Le Iene, l’Unar e l’inferno gaio
di Elisabetta Frezza
Ci voleva una guerra intestina tra fazioni di sodomiti praticanti per scoperchiare la gigantesca cloaca, rimpinzata di finanziamenti statali (ovvero di soldi di noi contribuenti), davanti agli occhi del grande pubblico da prima serata. Quello che, ammaestrato a suon di fiction, Sanremi e speciali della Bignardi, era stato convinto a pensare che alle unioni contronatura fosse estensibile d’ufficio il cliché del mulinobianco, visto che love is love e non si discute. Il verbo obamiano, nonostante il vento in America abbia cambiato direzione, in Italia ha la fortuna di contare su testimonial di spessore, come Vendola, la Cirinnà, monsignor Mogavero e tanti altri personaggi e interpreti della laetitia dell’amore omosessuale.
Improvvisamente, e inaspettatamente, è apparsa in TV la vera faccia – e la vera ragione sociale – delle omo-associazioni militanti che – dietro il paravento della promozione della cultura del rispetto e della lotta alle discriminazioni – di fatto promuovono prostituzione, orge gay, chem-sex, serate naked, con l’edificante contorno di dark room, glory hole, cruising bar, labirinti e sling room, saune promiscue e sale massaggi, battuage e perversioni limitrofe, tutte regolarmente condite con cocaina, popper, MDMA, crack, cloruro di etile (ghiaccio spray) e droghe assortite. In un dionisismo sfrenato, alienante e necrofilo.
Necrofilo al punto che, nell’abisso della depravazione, si gioca letteralmente con la morte. Come riporta un pezzo del Corriere della Sera di sabato 25 febbraio – persino dalle parti della stampa libertaria si scandalizzano, e lo scandalo sommo per loro, guarda un po’, è il sesso non protetto – i frequentatori di questi ambienti cercano il bareback, in gergo bb, sesso praticato alla cieca con soggetti sieropositivi, detti poz, come dentro una roulette russa a effetto differito. Lo stordimento da stupefacenti fa da “facilitatore” delle pratiche più sordide e masochiste.
Tra loro gli adepti si rintracciano attraverso Grind, Hornet e Scruff, applicazioni da installare sul telefonino per procacciarsi rapporti di gruppo e prestazioni collaterali tra soli maschi, e comunicano con un idioma in codice fatto di inglesismi, francesismi, acronimi, emoticon.
Che il rischio di infezione venga volutamente inseguito, nel vortice buio della bulimia sessuale, mostra tutta la patologia fisica, psichica, morale, di cui questo mondo è intriso. Al fondo, aleggia una voluttà di morte non soltanto simbolica.
Ne riparla lunedì 27 lo stesso Corriere e, nel goffo tentativo di smussare l’impatto dirompente dell’inchiesta di due giorni prima, affida allo psico-sessuologo Gaetano Gambino la spiegazione del perché i frequentatori di questi luoghi di omoerotismo promiscuo accettino di ammalarsi sfidando la sorte con incontri non protetti. Nella stessa pagina tale Stefano Taralli, cofondatore di PLUS, associazione omosessuale di sieropositivi, parla di come bloccare la “pandemia”. Proprio così, il Corriere se lo lascia scappare per interposta persona: c’è una pandemia, e questa pandemia viene alimentata dallo Stato, che la sovvenziona con le sue casse e la promuove tra la sua gioventù.
Il 19 febbraio 2017, come sappiamo, il servizio delle Iene a cura di Filippo Roma fa esplodere il caso UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, operante nell’ambito del Dipartimento Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri) e fa – letteralmente – scappare a gambette levate davanti alle telecamere il direttore dell’Ufficio Francesco Spano, di lì a poco costretto alle dimissioni dalla sua superiora Maria Elena Boschi.
Nel registro delle associazioni accreditate presso l’ente, e beneficiarie di cospicui finanziamenti pubblici, spuntano infatti sigle di circoli dediti alle suddette attività ricreative, di cui lo stesso Spano risulta essere cultore tesserato. Interessante il dettaglio che Spano abbia frequentato università cattoliche e facoltà teologiche, sia reduce da studi di diritto canonico e diritto ecclesiastico, con specializzazioni in liturgia e sacramenti. Insomma, il fuggitivo in redingote arancione si rivela un vero pozzo di scienza religiosa.
D’altra parte, ricordiamolo, chi ha dato decisivo impulso alle attività dell’UNAR con la Strategia Nazionale LGBT è stata Elsa Fornero sotto la guida del cattolicissimo Mario Monti, intorno al quale gravitavano le sigle dell’associazionismo paracattolico, da CL a Sant’Egidio, col sostegno dei vescovi suggellato a Todi. Non per nulla, sorpresa sorpresa, la prima nella lista delle beneficiarie di fondi pubblici a mezzo UNAR è proprio la Comunità di Andrea Riccardi, fu ministro della cooperazione internazionale del governo Monti. E tutto si tiene.
Le Iene dunque mettono sotto i riflettori il bando datato 4 novembre 2016, che assegna complessivi 999.274 euro (sotto il tetto del milione per non far scattare oneri fiscali) a soggetti come Anddos, Arcigay, Arcigay Roma, Lista Lesbica italiana e via dicendo.
L’Anddos, in particolare – che sta per Associazione Nazionale contro le Discriminazioni Da Orientamento Sessuale – riceve oltre 55mila euro di denaro pubblico per la “promozione di azioni positive”. La positività è, beninteso, in re ipsa. Come si legge infatti nel sito della associazione: «I circoli Anddos sono luoghi sicuri, pensati per il tuo benessere, dove potrai condividere esperienze, trovare accoglienza, manifestare appieno la tua sessualità». Nei modi sopra illustrati.
Bastano pochi minuti di video per scalfire, nell’immaginario collettivo, la calotta coriacea che era stata eretta attorno a un mondo disperato, fatto di abbrutimento e perversione, ma accuratamente blindato dalle belle parole delle belle persone, e reso intoccabile dalla propaganda a senso unico. Lo schifo organolettico riesce finalmente ad aprire gli occhi a qualcuno e a re-innescare, in questo qualcuno, la facoltà di ragionamento.
Infatti l’Anddos – l’associazione dell’Arcigay oggetto diretto dell’inchiesta delle Iene – oltre a organizzare serate fisting nei suoi locali, prepara anche, al contempo, corsi di educazione sessuale per le scuole sotto l’ombrello del MIUR. E altri edificanti progetti.
Come si legge al riguardo su “Il Giornale”: «basta guardare ad una delle ultime iniziative lanciate sul sito dell’Anddos, dal titolo accattivante “Parlami d’Amore”. Il 16 dicembre scorso si è svolto un incontro “nell’ambito del progetto Sessualità e Differenze” con l’obiettivo di produrre una “nuova proposta sull’educazione sessuale e di genere nelle scuole”. Cosa significa? Basta andare sul sito: “Sessualità e differenze” promuove il “monitoraggio delle infezioni sessualmente trasmesse”, vorrebbe la distribuzione di preservativi nelle classi scolastiche, chiede “nuovi incentivi per le cattedre universitarie sugli studi di genere” e sponsorizza libri scolastici con “una lingua sessuata che riconosca le professioni al femminile”. Per la gioia della Boldrini». E delle sue compagne.
Tra queste, l’inossidabile Boschi, sempre più a galla nel suo vuoto a perdere marchiato Etruria, non manca mai di sponsorizzare il mondo arcobaleno, che è perennemente in cima ai suoi pensieri, parole, opere e omissioni. Nell’estate del 2016, da ministra, snobbando ogni altro impegno istituzionale, la futura sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio (da cui l’UNAR dipende) si materializzava a Padova come baldanzosa madrina del Pride Village. Indossava per l’occasione una maglietta dal pregnante aforisma (copyright Alda Merini) «chi ama è genio dell’amore» e si faceva fotografare con gli organizzatori della manifestazione, che ricambiavano vestendo la stampa «stesso amore stessi diritti» (che, tradotto, significa: dateci uteri da affittare, ne abbiamo il diritto), frequentatori di locali esclusivi della zona come il “Brief Encounter”, il “Tropicana Club”, il “Block”, il “Flexo videobar”.
Il giro, o girone, è sempre lo stesso, quello apparso d’improvviso alle Iene. Il reclutamento della clientela avviene nel vivaio delle scuole di ogni ordine e grado. Oltre ai corsi di educazione alla sessualità ed affettività organizzati per le scuole inferiori, per le scuole superiori il MIUR e l’UNAR promuovono la visione di film di amore omosessuale, associati a dibattiti con cultori della materia e a lezioni sul tema guidate da kit didattici, sempre sotto l’etichetta del contrasto alle discriminazioni, dell’educazione alla cittadinanza, all’inclusione sociale, al rispetto.
Così è per la tournée della pellicola di Ivan Cotroneo “Un bacio”, che ha battuto in lungo e in largo l’intera penisola, oppure per “Nè Giulietta nè Romeo” di Veronica Pivetti, che – come si legge nella scheda di Cinemagay – si presenta apertis verbis come «un manifesto LGBT, cioè una storia che affronta praticamente tutte le tematiche gay d’attualità nel nostro Paese», e infatti contiene tutti i tòpoi della propaganda omosessualista. Nella stessa scheda si legge ad esempio: «Molto eloquente la scena di quando Rocco viene aggredito dal tipo sotto la doccia, che diventa quasi un amplesso (a ricordarci che spesso gli omofobi sono solo dei gay repressi)»; o ancora: «Esilarante la scenetta di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si scopa poi ci si conosce». Appunto: prima si scopa poi ci si conosce. A conferma del principio che regge la filosofia invertita.
Ma non è finita.
Sempre nelle scuole superiori, viene presentato un allettante pacchetto valido per l’alternanza scuola-lavoro (ovvero la pratica resa obbligatoria dalla c.d. buona scuola anche per i licei: 200 ore di lavoro coatto, non retribuito, oltre a decine di ore di tirocinio “formativo” sottratte alle materie curricolari): si tratta di istruttivi stage di volontariato da praticare presso i circoli di cultura omosessuale, dove i volenterosi alunni possono occuparsi della gestione degli spazi del Pride Village e della promozione delle attività e servizi ivi erogati oppure, a scelta, possono lavorare alla creazione di gruppi LGBTI tra i propri coetanei, nelle rispettive scuole di appartenenza.
Sono solo alcuni spunti, si potrebbe continuare.
Ma basta questo per dire che l’abisso di depravazione finalmente emerso dalle recenti inchieste giornalistiche non è “affar loro” e facciano quello che vogliono in nome del “diritto” all’autodeterminazione. È un buco nero che vuole attirare e inghiottire i nostri figli, per disintegrarli nel corpo e nell’anima. E ha invaso tutti gli spazi lasciati liberi dal vuoto culturale, morale, religioso scavato negli ultimi decenni dal tarlo vorace della libertà fine a se stessa.
Lo strapotere accumulato nel tempo dai rapaci organismi tossici che proliferano nel corpo molle di uno Stato putrescente, votato all’autodistruzione, si maschera dietro gli abiti di scena e le battute di un copione ormai noto, e dietro la folle tracotanza dei suoi tristissimi attori: i becchini della politica, della burocrazia e dell’accademia, forti del concorso esterno delle gerarchie ecclesiali.
Che l’orrido squarcio aperto da una cinepresa monella, sfuggita di mano al gran manovratore, non si richiuda anch’esso sul tran tran annoiato e rassegnato di un popolo rimasto senza più onore nè virilità. Almeno lo schifo allo stato puro deve provocare uno scatto di orgoglio. Siamo corresponsabili di quello schifo finché stiamo a guardarlo con le mani in mano.
https://www.riscossacristiana.it/le-...abetta-frezza/
Autobus sequestrato: dice la verità sull'uomo
di Andrea Zambrano
I lettori ricorderanno la storia dei manifesti comparsi in Spagna con scritto: “Ci sono bambini con la vagina e bambine col pene. E' così semplice". Era il risultato di una campagna promossa da un'associazione Lgbt volta a imporre l’attuazione della legge che a Madrid ordina l’ideologia di genere nelle scuole. In sostanza: se il bambino si sente femmina bisogna aiutarlo e viceversa. A sostegno della legge, che nell’ultimo anno è stata oggetto di una fortissima protesta della Chiesa spagnola e del laicato organizzato si erano mossi tutti i rappresentanti del mondo lgbt. Il manifesto voleva proprio inserirsi in questo filone.
A contrastarlo, con la stessa moneta è il caso di dire, ci ha pensato la piattaforma Hazte Oir, che si occupa di lanciare campagne di raccolta firme per i temi sensibili. Piccolo inciso: è ispirata ai valori cattolici, così quando i giornali di Spagna si sono occupati del caso, è stata definita con disprezzo: ultracattolica. Ma a questo si è abituati.
Che cosa ha fatto HazteOir? Ha noleggiato un autobus e lo ha serigrafato con una scritta provocatoria, ma inequivocabile: “I bambini hanno il pene e le bambine la vagina. Non lasciarti ingannare”. Il dibattito in Spagna è arrivato a questo livello, questo passa il convento e non si può stare lì a fare i difficili. Così la piattaforma ha risposto pan per focaccia alla montante ideologia omosessualista che ai piedi dei Pirenei sta dettando l’agenda politica manifestando chiaramente i segnali dell’intolleranza.
Ma gli attivisti non avevano fatto i conti con la legge. Che si è puntualmente presentata martedì tramite i solerti agenti della Polizia Municipale di Madrid, i quali hanno sequestrato il mezzo che stava percorrendo le avenidas principali della capitale. Un sequestro immediato perché la campagna è violenta e offensiva e - recita l’ordinanza municipale - può incitare all’odio.
Gli agenti ovviamente si sono mossi su ordine del procuratore generale della comunità madrilena, Jesús Caballero, che ha aperto un fascicolo e adesso indagherà sul reato di cui accusare i responsabili di Hazte Oir. Ovviamente il pubblico ministero si è mosso a sua volta su sollecitazione dell’avvocatura dello Stato di Madrid perché certe iniziative partono se lo decide la politica. E Madrid è governata da Cristina Cifuentes, guarda un po’ promotrice della legge che introduce contro la Lgbtfobia e il gender nelle scuole e che non a caso porta il suo nome.
Il magistrato ha avviato così un’indagine urgente e proibito al mezzo di continuare a camminare con una motivazione pretestuosa: la legge proibisce ai mezzi di girare con pubblicità eccetto quelli che sono destinati al trasporto pubblico.
Il presidente di HazteOir Ignacio Arsuaga ovviamente ha protestato: «Questa campagna non va contro nessuno. Rispettiamo tutti, ma esigiamo rispetto. Anzi, semmai siamo noi che stiamo ricevendo minacce e diversi incitamenti a bruciare il mezzo e persino a uccidere i membri della nostra associazione».
Il clima è questo. Arsuaga ha detto che nei prossimi giorni l’autobus si sposterà a Valencia, Barcelona, Zaragoza, Pamplona, San Sebastián, Bilbao y Victoria e che ha come obbiettivo quello di diffondere un libro che denuncia tutte le iniziative per insegnare a scuola le leggi di indottrinamento sessuale approvate già in diverse comunità autonome per imporre una palese violazione dela libertà di educazione e del diritto fondamentale dei genitori di educare i propri figli.
Ovviamente, ma questo il lettore l’avrà già capito, quando uscirono i manifesti sui maschietti con la vagina e viceversa, nessun procuratore generale si mosse per sanzionare le associazioni Lgbt né per rimuoverli dai crocicchi dove erano stati affissi. Si dirà che in questo caso è parsa al magistrato una violazione di una legge. Appunto. Una scritta che ribadisce una verità che non è cattolica né buddista, ma biologica e scientifica. Ma che la legge ha deciso non essere più valida.
La legge è superiore alla scienza biologica. E’ come occupare uno spazio pubblicitario e scrivere: “Le foglie cadono in Autunno” o “a 100 gradi l’acqua bolle”. Allo stesso modo scrivere che “i maschietti hanno il pene e le femminucce la vagina” può essere considerato un reato? Si può incorrere in reati per fare pubblicità alle leggi di natura? Da ieri sì. E come si chiama quel sistema dove diventa reato dire che 2 + 2 fa quattro se c’è una legge che lo vieta? Regime, signora maestra? No, ora si chiama democrazia.
Autobus sequestrato: dice la verità sull'uomo
Film gay in una scuola superiore: esplode la polemica a Milano
In una scuola superiore milanese viene proiettato un film gay, patrocinato dal Comune e dall’Unar. Il film, "Né Giuletta né Romeo", è considerato un manifesto Lgbt. De Corato (FdI): "Dopo il bondage a scuola anche l'Lgbt. Complimenti a Sala e Majorino"
Luca Romano
Polemica durissima, a Milano, per la proiezione di un film in una scuola superiore. Si tratta di "Né Giulietta né Romeo" (2015), diretto da Veronica Pivetti.
Ma perché è scoppiata la polemica? Il motivo è semplice: il film viene considerato un manifesto Lgbt. E la proiezione, patrocinata dal Comune e dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali), avviene nell'ambito del Forum sulle politiche sociali 2017, con il patrocinio anche della Presidenza del consiglio dei ministri, del Consolato generale degli Stati Uniti d'America e delle associazioni "Agedo" e "Il cinema e i diritti". L'opposizione di centrodestra a Palazzo Marino, però, non ha gradito.
"In una scuola milanese verrà proiettato un film gay - scrive in una nota Riccardo De Corato, capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Lombardia -. Dopo la Casa dei diritti con il bondage e la casa di accoglienza solo per giovani omosessuali, il Comune è riuscito a far entrare un film Lgbt anche nelle scuole. L’evento compare anche sul sito del provveditorato. La proiezione di 'Né Giulietta né Romeo' si svolgerà domani mattina (oggi per chi legge, ndr) alle 10 all’istituto professionale Cavalieri. Fra gli enti patrocinanti troviamo anche l’Unar, salito in questi giorni agli onori delle cronache per le orge gay e i finanziamenti da Palazzo Chigi. Si parte da una scuola, ma l’idea dovrebbe essere quella di arrivare in più istituti possibili: è vero infatti che Majorino ha auspicato la diffusione del film tra gli studenti durante l’incontro a cui hap artecipato ieri?". E ancora: "Sicuramente il suo assessorato, dopo il bondage, ha deciso di sponsorizzare anche questa proiezione".
Ma di cosa parla il film? Il protagonista Rocco è uno studente 16enne che da un anno prova ad avere una relazione con la sua migliore amica, Maria senza riuscirci, perché qualcosa non si accende. Sarà a scuola, dopo un pestaggio subito da un bullo, a scoprire la ragione del proprio insuccesso: l'omosessualità.
"Tra le varie vicissitudini - prosegue De Corato - c’è anche, cito dal sito cinemagay.it, l’esilarante scenetta di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si sc... poi ci si conosce. Lo dice il sito cinemagay.it, non io. Evidentemente Majorino e il Comune vogliono far passare questo concetto tra gli studenti: un bell’insegnamento! Anni dopo il bondage ha trovato in questo film il suo degno successore, complimenti a Sala, Majorino e tutto il Comune".
Film gay in una scuola superiore: esplode la polemica a Milano - IlGiornale.it
«Prima il sesso, poi ci conosciamo»: è il mondo i tempi della gaycrazia. Buono anche per le scuole
di Tommaso Scandroglio
Un film spot sull’omosessualità? Gli esempi si sprecherebbero. Un film spot per l’omosessualità fatto vedere alle scolaresche? Anche in questo caso nulla di nuovo sotto il sole spietato dell’ideologia gay. Un film spot fatto vedere alle scolaresche per iniziativa diretta del Ministero dell’Istruzione? Qui la cosa non è rarissima, ma desta comunque attenzione. Soprattutto se nell’iniziativa è coinvolto il famigerato Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (Unar), da giorni giustamente sulla graticola per le note vicende che lo vedono come ente finanziatore di attività lubrico-omoerotiche con derive che si spingono al meretricio.
Sabato scorso è stato proiettato presso l’istituto Cavalieri di Milano la pellicola Né Giulietta né Romeo, il cui titolo già fa capire che l’appartenenza al sesso maschile e femminile è oggi faccenda superflua nell’affettività, né più né meno di un freezer per un eschimese che vive in un igloo.
Ma il film cosa racconta? Lasciamo la penna ad una fonte non sospettabile di partigianeria, il sito Cinemagay: “Né Giulietta, né Romeo è anzitutto un manifesto LGBT, cioè una storia che affronta praticamente tutte le tematiche gay d’attualità nel nostro Paese”. Viva la sincerità. Il film è un manifesto politico teso alla soddisfazione di alcune rivendicazioni del mondo omosessualista militante. Il suo carattere dichiaratamente politico gli è valso il patrocinio di Amnesty International, perché oggi i veri perseguitati politici sono i gay a cui si vede non bastano più matrimoni, figli uterati e dark room, ma agognano a qualcosa di più che ad oggi non è ancora noto.
Ma proseguiamo con la scheda della pellicola: “Rocco è uno studente 16enne che da un anno sta cercando di scopare la sua migliore e paziente e comprensiva amica Maria (Carolina Pavone) senza riuscirci, perchè il ‘meccanismo’ non si attiva. Scoprirà la causa di questi ripetuti insuccessi quando a scuola viene picchiato dal bullo di turno, in questo caso assai affascinante, tanto da procurargli nel mentre la tanto attesa erezione (cosa che gli impedirà di denunciarlo)”. La regista Pivetti e l’insospettabile Cinemagay ci stanno dicendo che a volte il cosiddetto omo-bullismo sono propedeutici e aiutano a scoprire il proprio orientamento sessuale? Non è questo un giudizio omofobo? A margine: l’amica del cuore di Rocco pensa di far soldi vendendo i propri ovociti. Così, tanto per non farci mancare nulla.
Continuiamo con la recensione: “Molto eloquente la scena di quando viene aggredito dal tipo sotto la doccia, che diventa quasi un amplesso (a ricordarci che spesso gli omofobi sono solo dei gay repressi)”. Non sono le persone omosessuali ad essere eterosessuali latitanti, bensì l’opposto.
“Così Rocco – continua Cinemagay - inizia a prendere consapevolezza della sua identità, sostenuto dall’amica Maria ma non altrettanto dai genitori (separati), coi quali fa uno speranzoso coming out”. Il solito stereotipo dell’opposizione sessantottina tra genitori borghesi che si pensano progressisti e figli precursori di una nuova mentalità, loro sì davvero progressisti. Pivetti così sul punto commenta: “Può una famiglia evoluta, progressista, alternativa al punto giusto, saltare per aria di fronte alla scoperta di un figlio omosessuale? Purtroppo sì, anche se siamo nel 2015. Anche se pensavamo che il dato fosse acquisito e metabolizzato. […] E, tra un sorriso e l’altro, ho cercato di raccontare, con la macchina da presa saldamente in spalla, lo sgomento e l’incapacità di chi siede pericolosamente in bilico sulle proprie miopi certezze”. Ma credere che l’omosessualità sia un valore non è anch’esso una certezza? E non potrebbe essere pure lei una miope certezza? Lasciamo la risposta agli oftalmologi.
Arriviamo però ad una battuta del film che appare essere illuminante, almeno per noi poveri sciocchi attratti ancora da persone del sesso opposto: “Esilarante la scenetta – continua la scheda di Cinemagay - di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si scopa poi ci si conosce”. E già, “nel mondo gay funziona così”. A leggere queste poche righe, per associazione di pensiero, ci viene in mente un tizio con un cappotto arancione e locali bui in cui persone nude esplorano orifizi di ogni genere pur non praticando la professione dell’endoscopista.
In breve: il sesso omosessuale è promiscuo e votato alle più sordide parafilie per sua natura. Ce lo dice anche una cosiddetta commedia che vuole stare dalla parte del mondo gay in cui “funziona così”: prima il sesso e poi la conoscenza, dichiara la Pivetti per bocca del suo protagonista. L’affetto, due cuori e una capanna, i figli, le coccole, la voglia di progettualità, il sostegno reciproco non sono patrimonio dell’immaginario omosessuale, ma sono proprietà della famiglia, beni però espropriati a lei per innestarli senza successo nella pianta dell’omosessualità, da cui non nascerà nessun frutto; beni usati come paravento dietro il quale si consumano gli amplessi plurimi dei circoli gay foraggiati dall’Unar, esito necessitato dell’orientamento omosessuale.
Proprio della pulsione omosessuale non è nemmeno l’erotismo, bensì la piana pornografia – basta assistere ad un gay pride – tanto che anche i critici cinematografici di Cinemagay sono costretti ad usare il termine “scopare” e a ragion veduta. Non è volgarità la loro, è oggettiva aderenza alla realtà omosessuale.
In sintesi lo stile di vita depravato che fiorisce nei circoli ricreativi gay, che il servizio delle Iene ha così ben descritto e che Luca Di Tolve ha sperimentato sulla propria pelle, è quello che si vuole proporre alle giovani generazioni sotto l’egida dell’Unar, anche per tramite di pellicole come “Né Giulietta né Romeo”. E dunque la proiezione nelle scuole di questo film che illustra quale è il baricentro dell’esistenza di una persona omosessuale orgogliosa di esserlo – prima il sesso e poi ci conosciamo – conferma che la storiaccia che ha coinvolto l’Unar non è un accadimento sporadico, un incidente di percorso, un fatto accidentale che nulla c’entra con il Dna di questo ufficio governativo, bensì rappresenta la sua mission pubblica, il suo core business. Dare soldi perché i gay facciano sesso alla cieca – espressione calzante visto che si pratica nelle dark room – non viola quindi lo statuto dell’Unar, ma significa all’opposto la sua piena ed efficace realizzazione.
«Prima il sesso, poi ci conosciamo»
Omofobia, l'Ordine dei medici processa le opinioni
di Andrea Zambrano
Per aprire un procedimento presso l’Ordine dei medici basta una parolina magica: omofobia. Una parola che di per sé non rimanda ancora a nulla perché l’omofobia non è ancora reato. E neppure una malattia come ad esempio l’aracnofobia. Pero' è stata sufficiente la parolina magica per intimidire la dottoressa-scrittrice Silvana De Mari, che è finita nell’occhio del ciclone per aver sostenuto da medico alcune posizioni cliniche circa il rapporto tra i tumori dell’ano e la pratica dell’omoerotismo.
Come i lettori della Nuova BQ sanno la De Mari ha giustificato la sua mossa perché animata dall’intenzione di dire la verità, da medico, sulle controindicazioni della pratica omosessuale. Ovviamente la cosa non poteva passare via liscia perché oggi si possono toccare tutti i dogmi che in 2000 anni la Chiesa ha riconosciuto, ma il nuovo dogma dell’ideologia omosessaulista no. Chi tocca quello, muore.
E infatti la De Mari rischia di morire. Non nel senso letterale del termine, ma nel senso figurato dato che le sue parole adesso sono finite sul tavolo del presidente dell’Ordine dei Medici di Torino che ha deciso di aprire un procedimento. Proprio cosi': è lo stesso Giuido Giustetto a dirlo dalle colonne della Stampa: “Apriremo il procedimento disciplinare, chiedendole spiegazioni... il mondo è pieno di medici che dicono cose strane”.
Ma che cosa ha detto di strano la De Mari? Stando a quanto hanno riportato le associazioni Lgbt che l’hanno denunciata, sotto accusa ci sono le frasi dette dalla De Mari sulla pratica omoerotica. “Chiediamo la radiazione immediata della dottoressa De Mari dall’Ordine dei Medici di Torino per avere espresso in sede pubblica pareri obsoleti in merito ai rischi della sessualità omosessuale, alla definizione – velata di forti pregiudiziali omofobe – di Gay Bowel Syndrome, per aver ridicolizzato, umiliato, deriso, con la pietà pelosa di chi è in malafede, chi abbia rapporti omosessuali. Per avere lordato anche la sessualità eterosessuale, descrivendo come pericolose pratiche sicure, descrivendole in maniera turpe e paventando lesioni e inesistenti rischi di malattie”.
Questo il testo a corredo della petizione all’Ordine dei medici. Circa le frasi dette dalla De Mari, la petizione sottolinea due frasi della dottoressa. Queste: “Quindi io mi batto per il diritto all’omofobia”, la prima e “l’omofobia deve essere un diritto umano riconosciuto”. Frasi che la De Mari ha scritto sulla sua pagina Facebook. Frasi nelle quali la De Mari spiegava che “in un paese liberale un uomo ha il diritto di infilare il suo pene nella cavità anorettale di un altro uomo e io ho il diritto di provare fastidio”.
Inoltre prima di parlare del diritto umano riconosciuto la De Mari diceva che “l’unica soluzione è quella che un uomo fa del suo pene appartenga alla sfera privata, venga tolto dalla sfera pubblica. Se resta nella sfera pubblica l’omofobia deve essere un diritto umano riconosciuto altrimenti salta la libertà di parola e la libertà religiosa, salta il Cristianesimo”. Questa la frase completa della De Mari citata nell’esposto all’Ordine sulla piattaforma change.org.
Ora. Passi per il linguaggio piuttosto verista, non stiamo certo qui a scandalizzarci, ma la De Mari è un medico e nei suoi interventi pubblici recenti ha parlato da medico endoscopista specialista proprio di malattie dell’ano derivanti dalla pratica omoerotica.
Infatti nella petizione non c’è traccia della sua messa in guardia dalla pratica. Bensi' sono sottolineate soltanto le due frasi relative all’omofobia. Che, e torniamo all’inizio, non è ancora un reato e non è ancora una malattia. Invece l’Ordine dei Medici è caduto nel tranello e si è prestato ad aprire un procedimento per quelle che di fatto restano opinioni non cliniche, ma morali. Delle parole dette dalla De Mari circa l’aspetto clinico, l’Ordine non si occuperà, eppure sarebbe questo il suo campo d’intervento. E non se occuperà perché l’evidenza scientifica le dà ragione.
Ne consegue che la dottoressa verrà processata dal suo Ordine di appartenenza (l'annuncio a livello mediatico, lei non ha ancora ricevuto nessuna convocazione ndr.) non per affermazioni che contraddicano le evidenze clinico-diagnostiche della medicina in materia di cancro alla cavità anorettale, perché appunto non ve ne sono, ma solo per le sue opinioni in merito ad un futuro reato e ad una futura malattia, non ancora riconosciuta. Che cosa c’entra tutto questo con la pratica medica? Nulla, intanto pero' l’Ordine ha mostrato bene come ci si pieghi di fronte a certi poteri che sanno usare sapientemente i media.
Poteri ai quali non tutti sembrano sottostare con l’anello al naso. E’ il caso di un collega della De Mari, noto per avere posizioni diametralmente opposte in campo etico rispetto al medico-scrittrice. Ma che su una cosa sembra essere d’accordo con lei: un conto sono le opinioni, un conto le risultanze scientifiche. La De Mari poteva aspettarsi di tutto, non certo che un medico cosi' lontano da lei, diventasse senza volerlo il suo più convinto avvocato. Silvio Viale, medico al Sant’Anna ed esponente dei Radicali, sul suo profilo Fb ha giudicato «stupide» le opinioni della dottoressa (e qui siamo nel campo delle opinioni ndr.), ma considera sbagliata la richiesta di radiazione. Perché? «La radiazione – prosegue alla La Stampa - deve essere motivata da un aspetto professionale, cioè dall’eventuale promozione e magari pratica di terapie non scientificamente validate, e non da opinioni. Altrimenti oggi si colpiscono i punti di vista di questa signora e domani di qualcun altro».
Una frase da un pulpito insospettabile e che potrebbe essere usata a sua discolpa quando comparirà davanti al giuri' di camici bianchi che l’ha convocata solo e soltanto per le sue opinioni.
Omofobia, l'Ordine dei medici processa le opinioni




Rispondi Citando
