiglia moderna. Dove manca la mamma, che non butta più la pasta e nemmeno scalda il ragù pronto. Assente ingiustificata. Ad aspettare a casa papà non c’è una moglie. Ma c’è una figlia, premurosa come una mamma, che si incarica di cucinare il ragù Barilla proprio come avrebbe fatto una lei.
    La campagna pubblicitaria della regina dei produttori di pasta è stata ideata da un regista d’eccezione, Gabriele Salvatores, e affidata nell’interpretazione ad uno degli attori più di grido del momento, Pierfrancesco Favino. E’ lui il Marcello che torna a casa dalla figlia ed è lui che prepara la cena per lei. Un quadretto, a suo modo, d’altra parte la pubblicità comunica quadretti. Solo che è un quadretto che ha escluso completamente la dimensione sponsale della faccenda.
    Marcello può essere divorziato? Oppure vedovo? Non deve essere omosessuale perché in un altro spot ad un certo punto Favino porta a cena, of course a base prodotti Barilla, una donna. E in questo evidentemente si è tenuto fede alla promessa di Guido Barilla che nel 2013 finì nell’occhio del ciclone per aver detto “mai uno spot con famiglie gay”. Ne uscì un putiferio con tanto di pubbliche scuse, minaccia di boicottaggio dei prodotti e riconversione dello stabilimento da pericoloso “omofobo” in decisamente gay friendly, con tanto di addetto apposito a queste cose.
    Si parlò di rieducazione in stile coreano. E la cosa finì lì. Oggi, con questa campagna pubblicitaria possiamo vedere a che cosa ha portato questa rieducazione. A un contesto famigliare monco, dove manca uno dei pilastri che forma la famiglia: la madre, appunto. Verrebbero da farsi le domande più banali: ma se Marcello è fuori tutto il giorno a consegnare pacchi Barilla, la piccola Giulia, che avrà sì e no 12 anni, con chi sta a casa? Con il gatto? Forse quel gatto che era il protagonista infreddolito di uno dei più celebri spot Barilla negli anni ’80? Ricordate? Era stato raccolto da una bimba (chissà, Giulia piccolina?) col poncho sotto la pioggia e portato a casa dove ad attenderlo c’erano mamma e papà. Ma a girarlo era stato Federico Fellini. Oggi ci sono altri registi più attenti a certi risvolti della società.
    Che nostalgia, verrebbe da dire, al solo ricordo di quella musica struggente che per decenni è stato non solo il motivetto identificativo della pasta più amata dagli italiani, ma anche la prima iniziazione di chi, cimentandosi per la prima volta col pianoforte, voleva una melodia facile e d’impatto. Erano gli anni ’80 e i divorzi erano già realtà in Italia, ma non erano materiale da reclame, per usare un termine desueto.
    Oggi lo spot Barilla, con papà Marcello e Giulia in vesti di donna di casa ci consegna una famiglia allo stesso modo sorridente, aperta, indipendente. Ma sola. Si potrebbe obiettare che, secondo un criterio puramente commerciale, gli spot devono parlare al pubblico che incontrano e non è certo colpa di Barilla se oggi le famiglie sono monoparentali e affidate alla cura esclusiva di uno solo dei genitori. Però in fondo è anche un conformarsi alla mentalità dominante. E la mentalità oggi è anti familiarista, oltre che anti natalista. Non si vedono infatti famiglie numerose scodellarsi mezze chilate di penne al pomodoro. Ma sempre e solo un bambino, al massimo due.
    Non sappiamo se la rieducazione continuerà con spot esplicitamente gay friendly, ma di questo passo, eliminando l’elemento portante femminile dell'edificio famiglia, il primo grande passo è stato fatto. Forse presto anche Giulia tornerà a casa dove ad attenderla ci sarà Claudia, con un bel forchettone di bucatini. Allora ci spiegheremo molte cose.
    La rieducazione funziona: mamma non butta la pasta

    C'era un volta un bimbo: nei giorni pari è maschio Gli alchimisti gender colonizzano il teatro ragazzi
    di Marco Guerra
    Il comma 16 della riforma della scuola e gli otto disegni di legge volti ad introdurre l’educazione di genere negli istituti di ogni ordine e grado non hanno ancora trovato un sbocco concreto all’interno dei corsi curriculari. Ma in Italia spesso quello che esce dalla porta rientra dalla finestra, ed è così che le strategie di indottrinamento stanno facendo leva sulla grande capacità dell’esperienza teatrale di influire sull’immaginario collettivo dei ragazzi. I simboli, le immagini, la scena e gli attori in carne ed ossa stimolano molte più forme di apprendimento di un semplice testo scritto.
    D’altra parte i genitori, in genere, si fidano della scuola frequentata dal figlio e, ai più, spettacoli dal titolo un po’ stravagante come ‘Fa’afafine’ o ‘Di che famiglia sei?’ non destano alcun sospetto per il quale valga la pena di negare l’autorizzazione a mandare il ragazzo a teatro.
    Poi invece si scopre che dietro il solito nobile intento di combattere il bullismo e le discriminazioni si celano (ma neanche più di tanto) esibizioni che hanno l’obiettivo di combattere quelli vengono presentati come stereotipi (l’antropologia umana) e di presentare nuovi modelli di identità e di genitorialità a cui tutti possono aderire. Insomma l’ideologia gender va in scena con i patrocini di diverse istituzioni e il pubblico pagante sono i nostri figli iscritti alle scuole dell’obbligo.
    Le ultimi due episodi arrivano da Bolzano e Genova. Nel capoluogo altotesino il consigliere di Alto-Adige nel cuore, eletto nel quartiere “EuropaNovacella”, Diego Salvadori ha raccolto le segnalazioni di diversi esponenti locali di generazione famiglia proprio riguardo alla messa in scena per le scuole medie del suddetto spettacolo ‘Fa’afafine’ (parola usata nelle isole Samoa per indicare gli uomini trans-gender). Nella fattispecie ‘Fa’afafine’ sarà proposto in orario scolastico alle scuole medie. Per avere un’idea della pièce basta vederne qualche breve presentazione su youtube, dove viene presentato il protagonista, ovvero Alex, giovanissimo ragazzo con una disforia di genere molto marcata, capita infatti che “i giorni pari è maschio e i giorni dispari è femmina”.
    Il leitmotiv di tutta l’opera è dunque il tema della transessualità e della sessualità non definita. Sempre nella presentazione dello spettacolo, viene ribadito che Fa’afafine è un termine “che, nella lingua Samoa, definisce coloro che sin da bambini non amano identificarsi in un sesso o nell’altro, un vero e proprio terzo sesso cui la società non impone una scelta, e che gode di considerazione e rispetto”. Si mette dunque in discussione l’identità sessuata maschile e femminile presentandola come un ruolo di genere imposto dalla società. Temi quanto meno controversi, se non chiaramente antiscientifici, proposti ad un pubblico di 11 anni che, nella maggioranza dei casi, non possiede gli strumenti adeguati a vagliare e formulare una critica ragionata su una proposta culturale di questo tenore.
    Oltretutto, stando alle segnalazioni dei genitori, nel proporlo alle classi i dirigenti scolastici si sono guardati bene dallo specificare di cosa si trattasse. Per questo motivo, il consigliere Salvadori ha chiesto che venga fatta un’informativa completa sullo spettacolo e che ai genitori sia data la possibilità di optare per un’attività scolastica alternativa. Per ora, tuttavia, restano in programma circa 200 repliche dello spettacolo che potrebbero raggiungere circa 40mila studenti di Bolzano e provincia.
    Come già detto, l’indottrinamento passa anche per il palco di un teatro genovese. Nel capoluogo ligure lo spettacolo, un monologo, è rivolto alle sia scuole medie che alle elementari. Basta dire che ‘Di che famiglia Sei?’ è ideato e proposto da Officine Papage in collaborazione con l’Associazione famiglie arcobaleno. La storia racconta di due bambini separati da un muro, “da una parte le famiglie formate da un uomo e una donna sposati con figli e dall’altra tutte le altre”, e sarà proprio l’amicizia tra i due bambini a far cadere questo muro.
    Anche in questo caso la presentazione sul sito della compagnia dice senza giri di parole che “lo spettacolo riflette sull’evoluzione dei legami familiari nella nostra società: famiglie allargate o monogenitoriali, famiglie arcobaleno”. Non ci è voluto molto, quindi, prima che da numerose scuole arrivassero segnalazioni ai rappresentanti locali del Comitato Difendiamo i Nostri Figli.
    Eppure, gli spettacoli appena descritti non sono stare le prime opere teatrali pro-gender ad essere state proposte ad un pubblico di giovani studenti. Generazione famiglia ha raccolto diversi titoli in un dossier che mette a fuoco solo lo scorso anno scolastico. Si va da ‘Cenerentolo’, versione rovesciata della famosa favola, ad ‘La bella Rosaspina addormentata’ che si risveglia è si innamora di quella che in realtà e una principessa dalle sembianze di un principe; e poi ancora ‘Tu Cher dalle stelle che vede il protagonista alle prese con genitori pieni di pregiudizi “che non riescono a vedere che non esistono differenze tra i generi”, per arrivare infine a ‘XXYX’ spettacolo che affronta “l’incapacità di gestire l’indeterminatezza di genere”.
    I classici della letteratura per ragazzi probabilmente sono considerati superati e poco funzionali alla destrutturazione dell’identità. Evidentemente questi nuovi alchimisti delle coscienze non hanno capito quale materia hanno fra le mani, e quali corde ed equilibri vanno toccare. Ancora una volta vale dunque la pena ribadire che i bambini non possono essere oggetto di esperimenti sociali.
    Gli alchimisti gender colonizzano il teatro ragazzi

  4. #164
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Cambiare sesso ai bimbi è un danno emotivo
    di Benedetta Frigerio
    Che cosa fareste se vostro figlio vi ripetesse in continuazione che lui è un gatto e che vuole essere trattato come tale? Si spera che per un po’ lo lascereste giocare senza prenderlo troppo sul serio. E, qualora la cosa si facesse ossessiva, vi rivolgereste prima a qualche altro genitore, parente, amico, insegnante, prete e poi magari a uno psicologo infantile. E’ verosimile credere che mediamente ogni genitore si comporterebbe più o meno così. Ma allora perché cresce il numero dei bambini assecondati quando comunicano a mamma e papà di essere quello che non sono, ossia persone del sesso opposto? E perché, in questo caso, se un adulto consultasse un esperto potrebbe facilmente sentirsi dire che “suo figlio è nato così”?
    Le storie di genitori che raccontano vicende di questo tipo vengono immortalate sempre più frequentemente da media e rotocalchi, spesso confermati dal narcisismo di adulti che piazzano le foto dei loro maschietti vestiti da femmine, o viceversa, preferendo non scavare in problemi che potrebbero riguardare proprio loro. Emblematica di tale ideologia dell’autodeterminazione in versione gender è l'ultima vicenda analoga che riguarda il caso presentato all’autorità giudiziaria di un bambino inglese di sette anni poi allontanato dalla madre separata da tempo dal padre. A spiegare i contorni della vicenda e le motivazioni della sua scelta è stato la settimana scorsa il giudice londinese Justice Hayden, che ha raccontato che il piccolo “ha vissuto tutta la sua vita come una bambina” e che sua madre gli ha causato “significativi danni emotivi”, essendo “assolutamente convinta” che “si sentisse una femmina” e che come tale andasse trattato.
    Hayden ha sottolineato che “segnali di preoccupazione” erano giunti da “un’ampia serie di agenzie multidisciplinari” non capendo come mai così tanti timori “sono stati messi da parte così sommariamente” dai servizi sociali. Anzi, proprio questi “erano finiti nella totale accettazione che [il bambino] dovesse essere trattato come una bambina”, per cui il giudice ha richiesto un riesame delle posizioni prese dagli operatori sociali. Hayden ha poi continuato raccontando di quando la madre gli comunicò che “lui si vestiva sempre come una bambina ed è trapelato che era stato registrato dal medico di base come una femmina”. E poi ha aggiunto di essere “totalmente impressionato” dal fatto che la donna “è convinta di lottare per i diritti di suo figlio di esprimersi come una bambina”. E sebbene lei abbia poi dichiarato che il figlio “ha mostrato disprezzo per il suo pene”, il giudice ha ribadito: “La madre ha causato un grosso danno emotivo al bambino nella sua attiva convinzione che dovesse essere una femmina”.
    Persino il padre ha ammesso che era “scioccato quando per la prima volta l’ha visto comparire come una ragazza, sia nell’apparenza sia nei modi”. Eppure poco dopo essere stato affidato all'uomo, ha chiarito Hayden, il figlio “ha cominciato ad avere interesse per i Power Rangers per SpongeBob, per i super eroi e continua a scoprire nuovi interessi (…) è impressionante constatare che la maggioranza di questi sono prettamente maschili”. Perciò, ha concluso, “sono pienamente soddisfatto, sulla base dei rapporti e dei colloqui con il padre, il quale non ha fatto alcuna pressione su di lui per spingerlo verso gli interessi maschili”. Ma purtroppo oltre ai video in rete e alle testimonianze strappa lacrime di famiglie “aiutate” dai medici a capire che il figlio andava assecondato nella sua inversione, aumentano anche i numeri dei bambini sottoposti a “terapie” (spesso dosi di ormoni che ne segnano la crescita per sempre). Tutto ovviamente in vista dell’intervento chirurgico per il cambiamento di sesso, che poi alla fine non avverrà mai davvero, dato che il Dna rimarrà sempre quello di nascita.
    In Inghilterra, i dati governativi dell’anno scorso parlano infatti di ben 1.013 minorenni sottoposti a terapie per il “disordine dell’identità di genere”. Anche in Italia tre anni fa si ipotizzò di cominciare a esplorare questo campo con il finanziamento statale. Mario Maggio, primario del reparto di Medicina della sessualità del Carreggi di Firenze, confessò al Corriere Fiorentino la richiesta alla Regione Toscana da parte dell’ospedale di fondi per le “terapie” ormonali. A ricredersi furono invece i pionieri del campo. Paul R. McHugh, psichiatria che diresse la prima clinica per il “cambiamento” di sesso, aperta negli anni Sessanta presso il Johns Hopkins, si dovette piegare di fronte all’evidenza da lui messa in luce dodici anni fa, in tempi non sospetti, su First Things: “Chi veniva trattato subiva cambiamenti psichici minimi. I problemi nelle relazioni, al lavoro, emozionali persistevano come prima. La speranza che sarebbero cambiati nelle loro difficoltà emotive per fiorire psicologicamente non venne confermata”.
    Anche Charles Ihlenfeld, endocrinologo, dopo aver sottoposto a terapia ormonale circa 500 persone in sei anni, smise quando si accorse che “c’era troppa infelicità fra le persone operate (…). Troppi si suicidano. L’80% non si dovrebbe operare, ma anche nel restante 20% dei casi i problemi della vita non si risolvono”. Perché, come una sorta di tregua, l'intervento può arrecare al massimo "dieci o quindici anni di vita serena”.
    Ihlenfeld concluse che il problema della mancata identificazione sessuale era psicologico e pertanto, pur essendo lui stesso attratto da persone dello stesso sesso, decise di non sottoporsi all’intervento chirurgico. D’accordo con lui anche McHugh, il quale aggiunse che “il 70/80 per cento dei bambini perde spontaneamente queste emozioni”. Nello stesso senso vanno Lawrence Mayer e Paul Mchugh che a fine agosto hanno pubblicato “Sessualità e Gender: risultati dalla scienza biologica, psicologica, sociale”. Il ricercatore e il professore di psichiatria, anch'essi entrambi della Johns Hopkins, hanno confermato che “solo una minoranza di bambini che esprimono un pensiero o un comportamento sessuale atipico continueranno così nell’adolescenza o nell'età adulta, motivo per cui è un errore enorme incoraggiare questi bambini a diventare transessuali”.
    Resta il fatto che per un adulto è più facile provare a rimuovere i sintomi del malessere dei figli, o edulcorare la realtà di un disagio che potrebbe metterlo in discussione, piuttosto che lavorare sulle cause. Ma il rischio di genitori simili alla madre condannata dal giudice londinese e dei medici che avvallano le sue posizioni è proprio quello di attaccare al bambino che si sentisse un gatto, una coda che potrebbe non riuscire a togliersi mai. Aumentando soltanto il disagio.
    Cambiare sesso ai bimbi è un danno emotivo

    Usa, nuove vittorie e sconfitte per la libertà religiosa
    di Ermes Dovico
    Si arricchisce di due nuovi capitoli la battaglia per la libertà religiosa e di espressione che sta interessando gli Stati Uniti, causata dall’approvazione di leggi che contrastano con le tutele garantite dal Primo emendamento della Costituzione e generano infinite dispute legali.
    Il primo esempio viene dallo Stato dell’Iowa dove un tribunale ha giudicato “oggettivamente ragionevole” il ricorso di una chiesa ecumenica, la Fort Des Moines Church of Christ, che alla luce delle previsioni di una legge statale sull’orientamento sessuale e l’identità di genere teme di poter essere sanzionata per le sue omelie e per il fatto di avere bagni e spogliatoi distinti in base al sesso. La legge in questione, in vigore dal 2007, ha fatto emergere dei timori sulla libertà religiosa per l’interpretazione fornita in una brochure dalla commissione dell’Iowa sui diritti civili, secondo cui le relative norme si applicano “in alcuni casi” pure alle chiese. “Dove le condizioni non sono collegate a un autentico scopo religioso, anche le chiese sono soggette alle previsioni della legge (per esempio un asilo nido gestito dalla chiesa o un servizio ecclesiale aperto al pubblico)”, si poteva leggere nel documento, che di fatto subordinava la libertà delle chiese alla discrezionalità dei funzionari statali nel valutare la condizione di “autenticità” dello scopo religioso.
    Dopo l’avvio dell’azione legale, la commissione ha parzialmente modificato la brochure, ma in modo insoddisfacente per i ricorrenti perché continua a mantenere la distinzione tra attività religiose e non religiose, lasciando aperta la porta a possibili sanzioni nel caso in cui i membri di una chiesa (così come tutti coloro che gestiscono servizi aperti al pubblico, quali bar, cinema, palestre, ristoranti, ecc.) si rifiutino di fare accedere un transgender in una toilette differente rispetto al sesso di appartenenza o usino nomi e pronomi in disaccordo con il genere cui una persona si sente di appartenere: anche l’attuale documento considera questi fatti come “esempi di discriminazione illegale”. Il tribunale, pur negando la richiesta avanzata dalla Church of Christ di un’ingiunzione preliminare contro l’applicazione della legge, ha percio'riconosciuto le buone ragioni della chiesa, consentendo il proseguimento della causa. “Né la commissione né una legge statale ha il potere di comandare a una chiesa come usare le sue strutture o quali affermazioni pubbliche fare riguardo alla sessualità”, ha commentato Steve O’ Ban, legale dell’Alliance Defending Freedom.
    Se in questo caso il tribunale ha riconosciuto un vulnus dei principi di libertà tutelati dal Primo emendamento, non altrettanto puo'dirsi per la sentenza di una corte di appello federale chiamata a esprimersi sulla costituzionalità di una legge della California, che obbliga i centri per la gravidanza a informare le donne incinta su tutti i servizi di pianificazione familiare esistenti, dalla contraccezione all’aborto. La corte ha respinto il ricorso dei centri pro-life, con l’argomentazione che si tratta di “una legge neutrale di applicabilità generale” (come dire che far nascere un bambino e abortirlo pari sono), negando il diritto di appellarsi alla libertà di parola e di coscienza. Un giudizio che contrasta con altre decisioni simili assunte dai tribunali di Austin, Baltimora e New York, come ha ricordato Arina Grossu, direttrice del Center for Human Dignity, che ha definito la sentenza “un attacco incostituzionale ai diritti sanciti nel Primo emendamento. Questa decisione costringe le persone che difendono la vita umana a partecipare alla sua distruzione, contro i propri principi morali, la libertà di parola e il libero esercizio della religione”.
    Usa, nuove vittorie e sconfitte per la libertà religiosa

    No alla torta pro unioni gay. Pasticceria condannata ancora
    Secondo il giudice il cliente, attivista per i diritti omosessuali, è stato discriminato
    Lucio Di Marzo
    E' arrivata oggi la conferma della condanna per una pasticceria di Belfast, la Ashers baking company, che già lo scorso anno era stata ritenuta colpevole per essersi rifiutata di produrre una torta con un messaggio a favore delle nozze gay.
    "Sostieni il matrimonio gay", avrebbe dovuto recitare quel dolce, che la pasticceria si era pero'rifiutata di confenzionare, portando a casa una condanna in primo grado. Una vicenda che in Irlanda del Nord aveva avuto una eco notevole, unica tra le aree del Regno Unito dove le unioni omosessuali non erano ancora legali.
    L'ordinazione di Gareth Lee, un attivista omosessuale, era stata rifiutata e la questione era stata portata di fronte a un giudice, che ora ha di nuovo dato ragione al cliente. "Quest'ordine è in contrasto con i nostri convincimenti e con quanto viene insegnato dalla Bibbia", si era difeso allora Daniel McArthur, manager della pasticceria.
    Nel frattempo l'Irlanda del Nord ha legalizzato le nozze tra persone dello stesso sesso e il tribunale d'Appello sostenuto che è stato violata la legge britannica sui diritti umani e che il cliente che voleva una torta per un evento a favore delle unioni gay è stato vittima di discriminazione.
    No alla torta pro unioni gay. Pasticceria condannata ancora - IlGiornale.it

    Associazione Americana di Pediatria: l’ideologia di genere è un abuso infantile!
    Nessuno nasce con un genere. Tutti nascono con un sesso biologico
    L’Associazione Americana di Pediatria esorta gli educatori e i legislatori a respingere tutte le politiche che condizionano i bambini ad accettare come normale una vita di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto. Sono i fatti a determinare la realtà, non l’ideologia.
    1. La sessualità umana è un tratto biologico binario oggettivo: “XY” e “XX” sono marcatori genetici di salute, non di un disturbo. La norma per il progetto umano è essere concepito come maschio o come femmina. La sessualità umana è binaria per progetto, con l’ovvio proposito della riproduzione e del fiorire della nostra specie. Questo principio è evidente in sé. I disturbi estremamente rari di differenziazione sessuale (DDS) – anche, ma non solo, la femminilizzazione testicolare e l’iperplasia surrenale congenita – sono tutti deviazioni medicalmente identificabili della norma binaria sessuale, e sono giustamente riconosciuti come disturbi del progetto umano. Gli individui con DDS non costituiscono un terzo sesso.
    2. Nessuno nasce con un genere, ma tutti nascono con un sesso biologico. Il genere (una consapevolezza e una percezione di sé come uomo o donna) è un concetto sociologico e psicologico, non un concetto biologico oggettivo. Nessuno nasce con una consapevolezza di se stesso come maschile o femminile; questa consapevolezza si sviluppa nel corso del tempo, e come tutti i processi di sviluppo puo' essere sviata da percezioni soggettive, relazioni ed esperienze avverse del bambino, fin dall’infanzia. Le persone che si identificano come se si sentissero “del sesso opposto” o “in qualche punto tra i due sessi” non costituiscono un terzo sesso. Restano uomini biologici o donne biologiche.
    3. La convinzione di un lui o di una lei di essere qualcosa che non è indica, nella migliore delle ipotesi, un pensiero confuso. Quando un bambino biologicamente sano crede di essere una bambina, o una bambina biologicamente sana crede di essere un bambino, esiste un problema psicologico oggettivo, che è nella mente, non nel corpo, e dev’essere trattato in quanto tale. Questi bambini soffrono di disforia di genere (DG). La disforia di genere, prima chiamata disturbo di identità di genere (DIG), è un disturbo mentale riconosciuto dall’edizione più recente del Manuale di Diagnosi e Statistica dell’Associazione Psichiatrica Americana (DSM-V). Le teorie psicodinamiche e sociali della DG/DIG non sono mai state confutate.
    4. La pubertà non è una malattia – e gli ormoni che bloccano la pubertà possono essere pericolosi. Reversibili o meno, gli ormoni che bloccano la pubertà inducono a uno stato malato – l’assenza di pubertà – e inibiscono la crescita e la fertilità in un bambino fino a quel momento biologicamente sano.
    5. Cerca il 98% dei bambini e l’88% delle bambine confusi riguardo al proprio sesso finiscono per accettare il proprio sesso biologico dopo essere passati naturalmente per la pubertà, secondo il DSM-V.
    6. I bambini che usano sostanze che bloccano la pubertà per essere del sesso opposto richiederanno ormoni dell’altro sesso alla fine dell’adolescenza. Questi ormoni (testosterone ed estrogeni) sono associati a rischi per la salute, come aumento della pressione arteriosa, formazione di coaguli di sangue, incidenti vascolari cerebrali e cancro.
    7. L’indice di suicidio tra gli adulti che usano ormoni del sesso opposto e si sottopongono a interventi di cambiamento di sesso – anche nei Paesi che sostengono maggiormente i cosiddetti LGBTQ, come la Svezia – è 20 volte superiore. Quale persona ragionevole sarebbe capace di condannare bambini e giovani a questo destino, sapendo che dopo la pubertà circa l’88% delle bambine e il 98% dei bambini finirà per accettare la realtà avendo una buona salute fisica e mentale?
    8. Condizionare i bambini perché credano che una vita intera di personificazione chimica e chirurgica del sesso opposto sia normale e salutare è un abuso infantile. Approvare la discordanza di genere come normale attraverso la rete pubblica di istruzione e di politiche legali servirà a confondere i bambini e i genitori, esponendo più bambini alle “cliniche di genere” e ai farmaci che bloccano la pubertà. Questo, a sua volta, garantisce praticamente che questi bambini e adolescenti “scelgano” una vita intera di ormoni cancerogeni e tossici del sesso opposto, oltre a pensare alla possibilità della mutilazione chirurgica superflua di parti sane del loro corpo quando saranno giovani adulti.
    Associazione Americana di Pediatria: l?ideologia di genere è un abuso infantile! - Salute - Aleteia.org - Italiano

    Una petizione contro la risoluzione Ue sfascia-famiglia
    di Robi Ronza
    Un milione di firme entro il 9 dicembre prossimo per dire “no” al tentativo della Commissione Europea di sgretolare il concetto di famiglia aggirando per questo i trattati dell’Unione. In valore assoluto non sembra un traguardo impossibile in un’Europa che ha circa 508 milioni di abitanti, ma in effetti è la sfida di Davide contro Golia se si considerano le risorse che ha potuto raccogliere il Comitato di cittadini di diversi Stati membri che sta promuovendo la petizione (materiali informativi e aggiornamenti in lingua italiana al riguardo li trovate qui).
    Mum Dad & Kids
    Perché la Commissione europea sia tenuta a prenderla in esame, la petizione, oltre al numero minimo complessivo di firme, fissato appunto in un milione, deve anche superare una soglia minima in un certo numero di Stati membri. Mentre scriviamo le firme già raccolte on line, cui si devono poi aggiungere quella raccolte su carta, ammontano a 212 mila, mentre i Paesi che hanno già raggiunto la loro quota minima rispettiva sono quattro: Polonia, Grecia, Finlandia e Slovacchia. Nel caso dell’Italia, dove le firme raccolte on line sono attualmente 6955, per raggiungere la quota minima ne occorrono altre 54750. Siamo insomma di fronte a un’ardua sfida, che però sarebbe meglio non perdere. L’effetto controproducente di un fallimento dell’iniziativa non è infatti difficile da immaginare.
    “Mamma, papà e bimbi” (in inglese Mum, Dad & Kids) è il nome ufficiale della petizione: tecnicamente si tratta di un’«iniziativa di cittadini europei», ICE/ECI, con cui si mira a mettere un punto fermo sulla definizione di famiglia e di matrimonio. L’iniziativa gode tra l’altro dell’esplicito sostegno del cardinale Sarah, del cardinale Schönborn e degli arcivescovi presidenti delle conferenze episcopali della Lituania e della Slovacchia.
    Anche se l’Unione non ha competenza in tema i diritto di famiglia, osservano i promotori dell’iniziativa, “la crescente frammentazione dei concetti di famiglia e di matrimonio sta diventando un problema in sede di Unione Europea”. In diversi provvedimenti presi in tale sede ci si riferisce sia all’una che all’altro, ma il significato delle due parole diviene sempre meno chiaro, e in diverse direttive dell’Ue se ne ritrovano al riguardo definizioni diverse. Con l’iniziativa “Mamma, Papà e Bimbi” si intende “porre rimedio a tale situazione stabilendo una definizione di entrambi i termini valida per l’intera Unione e compatibile con la legislazione di tutti gli Stati membri” senza pregiudizio per l’art. 9 della Carta dei Diritti fondamentali che fissa l’esclusiva competenza degli Stati membri a legiferare in tema di matrimonio e di famiglia.
    Ciò che rende urgente questa presa di posizione è il fatto che ormai da tempo, malgrado l’Unione non abbia (come si diceva) competenza alcuna in materia di diritto di famiglia, la Commissione sta ugualmente cercando di demolire l’idea di famiglia e di matrimonio. E’ molto significativo al riguardo quanto nel giugno 2015 il primo vicepresidente della Commissione, Frans Tinnemans, disse tra l’altro in un discorso che pronunciò a Bruxelles durante un ricevimento offerto da una “lobby” LGBT: “(…) Penso inoltre che la Commissione dovrebbe andare avanti e spingere tutti gli Stati membri ad accettare incondizionatamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso come gli altri tipi di matrimonio. (…) Anche se non vogliono il matrimonio tra persone dello stesso sesso nel loro Paese abbiano almeno la decenza di rispettare la decisione di altri Paesi di averlo”. Dal che si deduce che secondo Tinnemans non riconoscere il “matrimonio fra persone dello stesso sesso” è una cosa indecente.
    Nel medesimo spirito la Commissione fa leva sul principio della libertà di movimento delle persone dentro il territorio dell’Unione per premere sugli Stati membri ove non vige lo pseudo-matrimonio omosessuale a riconoscerlo anche se nel loro diritto non esiste. Nel dicembre 2015 ha poi pubblicato un documento programmatico dal titolo “Elenco di azioni a favore dell’uguaglianza delle persone LGBT” nel quale si legge che la Commissione stessa sta dalla parte del “crescente movimento degli Stati membri che sostengono i diritti degli LGBT” e suggerirà tra l’altro a tali Stati membri di fare pressione su quegli altri Stati membri che invece vi sono contrari”. E persino quando dà aiuti a Paesi in via di sviluppo li vincola a riconoscimenti dei “diritti degli LGBT”.
    Non solo: la Commissione finanzia pure la International Lesbian and Gay Association Europe, ILGA Europe, coprendo ben il 70 per cento del suo bilancio di esercizio. Oggi insomma le istituzioni europee, e la Commissione in particolar modo, sono divenuti un motore primario di quel processo subdolo e neo-autoritario di demolizione, al di fuori di qualsiasi aperto dibattito e confronto, del proprium della famiglia e del matrimonio. Un processo tra l’altro – osserviamo per inciso – che viene ben descritto da Roberto Marchesini in Uomo, donna, famiglia e “gender” n.4 della nostra collana “I Libri della Bussola”. “Mamma, Papà e Bimbi” (“Mum, Dad & Kids”) è perciò un’occasione da non perdere per dare un segno forte di opposizione popolare a questo sviluppo tra l’altro tanto più assurdo in un’Unione in piena crisi demografica che di tutto ha bisogno meno che di uno scardinamento della famiglia e del matrimonio.
    Una petizione contro la risoluzione Ue sfascia-famiglia

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    «Gay non si nasce», bufera su scienziati onesti
    di Tommaso Scandroglio
    Lawrence S. Mayer è docente di statistica e biostatistica presso l’Università dell’Arizona. Paul R. McHugh è professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Johns Hopkins University School of Medicine. Insieme hanno vergato un articolo scientifico pubblicato sull’ultimo numero di The New Atlantis dal titolo “Sessualità e genere. Risultati di carattere biologico, psicologico e sociale”.
    Gli autori, dopo accurata revisione di differenti studi, dichiarano che "le prove scientifiche non supportano la tesi che l'orientamento sessuale è una proprietà innata e biologicamente fissata nell'essere umano (l'idea che gli individui sono 'nati cosi'')". In merito alla cosiddetta identità di genere la musica non cambia: “gli studi scientifici non supportano l'ipotesi che l'identità di genere sia una proprietà innata e umana fissa e indipendente dal sesso biologico, cioè che una persona è ‘un uomo intrappolato nel corpo di una donna’ o ‘una donna è intrappolata nel corpo di un uomo’, come se ci fosse un errore nel suo corpo e nei suoi genitali”.
    Nè ci sarebbero cause neurobiologiche alla base del transessualismo. Le cause dovrebbero essere rinvenute non tanto nella genetica bensì nei fattori ambientali. Ad esempio il duo Mayer-McHugh fa sapere che le persone omosessuali hanno subito violenze sessuali con una frequenza doppia o tripla rispetto alle persone eterosessuali.
    Riguardo poi all’asserita immutabilità dell’orientamento sessuale l’articolo tiene a precisare che l’80% dei maschi adolescenti che accusa un orientamento omosessuale lo abbandona nell’età adulta. Lo stesso dicasi per le disforie di genere anche manifestate in età infantile: dopo poco tempo queste scompaiono.
    Un’altra sezione dell’articolo riguarda la salute mentale delle persone omosessuali e di quelle transessuali. "I membri della popolazione non-eterosessuale – si legge nello studio - sono 1,5 volte più a rischio di disturbi d'ansia rispetto ai membri della popolazione eterosessuale, così come hanno circa il doppio di rischio di depressione: è poi 1,5 volte più alto il rischio di abuso di sostanze e quasi 2,5 volte più alto rischio di suicidio". In merito a quest’ultimo aspetto i transgender corrono il rischio di suicidarsi con un tasso del 41%, quando la media nella popolazione americana è meno del 5%. Gli autori tengono a precisare che questi numeri non tendono comunque a diminuire in quegli ambienti fortemente inclusivi. Tanto per ricordare che la cosiddetta “omofobia interiorizzata” pare spesso solo una scusa.
    L’articolo ha fatto imbufalire molti. Non c’è da stupirsi. Tanto più che entrambi gli autori, seppur in modo diverso, provengono dalla Johns Hopkins University, l’università che ha dato i natali accademici al dott. John Money, pioniere delle ricerche sulla cosiddetta “identità di genere”, neologismo da lui stesso inventato per sdoganare la transessualità e l’omosessualità. E così 670 persone hanno firmato una petizione per chiedere al dipartimento di medicina della Johns Hopkins di sconfessare l’articolo. Tra i firmatari abbiamo 264 ex alunni, 200 studenti, 30 docenti, e 100 altre persone tra impiegati e collaboratori dell’università.
    E mentre Mayer e McHugh mettono a repentaglio la loro carriera ribadendo cio'che molti studi scientifici ormai da tempo asseriscono, cioè che l’omosessualità e la transessualità non sono congenite e che queste persone hanno seri problemi di salute, ecco che, dall’altra parte dell’Oceano, il canale televisivo inglese BBC regala posti di lavoro ai gay, imponendo quote LGBT nei propri programmi e nel suo organico.
    Charlotte Moore, direttrice per i contenuti della BBC, ha dichiarato: “Il futuro della BBC dipende dal rimanere rilevanti per tutti i nostri contribuenti e dal riflettere la moderna Gran Bretagna in modo autentico. Il pubblico rimarrà sintonizzato se percepisce che le loro vite e le loro aspirazioni vengono riflesse in Tv”. Detto fatto. Entro il 2020 la BBC si è impegnata a raggiungere una quota minima sindacale di gay e trans sia tra coloro che stanno davanti alla telecamera sia tra chi sta dietro. Parimenti per altre categorie ritenute “socialmente fragili” quali le minoranze etniche, i disabili e le donne (50% di presenza minima). In merito alle persone omosessuali, ci troviamo di fronte sicuramente ad una sovra-rappresentanza, dato che le persone omosessuali sono circa l’1-2% della popolazione. Quindi al bando il principio meritocratico: meglio un omosessuale inetto che un bravo etero ma fuori quota.
    Altro che quote latte o quote rosa, queste sono quote arcobaleno volute addirittura dal governo inglese, il quale ha tirato le orecchie ai vertici della BBC: 8% è poco, dobbiamo arrivare al 10% altrimenti scattano sanzioni pecuniarie. Manco si parlasse del PIL. John Whittingdale, segretario di Stato per la cultura, ha infatti dichiarato che l’emittente dovrà arrivare “entro il 2020 al 15% dei ruoli di leadership per le minoranze etniche, al 10% per gli LGBT e all’8% per i disabili”. Non solo la sicurezza del posto fisso, ma pure di livello dirigenziale.
    Insomma se sei gay hai una marcia in più nel mondo del lavoro e se non lo sei magari ti viene pure la tentazione di cambiar “parrocchia”, spernacchiando il mostro della disoccupazione che ormai sbranerà solo maschi bianchi, eterosessuali e con famiglia naturale a carico. Se poi sei nera, lesbica e con una certa percentuale di invalidità stai pur certa che un posto alla BBC non te lo potrà negare nessuno.
    La quota minima di omosessualità ricorda tanto le percentuali minime che troviamo indicate nei prodotti alimentari. Ad esempio per dirsi aranciata un liquido zuccheroso deve avere almeno il 12% di arance. E così per dirsi democratica ed inclusiva una società, un’azienda e forse un giorno anche un’intera nazione dovranno avere almeno un decimo di omosessuali al loro interno. Al di sotto si fa discriminazione.
    «Gay non si nasce», bufera su scienziati onesti

    Canada, ok sesso con animali




    Li vedete questi buffi personaggi vestiti da Babbo Natale che sorridono come ebeti nella foto qui sopra? Non sono gli abitanti di Chinonso (città del Grinch), ma i giudici della Corte Suprema canadese. Tanti simpatici e sorridenti da essere ‘tolleranti’ e ‘aperti’ a tutte le aberrazioni che l’interpretazione evolutiva della legge consenta. Ed ecco che il sesso con animali è presto lecito…
    (La Stampa) – Una singolare sentenza della Corte Suprema canadese sposta ulteriormente il confine delle possibilità di interazione sessuale, e non solo fra esseri umani. La Corte Suprema infatti ha deciso che i rapporti di carattere sessuale fra uomini e animali sono leciti, purché non vi sia penetrazione fra le varie parti interessate all’atto.
    Una singolare sentenza della Corte Suprema canadese sposta ulteriormente il confine delle possibilità di interazione sessuale, e non solo fra esseri umani. Il punto giuridico, si occupava di un signore, identificato come DLW condannato fra l’altro per aver aggredito sessualmente le proprie figliastre, e accusato di altri tredici capi di accusa, fra cui quello di “bestialità”. Il Canada ha stabilito che gli atti sessuali tra uomini e animali sono leciti purché non vi sia “penetrazione” tra i soggetti coinvolti. A dichiararlo è stata una recente sentenza dalla Corte Suprema che si è occupata di un caso di un uomo della British Columbia, condannato per aver aggredito sessualmente le proprie figliastre e imputato di 13 diversi capi d’accusa tra cui quello di “bestialità”.
    I legali di DLW hanno difeso con successo l’uomo, affermando che il reato di bestialità, collegato ad atti di sodomia con animali, inserito nel codice penale del 1892, non ha mai avuto una definizione comprensiva di ogni genere di rapporto sessuale fra uomini e animali. La loro tesi è stata accolta dalla maggioranza (7 contro 1) dei giudici, che hanno stabilito che “bestialità” va intesa come “un rapporto sessuale completo” fra uomo e animale, e presuppone la penetrazione. Non è chiaro che tipo di rapporti abbia avuto DLW, che sta scontando 16 anni di prigione per la violenza alle figliastre, abbia avuto con gli animali. Ma sembra, fra l’altro, che abbia cercato di far avere al proprio cane un rapporto sessuale con le figliastre, a quanto pare senza successo. Grazie alla sentenza DLW ha potuto beneficiare di uno sconto della pena.
    Canada, ok sesso con animali - Azione TradizionaleAzione Tradizionale

    Prove tecniche di regime anticristiano negli Usa Sequestrata la Bibbia al medico-predicatore
    di Benedetta Frigerio
    Cronache che fino a ieri ci si poteva aspettare di leggere in Paesi come la Cina o il Pakistan giungono ormai sempre più frequenti anche dagli Stati Uniti. L’ultimo caso, degno di ogni regime che si rispetti, si è verificato nello Stato della Georgia che ha chiesto a un pastore la consegna dei sermoni domenicali (pronunciati fra le mura della chiesa) e persino della sua Bibbia.
    Bisogna premettere che Eric Walsh, considerato un leader nel campo dell’amministrazione sanitaria, aveva già lavorato per il governo federale. Laureato in medicina con un dottorato in salute pubblica, era diventato così noto per le sue doti che nel maggio del 2014 era addirittura stato chiamato a far parte del Comitato consultivo del presidente Barack Obama. Senza nemmeno far passare un mese, però, quando la sua attività di predicatore era giunta alle orecchie dell’amministrazione governativa, anche grazie ai video dei suoi sermoni pubblicati su YouTube, Walsh era stato licenziato. Non solo, perché prima di farlo, come a voler mettere le cose in chiaro, i membri del comitato presidenziale erano stati convocati per visionare insieme il filmato in cui il pastore criticava il cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso.
    Nei suoi discorsi, anche in veste di medico, ricordava che fino agli anni Settanta l’omosessualità era considerata dalla medicina un disturbo psicologico e che poi la militanza Lgbt di alcuni psicologi era riuscita a farla depennare dal manuale delle malattie diagnostiche (Dms).
    In seguito alla visione del video, un membro del Comitato aveva sottolineato che con l’intento di non discriminare alcuni per le loro idee sarebbe stato paradossale colpire chi ha vedute opposte, aggiungendo che i dipendenti vanno assunti in base alle loro capacità e non certo al loro credo religioso. A nulla purtroppo era valsa la difesa, dato che alla fine il licenziamento era comunque partito, costringendo Walsh a cercarsi un altro lavoro che aveva poi trovato presso l’amministrazione pubblica della Georgia. Senza pensare che, per la stessa identica ragione, sarebbe stato licenziato anche dal nuovo incarico. Questa volta, però, il predicatore si è deciso a denunciare lo Stato per discriminazione della libertà di espressione e religiosa, ma di tutta risposta, settimana scorsa, ha ricevuto la richiesta di consegna dei suoi sermoni e della sua Bibbia.
    “Questa richiesta è una dimostrazione allarmante dell’intrusione del governo”, ha chiarito il presidente del Family Research Council americano, Tony Perkins. Intrusione, ha aggiunto, “incostituzionale” e aggravata dal fatto che l’America nasce e si imposta proprio sulla separazione Chiesa/Stato in difesa della libertà della prima. “E’ qualcosa che mi sarei aspettato di vedere in un paese comunista, non in America”, ha continuato Perkins. Eppure, il mese prima che esplodesse il caso Walsh, il governatore repubblicano della Georgia, Nathan Deal, aveva posto il veto alla norma votata dal parlamento locale per proteggere le persone dalla discriminazione legata alle proprie convinzioni sulle cosiddette nozze fra persone dello stesso sesso. Motivo per cui un editorialista del National Review, David French, aveva commentato così: “Il governatore Deal descrive la Georgia come un luogo in cui la nostra gente lavora fianco a fianco a prescindere dalla religione a cui aderiamo”, ma “il suo stesso governo rifiuta queste parole. In alcune parti della Georgia la persecuzione è la norma”.
    Il commento è così verosimile che nel 2015 uno dei più validi vigili del fuoco degli Stati Uniti, Kelvin Cohran, fu licenziato per aver scritto un libro sulla famiglia in cui spiegava la perversione dell’omosessualità. Cohran, chiamato a dirigere il dipartimento dei vigili del fuoco di Atlanta dopo la sua egregia azione a New Orleans devastata dall’uragano Katrina nel 2005, era stato assunto come Walsh dal governo federale di Obama e messo a capo dell’amministrazione antincendio degli Stati Uniti. Ma nemmeno questo era bastato a placare il furore Lgbt alimentato dal linciaggio mediatico del pompiere.
    In realtà, le prime avvisaglie di questa nuova ingerenza ancor più invasiva di quella che vuole eliminare la religione dalla vita sociale e che si spinge fino alle sagrestie per violare anche la vita più intima della chiesa, erano già pervenute dal Texas nel 2014. Allora l’ex sindaco di Huston, Annise Parker, aveva citato in giudizio i pastori della città che avevano osato esprimere contrarietà alla legalizzazione del cosiddetto matrimonio fra persone dello stesso sesso. Uno dei predicatori, intervistato da Fox News aveva incoraggiato i colleghi a pregare lo Spirito per ricevere forza, combattere contro l’ingiustizia e, anche nel caso “fossimo davvero costretti ad andare in prigione a causa delle nostre idee”, per “non avere paura di continuare a professare ciò in cui crediamo”.
    La gravità del passaggio dalla rimozione della fede dall’agone pubblico al controllo della vita privata delle chiese è tale che spinse i Cristeros in Messico alla resistenza civile contro il governo massone prima di imbracciare le armi. Ovviamente la situazione è ben diversa (soprattutto per quanto riguarda la fede) e i casi sono ancora limitati, ma chissà che, in caso di vittoria della sinistra radicale e anticristiana alle elezioni presidenziali, non diventino presto la norma.
    Prove tecniche di regime anticristiano negli Usa

    Il domenicano sospeso insiste: "Gay contronatura"
    "Un omosessuale è una persona che pecca contro natura"
    Redazione
    «Radio Maria ritiene inaccettabile la posizione di padre Giovanni Cavalcoli riguardante il terremoto e lo sospende dalla sua trasmissione mensile».
    Lo afferma una nota di Radio Maria, l'emittente cattolica di Erba ai cui microfoni il frate domenicano, noto per le sue posizioni tradizionaliste, aveva affermato che il terremoto sta punendo il nostro paese perché sono state approvate le unioni civili tra persone dello stesso sesso.
    «Tale posizione non è in linea con l'annuncio della misericordia che è l'essenza del cristianesimo e dell'azione pastorale di papa Francesco», chiarisce nella nota l'emittente radiofonica a poche ore dalla ferma condanna del Vaticano che prendendo le distanze da quanto detto dallo speaker ha definito «deplorevoli» le affermazioni mandate in onda. «Radio Maria si scusa se tali espressioni possono aver offeso la sensibilità dei fratelli terremotati ed esprime loro piena solidarietà e vicinanza nella preghiera. Radio Maria assicura, come già in passato, i collegamenti di preghiera con le zone terremotate per far sentire loro la vicinanza di tutta la Chiesa», spiega l'emittente.
    La propria posizione fra l'altro padre Cavalcoli l'ha ribadita anche dopo le polemiche che si sono levate dal Vaticano, da parte dei vescovi dei paesi colpiti dal forte sisma e dal mondo laico.
    A La Zanzara su Radio 24 Cavalcoli ha spiegato: «Risentendo le mie parole, tutto sommato è un'opinione legittima. Si può pensare che il terremoto possa essere un richiamo, un castigo... Le unioni gay sono un peccato? Si capisce... Un omosessuale è una persona che pecca contro natura».
    Il domenicano sospeso insiste: "Gay contronatura" - IlGiornale.it

    In Svezia è boom di adolescenti “sessualmente incerti”
    Rodolfo de Mattei
    L’Astrid Lindgren Children’s Hospital di Solna nell’ultimo anno ha registrato un vertiginoso incremento del 100% di bambini “sessualmente incerti” che si rivolgono alle sue strutture specializzate alla ricerca di un’assistenza medica.
    In Svezia è boom di adolescenti confusi riguardo alla propria identità sessuale. Ad affermarlo è la psichiatra infantile Louise Frisén del Karolinska Institutet di Solna, comune situato nella Contea di Stoccolma, che riporta come, l’Astrid Lindgren Children’s Hospital presso il quale presta servizio, nell’ultimo anno abbia registrato un vertiginoso incremento del 100% di bambini “sessualmente incerti” che si rivolgono alle sue strutture specializzate alla ricerca di un’assistenza medica.
    IMPENNATA DAL 2012 AD OGGI
    Nello spazio di soli 3 anni si è assistito ad una vera e propria impennata di richieste. Nel 2012, l’ospedale riservato ai bambini “Lindgren Astrid” aveva infatti contato solo 4 casi di questo tipo, divenuti ben 116 nel 2015, con una maggioranza di ragazze, 94 contro 22 ragazzi. Quest’anno, si prevede che tale triste statistica sia destinata ad aumentare fino a toccare quota 200.
    Una drammatica escalation che la psichiatra Frisén, intervistata dall’emittente nazionale “SVT”, si illude di risolvere incentivando l’accesso alle fallimentari terapie affermative:
    “E’ cosi' incredibilmente doloroso vivere in un corpo che non si riesce a riconoscere come il proprio. Non va dimenticato che cio' è anche associato alla malattia mentale e ad un rischio molto elevato di suicidio in caso di non riuscire ad avere accesso alle terapie affermative di genere”.
    La Frisén continua, affermando come tale crescita del numero di adolescenti che si rivolgono alle strutture sanitarie per problemi di disforia di genere sia una “notizia positiva”, riconducibile ad una maggiore consapevolezza odierna in materia di identità ed affermazione sessuale:
    “Più giovani si stanno rivolgendo ora, perché la consapevolezza è aumentata e ora hanno il coraggio. (…) Sempre più persone stanno esplorando la loro identità di genere come parte del loro sviluppo della personalità”.
    CONSEGUENZA DI POLITICHE IDEOLOGICHE
    Nella realtà, tale incomprensibile e alquanto preoccupante diffusione dell’incertezza sul proprio genere sessuale tra gli adolescenti svedesi è una drammatica conseguenza delle scellerate politiche ideologiche condotte dalla Svezia negli ultimi quarant’anni.
    Politiche sempre più lassive e radicali che hanno fatto della Svezia il paese più liberal d’Europa:
    nel 1944 è stata legalizzata l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso;
    nel 1979 è stata declassificata l’omosessualità come malattia mentale;
    nel 1972 la Svezia è diventato il primo paese al mondo a consentire alle persone transgender di cambiare il proprio genere legale dopo l’intervento chirurgico di cambio del sesso;
    sempre nel 1972 il travestitismo è stato declassificato come malattia;
    nel 1995 è stata introdotta la “partenership” tra coppie dello stesso sesso;
    dal 2003 le coppie gay e lesbiche possono adottare bambini;
    dal 2005 le coppie lesbiche hanno avuto parità di accesso alla fecondazione in vitro e alla fecondazione assistita;
    nel 2009 è stato legalizzato il matrimonio omosessuale.
    PROMOZIONE “A TUTTO CAMPO”
    La promozione della “prospettiva gender”, in Svezia, è a tutto campo ed ha interessato anche il linguaggio con l’introduzione di nuovi incomprensibili vocaboli “politically correct“. A questo proposito, in alcuni asili di Stoccolma nel 2012 è stato introdotto il pronome neutro «hen» con il quale rivolgersi a bambini “incerti” della propria sessualità.
    Anche se non esistono ancora statistiche ufficiali riguardo il numero degli asili nido svedesi che utilizzano il pronome «hen», Maria Hulth della società di consulenza sulla parità di genere, ha dichiarato come oggi vi siano numerosi insegnanti che scelgono autonomamente di utilizzare il termine «hen», anche quando non adottato come politica interna della struttura scolastica.
    In tal senso, Sofia Bergman, una madre svedese di due bambini, tempo fa, interrogata sul tema dal noto settimanale americano “Newsweek”, si è espressa cosi': «Non abbiamo ancora iniziato ad utilizzarlo in casa, ma è solo una questione di abitudine. (…) è una buona cosa se gli asili e scuole lo utilizzano».
    LA TEORIA DELLA “NORMA CRITICA”
    L’impegno degli asili e delle scuole primarie svedesi nella promozione della parità dei sessi non si limita al pronome neutro: «Stanno facendo di tutto anche per evitare parole come “boys” e “girls”, utilizzando invece il vocabolo neutro “children”. E la “norma critica” si sta diffondendo sempre più velocemente». La Hulth racconta compiaciuta come gli stessi suoi due figli usano abitualmente il termine «hen» per chiamarsi l’uno con l’altro.
    La cosiddetta “norma critica” è una teoria molto diffusa in Svezia secondo la quale tutte le norme tradizionali, come la distinzione tra uomini e donne, eterosessuali ed omosessuali, normodotati e disabili, devono essere smantellate al fine di realizzare una società veramente equa. Ad esempio, continua, a tale proposito, la Hulth, «tutti i bambini dovrebbero essere in grado di indossare cio' che vogliono. I vestitini non sono solo per le ragazze. Il rosa è un bel colore che dovrebbe essere a disposizione di tutti».
    IL PROGETTO “EGALIA”
    Tale assurda visione si è concretizzata nell’altrettanto folle progetto pedagogico dell’asilo Egalia dove i bimbi, tutti da 1 a 6 anni, in ossequio all'”agenda gender“, non vengono chiamati in base al loro sesso di nascita ma indistintamente con il nome friend, amico/a, o il citato pronome neutro “hen”. Ad Egalia i giochi e i libri sono mischiati, nella tipologia e nei colori, con l’obiettivo di non creare aree distinte femminili e maschili.
    «La società si aspetta che le bambine siano femminili, dolci e carine e che i bambini siano rudi, forti e impavidi. Egalia dà invece a tutti la meravigliosa opportunità di essere quel che vogliono», dichiara una delle insegnanti (“Corriere della Sera”, 29 giugno 2011).
    Tuttavia, in Svezia non tutti sono d’accordo con la promozione di tali politiche di genere. Tra questi, il dottor David Eberhard, uno dei più autorevoli psichiatri svedesi, ha messo in evidenza l’importanza dell’incontestabile dato biologico, sottolineando come l’introduzione di un nuovo pronome non cambierà il fatto che la stragrande maggioranza delle persone si identifica come uomini o donne:
    «Qualunque sia il modo con cui si sceglie di chiamare le persone, le differenze biologiche tra uomini e donne restano. (…) Dovremmo trattare gli altri con rispetto reciproco, ma ignorare le differenze di genere biologiche è da pazzi. Renderci identici non creerà più uguaglianza. (…) chiamare i bambini con il termine neutro “hen”, invece di lui o di lei? Questa è crudeltà infantile».
    TOTEM RELATIVISTA
    Le sconcertanti statistiche provenienti dalla Svezia dimostrano, dati alla mano, le reali e tangibili conseguenze sociali del martellante piano di “normalizzazione” di ogni tendenza sessuale in nome dell’illimitata autodeterminazione individuale. Un piano rivoluzionario che, in riverente osservanza all’intoccabile totem relativista, rifiuta ogni verità e principio dato, arrivando a negare e mettere in discussione l’incontrovertibile realtà naturale e biologica del nascere maschio e femmina.
    https://www.osservatoriogender.it/in...mente-incerti/


  6. #166
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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Qualche domanda ai figliocci di Soros
    di Francesco Filipazzi
    Soros finanzia l'internazionale progressista. Questa informazione è abbastanza comune anche in ambienti non complottisti, ma è diventata incontrovertibile dopo che un gruppo di informatici al momento ignoto è riuscito a penetrare negli archivi della Open Society (una fondazione del magnate) e a trafugarne i documenti. Il quadro era piuttosto prevedibile. Alle elezioni europee sono state finanziate numerose associazioni per fare pressione culturale verso alcune tematiche, in particolare la diffusione delle teorie immigrazioniste e dell'ideologia gender. In Italia, come nota Blondet, fra i beneficiari troviamo ad esempio l'Arcigay. Ma non è finita qui. Nell'elenco dei personaggi da attenzionare come “in linea” con il programma distruttivo della fondazione troviamo alcuni italiani, ovviamente tutti facenti parte dell'area ultra progressista. I documenti sono tutti scaricabili da un sito, DCLeaks, pubblicato ad hoc e per analisi più approfondite vi rimandiamo al blog di Maurizio Blondet e a Dagospia.
    Noi ci limitiamo a porre alcune domande ai nostri amici progressisti.
    Il fatto che uno speculatore senza molti scrupoli (lo ammette lui stesso), spenda cosi' tante energie nel promuovere quelli che voi chiamate diritti, non vi fa pensare di essere dei burattini? Ci chiediamo infatti se davvero uno che nei primi anni '90 ha affossato l'economia italiana e inglese, sia mosso a pietà per quelli che non possono “vivere liberamente il loro amore”. Ricordiamo che dopo il trattamento riservatoci da questo signore il governo, per rientrare nei parametri SME, impose l'ICI sulla prima casa. E la distruzione della Lira fu il prodromo per far si' che entrassimo nell'Euro.
    E' molto più probabile che la promozione dello stile di vita gay friendly per questo signore sia una semplice modalità per promuovere l'uomo atomico e isolato, preda del mercato e fonte di consumo. Cosi' come l'immigrazione non è altro che un modo per indebolire i sistemi economici, in modo che siano preda degli speculatori come Soros.
    Inoltre, chiediamo, siete sicuri di non essere vittime della propaganda che questo signore mette in piedi da anni? Mentre chi si batte contro il potere mediatico di questo magnate ha le cosiddette pezze al cu*o (come noi ad esempio), i suoi figliuoli sono ben pagati. Chi mai nel mondo pro life italiano ha visto regali da 100mila euro provenienti dal mondo della finanza?
    Qualche domanda ai figliocci di Soros ~ CampariedeMaistre

    Gender-follia? Arriva “LegGendeR metropolitane” di Renzo Puccetti
    Teresa Moro
    Il gender torna in libreria nella penna del medico e bioeticista – collaboratore di ProVita – Renzo Puccetti, che ha dato alle stampe “LegGender metropolitane“. Un testo denso, rigoroso, che lascia poco spazio ai pensieri e si ancora molto sui dati oggettivi e scientifici, a dispetto dello stile di scrittura accessibile a tutti.
    “LegGender metropolitane” è dunque un libro tutto da leggere, soprattutto nel contesto socio-culturale attuale dove il gender, se non entra dalla porta, prova a intrufolarsi dalla finestra. Ma è da leggere anche rispetto a tutti gli altri temi che vengono trattati dall’Autore: l’omosessualità, il matrimonio gay, l’omofobia, la famiglia, il bisogno dei bambini ad avere una mamma e un papà…
    Partiamo da una domanda semplice e complicata nello stesso tempo: perché hai scritto questo libro e a quale pubblico intendi rivolgerti?
    Se volessimo usare una sola parola direi “soffocamento”. Gli Stati Uniti sono la nazione che anticipa tendenze e processi che poi vediamo anche da noi qualche anno dopo. In USA è in atto una vera e propria caccia alle streghe da parte degli LGBTQ e dei loro alleati. Ogni manifestazione di dissenso ai loro dogmi, ogni atto coerente con la legge naturale e persino il semplice buon senso è tacciato di omofobia, bigottismo, intolleranza, fondamentalismo. Persino esercitare l’educazione sui figli non sfugge alle maglie del maccartismo arcobaleno. Quello che è successo al meeting di Rimini lo scorso anno a padre Carbone e a me e la censura subita dall casa editrice dell’Ordine dei Domenicani è solo un assaggio della tempesta che si sta preparando. A chi intende impegnarsi nella resistenza ho voluto fornire un “arsenale” argomentativo che comunque potesse essere facilmente fruibile anche da tutti coloro che, pur non essendosi mai occupati di queste questioni, vogliono avere un quadro non preconfezionato e coincidente con la narrazione organizzata dagli architetti del pensiero unico lobotomizzato; queste persone intellettualmente libere e curiose in America li chiamano i cercatori del vero.
    Parliamo di gender, ideologia che sostiene che il sesso biologico sia irrilevante e che è totalmente sbilanciata sul dato culturale. Su quali basi scientifiche questa teoria è infondata?
    Che la cultura eserciti un ruolo rilevante nella distinzione tra comportamenti maschili e femminili è un dato di fatto che nessuno si contesta, nessuno scienziato è un puro determinista biologico. Tuttavia la teoria gender, ormai convertitasi in ideologia, postula cio'che è smentito da una montagna di evidenze scientifiche: il comportamento umano è indifferente al sesso genetico, ogni differenza tra attitudini e comportamenti maschili e femminili è una mera costruzione sociale. In realtà il nostro cervello è zeppo di recettori per gli ormoni sessuali che non si sa bene cosa ci starebbero a fare se gli stessi ormoni non servissero a nulla, sappiamo che il cervello maschile mostra differenze anatomiche da quello femminile e funziona in maniera differente. Sappiamo che esiste in ogni cervello un mosaicismo, cioè tratti maschili e femminili, che pero'non annullano le differenze. Sappiamo che alcuni comportamenti si sono dimostrati differenti in base al sesso già dal primo giorno di vita. Le differenze comportamentali al gioco sono state rinvenute nelle scimmie e sfido chiunque a dimostrare che sia stata una scimmia istruttrice ad insegnare alle femmine del gruppo a giocare con le bambole e ai maschi con le automobiline.
    Dal gender agli stereotipi di genere il passo è breve. Spesso questi vengono concepiti nella loro totalità come negativi, eppure – se si analizza la questione con onestà intellettuale – alcuni stereotipi hanno la funzione positiva di semplificare la realtà, rispondono a dati oggettivi e sono da legare al fatto che perfino il nostro cervello è sessuato. E' corretto?
    E' proprio cosi'. Vedere da lontano una persona con la gonna o il rossetto aiuta a capire che si tratta di una donna senza bisogno di chiedere di mostrare i genitali. Una delle prime funzioni degli stereotipi è quella di organizzare una risposta allo stimolo che abbia la maggiore probabilità di essere appropriata. E' vero che in Scozia gli uomini portano il gonnellino, tuttavia in ogni cultura di ogni tempo è sempre esistita una differenziazione tra abiti maschili e femminili. Che maschi e femmine abbiano attitudini differenti è un dato di fatto, cosi' come è un dato di fatto che vi siano uomini con attitudini femminili e viceversa, tuttavia l’ideologia gender vuole costringere sin da piccoli i bambini a non avere attitudini dietro il mito della neutralità.
    Non discriminare, non fare differenze: questo è quello che nel suo libro definisce «il centro della cipolla»… e che ovviamente non vale per le persone cattoliche ed eterosessuali che, nel rispetto della loro fede, non si rendono per esempio collaboratori del matrimonio gay.
    Si', è per primo padre Giorgio Maria Carbone ad avere richiamato alla mia attenzione l’omologazione, la negazione di ogni differenza quale nucleo delle istanze LGBTQ: nessuna differenza nei comportamenti sessuali, nessuna differenza tra crescere col padre e la madre o due persone dello stesso sesso, nessuna differenza tra essere maschio o femmina. Si tratta una delle tante espressioni di quel relativismo che il filosofo Francis Beckwith ha paragonato ad avere i piedi ben piantati in mezzo all’aria. Pensiamo alla procreazione: nessuna differenza tra regolazione naturale della fertilità, contraccezione, aborto e fecondazione artificiale, o pensiamo al fine vita: nessuna differenza tra ri-animazione e de-animazione eutanasica. L’unico ad essere considerato il mostro minaccioso è colui che osa affermare che una determinata azione è male e vuole vivere coerentemente con questo giudizio. Quando questa ideologia diventa legge dello Stato quello che si viene a creare è una discriminazione religiosa: lo Stato relativista sancisce quale “religio licita”, solo quelle fedi religiose che accolgono i suoi dogmi secolaristi. Il cristianesimo torna ad essere in questo modo “religio illicita“. La commissione statunitense per i diritti civili ha appena redatto un’enciclica che anatemizza il cristianesimo. Il capo della commissione ha scritto: «L’espressione “libertà religiosa” non significa altro se non ipocrisia fintanto che resta un codice per la discriminazione, l’intolleranza, il razzismo, il sessismo, l’omofobia, l’islamofobia, la supremazia cristiana, o qualsiasi forma d’intolleranza». Il candidato alla vicepresidenza della Clinton, formalmente cattolico, ha preconizzato che la Chiesa finirà per accettare le nozze gay. Beh, a sentire certi prelati la cosa parrebbe già fatta.
    «Love is love»: questo motivetto viene ripetuto oramai in continuazione, secondo diverse declinazioni. Ma per fondare una famiglia non basta l’amore – che peraltro è un fattore non verificabile oggettivamente dallo Stato -, altrimenti troverebbero legittimazione la poligamia, l’incesto e altre aberrazioni simili…
    Hai colto nel segno. La senatrice Cirinnà che è stata relatrice della legge al Senato, ha dichiarato di avere voluto rappresentare «l’immensa varietà di forme che l’amore e la famiglia possono avere». Stranamente in ogni Paese l’orgasmo intellettuale e legislativo volto a superare i confini del matrimonio si è pero'interrotto quasi subito. Ha impedito l’amore filiale, fraterno, paterno e materno, ha escluso il poliamore, l’amore intergenerazionale e quello trans-umano. Dell’immensa varietà di amori ha protetto con l’istituto giuridico delle unioni gay soltanto lo stereotipo amoroso omosessuale. Dunque delle due l’una: o quel principio di uguaglianza che è stato invocato come ispiratore della norma sarà fatto valere davvero per ogni forma di amore soggettivamente percepito come tale, oppure le unioni omosessuali saranno la prova che esiste un amore privilegiato per ragioni razionalmente incomprensibili.
    Un’ultima domanda: ai bambini servono ancora una mamma e un papà, o i tempi sono cambiati?
    Quello che è un dato intuitivo ed esperienzale è confermato sia dalla ricerca della psicologia evolutiva, sia dalla letteratura empirica sociologica. Se tu giorno dopo giorno metti da parte rifiuti e solo ogni tanto metti da parte una moneta, dopo un po’ avrai un cumulo d’immondizia da una parte e un gruzzolo di monete dall’altra, ma l’immondizia non si trasformerà mai in monete e coprire l’immondizia con uno strato di monete non ti farà essere padrone di un tesoro. Allo stesso modo mettere insieme studi di pessima qualità formerà soltanto una catasta di ciarpame pseudoscientifico, ma non sarà mai una prova scientifica. Per quanto due persone dello stesso sesso possano accudire con zelo un bambino, gioco forza almeno uno dei due non avrà alcun legame genetico con il piccolo e altrettanto gioco forza nessuno potrà donargli il tesoro educativo racchiuso nello scrigno della complementarietà sessuale. Puoi circondare quel bambino di nonne e di zie, ma nessuna di queste potrà essere una madre. Sappiamo che l’essere umano ha una scorta di resilienza, ma non è una buona pratica confidare su di essa in maniera volontaria; gli sforzi compensatori non è detto che siano efficaci e comunque per riempire un vuoto c’è bisogno di togliere terreno da un’altra parte. La ricerca di migliore qualità attesta in parte maggioritaria che quando in casa non c’è il papà o la mamma i problemi tendono a crescere.
    Gender-follia? Arriva ?LegGendeR metropolitane? di Renzo Puccetti | Libertà e Persona



    Da un tipetto cosi' è nata la rivoluzione sessuale
    di Roberto Marchesini
    Tra i padri dell'attuale situazione sociale e morale non si puo' dimenticare il padre della rivoluzione sessuale, Wilhelm Reich. Nato nel 1897, cresciuto in una famiglia nella quale le relazioni erano oltremodo complicate, fu iniziato al sesso da una cameriera quando aveva solo quattro anni.
    Da quel momento il sesso divenne per lui un'ossessione: egli stesso riferisce di aver avuto rapporti sessuali quotidiani con la servitù fin dagli undici anni; dai quindici fu frequentatore abituale di bordelli, e fu dedito alla masturbazione compulsiva (fantasticando di avere rapporti sessuali con la propria madre, o osservando gli accoppiamenti di animali). A tredici anni rivelo' al padre l'infedeltà della madre; entrambi si suicidarono in seguito a questa rivelazione.
    Dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di Medicina all'Università di Vienna. Al secondo anno organizzo' un seminario di sessuologia, al quale invito' come relatori alcuni psicoanalisti. Insoddisfatto della qualità degli insegnanti, incontro' Freud e inizio' a frequentare la Società Psicoanalitica di Vienna; di fatto, comincio' ad esercitare la psicoanalisi prima ancora di essere laureato. Era rimasto molto colpito dalla teoria sessuale freudiana secondo la quale la pulsione originaria che, se non soddisfatta, avrebbe prodotto la nevrosi, era quella sessuale.
    Apri' una clinica psicoanalitica nella quale offriva (insieme ad altri psicoanalisti) terapia gratuita a persone meno abbienti. Nel corso di questa esperienza credette di rilevare come la soddisfazione sessuale dei giovani e delle persone più povere non era ostacolata da motivi psicologici, ma sociali: il sesso legato alla riproduzione, il matrimonio monogamico impedivano la felicità sessuale delle famiglie operaie; l'educazione familiare e la mancanza di indipendenza economica ed abitativa ostacolava quella dei giovani. Solo una rivoluzione sociale avrebbe potuto portare alla piena soddisfazione sessuale di tutta la popolazione, e quindi alla felicità e al benessere universali; fu cosi' che si avvicino' al socialismo e al comunismo. Si spese per la contraccezione, il divorzio (più breve possibile), per l'educazione sessuale a bambini e adolescenti.
    Nel frattempo, lo stesso Freud aveva abbandonato la teoria sessuale come era stata concepita in origine: ora alla pulsione sessuale si affiancava la pulsione di morte, e la sublimazione della sessualità aveva una connotazione positiva, in quanto incanalava l'energia verso attività utili per la società. Ma Reich rimase fermo alla sua idea: la felicità dell'umanità sarebbe stata raggiunta solo quando a tutti sarebbe stato garantito l'orgasmo frequente. Questa posizione, oltre alla sua vicinanza con la sinistra partitica, lo mise in cattiva luce all'interno della Società Psicoanalitica (che era alla disperata ricerca di approvazione culturale e sociale) e gli costo' l'espulsione dalla stessa.
    Nel frattempo, comincio' a considerare l'energia sessuale (la libido freudiana) come una energia cosmica presente nell'universo, che era possibile incanalare negli organi genitali; chiamo' questa energia “orgonica”. Giunto nel 1939 negli Stati Uniti, comincio' a condurre esperimenti per curare i tumori attraverso l'energia orgonica appositamente incanalata attraverso delle gabbie metalliche.
    Nel 1947 fu indagato dalla Food and Drug Administration (Fda) per truffa, violenze sui minori e aggressioni a sfondo sessuale. Nel 1957 fu arrestato e rinchiuso in un penitenziario federale, dove mori' poco dopo il suo sessantesimo compleanno.
    Cosi', questo semi-sconosciuto psicoanalista, è il crocevia di moltissime tendenze rivoluzionarie che, nate nel Novecento, sono esplose nel nuovo millennio: l'educazione sessuale in giovanissima età; la liberazione sessuale; il nesso tra rivoluzione e sessualità; l'avversione contro ogni forma di autorità, compresa quella familiare; la contraccezione ed il divorzio. Molte delle idee diffuse dalla cosiddetta Scuola di Francoforte, ad esempio, sono state partorite da Reich.
    E' sempre bene conoscere l'origine delle ideologie: serve soprattutto a ricordare che non nascono spontanee, né sono semplicemente frutto dei tempi.
    Da un tipetto così è nata la rivoluzione sessuale


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    I figli potranno avere il cognome della madre. San Martino, aiuto!
    San Martino, aiutaci tu. Nei giorni in cui l’America si revirilizza, l’Italia continua imperterrita a castrare i suoi uomini: la Corte costituzionale ha deciso che i figli potranno avere il cognome della madre. E così i maschi, già svogliati, avranno un motivo in più per non impegnarsi. Perché corteggiare, copulare e infine venire dentro se il figlio eventuale non avrà il tuo nome? Per il piacere di mantenerlo fino al master? Stanno distruggendo il padre e allora bisogna ricorrere al Padre con la P maiuscola, attraverso di te.
    Non sapevo (me l’ha raccontato un amico veneto) che a Col San Martino, nella Marca trevigiana, in una chiesa a te dedicata si pratica la devozione della “levata dei nomi”. Le donne che non riescono a rimanere incinte vi si recano e dopo apposito rito officiato dal parroco estraggono un nome dall’apposita urna, impegnandosi insieme al marito ad assegnarlo al figlio che verrà. Col mio amico ha funzionato ma non credo funzioni sempre. Dunque ti prego di esaudirli più spesso, i desideri dei tuoi devoti, e che Col San Martino diventi famosa per la frequenza di tanto prodigio: il doppio miracolo di un bambino e di un’onomastica non decisa dalla Corte costituzionale.
    I figli potranno avere il cognome della madre. San Martino, aiuto! - Il Foglio

    Attacco alle radici
    di Costanza Miriano
    Adesso, che sia io a difendere l’importanza, il valore, la sacralità del nome è davvero surreale. Io i nomi me li dimentico qualche decimo di secondo dopo averli sentiti, senza battere ciglio. A volte non li sento neanche mentre me li stanno dicendo, tutta presa come sono dall’osservare le facce, per cercare di carpire i segreti più profondi – sarà felice? – da una piega della palpebra, dalla postura. Non mi ricordo un generale, un presidente, una città neanche se mi pagano; attraverso sale piene di gente con un sottile senso di panico, studiando formule generiche e il più possibile vaghe – “eh, che bello, era tanto che mi chiedevo come stessi”; “ti ho pensata” – per prendere tempo nella speranza di ricordarmi come cavolo si chiama quella persona che lo so, ne sono certa, io conosco bene, benissimo.
    Eppure anche io, che non me ne ricordo uno neanche per sbaglio, riconosco quanto sono importanti i nomi. Nomina sunt numina rerum. I nomi racchiudono il valore simbolico. I nomi servono a ordinare il nostro mondo culturale. Nella Bibbia i nomi sono segno del rapporto con Dio, che spesso cambia nome ai suoi eletti. E quando l’uomo dà i nomi alle specie naturali ne segna la gerarchia. Gesù stesso, poi, è il verbo incarnato.
    Che il nome non sia semplicemente un nome, una composizione casuale di lettere dell’alfabeto, lo sanno anche i promotori della legge appena passata al vaglio di un preconsiglio dei ministri, che vuole rendere più facile per i genitori aggiungere al proprio figlio il cognome della madre, oltre a quello del padre. Lo sanno così bene che è chiaro che il loro obiettivo non è attaccare il nome, ma quello che rappresenta. Chi sostiene – come per esempio sul Corriere della sera Maria Laura Rodotà – che la scelta del cognome dovrebbe essere libera e fatta di comune accordo tra i genitori, in realtà ne fa una questione di patriarcato, di comando, di presunto dominio da sovvertire. Insomma, sostiene la Rodotà, e molte femministe con lei, il piccolo Kevin deve potersi chiamare sia Rossi come la mamma, che Bianchi come il babbo. O magari tutti e due. Rossi Bianchi. O anche Bianchi Rossi. Parità ovunque, nel lavare i piatti e sui documenti.
    Ad essere attaccata, diciamo la verità, è l’autorità paterna, l’obbedienza, il senso della gerarchia.
    Come tutte le costruzioni ideologiche, anche questa prescinde dalla realtà. Quando non raccogliamo i dati reali e partiamo con le nostre teorie basate solo sulle idee, prendiamo facilmente sonore cantonate. Mi chiedo, tanto per cominciare, come si potrebbe poi, soprattutto a distanza di tempo, mettere ordine nelle parentele, nelle genealogie. Come andare a ritroso nelle generazioni e cercare di ricostruire i legami familiari magari sbiaditi nel tempo. Sarebbe inutile persino andare a cercare i cari tra le lapidi del cimitero, o all’anagrafe della parrocchia, tra i battesimi di tanti decenni fa. Sarebbe una complicazione burocratica, poi, senza fine. Se un Rossi Bianchi si sposa con una Verdi Neri, poi, il figlio come si chiamerà? Quattro cognomi? Ma prima la nonna materna? E se mia suocera si offende? E tutto per che cosa, poi? Per dare l’ennesima picconata alla figura paterna, come se ne avesse ancora bisogno.
    Qui non è questione di essere cattolici, che sia chiaro. Gli ambiti in cui noi credenti siamo liberi sono spesso più grandi e vasti di quanto pensiamo, e la questione del cognome non è certo un dogma di fede. Stiamo parlando di non complicare le cose. L’ideologia è talmente accecata nella sua foga – distruggere tutto quello che rimanda a un’autorità – che diventa stupida.
    Quanto a me, sono molto orgogliosa di avere contribuito a generare quattro persone che portano il cognome di mio marito. Due di loro, maschi, lo tramanderanno ai loro figli, spero. Anche se quando cerco di vaticinare le somiglianze, e ovviamente mi sembra chiarissimo che tutti i pregi i miei bambini li hanno presi da me, mentre i difetti li attribuisco ai geni di mio marito, io in realtà sono contenta che i miei figli, ai quali ho prestato il mio sangue e il corpo, ho dato il latte, abbiano preso insieme al patrimonio genetico il nome del loro padre. Sono contenta anche per loro: così sanno chi sono, da dove vengono. Sanno chi è il padre che al momento di uscire dal nido li spingerà nel viaggio più importante della vita, quello verso il Padre.
    https://costanzamiriano.com/2011/07/...o-alle-radici/

    Prima unione civile tra due amici: "Non siamo gay, ma sposarsi conviene"
    Una scelta fuori dal coro ma dentro ai limiti di legge, e che forse farà discutere: è quella di Gianni e Piero, conviventi da anni ma «solo amici», che hanno deciso di unirsi civilmente sabato prossimo a Schio, nel vicentino.
    «Non siamo gay» hanno precisato, spiegando che la loro è una scelta di pura convenienza. Gianni, vicentino di 56 anni, è un musicista; Piero è di origini romane e ha 70 anni. Convivono già da parecchi anni ma il sesso non c'entra: «non siamo una coppia, ci prendiamo cura l'uno dell'altro, siamo come fratelli» hanno spiegato in un'intervista.
    Allora perchè unirsi civilmente? I due prossimi 'sposi" sono convinti che l'unione civile consentirà loro di accedere a diritti utili e di risolvere problemi pratici.
    Vivono in un Comune vicino a Schio, hanno scelto quest'ultimo perché qui hanno potuto sbrigare le pratiche necessarie velocemente, nonostante il sindaco sia contrario alle unioni omosessuali. La cerimonia infatti sarà celebrata da un assessore donna.
    «Ci sono situazioni - spiegano i due amici - in cui non avere un legame riconosciuto crea difficoltà, come le degenze in ospedale, ma anche il pagamento delle bollette, del canone Rai: prima che venisse messo in bolletta lo addebitavano a entrambi». Una scelta di pura convenienza, dunque.
    Critico Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia e leader storico della comunità omosessuale italiana: «che due persone eterosessuali dello stesso sesso vogliano fare una unione civile e accedere così anche alla reversibilità delle pensioni, all'eredità e così via, lo trovo legale, ma dal punto di vista morale è una truffa.
    Non è che si possa utilizzare la norma come si vuole. Liberi di farlo, ma dal punto di vista morale credo siano dei furbacchioni che usano le norme a loro uso e consumo».
    Mancuso conclude «attenzione a non svilire un istituto come qualcosa che passa come privilegio, la legge non è un eldorado per chi vuol fare il furbo».
    Prima unione civile tra due amici: "Non siamo gay, ma sposarsi conviene" - Giornale di Sicilia

    Amici uniti civilmente? Detto, fatto
    di Tommaso Scandroglio
    Unirsi civilmente senza essere gay. Il Giornale di Vicenza intervista Gianni Bertoncini, 56 anni, noto batterista jazz e l’amico Piero Principe, 70 anni. Prima coppia unita civilmente a Schio. Ma non sono una coppia gay, sono solo due amici che vivono insieme.
    Il giornalista Elia Cucovaz attacca così l’intervista: “Bertoncini, la vostra sarà la prima unione omosessuale a Schio...”. «Guardi, la fermo subito – lo interrompe il batterista - Noi non siamo una “coppia” nel senso in cui lo intende lei». E di rimando il giornalista “Scusi?”. «Conviviamo da molti anni – spiega lui - Ci prendiamo cura l’uno dell’altro. Ma siamo... come fratelli». “Fratelli? – chiede giustamente interdetto Cucovaz - Ma sbaglio o allora questo non ha niente a che fare col cosiddetto “matrimonio gay”?”. «No, infatti – ammette Bertoncini - per noi significa più che altro accedere a dei diritti e risolvere dei problemi pratici».
    Un insulto alla legge sulle Unioni civili? Un comportamento in frode alla legge? Un uso strumentale di una vittoria del mondo omosessualista? Nulla di tutto questo, bensì un uso correttissimo, seppur molto prosaico, della legge Cirinnà la quale non prevede come condizione per unirsi civilmente che la coppia sia legata da vincoli affettivi omosessuali, bensì solo che la coppia sia formata da due persone dello stesso sesso. Quindi anche due amici in punta di diritto possono unirsi civilmente.
    Al comma 1 dell’art. 1 infatti possiamo leggere che “la presente legge istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso”. Punto. Non si aggiunge altro. Chi sono i soggetti esclusi? I minorenni, gli sposati, i già uniti civili, gli interdetti, gli ascendenti e discendenti in linea retta, i fratelli, zii e nipoti, gli affini, gli adottati e adottanti e chi si è macchiato di omicidio o di tentato omicidio del coniuge o dell’unito civile. Gli eterosessuali non compaiono in questo elenco e quindi possono contrarre unione civile. E non potrebbe essere che così. Includere come criterio per unirsi civilmente anche l’esistenza di un vincolo affettivo di natura omosessuale avrebbe comportato seri problemi giuridici, anzi sarebbe stata una indicazione priva di carattere giuridico.
    Infatti chi avrebbe accertato l’esistenza di questo vincolo affettivo? L’ufficiale di stato civile? Un perito di ufficio? La stessa coppia tramite autocertificazione che attestasse: “noi ci vogliamo bene, non come due amici, ma come due amanti”? E poi quali criteri seguire per certificare l’esistenza di tale rapporto omosessuale? La verifica che i due hanno rapporti carnali? La convivenza associata a gesti di intimità o di mera attenzione reciproca, ma un’attenzione non puramente amicale? E poi dato che le unioni civili sono state sostanzialmente parificate al matrimonio e dato che anche nel matrimonio quello che conta per lo Stato è l’assunzione di alcuni doveri specifici – fedeltà, aiuto reciproco, educazione dei figli etc. – non l’esistenza di un vincolo affettivo, perché prevedere criteri differenti per le coppie unite civilmente?
    In buona sostanza Gianni e Piero sono una coppia unita civilmente secondo tutti crismi di legge. Ma qui entriamo nel paradosso. Infatti due amici potranno godere di tutti quei diritti riservati alle coppie coniugate. Non solo l’unione omosessuale è stata omologata al vincolo matrimoniale, ma anche una semplice amicizia può essere considerata “matrimonio”. A rovescio - dato che le equivalenze si possono leggere non solo da sinistra verso destra ma anche da destra verso sinistra - marito e moglie possono essere considerati due amici. C’è chi progredisce e che regredisce suo malgrado sulla scala evolutiva/involutiva disegnata dal legislatore.
    Ma facciamo un passo in più, passo consentito dalla stessa legge Cirinnà. Gianni e Piero si sono uniti civilmente perché amici e perché, come loro ammettono, è conveniente farlo. E se prevalesse la convenienza sull’amicizia? Nulla vieta pensare che due persone dello stesso sesso si potranno unire civilmente solo perché così avranno vantaggi fiscali, sulla casa, sulla cittadinanza, anche agevolazioni in sede processuale penale ne abbiamo già parlato.
    Unirsi tanto per garantirsi uno scudo processuale nel caso in cui un rapina andasse male: chi vieta di ipotizzarlo? Unirsi civilmente non perché omosessuali e non perché amici, ma perché utile è legittimo secondo la legge Cirinnà ed è impossibile vietarlo. Il nostro ordinamento infatti mica fa il processo alle intenzioni in merito all’uso che fanno i cittadini degli istituti giuridici eretti dallo Stato. Contenti loro, contenti tutti. Quindi perché non usare della Cirinnà anche per fini non nobilissimi?
    Saltano quindi tutte le categorie non solo antropologiche, ma anche sociali e giuridiche: una coppia di amici, di conoscenti, di soci in affari, di compagni di partito, di studio, di sport è anche una coppia di coniugi. In forza della legge la realtà può cambiare natura e il diritto è in grado di realizzare l’impossibile, come forse fece Caligola che nominò “senatore” un cavallo, cioè fece diventare un equino una persona. Come dargli torto, dato che alcuni nostri senatori sono, nemmeno cavalli, ma solo veri asini?
    Nella Relazione al Titolo preliminare del Codice Civile di Napoleone si poteva leggere che la legge modifica, cancella ciò che esiste e crea ciò che non esiste. La vicenda della coppia di amici di Schio ci ha fatto comprendere ancora una volta che l’intento della Cirinnà è quello non solo di creare il “matrimonio” gay, ma anche e soprattutto di cancellare l’istituto del matrimonio e sostituirlo con qualsiasi rapporto sociale: omosessuale, di amicizia, di convenienza. Se ogni relazione è uguale alle altre, scompare ogni differenza, si annulla ogni identità. Più che una società liquida ci aspetta una società gassosa. Prepariamo le maschere antigas.
    Amici uniti civilmente? Detto, fatto

    Foffo e Prato, sesso davanti al corpo in agonia
    Omicidio Varani
    Redazione
    Sono passati oltre otto mesi dall'omicidio di Luca Varani ma continuano a emergere particolari sempre più raccapriccianti sull'esecusione del ventisettenne da parte di Manuel Foffo e Marco Prato, i due trentenni che lo massacrarono nel corso di una notte folle e sordida conclusasi tragicamente i 4 marzo scorso in un appartamento del Collatino, alla periferia Est di Roma.
    Secondo quanto riporta il quotidiano romano Il Tempo in un articolo a firma Valeria Di Corrado, mentre il corpo di Luca giaceva per terra martoriato da un centinaio di colpi tra martellate e coltellate, forse già morto ma più probabilmente ancora vivo, i due carnefici, sudati e dopo essersi tolti di dosso gli abiti sporchi di sangue, avrebbero consumato un rapporto sessuale. Lo avrebbe raccontato lo stesso Foffo nel corso di uno degli ultimi interrogatori resi davanti al pubblico ministero Francesco Scavo e al suo legale Michele Andreano.
    L'ennesimo particolare agghiacciante di una vicenda che non finisce mai di inorridire. Foffo e Prato avevano attratto con un pretesto, probabilmente di tipo sessuale, Varani in quell'appartamento di via Igino Giordani e poi, dopo averlo stordito con droghe, alcol e farmaci, lo avevano massacrato con «almeno 107 ferite», con «perversione e gratuita malvagita», dando sfogo si legge nel capo d'imputazione a «un impulso interiore connotato da inaudita violenza». E cosi si e compiuta «la morte di un essere umano attraverso inumane sofferenze».
    Foffo e Prato, sesso davanti al corpo in agonia - IlGiornale.it

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Matrimoni e cognomi
    Elisabetta Longo
    Intervista all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia
    7 novembre 2016. La Corte Costituzionale dichiara illegittima l’attribuzione automatica del cognome del padre sulla prole, in seguito a un quesito sollevato dalla Corte di appello di Genova. Una coppia italobrasiliana residente a Genova ha chiesto di registrare il neonato con il doppio cognome, così come accade nello Stato di origine della madre. La richiesta della coppia è ovviamente stata respinta, vista la legge italiana, che permette un cognome diverso da quello paterno solo se ridicolo o offensivo, con richiesta fatta dal prefetto di competenza. E invece la Consulta ha dato risposta positiva.
    13 novembre 2016. Due amici di lungo corso, Gianni, 56 anni, e Piero, 70, stringono un’unione civile, secondo quanto ideato dalla legge Cirinnà. I due dichiarano di non essere omosessuali, ma di vivere nella stessa abitazione da tanti anni e raccontano al Giornale di Vicenza di prendersi cura l’uno dell’altro da anni, di sentirsi come fratelli, e voler avere i privilegi e i diritti che avrebbero se fossero uniti civilmente. Per esempio non pagare due canoni della televisione. Indignato il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso: «Dal punto di vista morale è una truffa».
    14 novembre 2016. La Commissione Lavoro approva un emendamento nella legge di bilancio che allunga a 5 giorni il congedo di paternità alla nascita del figlio, attualmente di due giorni. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, nei giorni precedenti, si era detto favorevole ad estendere il congedo post nascita fino a 15 giorni, secondo quanto proposto dalla senatrice Valeria Fedeli, e caldeggiato dal presidente della Camera Laura Boldrini, che si interrogava sul concetto di condivisione di genitorialità sulle pagine del Corriere della Sera.
    Che cos’hanno in comune questi tre fatti con le nuove mutazioni della famiglia? Tempi.it ha posto questa domanda all’avvocato Massimo Fiorin, esperto matrimonialista, autore di diversi libri sulla legislazione di coppia.
    A proposito del cognome della madre, Repubblica ha scritto: «Hanno vinto le donne, hanno vinto le madri. Ora i figli potranno finalmente portare il loro cognome accanto a quello del padre dal giorno in cui vengono al mondo. Senza pratiche burocratiche, attese. Dopo secoli in cui le origini materne in nome del pater familias sono state ignorate, cancellate, perse, inesistenti nei registri delle parrocchie, nelle anagrafi, adesso cambia tutto». Avvocato Fiorin, è così?
    Il sistema patronimico italiano fa parte della nostra storia, ha il pregio della semplicità, oltre che espressione di valori simbolici. Togliendo questa abitudine si vuole scardinare la tradizione della famiglia e l’ordine stesso delle generazioni. Piuttosto che dare la possibilità di scelta su quale cognome utilizzare una volta nato il bambino, sarebbe stato meglio copiare la legislazione spagnola. Ogni figlio prende il cognome di entrambi i genitori, ma successivamente, se la donna si sposa, il nuovo nato non avrà quattro cognomi, ma solo il primo dei due cognomi genitoriali, cioè i paterni. Ribadendo in un certo senso l’importanza della tradizione del patronimico.
    Non è la prima volta che si discute di cognomi.
    Fino a qualche decennio fa, la moglie perdeva il proprio cognome e assumeva quello del marito. Questo rappresentava un privilegio, era per lei una garanzia, uno status, in quell’assunzione c’era insito il compito stesso che la donna aveva in famiglia. Occorre ricordare infatti che il termine matrimonio deriva dal latino “matris” “munus”, compito della madre. Una volta nati i figli, ricordiamo anche che il padre, nella società dell’epoca, dando il proprio cognome, dava loro dignità. Se compito della madre era la generazione dei figli, compito del padre era la trasmissione della cultura, del sapere, della salvaguardia della famiglia.
    E poi cosa è successo? Cosa è diventato il matrimonio?
    Il periodo di contestazione del Sessantotto è stato contraddistinto dalla negazione di ogni genere di autorità. Anche quella patriarcale, tipica della società italiana dell’epoca. Si voleva profondamente colpire la famiglia, che non veniva più vista come il luogo fondamentale per la formazione dei ragazzi, anzi, era diventata un luogo mostruoso, con padri dispotici, alla quale si doveva rispondere con la ribellione, per far emergere la propria identità. La conseguenza logica della situazione creata dal Sessantotto è stata la legge sul divorzio nel 1970, e poi la modifica del diritto di famiglia, avvenuta nel 1975.
    In questo quadro allora come si colloca l’estensione del congedo di paternità, dopo la nascita del figlio?
    A mio avviso non ha niente a che vedere con il reale bisogno del bambino, che nei primi giorni di vita ha principalmente necessità della vicinanza materna. Ci vedo più che altro l’esigenza di ribadire l’uguaglianza tra generi, visto che stando a casa dal lavoro il padre può aiutare la madre, ma senza spontaneità, la politica si interpone nella coppia a dire “padri dovete aiutare le madri”. In questa iniziativa intravedo solo un’idea politicamente corretta, che alla lunga si renderebbe necessaria se si diffondesse la genitorialità tra persone dello stesso sesso.
    A proposito di coppia dello stesso sesso, cosa pensa invece del caso dei due amici che vogliono contrarre un’unione civile, per avere i benefici che questa dà alla coppia? La stessa Monica Cirinnà ha dichiarato che non ci vede nulla di male, visto che ci sono altrettanti matrimoni eterosessuali costruiti sulla convenienza.
    Mi sembra il corto circuito ideologico definitivo. Aurelio Mancuso è stato il più scandalizzato da questa coppia di amici di Schio, perché hanno dichiarato di non essere una coppia gay, e quindi di non avere rapporti sessuali. Eppure proprio nel testo della legge Cirinnà, secondo quanto suggerito dal ministro Angelino Alfano, non è indicato il vincolo alla fedeltà, cioè se uno dei due partner decidesse di non avere rapporti sessuali all’interno della coppia, ma con altri, non ci sarebbe niente da obiettare legalmente. Quindi perché proprio Mancuso si scandalizza che il signor Gianni e il signor Piero dichiarino di non stare insieme? Nei giorni dei dibattiti, l’onorevole Paola Concia ha dichiarato che anche gli eterosessuali avrebbero dovuto ringraziare per l’abolizione dell’obbligo di fedeltà, come se questa fosse una norma desueta.
    Matrimoni e cognomi | Tempi.it

    Ma allora anche io e il mio coinquilino siamo “unione civile”?
    di Gianluca Veneziani
    Da quattro anni convivo con il mio coinquilino, ma sto pensando di contrarre con lui un’unione civile. No, non sono improvvisamente diventato gay né lo è diventato lui, ma contrarmi con lui mi darebbe maggiori diritti e mi aiuterebbe a risolvere problemi pratici. In poche parole, mi converrebbe. E allora perché non usufruire insieme della legge Cirinnà?
    Non sarei il primo, lo so. Prima di me lo hanno fatto due amici di Schio, Gianni Bertoncini e Piero Principe, che si sono uniti civilmente grazie alla nuova legge non per amore, non perché coppia omosessuale, ma “per prenderci cura l’un l’altro come amici”, come riporta La nuova bussola quotidiana. La loro unione d’amicizia, d’altronde, è perfettamente coerente con l’articolo 1 della legge Cirinnà che “istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso”, senza precisare la natura del loro rapporto. Amici, conoscenti, conviventi per opportunità, interessi economici, mera comodità pratica? Poco importa. L’unica condizione è essere dello stesso sesso.
    Crolla così uno dei miti propagati dai teorici Lgbt per sostenere la necessità di una legislazione ad hoc per le coppie gay: l’amore. L’amore giustifica tutto, dicevano. L’amore, a prescindere da quale sia il sesso, dovrebbe bastare a rendere possibile un matrimonio e creare una famiglia. L’amore è il fondamento della vita e della società, dunque merita anche un riconoscimento giuridico formale.
    Balle. Il legislatore non legifera mica sulla base dell’amore e lo stesso articolo 29 della Costituzione parla della famiglia come di “società naturale fondata sul matrimonio”, non certo di coppia basata sull’amore. Al legislatore non interessa mica che due si sposino o meno per amore. Non è certo un argomento giuridico, l’amore. E la deriva delle unioni civili lo conferma. È sufficiente l’amicizia o un rapporto paragonabile a quello fraterno per creare una coppia riconosciuta dalla legge. Così, anche due studenti che convivono durante l’università o due colleghi (come è il caso del sottoscritto) che condividono la casa possono ritenersi “coppia” riconosciuta dalla legge, godendo di tutti i relativi diritti.
    Gran bell’affare davvero, questa legge Cirinnà. La differenza sostanziale è che, mentre nel matrimonio l’interesse è orientato comunque verso un terzo, cioè alla procreazione e all’educazione di un figlio, cioè di un futuro cittadino della società, qua l’interesse è ripiegato tutto sui due contraenti. Loro se la cantano e se la suonano. L’utile ad ususm proprium. L’egoismo sociale, avallato da riconoscimento giuridico. I due “partner” di Schio lo ammettono candidamente: “Per noi l’unione significa più che altro accedere a dei diritti e risolvere dei problemi pratici”. Un mezzo utilitaristico.
    Bene, ma se l’unico criterio di un’unione è l’Utilità, non si capisce perché, dopo il limite del Genere (ossia la differenza sessuale tra i due coniugi), non possa cadere anche quello del Numero (vai allora con la poligamia, come ha sostenuto Hamza Piccardo) o quello della Specie (si potrebbe ammettere come unione anche il rapporto tra un uomo e una pianta) o quello della condizione vivente (anche una donna che convive con una pietra potrebbe trarre qualche utilità dal rapporto).
    Sono gli scenari paradossali cui apre quel capolavoro chiamato legge Cirinnà. Venuto meno il vincolo della complementarità dei sessi, tutto è possibile. Non già solo un rapporto tra omosessuali (sarebbe l’esito più ovvio). Ma qualsiasi tipo di relazione, incontri ravvicinati del terzo, del quarto, del quinto tipo…
    No, non conta il bene sociale (e tanto meno l’amore). Contano i diritti e i benefici individuali che se ne possono trarre. E qualcuno continuava a chiamarla famiglia.
    Ma allora anche io e il mio coinquilino siamo "unione civile"? - L'intraprendente | L'intraprendente

    Spagna, è ormai gendercrazia: studenti delatori e liste di proscrizione se il prof non applica la legge
    di Andrea Zambrano
    La gendercrazia che si è instaurata in Spagna sta procedendo a larghe falcate verso la sua piena applicazione. Presto nelle scuole di ogni ordine e grado avremo studenti delatori nei confronti degli insegnanti che non applicheranno le nuove direttive dettate dall’assemblea di Madrid attraverso la cosiddetta legge Cifuentes, dal nome del governatore dell’assemblea autonoma madrilena, che ha licenziato una legge che sta già mietendo numerose vittime.
    Il mese scorso all’apertura della scuola era finito nel mirino il Collegio Juan Pablo II, il cui preside aveva commesso l’imperdonabile errore nel corso di una comunicazione scuola-famiglia di denunciare la legge Cifuentes che avrebbe limitato la libertà di educazione delle scuole e dei genitori. Erano insorte molte associazioni Lgbt che aveva chiesto alla presidenta di applicare le sanzioni previste dalla legge.
    Adesso si alza l’asticella di qualche metro. In attesa che la procura ravvisi degli estremi di reato per il povero preside, l’associazione Lgbt Arcopoli ha lanciato via Twitter una campagna di delazione per gli studenti che di fatto si puo' configurare come una vera e propria lista di proscrizione per le scuole che non si piegano all’insegnamento gender tra i banchi.
    A dare la notizia, in un articolo firmato da Pablo Gonzalez de Castejo'n è il portale Actuall che entra nel dettaglio della campagna di proscrizione. L’associazione Arcopoli ha deciso di utilizzare tutto il ventaglio di strumenti messi a punto dalla legge. Tra questi l’invito agli studenti a esigere dai loro rispettivi istituti una stretta vigilanza sulle nuove obbligazioni scolari. E se non lo hanno fatto devono scrivere immediatamente scrivere all’associazione Acropoli perché queste vengano compiute. Un atteggiamento di delazione che non è contemplato dalla legge dato che l’associazione non ha meriti per intervenire, pero' intanto si fa un po’ di terrorismo, in attesa che i giudici affinino la procedura della caccia al reprobo.
    Tra le “obbligazioni” compaiono anche rituali curiosi. Ad esempio il far rispettare l’esposizione della bandiera arcobaleno nel giorno dell’orgoglio gay. Giorno che Madrid, guarda caso, sarà mondiale nella primavera del 2017. Questo la legge non lo dice, pero' dice che le scuole devono commemorare in un qualche modo, non dice quale, la storia della comunità Lgbt.
    La stessa strategia è utilizzata per l’istituzione di una biblioteca Lgbt, che dovrà essere presente in ogni scuola. Immaginiamo di che tenore dovranno essere i testi. Ma c’è di più: l’associazione ha annunciato che manderà degli ispettori per certificare il rispetto della legge. A quale titolo? Non si sa, pero' per certe associazioni di cittadini evidentemente ci sono dei percorsi privilegiati.
    E’ evidente che la strategia è quella di portare ad un casus belli. Una scuola che prima o poi verrà presa di mira e punita con la sospensione dell’accreditamento si troverà. Al resto penserà la giustizia ordinaria, che potrà cosi' fare il suo lavoro grazie all’opera “meritoria” di studenti delatori e attivisti gay diventati ormai una polizia politica del pensiero.
    Spagna, è ormai gendercrazia: studenti delatori e liste di proscrizione se il prof non applica la legge

    Maurizio Costanzo Show, Sgarbi se la prende con i matrimoni gay
    Anna Rossi
    Il critico d'arte - si sa - non ha peli sulla lingua e quando deve dire una cosa la dice senza troppi giri di parole. Così nella scorsa puntata del Maurizio Costanzo Show, interpellato sui matrimoni gay, ha detto la sua: "Quando si sono sposati i primi due gay a Torino, 80 e 82 anni, gli hanno detto: 'Come è andata? Perché vi sposate?' "Benissimo. Ci siamo sposati così quando vado all'ospedale lui mi accompagna. Poi per la pensione di reversibilità".
    Ma proprio queste parole riportate da Vittorio Sgarbi, lo fanno scatenare: "Ma che cazzo di matrimonio è? Ti unisci per la pensione di reversibilità? Ma che cazzo è?!? Chiava e non rompere i coglioni".
    Ma quello detto da Sgarbi è stato rimproverato da Stefano Francescon, Vice segretario Giovani Democratici Moncalieri, che sulla propria pagina Facebook ha pubblicato due video della trasmissione: "E' successo un fatto gravissimo, Franco e Gianni la prima coppia gay unita a torino (80 e 83 anni) è stata oggetto di frasi inaccettabili pronunciate da Vittorio Sgarbi durante il Maurizio Costanzo Show. Sono vicino a loro e gli esprimo tutta la mia solidarietà. Ora basta non possiamo più tollerare simili attacchi. Non si arretra di un passo!!!".
    Maurizio Costanzo Show, Sgarbi se la prende con i matrimoni gay - IlGiornale.it

    Omicidio Varani, Manuel Foffo: "Prato voleva evirare Luca"
    Marta Proietti
    Otto mesi dopo lo spietato omicidio di Luca Varani, avvenuto in un appartamento nel quartiere Collatino di Roma il 3 marzo, l'inchiesta su Manuel Foffo e Marco Prato si arricchisce di nuovi particolari importanti.
    I due, chiusi nel carcere di Rebibbia e di Regina Coeli, sono stati ascoltati per mesi a loro insaputa. Le conversazioni dei due con i propri parenti sono state infatti intercettate.
    È Il Messaggero a pubblicarne alcuni stralci. A pochi giorni dal delitto Manuel Foffo incontra il fratello: "Ho fatto una cosa peggio dell'Isis - si sfoga - un crimine vigliacco, infame e crudele. Non mi piace essere me stesso". Il parente prova a confortarlo e quando lui sbotta dicendo: "Faccio un gesto da eroe, mi suicidio", gli risponde: "Un gesto da cogli... Solo al tumore non c'è rimedio".
    Anche Marco Prato si sfoga con suo padre, rammericandosi in particolare per le mancate visite della madre: "Mamma non viene? Io ho il libero arbitrio. Da bambino mi si è formato un vuoto, ho cercato di colmarlo per tutta la vita con droga e sesso. E poi è successo quello che è successo".
    Di quella notte e dei tanti particolari scabrosi è soprattutto Foffo a farne riferimento. Al fratello dice: "Gli ha dato la coltellata al cuore. Gli stava a tagliare er p... Lo voleva evirare. Gli ho fatto: fermate ahoooo".
    Le intercettazioni sono state raccolte nel fascicolo che porterà a processo lo studente universitario del Collatino e il pr delle serate vip, entrambi accusati di omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà e da futili motivi.
    Omicidio Varani, Manuel Foffo: "Prato voleva evirare Luca" - IlGiornale.it


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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Bagni unisex a scuola, esplode la rabbia dei genitori
    Il caso in una scuola di Londra. La preside: "Iniziativa per educare i bimbi al rispetto delle diversità di genere". Le mamme: "Cosi' mettono i nostri figli a rischio abusi"
    Giovanni Vasso
    Non è andata per niente giù ai genitori l’idea di una scuola elementare di Londra di educare i piccoli allievi al rispetto delle diversità di genere allestendo solo bagni unisex nel nuovo edificio che ospiterà l’istituto.
    E mentre la preside difende l’iniziativa, la petizione delle mamme e dei papà raggiunge, in pochissime ore, quasi ottocento adesioni.
    E' bufera alla Buxton School nel quartiere di Leytonston a Londra, dove è nato e ha vissuto gli anni della giovinezza un gigante del cinema come Alfred Hitchcock. La preside ha dato disposizioni affinché nel progetto del nuovo istituto scolastico, costato alla comunità ben dodici milioni di sterline, fosse previsto l’allestimento di servizi igienici “inclusivi” da destinare all’utilizzo comune, a prescindere dal sesso, degli allievi. Come riporta l’Independent citando quotidiani locali, la preside ha difeso l’iniziativa sottolineando che i servizi igienici sono a norma e che lo scopo dei bagni unisex sarebbe quello di creare “uno spazio sano” in cui “gli allievi possano dare e ricevere rispetto a prescindere dalle diversità”.
    I genitori, perٍ, non sono d’accordo. E, anzi, molti hanno lamentato di essere stati tenuti completamente all’oscuro dei propositi della dirigenza scolastica. Cosi' è partita una petizione sulla piattaforma online di Change.org dove le mamme e i papà hanno espresso con forza il loro disappunto. La maggior parte di loro teme traumi per i figli. C’è chi denuncia: “Altro che rispetto reciproco, bambine e bambini saranno divorati dalla vergogna, dalla paura di essere visti in una fase delicatissima dello sviluppo della personalità”. Altri temono che la condivisione dei bagni tra maschietti e femminucce possa condurre i propri figli alla precocità sessuale e che da questa possano sorgere odiosi episodi di abusi.
    Il braccio di ferro a scuola, intanto, continua mentre il dibattito ha abbandonato le colonne dei giornali locali e si sta imponendo a livello nazionale in tutta la Gran Bretagna.
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    DELITTO VARANI, DE SICA, UOMINI&DONNE E I CARABINIERI: INQUIETANTE SOTTOBOSCO GAY
    Inquietante articolo del Tempo di Roma sulla disgustosa vicenda gay che ha portato all’omicidio brutale di Luca Varani. Si rivela un sottobosco gay della Capitale tra programmi trash come Uomini&Donne e noti attori che fa rabbrividire. E si rivela l’ossessione gay di ‘convertire’ i normali alle pratiche della sodomia.
    -
    Avrebbe offerto foto e chat scambiate in privato con Christian De Sica come «moneta di scambio» per convincere i suoi amici a cedere alle sue «avances». Emerge anche questo dalle oltre novemila pagine del fascicolo dell’inchiesta sulla morte di Luca Varani, barbaramente assassinato il 4 marzo scorso in un appartamento in zona Collatino, a Roma.
    Il 10 maggio il nucleo operativo della Compagnia dei carabinieri di piazza Dante inoltra alla Procura di Roma una «richiesta urgente» di intercettare le utenze usate da De Sica, «sussistendo l’assoluta indispensabilità di procedere all’intercettazione telefonica delle chiamate in arrivo e in partenza». Tale richiesta non verrà accolta dal pm Francesco Scavo. Nel motivarla, il comandante del nucleo spiega che «dall’analisi dei tabulati telefonici emergono tra De Sica (ovviamente mai indagato) e Prato importanti contatti telefonici, nel 2013 e nel 2014, e man mano più sporadici nel 2015».
    Secondo gli investigatori l’attore «potrebbe essere stato coinvolto in qualche situazione estorsiva, pur non avendo riferito nulla in merito finora di sua spontanea volontà, per motivi chiaramente legati alla tutela della sua privacy e all’immagine». In effetti è stato un amico di Marco, G. L., a riferire agli inquirenti della proposta che gli avrebbe fatto Prato, in occasione di un festino a base di alcol e droghe: se avesse ceduto alle sue «avances», il 30enne accusato dell’omicidio di Varani gli avrebbe ceduto delle fotografie del noto personaggio dello spettacolo, facendogli intendere che avrebbe potuto utilizzarle per chiedere dei soldi a De Sica. La circostanza sarebbe confermata da un colloquio in carcere col padre, del 18 marzo, in cui Prato spiega che «sul suo telefonino ci sono foto (…) anche importanti, quali l’attore Christian De Sica (…) dichiarando che, una volta che queste foto usciranno, saranno una cosiddetta “bomba”, ma non solo per lui, bensì anche per altre persone che tenteranno di fare muro insieme a lui, perché altrimenti andranno giù anche loro».
    Dagli accertamenti tecnici dei Ris sui dispositivi usati da Prato «risulterebbe effettivamente uno scambio di messaggi, tra cui alcune foto inviate da De Sica a Marco» e che nell’ottobre 2015 Prato manda a Giuseppe L. (come gli aveva promesso) le foto scambiate con l’attore e «delle chat (…)». Fatto sta che il 27 maggio l’attore è stato convocato presso gli uffici del comando di piazza Dante «al solo scopo di verificare se fosse stato avvicinato da Giuseppe L. (l’amico di Prato, ndr) o da altri, con il fine di estorcergli del denaro in cambio delle fotografie cedute». «De Sica in sede di escussione ha riferito di non essere a conoscenza che il materiale scambiato con Prato potesse essere ceduto a terzi e di non essere mai stato avvicinato da nessuno per delle pretese di denaro, a fronte della minaccia di divulgare quelle immagini».
    Prato è ritornato sull’argomento l’11 ottobre scorso quando nel colloquio in carcere col suo avvocato, gli ha mostrato la sua intenzione di scrivere a De Sica per chiedergli di andarlo a trovare, spiegando che «era stato affettuoso nei suoi confronti».
    NELLA TELA DEL RAGNO
    Il «Re Gay». Così i conoscenti chiamavano Marco Prato. È quanto racconta ai carabinieri l’8 aprile 2016 G.M.M., che con il pr aveva lavorato in un locale. Marco Prato «aveva la fama di uno che aveva la fissa di provarci con gli eterosessuali. Molto persuasivo – racconta A. Mo. – faceva delle promesse e mediante alcol e cocaina cercava di «tirarti nella tana del ragno», di «fare il suo comodo». Ci provava e si proponeva per poi materialmente fare dei rapporti (…). Prato cercava di convincere le persone eterosessuali ad avere rapporti sessuali con lui, dicendo che non c’era nulla di male e che non significava che si era gay (..) tant’è che si diceva che molti personaggi dello spettacolo come (…) e (…) e qualcuno di “Uomini e Donne” erano stati con lui». «Negli ultimi mesi (Prato ndr) era riuscito a convincere vari ragazzi eterosessuali a partecipare a serate a base di alcool e droga – racconta ai carabinieri il 9 e il 15 marzo 2016 G.L., amica del pr – e mediante filmati pornografici riusciva a coinvolgerli in atti sessuali».
    «HO VOMITATO UN LIQUIDO GIALLO»
    Marco Prato avrebbe tramortito Luca Varani correggendo i cocktail a lui offerti con la droga dello stupro. A dirlo è Manuel Foffo al fratello Roberto durante un colloquio a Regina Coeli il 12 aprile 2016. Sospettando di esser stato drogato come la vittima, racconta: «Ho vomitato una sostanza di liquido giallo… secondo me lui lo ha messo pure a me (incomprensibile)». «Mi stai dicendo un particolare non da poco – lo incalza Roberto – hai vomitato una sostanza gialla, l’ha vomitata pure Varani, allora vuol dire che ti ha fatto beve qualcosa… tu hai bevuto qualcosa che ha bevuto pure Varani». «L’alcover» risponde Manuel. «Me sa che l’ha somministrato anche a te», deduce Roberto. «Esatto» conferma il fratello.
    Il dubbio del cocktail corretto viene manifestato anche da A.M., il ragazzo conosciuto da Foffo in una pizzeria e chiamato per il festino, che il 4 maggio 2016 al pm dice: «Sta cosa del cocktail… è andata avanti la manfrina, (…) quando lui ha proposto di beve una Vodka, un superalcolico… La percezione che ho avuto è che c’era qualcosa che non andava, perché sul tavolo c’era una bottiglia, non c’erano altri bicchieri. C’era solo un bicchiere mio che lui teneva sempre qua (…) e girava. Ho lavorato tanto nei locali e il Vodka-Lemon è frizzante, non serve gira’… vedevo t’insistenza che lui lo posava e me lo ridava, poi lo riprendeva e lo rigirava. Marco di fronte a me, è sempre stato lui a dire ‘dai bevite un goccio. C’era qualcosa di strano perché non ho mai visto uno che mi conosce e mi vuole da’ da bere gratis». A ipotizzare l’effetto della droga è sempre A.M. che, raccontando il momento in cui uscì per comprare altro alcool, dice: «A un certo punto, c’ho pure i brividi, ho sentito una pace come quando annavo a Ibiza e mi pigiavo du’ bombe». E intanto spuntano anche altre intercettazioni, già in mano alla procura. Si tratta di colloqui registrati tra i due indagati e i rispettivi parenti e amici durante gli incontri in carcere.
    Strano che la procura di Roma non abbia dato seguito alla richiesta dei Carabinieri. Strano se non si conosce le trame gay del sottobosco di cui sopra e le inconfessabili complicità che attraversano tutto quel mondo fatto di droga, sesso disordinato e soldi. E quel mondo non esclude la magistratura.
    Questo uomo senza morale, Prato, si muoveva con agile naturalezza in quel mondo che la televisione ci propina come ‘normale’.
    Delitto Varani, De Sica, Uomini&Donne e i carabinieri: inquietante sottobosco gay | VoxNews

    Morto un medico a Palermo: in casa trovati sex toys e droghe
    L'uomo, 41 anni, ha passato la serata con un 23enne, trovato sotto choc.
    Chiara Sarra
    Tracce di cocaina, eroina e marijuana oltre ad alcuni sex toys. È quello che hanno trovato gli inquirenti e i sanitari del 118 accorsi per soccorrere un medico anestesista palermitano di 41 anni, trovato però morto in casa.
    L'uomo aveva trascorso la serata con un 23enne che è stato trovato sotto choc. Solo l'autopsia stabilirà se si tratta di morte naturale o indotta da droghe e pratiche sessuali estreme.
    Secondo Repubblica, il giovane avrebbe confermato che avrebbe fatto uso di stupefacenti con il medico: i due si sarebbero anche intrattenuti in pratiche sadomaso, con l'uso di sex toys, un cappuccio nero e una maschera antigas.
    Morto un medico a Palermo: in casa trovati sex toys e droghe - IlGiornale.it

    Un referendum del genere
    di Roberto Marchesini
    Ieri mattina, diligentemente, da bravo cittadino, mi sono recato a votare per il referendum costituzionale. Sono un tipo «vecchio stampo» e le elezioni mi comunicano sempre qualcosa di «sacrale», di «liturgico». Tra l'altro, sono stato moltissime volte scrutatore, segretario e presidente di seggio, e ricordo con piacere quelle lunghe e faticose giornate che mi permettevano, da studente, di disporre di un po' di denaro. Il trucco del lavoro al seggio elettorale consiste nel procedere in modo veloce e preciso, e nel dirimere in modo pacifico eventuali contestazioni.
    Questi ricordi mi assalivano mentre entravo nella scuola che ospitava le sezioni referendarie e salutavo, senza troppo indugiare, amici e conoscenti rappresentanti del SI o del NO. Senza troppo indugiare perché, ai seggi, il clima è sempre piuttosto teso; e qualche parola in più può costare una amicizia. Meglio, dunque, rimandare le chiacchiere ad un'altra occasione.
    Giunto alla sezione che mi è stata assegnata ho aspettato il mio turno. Ad un certo punto il Presidente mi ha indicato con la mano il banco alla sua destra, seduto al quale mi attendeva una sorridente signorina con una penna in mano ed un registro davanti a sé. Sul banco, ben visibile, un cartello con scritto: «UOMINI».
    Ma come... e la lotta ai pregiudizi di genere? L'abbattimento delle costruzioni sociali per le quali l'umanità è stata proditoriamente divisa in uomini e donne, causando tutti i mali possibili ed immaginabili? Possibile che ai seggi non siano informati della nuova attuale era senza generi? Che né il Presidente, né gli scrutatori si siano sentiti offesi per un simile incasellamento coatto degli elettori in due categorie assolutamente arbitrarie?
    Ho guardato il Presidente, probabilmente con una espressione ebete, perché ha ripetuto il gesto dicendo: «Prego, gli uomini a destra». Io non mi sono mosso e, con tutto il rispetto che ho nei confronti di un Presidente di seggio referendario, ho chiesto: «Non si può scegliere?».
    Il Presidente mi ha guardato come se fossi un idiota, e ho inteso sghignazzare, alla mia destra, una giovane scrutatricia. Il mio interlocutore ha ripetuto (per la verità un po' scocciato): «Gli uomini a destra!» E ha aggiunto «Per favore, c'è gente che aspetta...». Così mi sono avvicinato al banco alla mia sinistra e ho porto i documenti alla scrutatricia. Lei mi sorrideva ancora, così ho osato: «Ma questa suddivisione degli elettori in uomini e donne è una vostra iniziativa per semplificare le operazioni?».
    La gentile signorina mi ha risposto sorridendo (non so se era divertita o se ci stava provando): «No... I due registri sono arrivati così dal comune...».
    Sentivo che il clima nel seggio mi era ostile, ma non ho potuto fare a meno di chiedere: «Ma come! Il comune ha speso una barca di soldi per insegnare ai cittadini che le categorie “uomini” e “donne” sono artificiose ed ingiuste! E adesso li obbliga ad adeguarsi a queste ignobili suddivisioni?». In quel momento ho visto il Presidente avvicinarsi alla scrutatricia alla sua destra, probabilmente la vice-presidenta; l'ho inteso persino sussurrare qualcosa a proposito del «poliziotto nell'atrio». Così ho afferrato la matita (che non mi è parsa essere copiativa, per la verità), la scheda, e mi sono precipitato nella cabina.
    Ho tanti difetti e ho commesso qualche errore nella mia vita; ma mai e poi mai vorrei essere accusato di turbativa elettorale.
    I lettori della Bussola mi sono testimoni: non sono un militante della teoria del gender, anzi: più volte ho pubblicamente avanzato le mie perplessità nei confronti di quella che, più che una insulsaggine, mi sembra un pericolo ideologico per la nostra società occidentale (o per quel che ne rimane). La mia insistenza non era quindi dovuta ad una manifestazione pubblica a favore dell'abolizione dei ruoli di genere; semplicemente ero davvero confuso di fronte ai due registri che suddividono i cittadini in «uomini» e «donne», dopo il bombardamento che gli organi dello Stato hanno fatto contro questa stessa suddivisione.
    Uscito dalla cabina ho consegnato scheda e matita (davvero, non mi è sembrata copiativa), ho salutato educatamente i componenti il seggio e sono uscito. Dalla confusione che avevo in testa, un solo pensiero emergeva con la chiarezza di un raggio di sole che buca la nebbia padana: l'Italia è davvero un paese strano.
    Un referendum del genere

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    Predefinito Re: Il deserto avanza

    Francia, ultima follia: intralcio all'aborto
    di Ermes Dovico
    Sei una donna incinta e piena di dubbi, che cerca sul web un confronto con altre donne, un consiglio, un incoraggiamento per continuare la gravidanza o anche delle informazioni sulle conseguenze fisiche e psicologiche dell’aborto? Sei il responsabile di un’associazione che cura un sito Internet per aiutare le donne a dire sì alla vita che custodiscono in grembo e per offrire sostegno morale a chi, invece, ha già vissuto l’esperienza dell’aborto e ha realizzato solo dopo quanto sia drammatica? Nel primo caso, potresti non trovare più quell’aiuto che stavi cercando. Nel secondo, rischi fino a due anni di carcere. Ma, se ti va bene, puoi cavartela con una multa di 30 mila euro.
    Sono queste le pene contenute nella proposta di legge che l’Assemblea nazionale francese esaminerà oggi, a seguito dell’iniziativa di alcuni deputati della maggioranza, che a novembre hanno ottenuto dal governo il via libera per il suo esame accelerato. Prima rapida considerazione: nella laicissima Francia di questi tempi, l’approvazione di norme per limitare la libertà di espressione è diventata una priorità. Nello specifico, la legge, che consta di un solo articolo, mira a estendere il cosiddetto reato di intralcio all’aborto ai siti web accusati di “indurre deliberatamente in errore, intimidire e/o esercitare pressioni psicologiche o morali al fine di dissuadere dal ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza”.
    Seconda considerazione: parlare di “reato di intralcio” rispetto a un male e sottintendere che incoraggiare la donna a far nascere il bambino (questo significa dissuadere dall’aborto) possa configurarsi come induzione all’“errore”, è l’ultimo capolavoro della neolingua che veicola il pensiero unico. È la chiusura del cerchio dello stravolgimento morale avviato tra gli anni ‘60 e ’70. Prima esistevano leggi il cui fine era aiutare a non fare il male, prevedendo un divieto che lo indicava come tale. Poi sono state approvate delle leggi che lasciano la libertà di compiere il male e oggi si cerca di perfezionare questo stravolgimento, introducendo norme che impediscono di fare il bene (in questo senso vanno sia la legge in discussione in Francia sia l’attacco all’obiezione di coscienza).
    Di fronte a questa proposta degna di un sistema totalitario, l’arcivescovo di Marsiglia Georges Pontier, presidente della Conferenza episcopale francese, ha scritto a Francois Hollande per esprimere tutta la sua preoccupazione e chiedere un vero dibattito sul tema. “Che lo si voglia o no, l’interruzione volontaria della gravidanza - si legge nella lettera dell’arcivescovo - rimane un atto pesante e grave che interroga profondamente la coscienza. In situazioni difficili, sono numerose le donne che non sanno se tenere o no il bambino che portano in grembo. Sentono il bisogno di parlare, di chiedere consiglio. Alcune, a volte molto giovani, sperimentano un vero disagio esistenziale davanti a questa scelta drammatica, che le segnerà per tutta la vita”.
    Nella lettera, monsignor Pontier ricorda che di questo disagio esistenziale vissuto dalle donne c’è sempre meno traccia nella legislazione francese, come dimostra pure la recente riforma del sistema sanitario che ha eliminato il periodo di riflessione di una settimana, previsto in precedenza proprio per consentire alla donna di valutare attentamente l’eventuale decisione di abortire il figlio. Davanti a queste forzature normative, che contraddicono lo stesso principio di autodeterminazione un tempo urlato dagli abortisti (dov’è infatti l’autodeterminazione se vengono eliminati pure gli spazi di riflessione e confronto?), i siti pro-life costituiscono l’ultimo argine in aiuto delle donne incerte, per offrire possibilità di ascolto e, come argomenta Pontier, “il loro successo dimostra che rispondono a un’aspettativa. Molte donne si rivolgono a questi siti dopo un aborto, perché hanno bisogno di un posto dove poter verbalizzare quanto hanno vissuto. Altre perseverano nel loro progetto di abortire, altre ancora decidono di tenere il proprio bambino. Questa diversità di espressione e di comportamento è resa possibile dallo spazio di libertà che questi siti creano”.
    Uno spazio di libertà che evidentemente fa a pugni con la cultura della morte veicolata da certi esponenti dell’establishment, che sono arrivati perfino a censurare uno splendido video di sensibilizzazione sulle persone con sindrome di Down, con il pretesto che può “disturbare la coscienza delle donne che, nel rispetto della legge, hanno fatto scelte diverse di vita personale”. Alla luce di tutte queste misure contrarie alla vita, sono del tutto ragionevoli le domande che l’arcivescovo fa nella lettera rivolta al presidente Hollande, evidenziando come l’approvazione di una simile legge comprometterebbe gravemente la libertà di espressione e di coscienza: “Si deve necessariamente escludere ogni alternativa all’aborto per essere considerato un cittadino onesto? Il minimo incoraggiamento a tenere il bambino potrà un giorno essere qualificato come «pressione psicologica e morale?»”.
    Francia, ultima follia: intralcio all'aborto

    "La rivincita dei papà, figli equilibrati se sono presenti"
    E' quanto sostiene una ricerca dell'università di Oxford che ha preso in esame un campione di 6.000 individui
    di VALERIA PINI
    UN PADRE molto presente, aiuta lo sviluppo dei figli. Ragazzini ben seguiti e sicuri, sono più equilibrati e hanno meno probabilità di sviluppare problemi comportamentali. E' quanto sostiene una ricerca dell'università di Oxford che ha preso in esame un campione di 6.000 bambini. Gli esperti hanno esaminato i marcatori di coinvolgimento emotivo di queste famiglie e hanno evidenziato quanto sia essenziale questa relazione nello sviluppo emotivo.
    Il fattore qualità. Da tempo diversi studi hanno rivelato quanto l'attaccamento alla figura paterna sia un elemento positivo che aiuta lo svilppo dei più piccoli. Un 'buon papà', attento ai bisogni del figlio, lo farà diventare un adulto sereno. Questa ricerca, in particolare, ricorda quanto sia essenziale la qualità del tempo passato con i bambini, più che la semplice quantità. "L'elemento nuovo e il punto di forza della relazione è come i nuovi padri percepiscono il loro ruolo di genitore. Se sono felici della paternità e se plasmano la loro vita in funzione di questo ruolo, il bambino si sente protetto. E' molto più importante della quantità di tempo passato con loro".
    Un padre empatico. "Un padre empatico, che entra in sintonia con i bisogni di crescita dei figli e con le loro emozioni ha un impatto positivo su di loro - spiega Anna Oliveiro Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, esperta in temi di educazione e autrice del libro Padri alla riscossa (edizioni Giunti) - . E' rassicurante per un bambino sentire accanto a sè un secondo genitore, oltre alla mamma, capace di comunicare con lui, di capirlo e guidarlo. Avere la sua attenzione è motivo d'orgoglio. L'amore e l'interessamento della mamma è, come dire, scontato, dovuto. Quello del papà invece ha il sapore di una conquista: 'nota quello che faccio', 'gli piaccio', 'vuole giocare con me', 'non mi sta accanto soltanto per motivi di necessità'".
    Le regole del padre perfetto
    L'atteggiamento. La parola magica è empatia. "Lo studio evidenzia in particolare come sia la disponibilità e la fiducia da parte del padre nell’assumere questo ruolo e svolgere questa nuova funzione a esercitare un'influenza positiva sul bambino ed è ipotizzabile che la capacità empatica sia sottesa a questo atteggiamento, mediando l'effetto dei risultati osservati - commenta Gaia De Campora, docente di Psicologia perinatale all'università di Torino - . Infatti, un padre che si prende cura del proprio bambino, cercando di capirne bisogni emotivi e fisiologici e tentando di rispondervi in modo adeguato, farà vivere al proprio figlio l’esperienza di un contesto rassicurante entro cui i suoi segnali comunicativi sono visti e ascoltati. In questo senso l’empatia rappresenta la possibilità di un dialogo profondo e autentico tra genitore e bambino".
    Le famiglie. Le famiglie prese in esame nello studio inglese vivevano nel sud-ovest dell'Inghilterra. Sono state monitorate per poco più di un decennio. Ai genitori di 10.440 bambini che vivono con madre e padre è stato chiesto di compilare un questionario per capire se i figli fossero equilibrati o meno. I bambini sono stati esaminati fin dai primi mesi di vita e su 6.000 di loro sono state fatte interviste anche fino ai 9 e 11 anni.
    I dati. Ne è emerso che i padri che si sentivano sicuri nel rapporto con i figli e realizzati nel ruolo di genitore avevano ragazzi più equilibrati. In queste famiglie, i ragazzini avevano fino al 28% in meno di probabilità di soffrire di problemi comportamentali in pre-adolescenza. Secondo i ricercatori il padre ha un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo dell'individuo, mentre le madri anche una posizione rilevante per quanto riguarda la cura del piccolo.
    Il ruolo protettivo. "Il potenziale effetto positivo di questo sul benessere può quindi portare a risultati migliori nei bambini - spiegano i ricercatori di Oxford - . Ci sono prove che il coinvolgimento dei padri può anche ridurre l'impatto di problemi importanti come, ad esempio, una depressione materna. Anche qui, un bambino che affronta la malattia della mamma rischia a sua volta di sviluppare problemi comportamentali. Fra l'altro un padre coinvolto e presente favorisce l'equilibrio complessivo della famiglia. Un nucleo familiare felice e coeso è un ulteriore aspetto positivo nella vita di un bambino".
    La fiducia. Lo studio inglese è una piccola rivincita per i molti uomini che sentono di avere un ruolo di secondo piano rispetto alle mogli nella gestione dei figli. "I bambini apprezzano molto che un padre impegnato con il lavoro trovi il modo di "perdere del tempo" insieme a loro, di rilassarsi e godere della reciproca compagnia - spiega ancora Anna Oliverio Ferraris - . Questo tipo di presenza paterna rafforza la fiducia in se stesso del bambino e della bambina e allarga la loro sfera sociale: in modo del tutto informale i bambini imparano modalità di interazione differenti anche con persone esterne alla famiglia. Quando sono piccoli i bambini notano le differenze fisiche e si sentono attratti e rassicurati dalla "mano grossa di papà", dalla sua muscolatura, dal modo diverso con cui vengono afferrati, tenuti, abbracciati. Il padre contribuisce al benessere dei figli anche sostenendo psicologicamente la madre. L'accordo tra i due è indice di stabilità, una condizione molto apprezzata dai bambini".
    Quando stare accanto al figlio. Ci sono periodi per la crescita particolarmente importanti in cui i genitori devono essere più presenti? "Le figure genitoriali, svolgono una funzione centrale per tutto l’arco del ciclo vitale. La relazione che abbiamo avuto con le nostre figure di accudimento trova uno spazio all’interno della nostra mente, viene interiorizzata, continuando ad esercitare la sua influenza nel tempo e riattivando dialoghi intensi quando siamo in procinto di affrontare fasi evolutive particolarmente importanti. In questo senso, il ruolo del padre ha una funzione centrale in un’ottica intergenerazionale - commenta De Campora - . Questo processo diventa particolarmente evidente se pensiamo all’epoca perinatale: un padre che ha alle spalle un’esperienza di accudimento amorevole con il proprio genitore sarà maggiormente incline al prendersi cura del proprio figlio e a sintonizzarsi sui suoi bisogni".
    L'adolescenza. Le cose sembrano più semplici quando i bambini sono piccoli. Fra i periodi più difficili nel rapporto fra genitori e figli c'è quello dell'adolescenza, quando i ragazzi incominciano a distaccarsi e a criticare gli adulti. Emerge un bisogno di autonomia, ma anche qui il ruolo del padre è fondamentale. "In questa fase convergono due scenari diversi: da una parte la qualità della relazione vissuta con i propri genitori nel corso dell’infanzia consente al figlio di mostrare la sua riflessività, la sua capacità di comunicare sul piano empatico, aspetto che influenza fortemente le relazioni con i pari e il comportamento sociale in generale - conclude De Campora - . Infatti, la scarsa capacità di riflettere e comprendere il comportamento dell’altro in termini di stati emotivi espone il ragazzo ad una maggiore probabilità di mostrare comportamenti violenti, come il bullismo; dall’altra, l’adolescenza rimane una fase di forti cambiamenti di per sé, in cui gli eventi di vita tendono ad avere un forte ascendente sul comportamento, indipendentemente dalla storia infantile. Il ruolo del padre è quindi essenziale nel rappresentare sia un riferimento normativo necessario a stabilire dei confini e sia un rifugio sicuro su cui fare affidamento".
    "La rivincita dei papà , figli equilibrati se sono presenti" - Repubblica.it

    SCONTI PER GAY A TORINO, APPENDINO: “SOLO ATTENZIONI IN PIÙ”
    Delle parole dette da Luciana Littizzetto alla trasmissione su Rai 3 “Che tempo che fa” di due giorni fa, si è risentito Alessandro Battaglia, presidente di Quore, l’associazione di promozione sociale per la lotta all’omofobia cui fa capo Friendly Piemonte. Una progettualità impegnata, in una semplice logica di promozione e marketing del territorio, ad andare incontro alle specifiche esigenze di un particolare segmento di mercato (numericamente e qualitativamente di interesse, come attestato da un gran numero di ricerche) e a rivolgere offerte turistiche mirate a questo tipo di consumatore.
    Ma l’intervento della Littizzetto a proposito di Torino e Turismo Lgbt e una battuta sugli “sconti per gay” hanno infastidito Battaglia. “È vero che sono allo studio specifici pacchetti – si legge in una nota – , ma non sono pretesi trattamenti particolari, solo una attenzione in più per rafforzare in Italia e all’estero il marchio di accoglienza di qualità di Torino e del Piemonte. Esiste una vastissima letteratura in merito, dati economici e analisi di mercato che supportano queste strategie e Torino, con la sua offerta, la sua storia e la sua cultura di accoglienza, ha le potenzialità per attrarre anche questo tipo di target”. E concludendo: ““Ringraziamo la Luciana nazionale per le volte in cui ha sostenuto la lotta all’omofobia, ma constatiamo che in questo caso le sono purtroppo mancate le giuste e corrette informazioni che saremo lieti di fornirle nel caso in cui fosse interessata ad approfondire”.
    Il comunicato di Quore è stato condiviso anche dalla sindaca Chiara Appendino sul profilo Facebook personale e che è stato accompagnato anche da un commento: “La nostra posizione sulla comunità LGBT – scrive la prima cittadina – non è mai cambiata: la Città di Torino è e rimarrà aperta a tutte e tutti. Al di là di qualsiasi facile ironia “non sono affatto pretesi trattamenti particolari, solo una attenzione in più”, quindi privilegi rispetto ai normali. Che poi siano sotto forma di sconti o altro non cambia. Se queste ‘attenzioni’ venissero previste per coppie normali, si parlerebbe di ‘omofobia’.
    Sulla Appendino stendiamo un velo di pietà. E’ sempre più patetica e ridicola.
    Sconti per gay a Torino, Appendino: ?Solo attenzioni in più? | VoxNews

    Gender a Roma – Il M5S inserisce il genere nel bilancio
    Il Consiglio Comunale di Roma, a maggioranza grillina, ha introdotto il gender pure nel bilancio della Capitale. “Un bilancio secondo prospettive di genere“, vuol dire spendere soldi pubblici – di tutti – per finanziare la propaganda dell’ideologia gender, che è solo di alcuni e principalmente della minoranza omosessualista della città.
    Alcuni Consiglieri “valorosi” erano riusciti a bloccare la mozione del M5S che chiedeva l’inserimento della suddetta propaganda gender nel bilancio di Roma Capitale. Ma la maggioranza ieri è riuscita a discuterla ed approvarla.
    L’unico partito che ha votato contro è stato Fratelli d’Italia. Questa la dichiarazione del consigliere Maurizio Politi, che parla di una “pericolosa deriva ideologica da parte del M5S”.
    Il M5S dimostra sempre di più la sua vicinanza alle politiche LGBT tipica della precedente Giunta Marino. L’approvazione avvenuta ieri, con il solo voto contrario di Fratelli d’Italia, del documento con il quale si impegna il Sindaco Virginia Raggi a realizzare un bilancio economico secondo prospettive gender, oltre ad essere inutile, rappresenta l’ennesimo attacco antropologico alla Famiglia.
    Pensare che nel bilancio di Roma Capitale, debbano essere previsti strumenti finanziari e di programmazione che vadano a valorizzare le diverse identità di genere, ha il solo fine esclusivo di attaccare le diversità tipiche dell’uomo e della donna, e nulla a che vedere con la salvaguardia dei giusti diritti.
    Pensare di promuovere con i bilanci pubblici le varie teorie sessuali ed economiche tipiche delle associazioni LGBT che hanno portato l’Europa a riconoscere ufficialmente decine di gender diversi, senza alcuna considerazione del dato biologico proprio di ogni persona, rischia di essere propedeutico all’inserimento in pianta stabile, all’interno delle scuole comunali, di teorie che mirano a plagiare lo sviluppo dei nostri figli.
    Gender a Roma ? Il M5S inserisce il genere nel bilancio | Informare per Resistere

 

 
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