Dopo Barilla, le lobby Lgbt rieducano la banca Société générale, che si scusa per una immagine “omofoba”
La banca dopo le proteste Lgbt ha promesso di rimuovere l’immagine usata per pubblicizzare un nuovo prodotto assicurativo ma che ricorda troppo il logo della Manif pour tous
Leone Grotti
La rieducazione “à la Barilla” sbarca in Francia. A subire il riordino del pensiero questa volta non è una casa pastificia ma la potente banca Société générale, colpevole di aver pubblicizzato un suo nuovo prodotto assicurativo con un’immagine che richiama troppo il logo della Manif pour tous.
LA BANCA SI SCUSA. «Proteggete voi stessi e la vostra famiglia» è lo slogan dell’assicurazione sanitaria della banca, insieme a un’immagine di due mani che tengono nel palmo una carta ritagliata a forma di padre e madre con due bambini che si tengono per mano. L’associazione Lgbt “Cash !” ha subito attaccato la banca accusandola di «omofobia» per essersi «ispirata alla Manif pour tous».
Société générale si è prontamente scusata scrivendo su Twitter che «faremo ricerche sulla provenienza di questa immagine, che è contraria ai nostri impegni» perché «noi non facciamo discriminazioni in base alle scelte e agli orientamenti privati». Quindi la promessa: «Rimpiazzeremo questa immagine con un’altra».
GOVERNO OMOFOBO? Dopo le scuse, molti utenti si sono arrabbiati con la banca, accusandola di essersi «inginocchiata alle lobby Lgbt», anche perché l’immagine in realtà è così comune da essere stata usata addirittura dal sito del ministero della Giustizia del governo francese presieduto da Christiane Taubira, la principale promotrice del matrimonio gay che di tutto può essere accusata fuorché di essere omofoba. Per ora.
Francia. Dopo Barilla, Lgbt rieducano Société générale | Tempi.it
Sentinelle in Piedi aggredite a Bergamo
di Andrea Lavelli
Dalle parole si passa ai fatti. La legge sull’omofobia non è ancora stata approvata e già abbiamo potuto assistere a numerosi i casi di aggressione verbale e mediatica nei confronti di chi chiede la libertà di poter affermare, senza discriminare nessuno, che la famiglia è quella composta da un uomo e una donna.
Ma mai fino ad ora si era passato ai fatti: vegliare in difesa della libertà di espressione può ora portare persino a rischiare seriamente la propria incolumità. Succede a Bergamo, dove una veglia pacifica e silenziosa delle “Sentinelle in piedi” a favore della libertà di espressione e contro il ddl Scalfarotto è stata aggredita da un gruppo di ragazzi dei centri sociali: solo il pronto intervento della polizia è riuscito a evitare il pestaggio.
Le Sentinelle bergamasche, circa 130, si erano date appuntamento per il pomeriggio di sabato 7 sul Sentierone, “salotto” della città, e si erano disposte come di consueto in piedi, in silenzio, immersi nella lettura di un libro, secondo lo stile pacifico e silenzioso che le contraddistingue mutuato dai Veilleurs debout francesi. Tra di essi molti giovani e alcune famiglie con i bimbi piccoli.
In un attimo si presentano davanti a loro un gruppo di alcune decine di giovani provenienti dai centri sociali che accendono fumogeni e cominciano a lanciare insulti, volgarità e cori ingiuriosi. Cercano anche di avvicinarsi alle sentinelle, ma la polizia li blocca formando un cordone. Tra le urla che è possibile riportare: “omofobi” e “fascisti”.
«Ci urlano che siamo dei fascisti, quando invece siamo qui a vegliare per la libertà di espressione e contro una norma che introdurrebbe il reato di opinione, che è tipico dei regimi totalitari - spiega una sentinella - Le veglie delle Sentinelle sono da sempre di carattere apartitico e aconfessionale. Non chiediamo tessere e accogliamo a vegliare con noi chiunque condivida il nostro pensiero: chiediamo solo di adeguarsi allo stile silenzioso e pacifico che ci contraddistingue, che anche oggi è stato da tutti rispettato».
Lo scenario è questo: da una parte un gruppo di giovani che lancia insulti, volgarità e minacce a un gruppo di veglianti silenziosi, in mezzo ai quali ci sono anche famiglie con bambini piccoli. Presenti alla veglia, oltre a gruppi di atei e cattolici, anche un gruppo di mormoni, a testimonianza dell’aconfessionalità della manifestazione.
La tensione sale sempre più e le forze dell’ordine sono costrette a chiedere alle Sentinelle di terminare la veglia in anticipo e a ritirarsi in ordine a partire dalle ultime file, ma a questo punto gli antagonisti cercano di aggirare gli agenti dirigendosi verso Largo Belotti, dove le Sentinelle stavano sfollando. Solo il blocco della polizia riesce a impedire il peggio: dai manifestanti partono spintoni calci e sputi agli agenti in divisa antisommossa. E alle sentinelle più di una minaccia: “Vi faremo la festa!”.
La rabbia degli antagonisti si sfoga anche su una capanna allestita lì vicino della Fondazione Piero e Lucille Corti per raccogliere fondi da destinare a un ospedale in Uganda, rovesciando tavoli e danneggiando vari oggetti. Sul posto era presente anche un volontario che a seguito di questo fatto ha raccolto alcune offerte in risarcimento da manifestanti e polizia.
Molti degli antagonisti sono già stati identificati e denunciati di manifestazione non autorizzata, lancio di fumogeni e resistenza a pubblico ufficiale.
«Si sta verificando quello che Benedetto XVI definiva ‘la dittatura del relativismo’: è la dimostrazione che l’intolleranza dei cosiddetti tolleranti rifiuta qualsiasi pensiero contrario alle loro idee, cercando di silenziarlo con le buone o con le cattive» è il commento amaro di una sentinella.
Ciò che è successo a Bergamo, proprio nelle ore in cui il ddl Scalfarotto viene discusso in Senato, getta una nuova sinistra luce sull’avanzata della dittatura gender in Italia. Una dittatura che pretende di omologare ogni pensiero e di zittire qualsiasi opinione contraria marchiandola come “omofoba” e, da ora, ricorrendo anche alla violenza anche contro gruppi pacifici di giovani, donne e bambini.
Sentinelle in Piedi aggredite a Bergamo
Perché escludere un altro Family Day?
di Alfredo Mantovano
Urgente ma non troppo: potrebbe riassumersi così l’andamento dei lavori del Senato sulla legge cosiddetta anti-omofobia. Intendiamoci, in Commissione Giustizia, davanti alla quale il provvedimento è pendente, la discussione generale si è esaurita in un paio di sedute, fra ottobre e inizio dicembre, ma il termine per gli emendamenti è stato fissato con relativa calma al 20 dicembre: il che vuol dire giungere al voto in Commissione a metà gennaio. Poi si andrà in Aula.
Chi è intervenuto nella discussione, anche fra gli esponenti dei partiti più spinti in favore della legge, ha annunciato emendamenti al testo proveniente dalla Camera: il che lascia prevedere, in caso di approvazione, un ritorno all’altro ramo del Parlamento.
Insomma, in un quadro che resta problematico – che senso ha impegnare in via prioritaria Commissione e Aula quando ci sono provvedimenti che hanno una oggettiva impellenza, valga per tutte la voce carcere? – sembra però di cogliere una musica differente rispetto all’ansia da risultato normativo che ha segnato l’iter alla Camera. Tanto per cominciare, le posizioni critiche sono più numerose, e tutte ben motivate.
La sen. Laura Bianconi, del Ncd, ha pronunciato l’intervento nel merito più completo e consequenziale. Intanto negando che il parametro della discriminazione su base etnica, sul quale si basa la “legge Mancino”, sia così facilmente adattabile alla discriminazione su base di orientamento sessuale: «Mentre l'origine etnica – sono state le sue parole in Commissione – è un dato oggettivo che riguarda la persona nella sua individualità, l'omosessualità è un dato soggettivo che afferisce alla sfera delle relazioni sociali». Ha denunciato che «tale proposta sembra poi costituire l'antefatto all'introduzione nell'ordinamento del matrimonio tra persone dello stesso sesso e prelude alla legittimazione delle adozioni e delle "maternità surrogate" per gli omosessuali». E, dopo aver sottolineato «la limitazione della libertà di espressione che si verificherebbe con l'introduzione di quello che si può definire a pieno titolo un nuovo reato di opinione, il quale impedirebbe a chiunque di manifestare opinioni di senso contrario a orientamenti che diverrebbero dominanti, in aperta violazione dell'articolo 21 della Costituzione», ha anche sostenuto che la cosiddetta «clausola di salvaguardia è ambigua, anche perché fa riferimento alle opinioni espresse all'interno di organizzazioni sociali, senza tuttavia indicare i criteri secondo i quali queste possono essere individuate». Si tratta della norma che, su proposta di Scelta Civica, era stata introdotta alla Camera con la pretesa di tutelare la libertà di espressione. «Necessario non è tanto – ha detto ancora la sen. Bianconi - approvare nuove leggi penali, quanto avviare un percorso educativo che valorizzi il rispetto tra diverse persone», paventando «il rischio che, a seguito dell'approvazione di nuove fattispecie incriminatici, si possano verificare i già evocati fenomeni di discriminazione "a rovescio"».
Di spessore e sulla stessa lunghezza d’onda le considerazioni del sen. Maurizio Sacconi, pure di Ncd: «Non può essere definito comportamento omofobico il diritto di manifestare il proprio pensiero a favore della tutela della famiglia tradizionale quale società naturale fondata sul matrimonio. Del pari, non possono essere tacciate di omofobia idee che non riconoscono l'esercizio di tutti i diritti familiari alle coppie di fatto ovvero convincimenti contrari al riconoscimento del diritto di adozione alle coppie omosessuali».
Un allarme sui rischi derivanti dalle nuove disposizioni è venuto anche dal sen. Lucio Malan, di FI, già Pdl: «A Parigi, pacifiche manifestazioni in favore della famiglia tradizionale e contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso sono state fermamente represse dalle forze dell'ordine a danno dell'esercizio della libertà di riunione. (…) nel Regno Unito, (…) un innocuo predicatore ha dovuto giustificare dinanzi all'autorità giudiziaria le proprie idee, manifestate in pubblico e ispirate ad alcuni passi della Bibbia. (…) non possono essere perseguiti o puniti semplici convincimenti o orientamenti di pensiero come quelli a favore della famiglia tradizionale».
Perfino due ex socialisti, come il relatore, il sen. Lucio Barani, del Gal (eletto col Pdl), ed Enrico Buemi, del gruppo delle Autonomie, hanno avanzato riserve sul provvedimento. Il primo, sulla scorta di una parere dell’Ufficio studi del Senato, ha descritto la “clausola di salvaguardia” come eccessivamente riduttiva, e tale da non garantire la libertà di opinione. Buemi, oltre a ritenere – e con ragione – più consistente il fenomeno del bullismo, ha anch’egli avanzato dubbi sulla tutela della possibilità di esprimersi liberamente. Non pervenute le posizioni delle formazioni di centro Scelta civica e Udc: in Commissione nessun loro esponente ha preso la parola.
Da segnalare la richiesta, più volte ribadita fin dall’avvio del dibattito, del sen. Carlo Giovanardi, del Ncd, che il Governo fornisca una relazione sulle violenze in danno di persone omosessuali. Domanda più che legittima, tesa a capire, prima di legiferare, il profilo qualitativo e quantitativo del fenomeno. Domanda rispetto alla quale il Governo, col sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, ha dapprima preso tempo, impegnandosi a fornire le informazioni, poi – nell’ultima seduta, quella del 3 dicembre – ha, come si legge nel verbale, manifestato «una certa difficoltà nell'intendere come reperire i dati richiesti» (sic). Denunciare la difficoltà, addirittura nella raccolta dati, a inquadrare la realtà oggettiva che, nella descrizione mediatica, dovrebbe imperiosamente spingere a varare le nuove norme non insinua il dubbio, al di la delle appartenenze, che non tutto sia così scontato?
Come spiegare un tratto e una cautela così differenti in questo ramo del Parlamento? Certo, i senatori di cui ho riassunto gli interventi sono un po’ di più dei deputati che, spesso solo in due – Alessandro Pagano ed Eugenia Roccella – hanno con coraggio condotto la battaglia alla Camera. Ma sull’aria leggermente diversa non può non avere inciso il richiamo alla consapevolezza culturale che tante associazioni nelle ultime settimane hanno organizzato, con convegni, conferenze, testimonianze di vario tipo nelle piazze. Prima dell’estate alla Camera l’iter del provvedimento pareva un treno ad alta velocità, pronto a raggiungere la destinazione senza alcun intoppo. Il merito di chi lo ha motivatamente contrastato a Montecitorio è stato quello di averlo costretto a qualche sosta in stazioni intermedie, esigendo attenzione su quanto si stava facendo. Ora il convoglio ha ripreso la marcia, ma ad andatura moderata, e in tanti si chiedono se la direzione sia quella giusta.
È la conferma che il lavoro svolto fuori dal Parlamento comincia a dare frutti. Non c’è da cullarsi: la pressione mediatica e lobbystica è così forte da poter vincere le maggiori resistenze finora emerse dentro al Palazzo. Se tuttavia finora ha avuto senso affrontare il tema omofobia, famiglia e ideologia del gender non con slogan semplicistici ma con ragionamenti chiari, fondati antropologicamente, non con affermazioni fideistiche ma con la serena consapevolezza che sono in gioco scelte di civiltà, non raccogliendo le provocazioni ma mostrando quella pazienza che deriva dalla serenità di fare quel che è giusto fare, se è vero tutto questo, gli sforzi vanno intensificati. E se infine le manifestazioni pro legge sono riprese in piazza con rabbia, perché da questa parte escludere un bis del Family day?
Perché escludere un altro Family Day?
Il nuovo ordine che verrà
di Stefano Magni
L’Unione Europea sarà anche sinceramente sconvolta dalle rivelazioni sullo spionaggio statunitense e russo. Ma forse solo perché non ama la concorrenza. Un’organizzazione non governativa molto influente nell’Ue, l’Ectr (Comitato Europeo per la Tolleranza e la Riconciliazione) ha pubblicato il suo “Statuto nazionale per la promozione della tolleranza nel contesto europeo”.
Costituitosi nel 2008, l’Ectr è stato fondato dall’ex presidente polacco Aleksander Kwasniewski e dal presidente del Congresso Ebraico Europeo, Moshe Kantor. e composto da ex capi di Stato e di governo. Dunque due figure simbolo della tolleranza e della riconciliazione: il presidente della nazione più calpestata della storia d’Europa e il rappresentante del popolo più perseguitato del Novecento. Sono entrati a far parte dell’Ectr anche ex capi di Stato e di governo, fra cui José Maria Aznar (Partito Popolare spagnolo). Purtroppo, come si può constatare dal rapporto dell’Ectr, anche gli enti nati all’insegna delle migliori intenzioni, finiscono vittima dell’ideologia politically correct. E, dalla tutela della libertà, finiscono per giustificare il suo opposto.
In primo luogo, il rapporto non è esente dal doppio standard tipico del multiculturalismo. Nella Sezione 4, leggiamo che: «Non è necessario essere tolleranti con gli intolleranti (…) specialmente (…) quando la tolleranza riguarda la libertà di espressione». Il termine “tolleranza” è definito nella Sezione 1: «Rispetto e accettazione dell’espressione, preservazione e sviluppo di una distinta identità di un gruppo». Più in là, nel testo, si legge che: «Commenti diffamatori espressi in pubblico e diretti a un gruppo (…) con l’intento di infangare il gruppo, renderlo ridicolo o imputargli false accuse» può essere considerato quale diffamazione di gruppo e trattato alla stregua di un atto di intolleranza. Da notare che: non si tratta solo di condannare e reprimere l’intolleranza di un governo nei confronti dei suoi cittadini. Ma anche di cittadini nei confronti di altri cittadini, col governo nel ruolo di guardiano e arbitro. Questa differenza fondamentale rispetto alla tolleranza del liberalismo classico apre la strada alla censura. Ogni espressione giudicata “diffamatoria”, non nei confronti di una persona (e della sua dignità), ma di un “gruppo”, religioso, etnico e di genere, può essere punita.
Il rapporto non si limita a indicare cosa si intenda per tolleranza, ma traccia le linee guida per l’azione di sorveglianza, controllo e punizione per chiunque “abusi” della tolleranza. E suggerisce che certi “gruppi vulnerabili” possano godere di una protezione giuridica speciale, in barba al pluri-secolare principio europeo dell’eguaglianza di fronte alla legge. Quale punizione per chi esprima dei concetti intolleranti, viene suggerito un “percorso rieducativo” che “instilli i valori della tolleranza” come si legge nella Sezione 7, paragrafo b (si spera non con i metodi cinesi dei tempi di Mao). Per gestire l’apparato repress… pardon, di controllo e rieducativo, viene suggerita l’istituzione di apposite Commissioni per il Monitoraggio della Tolleranza (Sezione 6), su base nazionale, dipendenti dai ministeri della Giustizia dei Paesi membri.
Le Sezioni 8 e 9 suggeriscono anche un pesante interventismo del governo nell’educazione scolastica e nei mass media (anche privati), al fine di far loro promuovere un “clima di tolleranza” e punire il pensiero deviante e intollerante. Si prescrive l’introduzione di corsi specifici alla tolleranza nelle scuole e percentuali di tempo e spazio da dedicare alle trasmissioni e ai contenuti “che promuovono la tolleranza”. A denunciare eventuali devianze dovranno essere apposite commissioni per i media, costituiti da personaggi “indipendenti” scelti dai media, non dai governi. Testate giornalistiche sono dunque incoraggiate a denunciare altre testate.
Il rapporto indica il proprio stesso fine: «Eliminare il razzismo, il pregiudizio di colore, la discriminazione etnica, l’intolleranza religiosa, le ideologie totalitarie, la xenofobia, l’antisemitismo, l’anti-femminismo e l’omofobia». Non contrastare, ma proprio “eliminare”. Siccome tutte le forme di intolleranza sopra elencate sono pensieri, l’unico modo con cui l’Ectr si propone di annientarle è il divieto della loro espressione, in tutte le forme. Di più ci sarebbe solo l’eliminazione degli uomini che li pensano. Anche in questo caso il diritto tradizionale (che entra in ballo solo dopo un’azione che infligge un danno) viene bellamente stravolto.
Eliminare l’espressione di un pensiero, credendo di cambiare la realtà sociale è tipico della filosofia post-moderna. Secondo cui la realtà è costituita essenzialmente da parole: espressioni che formano l’uomo e causano la sua azione. Credere di eliminare la violenza vietando certi discorsi, comunque, cozza contro la cruda realtà dei fatti. Piuttosto, controllare il pensiero e la parola implica, necessariamente, l’istituzione di organi di controllo da regime totalitario. E dunque non aveva tutti i torti Vladimir Bukosvkij, dissidente sovietico, a chiamare l’Ue con l’acronimo Eurss (Ursse in italiano): Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Europee.
C’è solo da sperare che i consigli dell’Ectr restino solo sulla carta. Ma per quanto? L’Ue sta già lavorando alla Direttiva per l’Equo Trattamento che, probabilmente, assorbirà molti dei suggerimenti dell’Ectr, vista l’autorevolezza di quest’ultimo. I processi contro persone accusate di “islamofobia”, leggi italiane come quella contro l’omofobia, o quella sul femminicidio (a tutela di un “gruppo vulnerabile”) o quella che rende il negazionismo un reato, sono solo, dunque, tasselli di un mosaico più vasto, antipasti di un nuovo ordine che verrà.
Il nuovo ordine che verrà
La prova finale
Pubblicato da Berlicche
Lo presero ad un controllo.
“E questo cos’è?” Chiesero.
“Un Vangelo”, rispose lui.
Lo bruciarono davanti ai suoi occhi. Lui comprese: non cercavano prove.
“Cosa te ne pare adesso, del tuo prezioso libro ridotto in cenere?”
Lui fece spallucce. “E’ solo un libro. Io non adoro parole. Sono utili per capire, ma non adoro né loro né la carta sulle quali sono scritte”.
Sembrarono in qualche modo delusi. Lo frugarono e trovarono la catenella con la piccola croce.
“E questa? Lo sai che è vietato mostrare simboli religiosi”
“E’ solo un piccolo gioiello, un regalo.”
“Sai che male può fare una cosa come questa, se viene vista?”
Glielo mostrarono.
“E’ un’offesa a noi tutti, questo tuo segno.”
Quando se ne furono liberati (non mostrando in fondo grande fantasia) lo apostrofarono ancora.
“Ti abbiamo tolto le tue parole e tuoi segni. Non hai più un Dio da adorare, adesso.”
Sorrise, anche se gli faceva male. “Dio è sempre nel mio cuore”.
Sorrisero anche loro. “Anche a questo possiamo provvedere.”
La prova finale | Berlicche





Rispondi Citando










