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Discussione: Conservatori nel mondo

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Orban: «Il vero problema dell'Ungheria è il debito pubblico e la nostra Costituzione lo combatte»
    Il premier ungherese Viktor Orban ha tenuto un discorso di 45 minuti sullo stato della nazione. Ha difeso la nuova Costituzione, ricordando che il problema del paese è l'enorme debito pubblico e privato lasciato dai precedenti governi socialisti.
    Nel discorso annuale sullo stato della nazione, il primo ministro ungherese Viktor Orban, che a leggere i giornali sembra essere più pericoloso di Assad, ha difeso la nuova Costituzione e parlato dei veri problemi del paese. Il premier ha fatto un intervento di 45 minuti, sottolineando che il vero guaio dell'Ungheria è l'enorme debito pubblico e privato, che i precedenti governi socialisti hanno lasciato al paese prima del 2010.
    Ignorando le accuse per la nuova Costituzione che sono piombate su di lui e il suo partito Fidesz, a cui gli ungheresi hanno consegnato i due terzi del Parlamento, Orban si è detto «orgoglioso della nuova e moderna Carta costituzionale, la prima in Europa a prescrivere la diminuzione del debito pubblico e il pareggio di bilancio». «Il debito è un ottimo affare se ti trovi dalla parte giusta» ha aggiunto, alludendo al fatto che tutte le critiche alla nuova Costituzione si indirizzano su libertà di stampa, aborto e religione per colpire il serio impegno di ridurre il debito e la volontà di gestire per la prima volta le finanze in modo responsabile.


    Sarkozy ribadisce il no a eutanasia e matrimoni gay
    Un no deciso all’eutanasia e ai matrimonio gay. I candidati elle elezioni presidenziali in Francia, che si terranno il 22 aprile (primo turno) e il 6 maggio (secondo turno), scaldano i motori. E Nicholas Sarkozy, in un’intervista uscita oggi sul Figaro Magazine, ribadisce due punti fermi del suo programma, che lo contrappongono frontalmente al candidato socialista François Hollande. “Nessun sistema può funzionare senza il rispetto delle istituzioni, delle regole e della famiglia” ha detto Sarkozy. Mentre per quando riguarda l’eutanasia, ha sottolineato come “questa rischierebbe di portarci verso derive pericolose e contrarie alla nostra concezione dell’essere umano”.
    Nel gennaio 2011 Sarkozy aveva già espresso nettamente la sua opposione a legalizzare la cosiddetta “dolce morte”, per usare il lugubre eufemismo, esprimendo la preoccupazione per le possibili “pressioni sui medici nel compiere atti letali contrari alla loro coscienza e alla loro deontologia”. Per il leader dell'Ump la Legge Leonetti, quella del 2005 sul fine-vita, è “equilibrata” e fissa un principio, “il rispetto della vita”.
    Sarkozy ribadisce il no a eutanasia e matrimoni gay | Mondo | www.avvenire.it

    Russia: la religione a scuola diventa obbligatoria
    Vietata durante il periodo sovietico, la materia era ritornata nel 2009 in alcune regioni del paese
    ROMA, martedì, 14 febbraio 2012 (ZENIT.org) - Il primo ministro russo Vladimir Putin ha approvato il decreto che sigilla il ritorno dell’insegnamento della religione in tutte le scuole dell’enorme Paese. Lo riferisce oggi l’agenzia AsiaNews.
    Come ricorda il sito del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), dopo l’esperienza “positiva” di un programma pilota avviato nel 2009 sui banchi delle scuole medie di un gruppo di regioni prescelte, la materia diventerà obbligatoria dal prossimo anno scolastico.
    Gli alunni delle scuole elementari e medie dovranno iscriversi a corsi generici sui “fondamenti della cultura religiosa”, oppure, in alternativa, frequentare un corso su una delle quattro religioni ritenute “tradizionali”, cioè il cristianesimo, l’islam, l’ebraismo o il buddismo.
    Il ministero ha dato nei giorni scorsi il via ai corsi di formazione per gli insegnanti di religione. I corsi “dovrebbero essere impartiti da persone ben preparate, o da professori di teologia o da sacerdoti”. Il programma pilota ha coinvolto circa mezzo milione di bambini e studenti, 20.000 insegnanti e 30.000 istituti scolastici.
    Durante l’incontro, Putin ha toccato anche il tema delle interferenze governative. “Non intendiamo interferire nelle attività delle organizzazioni religiose. Lo Stato non lo farà in nessun caso”, ha assicurato il premier. “Questo vale anche per l’auto-organizzazione all’interno delle nostre comunità religiose”. Secondo il premier, gli istituti educativi religiosi devono avere gli stessi diritti delle scuole pubbliche, incluso l’accesso a fondi governativi. Questo vale anche per i salari degli insegnanti, ha aggiunto.
    Durante l’incontro, l’arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, ha parlato a Putin della persecuzione dei cristiani in Paesi come Iraq, Egitto, Pakistan ed India. L’esponente ortodosso ha chiesto al primo ministro di trasformare il tema in una delle priorità del suo mandato.

    Dopo 70 anni di ateismo di Stato, in Russia la religione a scuola «torna ad essere obbligatoria»
    Intervista a Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana, che spiega a tempi.it perché Putin ha firmato il decreto che impone nella scuola dell'obbligo l'ora di religione: «In Russia si riconosce finalmente in modo pubblico che la religione è fondamentale anche per l'uomo russo, che è in profonda crisi. Il contrario di quello che avviene in Occidente».
    Di Leone Grotti
    «Dopo 70 anni di ateismo in Russia si riconosce pubblicamente che religione e fede sono aspetti fondamentali della struttura umana e per questo vanno insegnati. Se vogliamo, è l'inverso di quello che succede in Occidente». Giovanna Parravicini, ricercatrice di Russia Cristiana e direttrice dell’edizione russa della rivista La Nuova Europa, commenta così a tempi.it la notizia dell'emanazione, il 28 gennaio, di un decreto governativo che impone l'ora di religione nella scuola dell'obbligo, quindi alle elementari e alle medie.

    Dall'ateismo di Stato all'ora di religione. Com'è accaduto?
    La Chiesa chiede da tempo di poter essere presente nella scuola, pubblicamente. Il decreto è frutto di una lunga lotta durata dieci anni tra Chiesa e Stato. In Russia l'ora di religione non sarà come in Occidente: avrà carattere culturale e si intitolerà "fondamenti della cultura ortodossa". Ci sono quattro insegnamenti tra cui scegliere: cristianesimo, ebraismo, buddismo e islam.

    Come è andato l'anno di sperimentazione?
    Diciamo che non sempre è riuscito. Questo perché la Russia ha tanti problemi: rischia come in Occidente di cedere a un laicismo secondo cui solo l'insegnamento dello Stato sarebbe neutrale, mentre quelli religiosi sarebbero invece di parte. Peccato che un insegnamento neutrale non esista e anche l'etica laica non lo è. Ora, è vero invece che mancano ancora gli strumenti adatti: ci sono pochi preti, pochi insegnanti e mancano i libri di testo. In epoca sovietica bisognava insegnare materialismo e ateismo e molti di quelli che lo insegnavano si sono riciclati come maestri di "religione".

    Se l'insegnamento zoppica perché ritiene questo decreto una svolta?
    È fondamentale perché dopo 70 anni di ateismo in Russia si riconosce pubblicamente che religione e fede sono aspetti fondamentali della struttura umana e per questo vanno insegnati. Se vogliamo, è l'inverso di quello che succede in Occidente, dove l'aspetto religioso tende ad essere confinato sempre di più nel privato. Qui, invece, cominciamo ad aprire alla sfera pubblica.

    Se la Chiesa chiedeva da 10 anni di introdurre la religione nelle scuole, perché l'ha ottenuto solo ora?
    Perché siamo alla vigilia di elezioni che rappresentano un grosso punto interrogativo per la prima volta nella storia della Russia. Sono una reale possibilità di cambiamento. Nelle elezioni parlamentari del quattro dicembre scorso, il partito di Putin ha avuto una pesante caduta e la gente è scesa in piazza a protestare. Putin è quindi costretto a fare una vera campagna elettorale e nei primi di febbraio si è incontrato con i capi di tutte le chiese a Mosca e ha promesso mari e monti. La Chiesa chiedeva da anni questo decreto e arriva adesso sicuramente per una mossa elettorale. Non sarà il massimo, ma sarebbe stupido buttare il bambino con l'acqua sporca.

    La Russia è passata dall'eliminazione della religione dalla società all'ora di religione obbligatoria. Un bel cambiamento.
    Sì, frutto di due parabole: quella della Chiesa e quella dello Stato.

    Partiamo dallo Stato.
    Il primo ad aprire seriamente alla religione è stato Michail Sergeevič Gorbačëv, che l'1 dicembre 1989 ha anche incontrato Giovanni Paolo II. Poi Yeltsin ha fatto una legge davvero molto ampia sulla libertà di culto e di coscienza nel 1991. Il rapporto tra Chiesa e Stato è cresciuto sempre di più, con il governo che cercava di piegare a sé la Chiesa. Putin, infine, si è ritrovato un paese in crisi, non solo economica, ma soprattutto umana e familiare. I problemi dell'alcolismo e della tossicodipendenza erano enormi. Ha pensato di chiedere aiuto alla Chiesa, perché moralizzasse la società.

    E la Chiesa?
    Ha innanzitutto pensato a ricostruire i luoghi di culto e le strutture "materiali", perché negli anni '90 non era rimasto quasi più niente. Il patriarcato di Alexi II si è dedicato alla ricostruzione della Chiesa. Due anni fa, quando Kirill è diventato patriarca, c'è stato un cambiamento: la Chiesa si è dedicata all'educazione dell'uomo e del cristiano. Ha messo mano a una grande riforma, con molti limiti, che però ha il merito di aver rimesso al centro il problema educativo. È grazie a questa riforma se si è arrivati all'insegnamento nelle scuole».

    La Chiesa vuole tornare a mostrarsi in pubblico?
    Sì, ha capito che il cristianesimo deve essere tale davanti alle sfide del mondo, in pubblico. E può sfruttare ancora una certa autorità morale che la Chiesa gode tra la gente.

    I russi hanno bisogno di questo ritorno pubblico del cristianesimo?
    Sì, faccio solo un esempio. A fine novembre una reliquia della Madonna è stata portata in Russia dal monte Athos. Un milione di persone sono rimaste in coda, con diversi gradi sottozero, per una settimana, 24 ore su 24, arrivando a formare fino a nove chilometri di fila, per vederla. Tutto ciò sarà anche sentimentale, esagerato, ma il popolo russo ha ancora una domanda profonda di senso che aspetta una risposta e che la crisi dell'uomo che attraversa oggi mette in evidenza.

    La Chiesa dunque ha una grande occasione con l'approvazione di questo decreto. Saprà sfruttarlo?
    Speriamo, anche noi cattolici salutiamo la novità come positiva. Certo, i cristiani stessi, proprio come in Occidente, dovranno essere educati e abituati a guardare la positività di un cristianesimo presente nella società. Il lavoro più difficile ora è capire quale tesoro enorme abbiamo tra le mani e come farlo fruttare al meglio.


  2. #12
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Spagna, via il tabù: licenziamenti facili negli enti pubblici
    Marco Cesario
    La Spagna di Mariano Rajoy cerca di rimettersi in piedi dopo gli anni tronfi e fallimentari del socialista Zapatero. La situazione economica è difficile, ma la riforma del lavoro potrebbe dare la scossa. Non contiene solo importanti tagli ai costi per i licenziamenti senza giusta causa, forti riduzioni degli stipendi dei dirigenti pubblici e maggiori deduzioni fiscali per le piccole e medie imprese. Con la riforma – questa la grande novità – si potranno licenziare per ragioni economiche anche gli impiegati del settore pubblico, se gli enti dove lavorano hanno accumulato almeno tre trimestri di bilancio consecutivo in deficit, e ciò senza le lunghe e costose trafile presso le autorità giudiziarie.
    La fisionomia della ‘reforma laboral’ appena approvata dal governo di Mariano Rajoy ci ricorda quella Spagna che abbiamo sempre ammirato: giovane, snella, dinamica e che ora si affida a una manovra improntata alla flessibilità, alla riduzione dei costi di licenziamento e dell’economia sommersa. Un esempio sono le misure varate per le piccole e medie imprese (Pme) che costituiscono l’ossatura del Paese. Le Pme fino a 50 dipendenti che decidessero di assumere con contratto a tempo indeterminato un lavoratore con meno di 30 anni avranno diritto a una deduzione fiscale pari a 3.000 euro. Assieme al compenso il lavoratore potrà percepire il 25% del sussidio di disoccupazione mentre l’azienda che lo ha assunto per un anno potrà sgravare dalle tasse il 50% del suo costo. La chiave di volta della riforma del mercato del lavoro consiste soprattutto nella possibilità per le imprese spagnole di tagliare nettamente i costi dei licenziamenti che già gravano oltremodo sul bilancio. Per spiegarla la vicepremier e portavoce dell’esecutivo, Soraya Sanz de Santa Maria, non ha fatto ricorso alle lacrime ma alla metafora biblica del “prima” e del “dopo” il che vuol dire che, almeno sulla carta, la riforma getta le basi per una crescita futura e mira a rivoluzionare la legislazione del lavoro.
    In Europa pochi però hanno fatto caso a un tema centrale della riforma di Rajoy che farà molto discutere: la demolizione del tabù dell’intoccabilità dei dipendenti pubblici (circa 3,13 milioni in Spagna). Con la riforma si potrà licenziare per ragioni economiche e dietro adeguato indennizzo (20 giorni per anno lavorato per un massimo di dodici mensilità) più facilmente qualora gli enti, le organizzazioni o le entità del settore pubblico in questione abbiano accumulato almeno tre trimestri di bilancio consecutivo in deficit, e ciò senza le lunghe e costose trafile presso le autorità giudiziarie competenti. La misura è infatti prevista dagli “expedientes de regulación de empleo” (Ere). A farne le spese potrebbero essere circa 685.000 dipendenti che non risultano funzionari, ma i cui contratti sono regolati dal normale diritto del lavoro. Scure anche sui dirigenti delle imprese pubbliche (circa 4.000 in Spagna) i cui stipendi saranno tagliati tra il 25 e il 30% e che non potranno comunque superare i 105.000 euro annui per quelle grandi, gli 80.000 euro annui per le medie e i 55.000 euro annui per le piccole. Le indennità inoltre saranno collegate al raggiungimento di determinati obiettivi economici mentre le indennità di licenziamento saranno pari a 7 giorni per anno lavorativo e di un massimo di 6 mensilità. L’indennità inoltre non sarà percepibile nel caso in cui il dirigente in questione sia stato ad esempio reintegrato in un precedente incarico nella pubblica amministrazione. Insomma niente di trascendentale ma di una luminosità ed efficacia sconcertante. In pratica se dirigi un azienda nel settore pubblico e vai sotto, vai subito a casa, invece di continuare a sperperare denaro pubblico a spese dei contribuenti. Stessa cosa per i dipendenti pubblici che vi lavorano, che per questo motivo dovranno essere estremamente vigili e soprattutto i primi ad interessarsi a che la loro azienda non vada a rotoli.
    Se si pensa che, in Italia, nel solo 2010, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche (-71.999 milioni di euro) è stato pari al 4,6% del Pil (dati Istat) e che la media di dipendenti pubblici per abitante è di 54 ogni 1000 abitanti (dati Ocse-Puma) e che corrisponde grossomodo alla popolazione complessiva dell’Irlanda (quasi 4 milioni di individui), se in Italia venisse approvata una misura simile non solo fallirebbe gran parte degli esercizi del settore pubblico (che spesso sperperano e vivacchiano senza produrre, con grandi sacche di incompetenza) ma anche l’economia del nostro Paese ne trarrebbe complessivamente beneficio. Forse anche in questi tempi bui, come già in passato, ci tocca imparare qualcosa dalla Spagna.
    Spagna, via il tabù: licenziamenti facili negli enti pubblici | Linkiesta.it

    Elogio della pax americana
    Perché il mondo ha ancora bisogno degli Stati Uniti
    Robert Kagan
    La storia dimostra che gli ordini mondiali, incluso il nostro, sono transitori. Raggiungono la vetta e poi entrano in declino, e le istituzioni che erigono, le convinzioni e “norme” che li guidano, i sistemi economici che sostengono – anche loro raggiungono la vetta e poi decadono. La caduta dell’Impero Romano condusse alla fine non solo del dominio Romano ma anche del governo di Roma e della sua legge, così come portarono alla fine di un intero sistema economico che si estendeva dall’Europa del Nord al Nord Africa. La cultura, le arti, anche il progresso scientifico e tecnologico, si interruppero per secoli.
    La storia moderna ha seguito un simile schema. Dopo le sanguinose guerre napoleoniche dell’inizio del XIX° secolo, il controllo britannico dei mari e l’equilibrio di potenza delle grandi nazioni del continente europeo fornirono relativa sicurezza e stabilità. La prosperità aumentò, così come le libertà individuali, e il mondo fu saldato dalle rivoluzioni del commercio e delle comunicazioni.
    Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’era della pace acquisita e del liberalismo in espansione – ovvero della civilizzazione europea a due passi dal proprio apogeo – collassò in un’era di iper-nazionalismo, dispotismo e calamità economica. Quella diffusione, un tempo cara, di democrazia e liberalismo si fermò e invertì il proprio corso, lasciando un piccolo gruppo di democrazie in inferiorità numerica e sotto assedio all’ombra di vicini totalitari. Certo, il collasso dell’Impero Britannico e dell’ordine europeo del XX° secolo non ha prodotto una nuova epoca buia – benché valga la pena ricordare che se la Germania nazista e il Giappone imperiale avessero vinto, tale eventualità si sarebbe potuta verificare – ma l’orribile conflitto che produsse fu, a suo modo, altrettanto devastante.
    Domanda: la fine dell’attuale ordine a dominio americano sarebbe portatrice di minori scongiurabili conseguenze? Un numero sorprendente di intellettuali statunitensi, di politici e parlamentari abbraccia tale prospettiva con serenità. Esiste un senso diffuso che la fine di un’era a predominio americano, se e quando avverrà, non necessariamente significherà la fine dell’attuale sistema internazionale, costituito di un alto livello di libertà diffusa, e di una prosperità globale senza precendenti nella storia (anche nel mezzo dell’attuale crisi economica) e contraddistinto dall’assenza di guerra tra le maggiori potenze.
    Il potere statunitense potrà diminuire, sostiene lo scienziato politico G. John Ikenberry, ma “le fondamenta soggiacenti il suo ordine liberale internazionale sopravvivranno e prospereranno”. Il commentatore Fareed Zakaria ritiene che benché l’equilibrio si stia muovendo contro gli Stati Uniti, le potenze emergenti come la Cina “continueranno a vivere dentro la cornice dell’attuale sistema internazionale”. E ci sono elementi provenienti da ogni angolo dello spettro politico – Repubblicani che chiedono un arretramento, Democratici che ripongono la propria fiducia nelle leggi e nelle istituzioni internazionali – che non riescono a capire che un “mondo post-americano” sarebbe molto differente da un mondo americano tout court.
    Si ricordi il vecchio adagio: se qualcosa suona troppo bello per essere vero, allora qualcosa è troppo bello per essere vero. L’attuale ordine mondiale è stato largamente modellato dal potere americano e riflette gli interessi e le preferenze statunitensi. Se l’equilibrio di potenza trasla in direzione di altre nazioni, l’ordine mondiale cambierà per andare incontro ai propri interessi e preferenze. Nè si può - nè si deve - assumere che tutte le grandi potenze in un mondo post-americano saranno d’accordo sui benefici derivanti dalla preservazione dell’attuale ordine, o che esse abbiano le capacità di preservarlo anche qualora volessero.
    Prendiamo una questione su tutte, la democrazia. Per decenni, l’equilibrio di potenza nel mondo ha favorito i regimi democratici. In un mondo post-americano, l’equilibro si sposterebbe verso le grandi potenze autocratiche. Tanto Pechino, quanto Mosca già oggi proteggono dittatori come quello sirano, Bashar al-Assad. Se in futuro dovessero guadagnare maggiore influenza relativa, vedremo molte meno transizioni democratiche e molti più autocrati aggrappati al potere. L’equilibrio in un mondo nuovo, e multipolare, potrebbe essere favorevole alla democrazia solo se alcune delle democrazie in ascesa – Brasile, India, Sud Africa – prendessero in mano il lavoro lasciato a metà da un’America in declino. E comunque non è detto che esse abbiano il desiderio o la capacità di farlo.
    Che dire poi dell’ordine economico fondato sul libero mercato e la libertà di commercio? I più assumono che la Cina e altre potenze in ascesa che hanno beneficiato così tanto dal presente sistema decideranno di prendere parte nella sua preservazione. Non ucciderebbero la gallina dalle uova d’oro. Purtroppo, potrebbero non essere in grado di farne a meno. La creazione e la sopravvivenza dell’ordine economico liberale è dipeso, storicamente, dalle grandi potenze che sono allo stesso tempo disponibili e capaci di sostenere libertà di commercio e un’economia libera, spesso con il proprio potere navale.
    Se un’America in declino non è in grado di mantenere la propria egemonia, che da lunga data esercita in alto mare, siamo certi che altre nazioni assumerebbero il peso e i costi di sostenere le proprie marine per occupare le posizioni vacanti? E se pure lo facessero, siamo sicuri che ciò produrrebbe uno spazio globale comune – o che piuttosto ciò non finirebbe per produrre invece maggiore tensione?
    La Cina e l’India stanno costruendo marine militari più grandi, ma il risultato, a oggi, è stata solo maggiore competizione, non maggiore sicurezza. Come ha notato su questo giornale (ndt. il Wall Street Journal) Mohan Malik, la loro “rivalità marittima potrebbe venire allo scoperto in dieci, vent’anni”, quando l’India dispiegherà una portaerei nell’Oceano Pacifico e la Cina ne dispiegherà una nell’Oceano Indiano. Il passaggio da oceano a dominazioni americana a una gestione di polizia messa in campo da più grandi potenze potrebbe essere una ricetta per più conflitto piuttosto che per il mantenimento di ordine economico liberale.
    E siamo poi sicuri che i cinesi diano veramente così tanta importanza a un sistema economico aperto? L’economia cinese potrebbe a breve diventare la prima al mondo, ma di certo sarebbe ancor lontana dall’essere la più ricca. La sua grandezza è il prodotto dell’enorme popolazione del paese, ma in termini pro-capite, la Cina rimane relativamente povera. Gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone hanno un reddito procapite di all’incirca 40,000 dollari Usa. La Cina poco sopra i 4,000 dollari, ponendola allo stesso livello di Angola, Algeria e Belize. Se anche le più ottimistiche delle previsioni si avverassero, il Pil pro capite della Cina nel 2030 non sarebbe ancora la metà di quello statunitense, portandolo ai livelli odierni di Slovenia e di Grecia.
    Come hanno fatto notare Arvind Subramanian e altri economisti, ciò creerebbe una situazione storicamente senza precedenti. In passato, la più grande e dominante economia del mondo, era anche la più ricca. Le nazioni i cui membri sono in una posizione di tale vantaggio in un sistema economico senza particolare vincoli in termini relativi, subiscono meno la tentazione di perseguire politiche protezioniste e hanno più di un incentivo a mantenere il loro sistema aperto. La dirigenza cinese, al vertice di un paese ancora povero e in via di sviluppo, potrebbe dimostrarsi meno incline a mantenere aperta la propria economia. Già oggi alcuni settori dell'economia cinese sono chiusi a investitori esteri ed è probabile che altri ne verranno chiusi in futuro. Perfino degli ottimisti alla Subramarian credono che il sistema economico liberale necessiti “qualche assicurazione” contro uno scenario nel quale “la Cina eserciti il proprio dominio sia capovolgendo le politiche precedentemente adottate, sia non rispettando l’obbligo ad aprire aree economiche che sono oggi altamente protette”. Il dominio economico americano è stato salutato dalla maggior parte del mondo perché, come faceva il criminale Hyman Roth ne “Il Padrino”, gli Stati Uniti hanno sempre fatto fare soldi ai proprio partner. Per questa ragione, una dominazione cinese potrebbe ricevere diversa accoglienza.
    Un altro problema ancora è legato al tipo di capitalismo oggi esistente in Cina, il quale è altamente controllato dallo Stato, il cui scopo ultimo è la conservazione del potere del Partito comunista. A differenza delle ere britannica e americana, ove le maggiori potenze economiche erano dominate in maggioranza da privati cittadini o compagnie, il sistema cinese è invece una copia dei regimi mercantilisti dei secoli passati. Lo Stato accumula denaro per mantenere in piedi il proprio potere e la propria burocrazia, e per pagare esercito e marina necessari per competere con le altre grandi potenze. Benché i cinesi siano stati i beneficiari di un sistema economico internazionale aperto, potrebbero finire con metterlo a repentaglio semplicemente perché, in quanto società autocratica, la loro priorità è quella di preservare il controllo statale della ricchezza e il potere che ciò porta con sè. Potrebbero decidere di uccidere la gallina dalla uova d’oro perché non riescono a discernere come tenere insieme l’uno e l’altro insieme.
    E poi, che dire della lunga pace che è stata mantenuta tra le grandi potenze per più di sei decadi? Questo stato di cose, sopravvivrebbe in un mondo post-americano? Una bella fetta di commentatori che hanno salutato questo scenario pensano che la predominanza americana sarebbe sostituita da una qualche forma di armonia multipolare. Ma storicamente i sistemi multipolari non sono stati mai né particolarmente stabili, né particolarmente pacifici. Una sommaria parità tra le nazioni potenti è fonte di incertezza la quale conduce all’errore di calcolo. I conflitti nascono proprio quando emergono delle fluttuazioni in questa delicata equazione di potenza.
    La guerra tra le grandi potenze è stato evento consueto, se non una costante, nei lunghi periodi di multipolarità compresi tra il XVI° secolo e il XVIII° secolo, culminanti in una serie di terribili e distruttive guerre europee figlie della rivoluzione francese e che si sono concluse con la disfatta di Napoleone nel 1815.



    Il XIX° secolo è stato notevole per due periodi di pace tra le grandi potenze, fatti di quattro decenni ognuno, intervallati da conflitti maggiori. La Guerra di Crimea (1853-1856) fu una mini guerra mondiale, che coinvolse ben più di un milione di truppe russe, francesi, britanniche e turche, così come quelle di nove altre nazioni; produsse quasi mezzo milione di morti e molti di più in feriti. Nella Guerra franco-prussiana (1870-71), le due nazioni misero in campo all’incirca due milioni di truppe, di cui quasi mezzo milione perì o fu ferito.
    La pace risultante da questi conflitti fu caratterizzata da un'alta tensione e da una competizione crescente, molta paura per lo scoppio di altre guerre e un aumento massiccio in armamenti sia di terra che di mare. Il picco fu raggiunto con la Prima guerra mondiale, il conflitto più distruttivo e mortifero che il genere umano avesse conosciuto sino a quel momento. Come ha fatto notare lo scienziato politico Robert W. Tucker, “Tale instabilità rimaneva in piedi in ultima istanza sotto la minaccia dell’uso della forza. La guerra rimaneva lo strumento principe per il mantenimento dell’equilibrio di potenza”.
    Vi è poco spazio di manovra per continuare a ritenere che un ritorno alla multipolarità nel XXI°secolo possa portare in dono più pace e stabilità rispetto al passato. L’era della predominanza americana ha mostrato che non esiste migliore ricetta per la pace tra le grandi potenze che la certezza di chi abbia il coltello dalla parte del manico.
    Per le questioni che hanno a che fare con la sicurezza, le regole e le istituzioni dell’ordine internazionale raramente sopravvivono al declino delle nazioni che le hanno erette. Sono come impalcature intorno a un palazzo: esse non tengono il piedi il palazzo, è il palazzo che le tiene in piedi. Il sistema insomma resterà in piedi solo fintantoché coloro che lo sostengono avranno il desiderio e la capacità di difenderlo.
    Molti esperti di politica estera vedono l’attuale ordine internazionale come l’inevitabile risultato del progresso umano, una combinazione di scienza e tecnologia in stato d’avanzamento, un’economia sempre più globale, il rafforzamento delle istituzioni internazionali, “norme” comportamentali internazionali in evoluzione e il graduale ma inevitabile trionfo della democrazia liberale sulle altre forme di governo ,in summa, le forze del cambiamento che trascendono le azioni degli uomini e delle nazioni.
    Certo, gli americani amano credere che l’ordine da loro scelto gli sopravvivrà perché intimamente buono e giusto – non solo per noi ma per tutti. In quanto americani tendiamo a dare per scontato che il trionfo della democrazia sia il trionfo di un’idea migliore, e la vittoria del capitalismo di mercato sia la vittoria di un sistema migliore, e che entrambi siano irreversibili. Ciò fa capire perché la tesi di Francis Fukoyama sulla “fine delle storia” è stata così attraente alla fine della Guerra Fredda, e perchè continui ancora oggi a mantenere intatto il proprio fascino, nonostante sia stata smentita dai fatti. L’idea è che un’ineluttabile evoluzione non rende necessario l'esistenza di un ordine decente. Esso si dispiegherà e basta.
    Non c’è nulla di inevitabile nel mondo creato dopo la Seconda Guerra mondiale. Nessuna divina provvidenza e nessun dispiegarsi di dialettiche hegeliane spinge necessariamente al trionfo della democrazia e del capitalismo, e non esiste alcuna garanzia che tali assunti rimangano validi oltre la vita delle potenze che hanno lottato per essi. Il progresso democratico e il liberismo economico sono stati e possono essere invertiti e dissolti. Le antiche democrazie di Grecia e le Repubbliche di Roma e Venezia, tutte caddero sotto i colpi di forze più potenti o a causa di proprie insuccessi. L’ordine economico liberale in evoluzione in Europa collassò tra gli anni ’20 e i ’30 dello scorso secolo. L’idea migliore non vincerà solo perché è la migliore idea. Essa avrà bisogno di grandi potenze che la sostengano.
    Se e quando l’America entrerà in declino, le istituzioni e le norme che la potenza americana avrà sostenuto entreranno in declino a loro volta. O meglio, se la storia può esserci d’aiuto, potrebbero collassare tutte insieme in un processo di transizione verso un nuovo tipo di ordine mondiale….o di disordine. Scopriremmo allora che gli Stati Uniti erano essenziali per tenere in piedi l’attuale ordine mondiale e che l’alternativa al potere americano non era pace e armonia ma caos e catastrofe – proprio quello a cui assomigliava il mondo giusto prima che l'America iniziasse a svolgere il suo ruolo egemonico.

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    “We still hold these truths”. Il conservatorismo americano tra passato e presente
    Angela Santese
    “La Conservative Political Action Conference è stata creata per sfidare l’establishment repubblicano”. Con queste parole, il candidato alle primarie repubblicane Newt Gingrich ha aperto il suo intervento alla CPAC, la conferenza che ogni anno riunisce gli attivisti, i politici e gli intellettuali di spicco del movimento conservatore.
    La CPAC nacque nel 1973, su iniziativa dell’American Conservative Union, allo scopo di promuovere un’agenda politica che si basasse su quanto di meglio il pensiero conservatore americano fosse in grado di offrire. Se «le idee hanno conseguenze», come recita lo slogan coniato nel 1948 dal filosofo Richard Weaver, e tuttora bussola del conservatorismo americano



    il CPAC si propone dunque di essere un laboratorio intellettuale e politico in grado di dettare l’agenda del partito Repubblicano.
    “In questo momento”, ha proseguito Gingrich, “la CPAC rappresenta 50 anni di lotta che può essere fatta risalire al movimento lanciato da Goldwater nel 1962.



    E i Tea Party, che si battono contro l’establishment repubblicano, sono per molti versi parte della stessa battaglia.”
    L’accusa lanciata dall’ex speaker della Camera è che i maggiorenti del partito repubblicano preferiscano gestire la decadenza del paese piuttosto che intraprendere un serio cambio di rotta, che restituisca agli Stati Uniti la crescita economica sul fronte interno e il prestigio sulla scena internazionale. Gingrich ha affermato che, all’incapacità dello stato maggiore repubblicano, è necessario contrapporre le capacità, l’agenda e i valori del movimento conservatore autentico, quello del CPAC e dei Tea Party. Solo il movimento conservatore, infatti, sarebbe in grado di riportare il paese ai successi, economici e politici, raggiunti quando la Casa Bianca era occupata da un repubblicano come Ronald Reagan, che della retorica anti-establishment aveva fatto un suo punto di forza.
    D’altronde, il riferimento a due figure come Goldwater e Reagan non è casuale.



    Nella storia della destra americana, essi hanno prodotto una rottura rispetto alle politiche convenzionali dei governi repubblicani, innovandone pratiche e contenuti. Goldwater corse alle presidenziali del 1964, sottolineando la sua alterità rispetto alla destra sobria e moderata dell’amministrazione Eisenhower, che governò il paese dal 1952 al 1960. Se Eisenhower non produsse una rottura rispetto al Fair Deal di Truman, lasciando intatte le trasformazioni istituzionali prodotte dai liberal, Goldwater si presentò come il nemico del liberalismo: in politica interna denunciò l’espansione dello Stato assistenziale e in politica estera promosse una crociata contro il comunismo, liquidando il contenimento come una strategia attendista.



    A sostenere Goldwater non erano le élite del partito repubblicano, ma gli intellettuali del movimento conservatore, che nel dopoguerra conobbe una vera e propria rinascita. La candidatura di Goldwater fu sponsorizzata dalle due principali riviste conservatrici dell’epoca: «National Review» e «Modern Age» miravano infatti a introdurre nel programma del partito Repubblicano i valori della libertà individuale e della tradizione cristiana, tenuti insieme da un forte afflato anticomunista. Se Goldwater non ebbe l’opportunità di portare a termine questo compito, fu Reagan che, come ha scritto lo storico conservatore George Nash, «passò dalla teoria alla pratica».
    L’ex governatore della California realizzò un programma improntato al laissez-faire: l’insieme delle misure economiche introdotte durante i suoi due mandati, passato alla storia con l’espressione Reaganomics, includeva il governo minimo, una drastica riduzione dell’imposizione fiscale, tagli alla spesa pubblica e un ampio programma di liberalizzazioni. L’unica voce del bilancio federale destinata ad aumentare era quella relativa alla spesa militare. L’aumento della spesa destinata alla difesa del paese fu accompagnato dalla denuncia del processo di distensione e da un’aspra retorica antisovietica, che portò Reagan ad affermare nel 1982 che "la marcia della libertà e della democrazia avrebbe lasciato il marxismo-leninismo nella pattumiera della storia”.





    In occasione della prima CPAC nel 1974, l’intervento più significativo fu proprio quello pronunciato da Ronald Reagan: il futuro presidente americano, rifacendosi alla lezione promossa da Barry Goldwater un decennio prima, affermò che l’eccezionalità degli Stati Uniti, il suo essere ancora la città sopra la collina immaginata da John Winthrop, derivasse dalla peculiarità della sua costituzione. “Le altre costituzioni affermano che il governo ti concede dei diritti; la nostra recita che questi diritti sono tuoi per grazia di Dio, e che nessun governo sulla terra può privartene”.



    Il tema del governo minimo contro l’invadenza del “Big Government” di matrice newdealista, a distanza di quasi quattro decenni dal discorso di Reagan, resta ancora un argomento caldo per il conservatorismo americano. Non a caso il tema del CPAC 2012 è “We Still Hold These Truths”, con un riferimento esplicito alla necessità di tornare ai principi che, secondo l’interpretazione conservatrice, sono stati posti in essere dai padri fondatori: governo limitato, libertà individuale, libero mercato, valori cristiani e tradizionali.
    Il tono di tutti gli interventi è stato dettato dalle parole con cui Al Cardenas, presidente dell’American Conservative Union, ha aperto i lavori della trentanovesima conferenza: “Noi siamo qui oggi per reclamare la nostra libertà e la libertà dei nostri figli rispetto a un’amministrazione corrotta e oppressiva, che ammira il socialismo, sente il bisogno di scusarsi per l’America, teme e denigra i valori e le idee che hanno reso questo paese il più grande al mondo”. Critica di un governo considerato invadente e lesivo delle libertà e dei diritti individuali, a cui viene contrapposto il governo minimo concepito dai padri costituenti, ed esaltazione delle virtù del libero mercato e dell’iniziativa individuale: queste sono le due direttrici che hanno animato il dibattito del CPAC 2012. Argomenti questi che si ricollegano a un tema fondamentale per il conservatorismo americano: l’idea che la società sia un organismo naturale, che deve vivere liberamente, mentre il governo è un sistema artificiale che non può e non deve pensare di ricostruire o dirigere la società in modo ideologico, attraverso il suo intervento esterno. Un’idea che si affermò agli albori della nazione, anche grazie all’elaborazione teorica di Edmund Burke



    il whig inglese che sostenne la Rivoluzione americana ma mise sotto accusa la Rivoluzione francese per aver fatto tabula rasa della tradizione, e per aver tentato di rifondare la società senza seguire la lezione della storia.
    La critica al costruttivismo e all’ingegnerismo sociale attraversa, infatti, la storia del pensiero conservatore e assume toni più radicali proprio quando si fa più sentita l’urgenza di attaccare la dimensione regolativa e centralistica dello Stato. Negli anni Trenta l’ex presidente Hoover accusava il New Deal di essere un piano di «irreggimentazione nazionale» che evocava lo spettro del fascismo e del comunismo. Negli anni Cinquanta l’intellettuale conservatore Clinton Rossiter rielaborò tali tesi affermando che la società era “un organismo vivente con profonde radici nel passato”, vale a dire che essa era “un albero, non una macchina”.



    Da qui la necessità che lo Stato si limiti a proteggere i diritti naturali, mettendo gli individui e i corpi intermedi della società al riparo da ingerenze considerate artificiali. Nel pensiero conservatore, la libertà economica costituisce la garanzia contro ogni tentativo statale di assoggettare gli individui al potere della burocrazia governativa che, come scriveva l’economista e filosofo politico Friedrich Hayek nella sua critica del welfare state, traccia la “via verso la schiavitù”.



    Guardando alle elezioni presidenziali del prossimo 6 novembre, l’esempio più citato d’ingerenza governativa non poteva che essere la riforma sanitaria del presidente Obama. Agli occhi dei conservatori essa incarna la continuazione della filosofia statalista espressa dai programmi Medicare e Medicaid, introdotti dal presidente Lyndon B. Johnson come parte del suo progetto di Great Society. Programmi che il conservatorismo ha criticato in quanto espressione e allo stesso tempo strumento della crescita del governo federale centrale, le cui ingerenze nella società ledono la libera iniziativa individuale.
    “Nelle elezioni di novembre – ha detto Marco Rubio – ciò che è in gioco è la scelta tra il sistema di libera impresa che ha reso grande questa nazione o un’economia regolata”. La star dei Tea Party ha sottolineato che se non si pone un freno all’agenda posta in essere da Obama, l’America è destinata a incontrare gli stessi problemi che stanno attanagliando l’Europa, ossia una spesa pubblica insostenibile e un forte debito nazionale. L’Europa e il suo Stato assistenziale nella critica conservatrice diventano pertanto il monito di quello che potrebbe accadere agli Stati Uniti se non ritornano ai tradizionali valori del libero mercato e dell’iniziativa individuale. Nell’affermazione di Rubio torna il topos eccezionalista caro al discorso conservatore, che contrappone il dinamismo sociale e la floridità economica degli Stati Uniti alla vecchia, immobile e stagnante Europa. Un discorso che ritorna d’attualità in una fase in cui l’Europa viene vista come l’epicentro della crisi globale. Una crisi da cui, sostengono i conservatori, si esce solo attraverso un drastico ridimensionamento dello Stato e dell’assistenzialismo.
    Nel complesso, il dibattito all’interno del CPAC ha riaffermato la validità della tradizione conservatrice, sia pur declinata alla luce delle necessità e delle issues del presente. Il CPAC ha tentato cioè di rinnovare il dialogo tra la cultura conservatrice e la politica repubblicana: una dialettica proficua che è stata alla base dei successi della destra a partire da Reagan. Si nota tuttavia una radicalizzazione del discorso conservatore che, dopo Bush, era entrato in crisi perché il legame tra la destra culturale e quella politica sembrava essersi interrotto, con il conseguente declino dell’influenza dei neoconservatori. Il CPAC sembra dunque promuovere uno spostamento a destra dell’asse politico del partito Repubblicano. Uno spostamento che certamente è stato alimentato dall’irrompere del Tea Party e dal suo successo nelle elezioni di mid-term, ma anche dalla necessità di sferrare un attacco deciso al “socialismo” dell’amministrazione Obama. In questo senso, resta da chiedersi se, nell’età dei Romney e dei Gingrich, si tornerà a parlare dell’emergere di una nuova Radical Right. Proprio come ai tempi del vecchio Barry Goldwater.
    “We still hold these truthsâ€. Il conservatorismo americano tra passato e presente


    Samuel J. Wurzelbacher, "joe l'idraulico" candidato per l'ohio
    "Sono un conservatore contro l'aborto e per le armi"
    di Ste.ma.
    Samuel Joseph Wurzelbacher, “Joe l’idraulico”, è uno di quei personaggi che possono esistere solo negli Stati Uniti. Stava giocando con il figlio quando gli capitò nella sua cittadina dell’Ohio il candidato presidente Barack Obama. Era il 12 ottobre 2008, nemmeno un mese prima delle elezioni.
    Joe chiese al candidato: “Se io volessi comprare l’azienda in cui lavoro e dovessi realizzare utili nell’ordine di 250-280mila dollari, secondo il suo programma quante tasse dovrei pagare?”. Barack Obama gli spiegò (di fonte alle telecamere) che, in caso di guadagni inferiori ai 250mila dollari avrebbe pagato le stesse tasse. Ma in caso di guadagni maggiori… ne avrebbe dovute pagare di più. Esposto il progetto di Obama al pubblico ludibrio (perché punisce l’intraprendenza e il successo, anche quello di un “colletto blu” che vuole realizzare il suo sogno) in un semplice e singolo botta-e-risposta “Joe l’idraulico” divenne subito un personaggio politico e un commentatore corteggiato da tutti i conservatori. Adesso è candidato per l’Ohio al Congresso.
    In quanto “colletto blu” e candidato repubblicano, Lei si considera un’eccezione?
    No, direi proprio di no. Soprattutto da un po’ di anni a questa parte, sempre più gente inizia a pensare che il Partito Repubblicano sia il vero rappresentante dell’uomo comune americano. Mentre i Democratici sono ormai un’élite che rappresenta se stessa, noi siamo dei lavoratori e una volta eletti faremo di tutto per servire la gente comune, aiutandola a uscire da questo periodo di crisi. Il nostro scopo è sempre quello di creare prosperità attraverso la libertà e l’iniziativa individuali.
    Cosa pensa degli attuali candidati del Partito Repubblicano?
    Voglio vedere prima di tutto chi vincerà le primarie e sarò pronto a sostenerlo. Io, comunque, sono troppo impegnato con la mia campagna elettorale e farò di tutto per rappresentare i cittadini del mio distretto dell’Ohio.
    Perché ha deciso di scendere in campo?
    Perché i miei genitori mi hanno educato a credere che, se c’è una possibilità di fare del bene agli altri, bisogna assumersene la responsabilità.
    Obama è ancora molto forte, Lei pensa che vi siano possibilità concrete di batterlo?
    Lo so che è forte. Per lo meno prego che non venga rieletto. Ma chiunque vinca alla corsa per la Casa Bianca nel 2012, dovrà comunque avere a che fare con il Senato e con la Camera dei Rappresentanti. E noi ce la metteremo tutta per rendere queste due camere il più possibile abitate da conservatori coerenti nei loro principi.
    Quale è, secondo Lei, il più importante dei principi conservatori?
    Essere convinto delle mie idee e non dover chiedere scusa a nessuno quando mi dico conservatore. Questo vale per ciascuno dei nostri principi. Io sono contro l’aborto, per la libertà di portare armi, sono per la libertà e la responsabilità dell’individuo, credo in Dio.
    Ma prima di tutto, dico: basta chiedere scusa! Sono un conservatore e ne vado fiero.
    L'Opinione delle Libertá


  4. #14
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Così ora in Spagna si possono licenziare i dipendenti statali
    La riforma spagnola del mercato del lavoro forse non avrà effetto nel “breve periodo”, come ha detto ieri in Parlamento il premier conservatore Mariano Rajoy, ma da un punto di vista simbolico può essere una svolta, spiega al Foglio uno degli economisti iberici più esperti della materia, J. Ignacio Conde-Ruiz del think tank Fedea. A partire dalla possibilità concessa ad alcune amministrazioni pubbliche di licenziare i propri dipendenti per ragioni economiche.
    Secondo gli economisti di Fedea non mancano gli aspetti positivi della “reforma laboral” approvata dal governo conservatore. “A partire dalla possibilità di licenziare per motivi economici, nel caso di enti pubblici in perdita, tutti quei dipendenti statali che non sono entrati nella Pubblica amministrazione per concorso – spiega Conde-Ruiz – ma che piuttosto sono stati assunti per chiamata diretta o più spesso nomina politica di sindaci e amministratori locali”. Su oltre 3 milioni di statali, si tratta di circa 685 mila dipendenti – con contratti sia a tempo determinato che indeterminato – d’un tratto non più inamovibili (a patto ovviamente che il loro licenziamento sia opportunamente indennizzato). “Si dovrà capire cosa accade davanti ai giudici del lavoro – dice Conde-Ruiz – ma la misura ha molte potenzialità”.
    Pur non risolvendo il problema della segmentazione del mercato del lavoro spagnolo, diviso tra “iper garantiti” e “iper precari”, la riforma – secondo l’economista di Fedea – potrà aiutare nel medio-lungo termine ad aumentare produttività e crescita anche nel settore privato: “Innanzitutto stabilendo per legge la superiorità degli accordi raggiunti tra imprenditori e lavoratori a livello d’impresa rispetto ai contratti settoriali o regionali. Poi abbassando il costo dell’indennizzo da corrispondere al lavoratore in caso di licenziamento”. Si passa da 45 a 33 giorni di salario garantito per ogni anno lavorato, fino a un massimo di 24 mesi (non più di 42).
    Infine Conde-Ruiz sottolinea la "maggiore flessibilità” concessa all’organizzazione del lavoro nelle imprese (orari, salari, etc.), anche se poi mette in guardia: “Attendiamo la concreta applicazione delle norme e la loro interpretazione da parte dei giudici, prima di una valutazione più certa”.
    Così ora in Spagna si possono licenziare i dipendenti statali - [ Il Foglio.it › La giornata ]

    Adozioni gay: il Parlamento portoghese dice no
    LISBONA – Il parlamento monocamerale di Lisbona ha respinto oggi una proposta di legalizzazione delle adozioni da parte delle coppie omosessuali presentata dal partito della sinistra Bloco de Esquerda e dai verdi.
    I due partiti della maggioranza di governo del premier conservatore Pedro Passos Coelho, il Psd e il Cds, e il principale movimento di opposizione, il Ps, hanno dato liberta' di voto ai loro deputati, che a larga maggioranza hanno votato contro.



    Ungheria: l'orgoglio e l'identità
    di Andrea Camaiora
    «C’è qualcuno che avrebbe preferito che non avessimo menzionato re Santo Stefano nel preambolo alla nostra nuova Costituzione.



    Ebbene, se non lo avessimo fatto avremmo negato le nostre radici, la nostra storia, in una parola la verità». È apparso convincente, determinato, carismatico il parlamentare europeo PPE József Szájer, in visita a Roma lunedì per un incontro con la stampa, al mattino presso la sede dell’ambasciata ungherese, e in serata con gli studenti della prestigigiosa John Cabot University.
    Szájer, praticamente sconosciuto in Italia, non è un politico qualunque nel suo Paese. Ha presieduto la Commissione per la Redazione della Legge Fondamentale Ungherese ed è a lui che si deve il celebre e contestato preambolo che recita: «Noi, appartenenti alla nazione ungherese, all'inizio del nuovo millennio, provando senso di responsabilità per ogni nostro connazionale, proclamiamo: Siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano abbia costruito lo Stato ungherese su un terreno solido e abbia reso il nostro paese una parte dell'Europa cristiana mille anni fa. Siamo orgogliosi dei nostri antenati che hanno combattuto per la sopravvivenza, la libertà e l'indipendenza del nostro paese. Siamo orgogliosi delle eccezionali conquiste intellettuali del popolo ungherese. Siamo orgogliosi che il nostro popolo nel corso dei secoli abbia difeso l'Europa in una serie di lotte e arricchito i valori europei comuni con il suo talento e diligenza. Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione. Ci impegniamo per preservare l'unità intellettuale e spirituale della nostra nazione lacerata nelle tempeste del secolo scorso. Le nazionalità che vivono con noi fanno parte della comunità ungherese politica e sono parti costitutive dello Stato».
    L’europarlamentare di Fidesz (il partito di Viktor Orban) ha spiegato ai pochi giornalisti presenti in sala - tra i quali si notavano le clamorose assenze di la Repubblica, Corriere della Sera e Sky, testate tra le più ferocemente critiche nei confronti dell’attuale situazione politica ungherese - che gli ungheresi hanno assistito alle durissime critiche ricevute per la libera e sovrana scelta di dotarsi di una nuova Carta con una certa perplessità e ha spiegato il perché: nel 1222 re Andrea II d’Ungheria



    emanò la cosiddetta Bolla d’oro, ovvero un atto molto simile alla Magna Charta emanata in Inghilterra solo quattro anni prima, che impegnava il sovrano a rispettare certi limiti nella sua azione e che rappresenta pertanto la prima "Costituzione" dell’Europa continentale.



    József Szájer ha avuto modo di ribadire che la scelta di dotarsi di una nuova Costituzione era molto sentita dagli ungheresi anche perché le istituzioni democratiche sviluppatesi man mano dal 1990 in poi, poggiavano sempre e comunque sull’ormai datato e discusso testo della Costituzione sovietica del 1949 «copiata sic et simpliciter dalla costituzione sovietica del 1936».
    Szájer ha pure risposto alla giornalista di Radio Radicale Ada Pagliarulo che chiedeva le motivazioni che avevano portato a non iscrivere il rifiuto della pena di morte nella Carta del 2011 che gli ungheresi da vent’anni hanno definitivamente abolito la pena di morte aderendo anche a trattati internazionali che ne impediscono nuovamente l’adozione: «la nostra Costituzione - ha però ricordato l’europarlamentare magiaro - sancisce l’inviolabilità della persona, il primato della vita e altri principi di grande importanza».
    Nel corso dell’incontro nella sede diplomatica magiara è emerso, sempre con riferimento alla tanto contestata nuova Carta, che la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha espressamente dichiarato di apprezzare «il fatto che questa nuova Costituzione stabilisce un ordine costituzionale basato sulla democrazia, lo stato di diritto e la protezione di diritti fondamentali quali principi basilari» (L'Opinione, 20 giugno 2011).
    Szájer ha spiegato assai bene che la contestata riforma della Costituzione era per i magiari un passaggio necessario e fondamentale.
    Non va sottovalutato, ha detto il parlamentare europeo, che gli ungheresi per decenni hanno subito il dispotismo comunista che ha profondamente condizionato il modo di concepire la politica, le istituzioni e le stesse convivenze sociali cosi come nel resto dell’Europa dell’Est. Dare una nuova costituzione agli ungheresi - ha spiegato - ha contribuito a riconsegnare agli ungheresi l’orgoglio per la propria identità, quella di un popolo che ai tempi degli Asburgo, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, vantava un pil superiore a quello austriaco.
    L’europarlamentare si è molto battuto in questi anni a Strasburgo e a Bruxelles (proponendo, per esempio, due anni fa, una "Risoluzione del Parlamento europeo sulla coscienza europea e il totalitarismo"), insieme ad altri colleghi provenienti da Paesi una volta appartenenti al Patto di Varsavia, per un riconoscimento e una equiparazione tra nazismo e comunismo che in Occidente, per svariate ragioni, è ignorata ma che comprensibilmente è avvertita fortemente da tutti i popoli che hanno subito duramente il regime comunista. L’ultima prova è stata data dalla piccola repubblica baltica della Lettonia, la cui popolazione è per un terzo russofona, dove nei giorni scorsi si è tenuto un referendum sull’adozione del russo come seconda lingua. Ebbene la consultazione ha visto un’affluenza alle urne di circa il 70% e una sonora bocciatura con ben l’80% di no.
    Noi italiani sempre distratti, con la memoria perennemente corta, dovremmo ricordare i tempi in cui Cracovia, Milano e Budapest erano parte del medesimo ordinamento giuridico-politico.



    Noi che siamo usciti da vent’anni di dittatura rispondendo con una nuova costituzione, dovremmo capire il bisogno del popolo magiaro di voltare pagina definitivamente con l’adozione di una innovativa carta costituzionale.
    La Bussola Quotidiana quotidiano cattolico di opinione online: Ungheria: l'orgoglio e l'identità


    Falce e martello come la svastica
    Storica decisione della Lituania, un Paese invaso da nazisti e sovietici. Ma in Italia è impensabile imitarlo: la falce e il martello non sono stati percepiti come simbolo di distruzione e di violenza tanto più cieca quanto lucida, come quella nazista
    di Giordano Bruno Guerri
    La decisione del Parlamento lituano di mettere al bando falce, martello e stella rossa non è «triste», come ha dichiarato Liudmila Alexeieva, responsabile moscovita del gruppo di Helsinki per i diritti umani. Il piccolo Paese baltico, annesso militarmente all’Unione Sovietica nel 1940, per quasi mezzo secolo è stato sottoposto al dominio russo e comunista senza essere né russo né comunista. La classe dirigente venne estromessa, perseguitata e sostituita con funzionari di partito; gli oppositori subirono tutta la sequenza dell’oppressione staliniana, incarcerati, spediti nei gulag, uccisi. Il popolo subì tutti i danni della collettivizzazione forzata, della burocrazia centralizzata, della totale mancanza di libertà. «Eravamo uno Stato totalitario, autoritario, ma non fascista», ha aggiunto la Alexeieva, seguita da parte della stampa russa: trascurando di ricordare che il comunismo ha provocato, nel mondo, centinaia di milioni di morti. A partire da quello sovietico.
    Certo, i lituani - come gli altri popoli che ebbero uguale sorte - non hanno mai dimenticato i tre feroci anni di occupazione nazista (1941-44), che fra l’altro portarono allo sterminio di duecentomila ebrei locali. Ma è significativo che oggi mettano sullo stesso piano svastica, falce e martello: anche se pure da noi c’è chi può fare fatica a capirlo. In Italia abbiamo avuto il più potente Partito comunista dell’Occidente, che però non è mai riuscito ad arrivare al potere, o alla dittatura, grazie non tanto alle virtù della nostra democrazia quanto al patto di Yalta, che nel 1945 ci destinò al mondo libero. Da noi, dunque, la falce e il martello non sono stati percepiti come simbolo di distruzione e di violenza tanto più cieca quanto lucida, come quella nazista.
    Oggi sappiamo che la Resistenza commise, oltre che subire, ferocie inaccettabili. E che moltissimi - troppi - partigiani aspiravano a fare dell’Italia un paradiso dell’Internazionale. I più non sapevano e non potevano sapere cosa ciò avrebbe significato: una dittatura che avrebbe portato miseria e isolamento, come negli altri Paesi satelliti dell’Unione Sovietica. Avendo avuto la fortuna - per loro e per tutti - di non arrivare al potere, i comunisti nostrani hanno potuto continuare a considerarsi i salvifici paladini degli umili, emendati dalle responsabilità storiche del comunismo sovietico per via di “strappi” sempre troppo parziali e tardivi: dopo Budapest nel 1956, dopo Praga nel 1968.
    Per tutti questi motivi è impensabile che da noi si segua l’esempio lituano, mettendo sullo stesso piano la croce uncinata e la falce con il martello. Non si dica, però, che i lituani hanno torto.


  5. #15
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    PRIMARIE AMERICANE, ALEGGIA LO SPIRITO DI LINCOLN
    STEFANO MAGNI
    Di Ron Paul si è detto già tutto il male possibile, ma un argomento, in particolare, potrebbe far presa sull’elettorato del partito che fu di Abraham Lincoln: il giudizio storico sulla Guerra di Secessione (1861-1865).
    “La Guerra Civile non era necessaria” ha dichiarato Ron Paul in un’intervista televisiva del 23 dicembre 2007, ora ripresa in tutti i siti repubblicani a lui contrari. I commenti degli utenti a queste dichiarazioni eretiche si sprecano, da “Mi sento oltraggiato”, a “Ron Paul vuole risparmiare le sofferenze ai padroni bianchi per tenere schiavi i neri”, per giungere al: “Questa è la dimostrazione che Paul non è adatto (“unfit”) a guidare la Nazione”. Lo scandalo è provocato, soprattutto, dalla visione storica più diffusa sulla Guerra di Secessione: “una guerra combattuta dagli stati del Nord per liberare gli schiavi del Sud”. La secessione degli stati del Sud e la loro costituzione di una nuova entità confederale (la Confederazione degli Stati Americani, Csa) nel 1860-’61, è vista dalla vulgata storica solo come un espediente per proteggere l’istituzione della schiavitù, nell’interesse dei grandi proprietari terrieri. Ma al di là dei luoghi comuni, scritti soprattutto dai vincitori, possiamo solo constatare che Paul non ha tutti i torti.
    Prima di tutto, la schiavitù fu solo una delle cause del conflitto e nemmeno la più importante. Abraham Lincoln, eletto presidente nel 1860, era personalmente un abolizionista, ma nel suo programma non c’era la liberazione degli schiavi. Su questo tema era disposto a trattare. E almeno dal 1840 era in discussione, quale soluzione al problema, un riscatto su larga scala: il governo avrebbe potuto comprare tutti gli schiavi per dar loro la libertà. E’ una soluzione citata anche da Ron Paul, nella sua controversa intervista, quale alternativa al conflitto. Dall’altra parte, anche nel Sud non mancavano gli abolizionisti. E nel 1865 fu il governo della Confederazione del Sud a liberare tutti gli schiavi che si fossero offerti volontari nell’esercito. Dal marzo dell’ultimo anno di guerra, unità di neri combattevano anche sotto le bandiere della Confederazione sudista oltre che dell’Unione.
    Se la guerra non scoppiò per la schiavitù, allora perché? Molti sono soliti indicare cause economiche: il Nord era industriale e aveva bisogno di protezionismo. Il Sud era agricolo e voleva frontiere aperte. Ma anche questa interpretazione è riduttiva. Infatti, il problema della duplice realtà economica era sì molto grave, ma durava dall’inizio dell’Ottocento. E fino al 1861 non portò ad alcuna guerra.
    Il problema centrale, se escludiamo tutti quelli risolvibili pacificamente, riguarda la Costituzione: Stato unitario o Confederazione? Diritti federali o diritti degli stati? La forma originaria degli Stati Uniti, dopo l’indipendenza proclamata nel 1776, era quella della Confederazione. I primi 13 stati americani (ex colonie britanniche) avevano stipulato, fra loro, un patto che prevedeva essenzialmente due obblighi: frontiere aperte e mutua difesa. Fermo restando, però, che ognuno di essi era riconosciuto nella sua indipendenza e nella sua sovranità, mantenendo il diritto di secedere dalla Confederazione. Questo sistema è stato soppiantato da uno Stato federale, con l’approvazione della Costituzione degli Stati Uniti d’America, adottata nel 1787. Ma non sono mai mancati, anche fra i padri fondatori (Thomas Jefferson, tanto per fare un esempio), i sostenitori dei diritti degli stati, favorevoli al ritorno a una forma di stato confederale e non federale. Negli Stati del Sud è sempre prevalsa quest’ultima visione politica.
    La Csa, nella sua breve vita, rifletteva i principi della prima America. La secessione, un processo avviato, proprio nella South Carolina nel dicembre 1860, riguardò 11 stati che temevano troppa concentrazione di potere nelle mani del governo centrale, soprattutto dopo l’elezione di Abraham Lincoln, il più centralista dei candidati. Preferirono ribadire il loro diritto di autodeterminazione, dichiarando la secessione.
    Perché è importante questo dibattito storico a 150 anni di distanza? Perché Ron Paul non fa mistero di essere un sostenitore dei diritti degli stati. E’ favorevole alla riduzione ai minimi termini del governo federale di Washington per trasferire gran parte delle competenze (e dello stesso potere legislativo) ai singoli governi locali. E’ curioso che questo dibattito si riaccenda proprio nel partito che fu di Abraham Lincoln.

    Il Timone
    Il falso mito della guerra civile americana
    America 1861-1865. Una guerra incivile
    Alcune riflessioni sulla cosiddetta guerra civile americana.
    Che non riguardò la schiavitù, come detta la vulgata
    "politicamente corretta".
    Un episodio importantissimo per la storia occidentale,
    una guerra poco civile e molto rivoluzionaria
    di Marco Respinti
    Definire "guerra civile" la più sanguinosa delle "guerre nordamericane",
    combattuta tra il 1861 e il 1865, è fondamentalmente sbagliato, motivo
    per cui è storiograficamente - e non solo partigianamente - corretto
    definirla (come spesso fanno gli storici di parte "sudista") "guerra
    tra gli Stati".
    Molti sono peraltro i falsi miti che circondano l'avvenimento.
    Il primo è, ovviamente, che essa sia stata in qualche modo causata
    dalla schiavitù in cui i bianchi tenevano i neri.
    Eppure lo stesso presidente Abraham Lincoln ammise, in una lettera
    indirizzata a Horace Greele, direttore di The New York Tribune:
    «Il mio obiettivo in questa lotta è di mantenere l'Unione, non di salvare
    o distruggere la schiavitù». Del resto, l'80% dei "sudisti" non possedeva
    affatto schiavi, un dato ormai acclarato dalla storiografia più seria....
    [E pochi sanno che decine di migliaia di negri combatterono
    nell'esercito confederato, o che il Presidente confederato Jefferson
    Davis, in cambio del riconoscimento della Confederazione da parte
    di Francia e Gran Bretagna, era pronto a concedere l'emancipazione
    di tutti gli schiavi

    http://it.youtube.com/watch?v=_GVIAypsnh8&NR=1
    ]
    La guerra non fu fatta, insomma, per liberare gli schiavi: si fece
    invece per mantenere con la forza l'Unione tra gli Stati nordamericani.
    Ragione per cui è limitato parlare di Nord contro Sud, quanto è invece
    veritiero parlare di governo federale centralistico contro gli Stati.
    Certo, furono esclusivamente gli Stati del Sud a portare alle estreme
    conseguenze le divergenze con il governo federale, ma essi concepirono
    la propria battaglia come una difesa dei diritti di sovranità di tutti
    i singoli Stati dell'Unione, diritti che ritenevano sanciti a chiare lettere
    nella Costituzione federale del 1789 e invece traditi dal governo centrale
    e "unionista" di Washington.

    La vera rivoluzione americana
    Ritenendo di non poter sopportare oltre lo stravolgimento del patto
    fondativo dell'Unione da parte del governo federale, diversi Stati
    del Sud decisero nel 1861 di mettere in atto quello che ritenevano
    un proprio diritto costituzionale: l'abbandono dell'accordo
    federativo, ossia la secessione. Pacifica.
    A quel punto, fu il governo federale a spostare la questione
    sul piano militare inviando truppe "unioniste".
    Gli Stati secessionisti diedero allora vita a una nuova lega,
    gli Stati Confederati d'America (CSA), che mirava a costituire
    una nuova nazione nordamericana, indipendente, confederale
    e non federale.
    Ovvero in continuità diretta con e decisamente fedele al patto
    fondativo originario, che, nella forma assunta a metà Ottocento,
    gli Stati secessionisti ritenevano oramai irrimediabilmente travisato
    per colpa del governo centrale di Washington.
    Un ritorno alle origini, insomma.
    Una risposta alla rivoluzione politica operata dal governo federale,
    immemore di sé.
    Negli Stati Uniti d'America "federale" é infatti il termine impiegato
    per indicare ciò che da noi si direbbe "nazionale" (talvolta
    "nazionalistico"), "centrale" (talvolta "centralistico") e "statale"
    (talvolta "statalistico"). L'organizzazione "confederale", invece,
    è un'unione fra Stati che conservano poteri sovrani e indipendenti.
    Dopo l'indipendenza, proclamata il 4 luglio 1776 a Filadelfia,
    le ex Colonie britanniche dell'America Settentrionale non diedero
    vita agli Stati Uniti d'America, ma a una Confederazione di Stati
    indipendenti uniti solo debolmente quanto a difesa e a commercio,
    e più teoricamente che concretamente.
    Il documento ufficiale di riferimento di questa organizzazione fra Stati
    furono gli Articoli della Confederazione, approvati il 15 novembre 1777
    dal Congresso dei delegati degli Stati (in piena guerra d'indipendenza)
    ed entrati in vigore ufficialmente il 1° marzo 1781 dopo la ratifica
    di tutti gli Stati.
    Con la convocazione della Convenzione costituzionale a Filadelfia
    il 14 marzo 1787 s'intese poi riformare gli Articoli dela Confederazione
    per ovviare ad alcune loro palesi debolezze. Ma ne risultò invece
    un documento completamente nuovo, quindi un'organizzazione istituzionale
    inedita: l'Unione degli Stati nordamericani e non più la Confederazione.
    Gli Stati Uniti d'America nacquero quindi nel 1789, quando
    George Washington fu eletto primo presidente vigente la Costituzione.
    Il potere delegato alla struttura federale, ovvero al centro, al governo
    di Washington, é maggiore, laddove nella precedente struttura confederale
    le ex Colonie, poi Stati indipendenti confederati, erano autonomi e sovrani.
    La Costituzione federale, del resto, sorse da un compromesso fra
    federalisti (centralisti nazionalisti) e antifederalisti (confederalisti).
    Il 25 settembre 1789, il primo Congresso degli USA propose
    agli Stati dodici emendamenti. Ne furono approvati dieci, che,
    ratificati dai vari Stati, entrarono in vigore nel 1791.
    Da allora sono parte integrante della Costituzione federale con il nome
    di "Bill of Rights", a imitazione della "Carta dei diritti" della tradizione
    giuridica britannica modellata dal Common Law consuetudinario.
    Quello statunitense costituisce l'insieme dei dieci emendamenti
    alla Costituzione che bilanciano a favore dei singoli Stati il potere attribuito
    appunto dalla Costituzione al governo federale centrale.
    Costituzione e "Bill of Rights" sono dunque un via media fra l'antica
    Confederazione e il centralismo moderno, quest'ultimo nato proprio
    dalla Guerra cosiddetta civile. Dal 1789 al 1865 (la data della fine
    della Guerra è un simbolo significativo) sono esistiti degli USA
    diversi sia dall'antica Confederazione, sia dalla nazione postlincolniana di oggi.

    Il "Medioevo" americano
    La metafora storica non è azzardata. L'epoca della Confederazione,
    infatti, ereditando direttamente il passato coloniale di sostanziale
    autogoverno, visse del "retaggio medioevale" britannico. Mentre
    l'epoca successiva alla Guerra cosiddetta civile rappresenta il periodo
    postrivoluzionario dell'America Settentrionale, e questo grazie a quella
    "Ricostruzione" (1865-1877) che fu in realtà una vera e propria
    spoliazione culturale ed economica, e che giuridicamente stravolse
    l'equilibrio fra Stati e governo centrale.
    A mero vantaggio dal secondo.
    Lo ha scritto efficacemente lo storico Raimondo Luraghi in Cinque
    lezioni sulla guerra civile americana, 1861-1865 (La Città dal Sole, Napoli 1997).
    «II conflitto civile che dal 1861 al 1865 sconvolse gli Stati Uniti d'America
    segna una data cruciale nella storia di quel paese: sarebbe difficile sopravalutare
    l'importanza dell'impatto.
    Anzitutto, con la fine di tale guerra si può ragionevolmente fissare,
    per l'Unione americana, la cesura tra età moderna e contemporanea.
    La rivoluzione e l'indipendenza dall'Inghilterra, malgrado la loro
    grandissima importanza, non ne mutarono infatti radicalmente
    il tessuto sociale, economico e culturale; e, quanto alla rivoluzione
    francese, essa ebbe sulla storia dal Nord-America una scarsissima
    incidenza [...].

    L'ideologia "francese"
    La guerra combattuta per l'indipendenza dalle Colonie britanniche
    dell'America Settentrionale contro la madrepatria londinese
    fra 1775 e 1783, e definita "rivoluzione americana", non fu affatto
    una rivoluzione.
    La si è chiamata così per analogia, a posteriori, con quella
    di Francia del 1789, secondo una particolare versione dal sofisma
    post hoc ergo propter hoc, che si basa su presunta somiglianze
    fra Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e dal Cittadino (26 agosto
    1789) francese e "Bill of Rights" statunitense.
    Ma la Déclaration parlava di individui, il "Bill of Rights"
    di Stati sovrani.
    La prima aveva a che fare con l'illuminismo e si sarebbe inverata
    nel giacobinismo, padre dei totalitarismi. La seconda era figlia
    dell'Europa classica e cristiana, mediata dalla giurisprudenza britannica.
    E parlava di libertà concrete, non di una Legge astratta, rivendicando
    il passato invece d'inventarsi un futuro inesistente.
    Disse il virginiano Patrick Henry, patriota e antifederalista,
    il 23 marzo 1775: «Non ho che un lume con cui guidare
    i miei passi e questo è il lume dell'esperienza».
    Non fu quindi rivoluzione, ma solo guerra d'indipendenza.
    La vera sovversione - credevano i nordamericani - era l'assolutismo
    di Londra laddove esso negava la tradizione della libertà.
    La guerra d'indipendenza americana fu Reazione, dunque,
    addirittura controrivoluzione.
    O, con Edmund Burke - il primo critico del 1789 di Francia -,
    una rivoluzione affrontata preventivamente per risolverne
    le contraddizioni. La lotta armata fu una extrema ratio e così
    l’indipendenza formale del 4 luglio.
    «Lungi dall'essere il prodotto di una rivoluzione democratica
    e di una opposizione alle istituzioni britanniche - ha scritto
    nell'Ottocento Lord John Emerich Edward Dalbergh Acton -,
    la Costituzione degli Stati Uniti fu il risultato di una grandiosa
    reazione a favore delle vere tradizioni della madrepatria».
    E Alexis de Tocqueville, il più acuto osservatore degli USA:
    «Anzitutto mi sembra necessario distinguere accuratamente
    le istituzioni degli Stati Uniti dalle istituzioni democratiche
    in generale».
    Non erano, insomma, ciò che nacque in Francia con
    la rivoluzione del 1789, e che Tocqueville conosceva
    bene, e che in gran parte disprezzava.
    La "democrazia moderna" di marca illuministico-giacobina,
    centralistica e protototalitaria, si fece strada solo nel corso
    della prima metà dell'Ottocento nordamericano, impadronendosi
    di quelle forze federaliste a cui i confederalisti avevano a suo
    tempo strappato il "Bill of Rights".
    Cucinato in salsa puritana oramai secolarizzata, l'illuminismo
    giacobino nordamericano lavorò l'Ottocento come quello francese
    aveva lavorato il Settecento ed ebbe il suo 1789 rivoluzionario
    nel 1861. Accadde negli USA, ma fu lo stesso - le date coincidono –
    in Italia con il cosiddetto Risorgimento.
    Alla fine della cosiddetta Guerra civile americana, il presidente
    degli sconfitti Stati Confederati d'America, Jefferson Davis,
    venne incarcerato in condizioni indecenti.



    Gli furono vicine solo delle suore di Savannah, in Georgia, che
    gl'inviarono un rosario, e Papa Pio IX



    che gli mandò una corona di spine (la intrecciò personalmente)
    e un proprio ritratto autografato con scritto: «Se qualcuno
    vuol venire dietro me, prenda la sua croce e mi segua ...» (Mt 16,24).
    Sta tutto al Confederate Museum di New Orleans, in Louisiana.
    Jefferson Davis, dopo due anni di carcere duro, venne liberato
    senza subire quel processo che egli incessantemente aveva richiesto.
    Papa Pio IX, in quegli anni alle presa con il "Risorgimento",
    era convinto che sia l'Italia cattolica sia gli Stati secessionisti
    del Sud stessero combattendo la medesima battaglia di civiltà
    contro i medesimi aggressori.



    http://it.youtube.com/watch?v=YAfHigPsC_s

    http://it.youtube.com/watch?v=tXlKgPFwW3g

    http://it.youtube.com/watch?v=t_5gH7oX8X8





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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    La religione ritorna. Dalla Russia
    Giuliano Guzzo
    In teoria dovrebbe essere una notizia come un’altra, almeno a giudicare dallo spazio – davvero marginale – che gli è stato riservato. Invece è una notizia-bomba, il ritorno dell’insegnamento della religione nelle scuole della Russia. Non foss’altro perché da quelle parti, fino a pochi anni addietro, vigeva non la laicità, bensì l’ateismo di Stato. Mentre ora, proprio mentre l’Europa sembra avviata ad una secolarizzazione definitiva, da Mosca giunge un ritorno del sacro che quasi nessuno si sarebbe aspettato. Ho scritto quasi perché, per chi crede, il ritorno della religione in Russia non è affatto un caso, dal momento che rientrerebbe in piani celesti già suffragati, a ben vedere, da numerosi indizi.
    Si ricorderà, infatti, che era stata nientemeno che la Madonna di Fatima, nell’apparire ai tre pastorelli, a dire di essere «venuta a chiedere la Consacrazione della Russia» e a profetizzare, combinazione proprio nel 1917 della Rivoluzione, che «la Russia che si convertirà». Parole che ai tre giovinetti dissero ben poco, dato che ignoravano persino cosa fosse la Russia; ma che a noi, invece, possono dire molto. Tanto più se si rammentano altre due singolari “coincidenze”. La prima riguarda le firme del russo Eltsin, dell’ucraino Kravchuk e del bielorusso Shushkevic, che decretarono la fine del gigante sovietico l’8 dicembre 1991, giorno dell’Immacolata Concezione. La seconda, non meno rilevante, riguarda il giorno nel quale venne ammainata, nella Piazza Rossa, la bandiera dell’Urss: il 25 dicembre 1991.
    Un caso? Solo suggestive coincidenze? Ciascuno è libero, naturalmente, di farsi l’idea che crede. Ma non si può ignorare come la religione stia ritornando, come si diceva, dove è stata a lungo negata, anzi proibita in nome della pretesa – politica e non solo – dell’uomo di bastare a sé stesso. Un esperimento fallimentare durato, guarda caso, 70 anni – «Settanta sono gli anni dell’uomo» (Salmo 90) -, e che ora ci mette davanti ad un fatto pronosticato, a suo tempo, solo da tre fanciulli portoghesi: Dio, ancora una volta, sta risorgendo proprio laddove è stato perseguitato. L’ennesima conferma che, per quanto dolorosa, la croce della persecuzione non è mai l’ultima parola.
    La religione ritorna. Dalla Russia « Libertà e Persona



    Il modello statunitense resta il peggiore del mondo esclusi tutti gli altri
    Marco Respinti
    Hans-Adam II (gustatene per intero il chilometrico nome come si addice a rampollo di nobile casato: Johannes Adam Ferdinand Aloys Josef Maria Marko d’Aviano Pius) è il felicemente regnante principe del Liechtenstein. Pur restando in possesso del titolo di capo di Stato, il 15 agosto 2004 ha ceduto il governo al figlio Alois il quale è recentemente salito alla ribalta delle cronache per avere detto al mondo intero che nel suo Paese l’aborto mai e poi mai, in perfetta sintonia con la maggioranza dei cittadini del Paese alpino espressisi in un referendum.



    Lui, il padre, ha invece scritto un bel libricino dal titolo più che esplicativo, Lo Stato nel terzo millennio; in italiano lo ha tradotto e pubblicato IBL Libri di Torino, il ramo editoriale dell’Istituto Bruno Leoni. Di fronte all’insostenibile pesantezza del Moloch che in Occidente chiamiamo a ragion veduta e con cognizione di causa “Stato” grosso modo a partire dall’evento-simbolo della Pace di Westfalia (1648) che concluse la sconvolgente Guerra dei Trent’anni (1618-1648), il principe del Liechtenstein pensa a come uscirne e per farlo indica alcuni modelli di riferimento. Fra questi vi è quello Stato sui generis (in relazione agli altri, in specie europei) che sono gli (è il plurale del federalismo) Stati Uniti d’America, “Stato” solo per analogia, moderni (nel senso ideologico dell’espressione) fino a un certo punto, non certo il paradiso in terra ma nemmeno l’inferno.
    All’argomento il principe dedica alcune paginette davvero preziose, contenute nel capitolo 6, La Rivoluzione americana e la democrazia indiretta, tra l’altro osservando: «Le colonie inglesi del Nord America erano certamente caratterizzate dalla cultura inglese, ma non solo, perché lo sfondo europeo era molto più variegato che in altre colonie. Le colonie spagnole, francesi e portoghesi, come le altre colonie inglesi, erano occupate principalmente dalla popolazione originaria della potenza coloniale e spesso avevano, oltre a ciò, una numerosa popolazione indigena, come ad esempio in America Latina, Africa o Asia. Nelle colonie nordamericane dell’Inghilterra si rispecchiava invece la pluralità nazionale e religiosa dell’Europa. Una parte della popolazione era fuggita dall’Europa per ragioni religiose: i protestanti dai cattolici, i cattolici dai protestanti, e altre minoranze religiose da entrambi. Se un conflitto su una tassa, in qualche modo infelicemente condotto, non avesse portato all’esplosione della guerra di indipendenza, l’attuale territorio degli Stati Uniti sarebbe rimasto probabilmente parte dell’Impero britannico fino al XX secolo come le altre colonie inglesi».
    Poco oltre, il principe poi ricorda: «Dopo la conquista dell’indipendenza, i Padri fondatori degli Stati Uniti d’America si trovarono dinanzi a un problema: una legittimazione religiosa dell’autorità statale era difficilmente possibile a causa della pluralità delle fedi. Nemmeno cercare una nuova legittimazione dinastica dopo che si era rifiutata la dinastia inglese appariva come una soluzione. Quale legittimazione ideologica non erano stati ancora inventati né il nazionalismo né il socialismo. In mancanza di alternative migliori restava soltanto la legittimazione democratica dell’autorità statale. I Padri della Costituzione americana, avendo studiato la storia, conoscevano però le debolezze della democrazia tradizionale. Perché il popolo esercitasse la propria sovranità erano necessarie assemblee popolari e ciò era possibile soltanto in unità politiche piccole, nelle quali gli elettori potessero riunirsi regolarmente per decidere. Alla fine del XVIII secolo gli Usa erano però già troppo grandi per realizzare un modello siffatto sia per quanto riguardava la superficie, sia per il numero degli abitanti. Per di più, i Padri della Costituzione americana temevano che le masse popolari potessero essere facilmente influenzate da parole d’ordine populistiche e potessero quindi mettere a rischio non soltanto l’esistenza dello Stato di diritto, ma lo Stato in quanto tale».
    Quindi: «I Padri fondatori degli Stati Uniti d’America trovarono una soluzione tanto semplice quanto geniale. Essi presero la forma di Stato inglese, fecero alcuni miglioramenti e fissarono tutto ciò in una legge fondamentale, che chiamarono Costituzione, sostituendo la legittimazione religiosa del Re con la legittimazione democratica del Presidente. La Camera alta e la Camera bassa furono sostituite dalle due Camere del Senato e dei Rappresentanti, elette dal popolo. I membri del Senato, d’altro canto, fino al 1913 furono eletti solo indirettamente dal popolo e precisamente dai parlamenti dei diversi Stati membri. Altri elementi nuovi e importanti erano la posizione particolarmente forte e indipendente della magistratura e la notevole autonomia dei singoli Stati federati. La Corte Suprema, che se non per il nome certo per la funzione è una Corte costituzionale, ebbe la competenza di abrogare leggi deliberate dal Presidente e dal Congresso ove ritenesse che contrastassero con la legge fondamentale. I giudici di questo tribunale vengono scelti congiuntamente dal Presidente e dal Senato, con nomina a vita. Negli Usa altri giudici vengono in parte eletti direttamente dal popolo. L’autonomia dei singoli Stati federati era simile, particolarmente nella fase iniziale, a quella degli Stati sovrani. La guerra civile del XIX secolo, e poi le due guerre mondiali del XX secolo, insieme con la tendenza alla centralizzazione imposta nei decenni passati dalle autorità centrali di Washington, hanno fortemente indebolito tale autonomia, la quale è tuttavia ancora maggiore di quanto sia solitamente in Europa, con l’eccezione della Svizzera».
    Un principe davvero illuminato, Hans-Adam II del Liechtenstein, che in una repubblica tanto particolare qual è quella statunitense trova motivi d’ispirazione universali, il segno di un patriottismo costituzionale autentico e non tracotante, nonché lezioni che gli storici e i politologi professionisti non sono purtroppo più in grado di insegnare. Il modello statunitense, insomma, resta il peggiore del mondo esclusi tutti gli altri. Questo è ciò che a quelle latitudini i conservatori ripetono da sempre: ci voleva un “vecchio europeo” (non un “europeo vecchio”) per capirli al meglio.
    Il modello statunitense resta il peggiore del mondo esclusi tutti gli altri | l'Occidentale


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Matrimonio e fine vita
    Londra si divide
    Se da una parte il premier David Cameron continua a resistere le pressioni della lobby pro-eutanasia di legalizzare il suicidio assistito, dall’altra non sembra avere niente in contrario di fronte a chi vuole manipolare la definizione di matrimonio come unione tra un uomo e una donna. Il premier britannico si è opposto alla recente proposta avanzata da Lord Falconer di legalizzare il sucidio assistito perché metterebbe a rischio la vita dei più vulnerabili. Come sostiene Jacqueline Laing, della London Metropolitan University, «una volta diventata legge, la pratica porterebbe inevitabilmente all’eliminazione di quanti non hanno chiesto di morire e di quelli la cui morte offre vantaggi ad altri».
    Ma il premier è purtroppo convinto che anche gli omosessuali dovrebbero avere il diritto di unirsi in matrimonio e non solo in unioni civili come già possono fare. Cameron ha infatti confermato di appoggiare la proposta del ministro delle Pari opportunità Lynne Featherstone di legalizzare il matrimonio gay e ridefinirne il termine: l’unione non più tra 'un uomo e una donna' ma tra 'due persone'. Alla fine di questo mese il governo aprirà una consultazione pubblica sull’argomento ma le voci degli oppostori si fanno già sentire, forti e decise.
    «La ridefinizione del matrimonio – ha detto il leader della Chiesa cattolica in Scozia, il cardinale Keith O’Brien – creerebbe una società che deliberatamente priva un bambino di un padre e una madre».
    «Sarebbe – ha continuato – una sovversione grottesca di un diritto umano universalmente accettato». E la Chiesa cattolica, appoggiata in pieno da quella anglicana, non è l’unica voce contraria ai piani di Cameron. «Per fermare questa progetto assurdo – ha detto John Smeaton, della Società del bambino non nato – in Gran Bretagna si è creata una coalizione per difendere il matrimonio, formata da organizzazioni non solo religiose, ma anche laiche, da professionisti e da politici che appoggiano l’attuale definizione del matrimonio, e che non desiderano vederla cambiata. Abbiamo già raccolto 120mila firme da presentare a Cameron. E siamo solo all’inizio».



    Gli ultrafederalisti della rivolta fiscale
    di Carlo Lottieri
    In principio era The Federalist; e per un lungo periodo non ci fu altro. Fino a cinquant'anni fa tutto il dibattito istituzionale sulle origini degli Stati Uniti veniva ricondotto ai saggi scritti da Alexander Hamilton, John Jay e James Madison in vista della convenzione di Filadelfia e al fine di creare consenso intorno all'idea di unificare gli americani. Saranno poi Cecilia M. Kenyon e, in seguito, Herbert J. Storing a evidenziare l'importanza che ebbero quanti - i cosiddetti «anti-federalisti», cioè gli anti-centalisti - si opposero a quel progetto e fecero il possibile per contrastarlo.
    Una parte significativa degli scritti di tali ardenti difensori delle libertà post-rivoluzionarie sono ora disponibili al lettore italiano, in un volume curato da Luigi Marco Bassani, Gli antifederalisti: i nemici della centralizzazione in America, 1787-1788 (edito da IBL Libri e in vendita a 25 euro), che per la prima volta porta al di fuori degli Stati Uniti questo dibattito di straordinario interesse.
    L'antologia ha pure il merito di liberare Hamilton e i suoi da una sorta di isolamento che in qualche modo rendeva difficile comprendere il senso dei loro stessi pamphlet, redatti per contrastare quei settori dell'opinione pubblica rivoluzionaria che non volevano un potere centrale e sovrano. Caratterizzati da una forte spinta ideale, gli anti-federalisti - da Patrick Henry a George Mason, a Richard Henry Lee - interpretavano una radicale difesa dei diritti delle persone e degli stati, e un'avversione ancora maggiore per la centralizzazione. Erano insomma autenticamente jeffersoniani e se non trovarono nell'autore della Dichiarazione d'Indipendenza il loro leader naturale fu solo perchè, in quegli anni, questi era ambasciatore a Parigi.
    Come Marco Bassani spiega nell'introduzione, nel 1776 la decisione delle colonie di rendersi indipendenti da Londra aveva rappresentato una dissoluzione del vecchio sistema che aveva affrancato dal dominio inglese senza costruirne uno nuovo. La nascita dell'America indipendente fu dunque un atto politico di rottura alla base del quale c'era l'idea che una società naturale, sottratta al controllo di un potere sovrano, non è una giungla hobbesiana, ma sa sviluppare proprie istituzioni. Nonostante la vulgata, gli Articoli di Confederazione che dal 1781 al 1787 ressero i rapporti tra le colonie sulla base di poche regole e senza un forte potere comune non furono un fallimento, come si tende spesso a far credere.
    In questa fase storica, certamente, ci furono tensioni: basti pensare alla rivolta guidata dal contadino Daniel Shays (del Massachusetts), postosi alla testa di quanti erano insofferenti dell'eccessiva tassazione causata dai debiti di guerra. Ma quella crisi è in larga misura da attribuirsi alle conseguenze del trattato di Parigi e ai limiti degli strumenti atti a finanziare l'intesa confederale.
    È proprio grazie a tali difficoltà, ad ogni modo, che il centralista Hamilton riesce a far pesare i propri argomenti. I disagi danno forza ai nemici degli Articoli di Confederazione, ed è in questa fase che si realizza un'alleanza fra chi teme che l'instabilità possa aprire la strada a una nuova monarchia e chi, invece, vuole costruire anche in America un ordine politico di stampo europeo.
    Il fatto che per quasi due secoli degli anti-federalisti si sia perduta la memoria attesta che, a Filadelfia, furono loro a essere sconfitti. Ma questo è vero solo in parte, dato che lo stesso Hamilton avrebbe voluto ottenere molto di più e infatti abbandonò la Convenzione, profondamente deluso, prima della fine dei lavori. In definitiva, la Costituzione americana emerse da un compromesso, che permise a Mason e ai suoi di ottenere il «Bill of Rights», ossia i primi dieci emendamenti schierati a difesa delle libertà fondamentali delle persone e degli stati.
    In merito al rapporto tra centro e periferia, però, l'equilibrio raggiunto non fu definito con chiarezza. E fu proprio questa ambiguità che, a metà dell'Ottocento, portò a leggere in maniera così difforme il testo costituzionale: tanto che il Sud ritenne legittimo poter lasciare l'Unione, e Lincoln si sentì autorizzato a reprimere con le armi la decisione di rendersi indipendenti.

    Quando gli Usa si credevano un tacchino
    di Matteo Sacchi
    Ma che rivoluzione strana, quella che ha portato alla nascita degli Stati Uniti. Una rivolta dove vecchio e nuovo si mischiano inscindibilmente, dove le idee più innovative si innestano senza soluzione di continuità in un pragmatismo eccezionale che evita ogni tipo di deriva ideologica (limitando quelle furie che in altri lidi si trasformeranno in giacobinismo e ghigliottine). Per una panoramica su questo strano brodo di coltura, scritta con piglio divulgativo ma penna agile, ci si può rivolgere all'appena pubblicato Le prime tredici stelle. L'alba di una superpotenza: gli Stati Uniti d'America di Alfredo Venturi (Hobby & Work, pagg. 204, euro16,50).
    E se il libro non è caratterizzato da nessuna tesi storica “forte”, ha però il pregio di cogliere bene lo spirito del tempo attraverso i particolari. Tipo: sulla scelta del simbolo nazionale, l'aquila di mare, ci fu da litigare... Se ora ci sembra naturale che il «l'animale totem» dell'America sia lei, con le sue ali spiegate e l'aspetto grifagno, la cosa non andava per niente a genio all'ala moderata dei rivoltosi, Benjamin Franklin in testa. L'inventore del parafulmine avrebbe voluto un'immagine diversa. Qual era secondo lui il vero animale che incarna lo spirito delle colonie in procinto di diventare ex? Il tacchino, così mansueto, pacifico e calorico (come ben scoprirono gli affamati puritani discesi dal May Flower). Al pacifista Franklin andò male e forse quella del tacchino sarebbe stata una nazione diversa.
    Ma questo è soltanto un esempio delle spigolature offerte da Venturi, il quale offre infiniti esempi di come quella a stelle e strisce (ci fu da discutere pure su quelle) sia stata una rivoluzione di minutemen (così venivano chiamati i volontari col fucile) capaci di mettere assieme la filosofia politica con la voglia di non pagare le tasse, l'anarchismo antitirannico (ma non per forza antimonarchico) e la determinazione a non perdere la tradizione. Un mix unico, forse irripetibile.
    Quando gli Usa si credevano un tacchino - Cultura - ilGiornale.it


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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Polonia/ Deputato conservatore denuncia marca di sigarette "Che"
    Accusata di "diffondere il totalitarismo"
    Varsavia, 8 mar. (TMNews) - Stanislaw Pieta, deputato del partito conservatore polacco della Legge e delle Giustizia, vuole portare in tribunale la marca di sigarette "Che", accusata di "diffondere il totalitarismo" dal momento che sfrutta il nome - e l'immagine - del rivoluzionario argentino Ernesto "Che" Guevara.
    "La legge polacca proibisce la propagazione di ideologie totalitarie, fasciste o comuniste: non apprezzo il fatto che degli assassini comunisti vengano trasformati in icone della cultura pop" ha spiegato Pieta, aggiungendo: "E' un'attività economica immorale, è difficile immaginare la vendita di pacchetti di sigarette con Goering o Goebbels".



    Alle radici dell’anti-americanismo
    L’anti-americanismo era sempre stato uno dei punti forti della propaganda sovietica. Si capisce il perché. Gli Stati Uniti erano la grande potenza che si opponeva all’espansionismo comunista. Bisognava assolutamente screditarli con ogni mezzo a portata di mano, compresa la diffamazione.
    Dicono che il comunismo sia morto. L’anti-americanismo, però, continua impavido. Viene il sospetto che la macchina propagandistica sovietica sia sopravvissuta alla caduta del Muro.
    Il sospetto volge a certezza quando consideriamo che l’anti-americanismo ha un chiaro contenuto ideologico. Screditando gli Stati Uniti si cerca di colpire alcuni principi da essi rappresentati: la liberà religiosa, le radici cristiane, il diritto di proprietà privata, la libera iniziativa, le rette disuguaglianze sociali, il giusto benessere, il concetto di cultura occidentale, ecc. Cioè proprio quei principi che si contrappongono all’ideologia comunista e al sinistrismo in senso lato.
    Come è che lo spirito americano come è oggi reagisce di fronte ai problemi attuali? In quale direzione si muove la naziona americana?
    Il presente articolo è basato su diverse riunioni tenute dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira nell’ambito della Commissione di Studi Americani da lui costituita nel 1986.
    * * * * *
    Quando, nel 1776, le tredici colonie americane proclamarono la loro indipendenza dalla Corona britannica, pochi fra gli abitanti dubitavano che spuntasse una grande nazione. Espressioni come “missione provvidenziale”, “destino manifesto”, “grande disegno”, frequenti nei discorsi pubblici del tempo, trapelavano l’anelo generalizzato che gli Stati Uniti fossero destinati a svolgere una grande missione in un futuro forse non tanto lontano. Lo stesso panorama geografico, sconfinato e grandioso, sembrava rispecchiare questo destino.
    Alle radici della mentalità americana
    La maggior parte degli uomini pubblici nonché, in modo più diffuso, della popolazione, intendevano questa missione nella prospettiva storica che aveva suscitato l’indipendenza degli Stati Uniti, figli d’una rivoluzione liberale. Il liberalismo americano assunse, però, un carattere nitidamente diverso da quello europeo. Mentre in Europa il liberalismo mostrava soprattutto la sua faccia anticristiana, giacobina, radicale e violenta, rappresentata dalla Rivoluzione francese, negli USA esso esibiva invece un carattere cristiano, ottimista, moderato, tradizionalista, antirivoluzionario, amico dei lenti processi anziché dei bruschi sussulti, eminentemente pragmatico e avverso ai grandi entusiasmi ideologici.
    In effetti, in campo politico gli USA costituivano una confederazione di tredici stati virtualmente indipendenti. In campo religioso incorporavano un’infinità di confessioni cristiane, nessuna delle quali poteva vantare l’egemonia. In più, i settori monarchici erano ancora sufficientemente forti da poter opporre importanti reazioni nel caso la situazione fosse scivolata troppo velocemente a sinistra. I sentimenti monarchici erano, infatti, così robusti che più d’una volta si considerò la possibilità di incoronare George Washington come re. [Cfr. Minor Myers, Liberty without anarchy, The University Press of Virginia, Charlottesville, N.C., 1983, p. 84.]
    L’American way of life
    Da questo risultò non propriamente una filosofia, ma piuttosto un way of life (modo di vita) affabile e ricettivo, che considerava con distacco i contrasti di opinione, come essendo tipici di società arretrate; un way of life ottimista che prediligeva il pragmatismo e schivava la disquisizione teorica, sempre pericolosa inquanto facilmente suscita idee assolute e, quindi, perniciose divisioni ideologiche. Questo way of life permise di stabilire un clima di tranquilla convivenza distante anni luce dall’ambiente europeo, endemicamente dilacerato da polemiche e da guerre. La Guerra Civile fra Nord e Sud (1861-1864), seppur cruenta, costituì una parentesi in questa lunga storia di concordia nazionale.
    Lo Stato assunse la difesa della religione cristiana in genere, quale fondamento dell’ordine morale e sociale. Donde il paradosso di uno Stato formalmente aconfessionale che si proclamava tuttavia apertamente cristiano, perfino incorporando nella sua vita pubblica alcune manifestazioni religiose.
    Il secolo americano
    L’accesso degli USA al grande scenario mondiale, come alleato delle potenze vincitrici nella I Guerra mondiale, consolidò la loro influenza. Al di là degli aspetti politici e militari della vicenda, l’intervento americano segnò la fine dell’egemonia culturale della Vecchia Europa e l’inizio di quella dell’American way of life. Finiva la Belle Époque, cominciava l’era di Hollywood, e il mondo non fu più lo stesso.
    Il vecchio continente era esausto e in rovine. L’antico ordine, rappresentato soprattutto dagli imperi austro-ungarico e tedesco, stava naufragando nella voragine della guerra. I giovani soldati americani sbarcarono sorridenti, ottimisti, con la faccia di un babbo che viene a mettere ordine in una baruffa di bambini. Venivano non solo per porre fine alla guerra ma, ancor di più, per cancellare una volta per tutte la stessa mentalità causante delle guerre. La propaganda li presentava come giovani sereni e ricchi, di fronte a un europeo povero, stanco, aggrovigliato in mille polemiche e complicazioni interne, conseguenze delle divisioni ideologiche.
    Si diffonde l’idea che gli americani avevano trovato la formula per produrre la felicità. L’American way of life era quindi la soluzione per il mondo. Acclamato dalla propaganda, possentemente favorito dal cinema di Hollywood, diffuso dai nuovi ritmi musicali, questo modo di essere ottimista e spensierato comincia ovunque a rimpiazzare l’influenza della cultura europea precedente, provocando profondi cambiamenti nelle mentalità e nei costumi. Il successo materiale degli Stati Uniti, appena temporalmente appannato dal crack di Wall Street nel 1929, sembrava fugare ogni dubbio sulla validità di questa formula, destinata a durare ab aeterno.
    L’intervento americano nella II Guerra mondiale, interpretato da molti come una crociata liberale contro i totalitarismi e, più profondamente, contro la “mentalità totalitaria”, non fece che dare ulteriore impulso alla vertiginosa scalata della potenza a stelle e strisce, consolidando la sua influenza in tutti i campi.
    Seguì la Guerra fredda, da molti considerata una vera e propria Terza guerra mondiale. Ancora una volta, gli Stati Uniti ne uscirono vincitori. Il crollo definitivo dell’URSS nel 1991 ha lasciato gli USA come l’unico potere egemonico alle soglie del terzo millennio. Gli Stati Uniti hanno raggiunto in questo modo un apogeo di potere politico, militare ed economico, un auge di influenza culturale, che sembra aver realizzato al di là di ogni previsione il sogno dei Founding Fathers. Non sembra esagerato affermare che gli USA sono oggi, oggettivamente, la maggior potenza che la storia abbia mai conosciuta.
    A questo punto, però, è successo un fenomeno con il quale forse nessuno contava, e che spiega in profondità la martellante campagna che si è scatenata contro l’America.
    Una inaspettata resistenza psicologica
    Per il dinamismo proprio del processo rivoluzionario [Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1988.], gli Stati Uniti avrebbero dovuto scivolare verso manifestazioni sempre più radicali dei postulati liberali, arrivando al socialismo, al comunismo e perfino all’anarchia. Tanto più che, non essendovi reazioni di tipo contro-rivoluzionario che potessero porvi un freno, il terreno sembrava spianato. Ma non fu così.
    Per motivi che debbono essere ancora meglio studiati, l’americano medio ha invece attraversato tutte le vicende del secolo XX fermamente ancorato nella sua way of life, rifiutandosi di accompagnare le successive trasformazioni rivoluzionarie. Mentre negli altri paesi il processo rivoluzionario radicalizzava i suoi postulati ateistici, ugualitari e libertari, larghe fasce dell’opinione pubblica americana hanno cominciato a mostrare invece una sorta di resistenza psicologica, a motivo della quale tendono a fermarsi sulla china rivoluzionaria, ricusando di procedere fino alle conseguenze più estreme dei processi rivoluzionari e, anzi, reagendo contro di esse anche in maniera abbastanza decisa.
    Il fatto è che, per tanti versi, gli Stati Uniti sono oggi un paese in controtendenza. Questa situazione gli conferisce, oggettivamente e almeno in certo senso, il carattere di nazione anti-rivoluzionaria.
    Da cacciatore a preda
    Gli Stati Uniti, che avevano disseminato il concetto liberale di uguaglianza, consacrando perfino nel primo articolo della Costituzione che “tutti gli uomini sono creati uguali”, sono diventati il paese più ricco e potente del mondo. Questa ricchezza e questo potere hanno attirato su di loro molta antipatia, alimentata è chiaro dalla propaganda sinistrorsa.
    Gli Stati Uniti si ritrovano oggi forse l’unica nazione di Occidente dove la pratica religiosa, anziché diminuire, aumenta anno dopo anno. Le ultime statistiche indicano una pratica religiosa più del doppio di quella europea. Il motivo di tale fenomeno è assai chiaro. La necessità di proteggersi contro le derive più estreme del processo rivoluzionario, spinge molti americani a cercare rifugio nelle credenze religiose.
    Gli Stati Uniti si ritrovano oggi l’unico paese in cui il governo, venendo incontro a precise richieste di un pubblico sempre più desideroso di moralità, promuove ufficialmente una campagna in favore della castità. Ed è forse l’unico paese in cui, rispondendo all’appello di diversi movimenti che favoriscono la castità, più di 2,8 milioni di giovani hanno già firmato una solenne promessa di mantenersi vergini fino al matrimonio [Cfr. “La contro-rivoluzione sessuale”, Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2003, pp. 24-26.]
    La necessità di difendere strenuamente ciò che con tanta fatica avevano costruito a partire dal 1776, ha foggiato in molti americani una rinnovata consapevolezza dei valori fondenti della nostra civiltà occidentale, affermando pari passo uno spirito combattivo che alcuni osservatori paragonano allo “spirito di crociata”, in aperto contrasto con il pacifismo deliquescente imperante altrove.
    Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
    Così per uno strano gioco della storia, gli Stati Uniti, che avevano spodestato l’egemonia culturale della Vecchia Europa in nome della modernità, si ritrovano oggi agli occhi di molti contemporanei incarnando in certo modo l’ordine e la tradizione. Loro che avevano contribuito al crollo degli imperi europei, si ritrovano oggi l’unico paese capace di offrire una leadership globale. Il cui, in più di un senso, fa di loro un potere imperiale. Insomma, si ritrovano a dover svolgere un ruolo conservatore sostanzialmente identico a quello che cent’anni prima svolgeva l’Europa.
    Mutatis mutandis possiamo dire che gli Stati Uniti si trovano oggi in una situazione non molto diversa di quella dell’Austria nel secolo XIX. Così come l’Austria rappresentava allora il grande baluardo contro gli eccessi egualitari della Rivoluzione francese, gli Stati Uniti hanno rappresentato nel secolo XX il grande baluardo contro il comunismo, e rappresentano oggi un baluardo contro la forze della neo-rivoluzione, nonché contro l’aggressione sempre più incalzante d’un certo islam militante.
    E, così come nel 1914 l’Austria vide sollevarsi contro di sé una coalizione di forze rivoluzionarie che bramavano la sua distruzione, gli USA vedono oggi sollevarsigli contro una campagna di propaganda come raramente si è vista nella storia. Con una grande differenza: almeno finora, gli USA non danno nessun segno di voler cedere.
    Da dove proviene questa resistenza psicologica?
    Dalla sazietà alla reazione
    Sulla fine degli anni ‘50, si comincia a scorgere in crescenti settori dell’opinione pubblica americana, e soprattutto fra i giovanissimi, una certa sazietà nei confronti dell’American way of life che, certo, aveva prodotto tanto benessere materiale, ma aveva anche lasciato insoddisfatti molti aneli profondi dell’anima. Il sogno americano sembrava essere durato fin troppo. Dopo aver bevuto il calice della felicità fino in fondo, molti cominciavano a trovare la feccia.
    In un primo momento, questa sazietà si tradusse in un rigetto, vago ma profondo, che esplose nella rivolta studentesca di Berkeley nel 1964, nel fenomeno hippie e nel movimento di resistenza alla guerra del Vietnam. È l’epoca del rock, della marijuana e del LSD, l’epoca della “contro-cultura” pop. Mentre i Thunderclap Newman urlavano “the revolution is here!”, il guru del hippismo Timothy Leary incitava i giovani a “drop out”, cioè a saltare fuori da un establishment che non rispondeva più ai loro desideri. Sono gli “anni ‘60” in cui tutto sembra sgretolarsi, battuto in breccia da una ondata contestataria che non risparmiava nessun aspetto dell’ordine tradizionale. “The system’s got to go!” -- il sistema deve crollare! -- era il grido del movimento.
    Impressionati dall’estensione del fenomeno, molto ingrandito poi dalla solita propaganda, alcuni analisti cominciarono a prospettare il tramonto del sogno americano. La vergognosa sconfitta nel Vietnam, l’embargo petrolifero del 1973 e la conseguente crisi economica, l’impossibilità di frenare l’avanzo del comunismo in Asia e nell’America Latina, sembravano confermare questo cupo giudizio. Si cominciò a parlare di malaise per descrivere la depressione collettiva in qui sembrava sprofondare il popolo americano.
    Per un osservatore acuto, però, la situazione era molto più complessa. Nonostante le apparenze in contrario, il movimento contestatario negli Stati Uniti non toccò le fibre più intime del popolo. Si trattò di un fenomeno piuttosto superficiale, che ne celava un’altro molto più profondo e di segno diametralmente opposto, sul quale dobbiamo centrare la nostra attenzione.
    Non pochi pessimisti speravano nella disperazione. Speravano, cioè, che in un determinato momento la nazione americana, presa da profonda depressione, cedesse di colpo. Dopo il 1990 aspettavano che, crollando l’URSS, cedessero anche gli Stati Uniti. Morto il “materialismo comunista”, si diceva per esempio in ambito cattolico, bisognava adesso liberarsi dal “consumismo” di stampo americano, in fondo non meno “materialista”. Il comunismo sovietico è davvero crollato. Gli Stati Uniti, invece, non solo continuano impavidi ma, anzi, sembrano affermarsi sempre di più.
    Tramonto della way of life hollywoodiana, nascita d’una nuova mentalità
    In fondo, questi pessimisti speravano che la sazietà nei confronti della way of life inducesse gli americani ad abbandonarla, lasciandosi quindi travolgere dall’ondata rivoluzionaria. Invece, è successo esattamente il contrario. La sazietà sta inducendo molti a intraprendere un cammino psicologico diametralmente opposto, cioè a questionare le stesse fondamenta della way of life hollywoodiana in ciò che essa aveva di errato.
    Sotto questo profilo ci troviamo di fronte ad un’opinione pubblica americana composta di tre fasce: una, chiaramente in declino, composta da quelli ancora abbagliati dalla way of life hollywoodiana; un’altra in cui, invece, questa comincia a tramontare, producendo una certa sazietà e un rifiuto di andare più avanti; infine -- ed ecco la grande novità -- una terza fascia in cui il tramonto della way of life hollywoodiana viene accompagnato dall’anelo, forse ancora in nuce, di qualcosa di fondamentalmente diverso.
    Questo fenomeno è soprattutto visibile fra i giovanissimi, cioè persone che non hanno conosciuto il mezzogiorno della way of life hollywoodiana e che, dunque, non nutrono per essa il fascino dei loro nonni. In questa fascia si va delineando un fenomeno inedito: la nascita di appetenze che puntano in direzione opposta a quella della Rivoluzione, e che provengono da un atteggiamento nuovo di fronte all’atmosfera laica del mondo contemporaneo.
    Con l’affermarsi di questa fascia, possiamo dire che gli Stati Uniti sono oggi il paese che forse offre più possibilità di reazione contro alcuni aspetti della Rivoluzione. Molto significativo, per esempio, il moltiplicarsi di spettacoli che si richiamano al Medioevo europeo, vale a dire ad un mondo che gli americani avevano ignorato per quasi due secoli, e che adesso invece attira moltitudini sempre più folte.
    Si direbbe che, insoddisfatti con la banalità della vita moderna, queste persone anelano un mondo ideale, e lo trovano nella civiltà cristiana medievale, verso la quale cominciano a nutrire un’ammirazione che è l’esatto opposto della way of life hollywoodiana. Esse sembrano domandarsi: e perché no il passato?
    Verso il futuro
    Il fatto chi gli Stati Uniti non abbiano avuto un Medioevo in certo modo è anche un vantaggio, permettendo a queste persone di ammirarlo in modo ideale, senza le deformazioni storiche che, invece, in Europa sono purtroppo frequenti. Questi giovani sentono nostalgia di qualcosa che non hanno mai avuto. Possiamo parafrasare il detto francese: Chassez la tradition et elle réviendra au galop.
    Non avendo conosciuto la tradizione né la sacralità del ordine medievale, questi giovani non l’hanno neppure rifiutata e, quindi, non nutrono nei suoi confronti nessun odio. E adesso comincia a nascere nella loro anima, indubbiamente spinta dalla grazia, un’appetenza che giustifica le migliori speranze.
    Non sorprende, dunque, che la propaganda rivoluzionaria si scateni per distruggere questa realtà, potenzialmente molto positiva.
    Cfr. The United States: An Aristocratic Nation Within a Democratic State, appendice a Plinio Corrêa de Oliveira, Nobility and Analogous Traditional Elites in the Allocutions of Pius XII. A theme illuminating American history, Hamilton Press, 1993.


  9. #19
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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    "Da voi, grazie alla buona costituzione dello Stato, la Chiesa, difesa dal diritto comune e dall'equità dei giudizi, ha ottenuto la libertà giuridicamente garantita di vivere ed agire senza ostacoli [...] Tutte le osservazioni sono vere; tuttavia bisogna guardarsi da un errore: cioé dal concludere che la miglior situazione per la Chiesa sia quella che si verifica in America; o, spingendosi oltre, che è sempre permesso ed utile separare, disunire, le cose della Chiesa da quelle dello Stato come in America. Infatti, se la religione cattolica è onorata presso di voi, se prospera, se anzi s'accresce, bisogna attribuirlo interamente alla fecondità divina di cui gode la Chiesa, che, quando nessuno le crea ostacoli, si estende spontaneamente e si espande. Nondimeno essa produrrebbe frutti ancor più abbondanti se godesse, non solo della libertà, ma anche del favore delle leggi e della protezione dei pubblici poteri".

    Leone XIII, Enciclica rivolta agli americani "Longinqua oceani", 6 gennaio 1895

    Testo completo in inglese: Leo XIII - Longinqua
    Ultima modifica di Giò; 10-03-12 alle 23:08
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

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    Predefinito Re: Conservatori nel mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Leone XIII, Enciclica rivolta agli americani "Longinqua oceani", 6 gennaio 1895
    Allora Leone XIII voterebbe sicuramente per Santorum!





    “In vista delle primarie in Arizona e Michigan il candidato repubblicano Rick Santorum si è espresso sul rapporto tra Stato e Chiesa: "In che razza di Paese viviamo se solo chi non è fedele può esprimere la sua opinione in pubblico?" si è chiesto Santorum ai microfoni di Abc News. Riferendosi a un importante discorso pronunciato da John Fitzgerald Kennedy, che sosteneva la separazione netta fra potere secolare e religioso, ha poi aggiunto che "gli è venuto da vomitare" leggendolo, perchè "non credo in un'America dove la separazione tra Stato e Chiesa sia assoluta".”

    A parte questo, Leone XIII dice giustamente che potrebbe esserci un “meglio”, ma loda e valorizza il “bene”: “The Church amongst you, unopposed by the Constitution and government of your nation, fettered by no hostile legislation, protected against violence by the common laws and the impartiality of the tribunals, is free to live and act without hindrance”, ”Thanks are due to the equity of the laws which obtain in America, and to the customs of the well-ordered Republic”. Il fatto è che Leone XIII scriveva nel 1895, e nel frattempo le cose sono cambiate in modo tale che l’auspicabile “meglio” è diventato via via sempre più difficile, se non impossibile, da realizzarsi, tanto che il semplice “bene” appare sempre più benefico, in un’epoca che vede progressivamente prevalere il “male”.
    Inoltre le vicende storiche successive sono utili anche a illuminare l’approfondirsi della Dottrina Sociale della Chiesa, che, non a caso, dopo Leone XIII, ha sempre più apprezzato le forme di governo rettamente democratiche, avendo avuto modo di verificare gli esiti disastrosi dell’evoluzione dello Stato moderno, passato dall’assolutismo, all’autoritarismo, al totalitarismo.
    Particolarmente interessante appare ad esempio il Discorso al Tribunale della Sacra Rota Romana del 2 ottobre 1945

    http://www.vatican.va/holy_father/pi...n-rota_it.html

    nel quale Pio XII, dopo aver rilevato l’inassimilabilità della struttura della Chiesa a quella di qualunque tipo di Stato (anche democratico), condanna il totalitarismo e l’autoritarismo, mentre valorizza, tra le altre legittime forme di governo, la retta democrazia (già fiorente nel medio evo cristiano, particolarmente informato dallo spirito della Chiesa) da lui stesso illustrata nel radiomessaggio natalizio del 1944. E’ poi significativo che Pio XII richiami esplicitamente la tesi che il soggetto originario del potere civile derivante da Dio è il popolo, discostandosi dall’opinione espressa da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum, secondo la quale la potestà civile sarebbe comunicata da Dio direttamente ai legittimi “reggitori”.
    Interessante è pure questo celebre discorso del tuo Beato preferito….



    SEI SETTIMANE DI VACANZE? GLI SVIZZERI HANNO DETTO DI NO
    di REDAZIONE
    «No grazie» degli svizzeri ad un aumento delle ferie da quattro a sei settimane. Chiamati ad esprimersi in un referendum sull’iniziativa «Sei settimane di vacanza per tutti», promossa dai sindacati, socialisti e verdi, gli elvetici hanno opposto un chiaro rifiuto, con oltre il 66,5 % di pareri contrari e da tutti i cantoni.
    «Nel paese della prosperità operosa» la maggioranza degli svizzeri pensa che «la felicità ha un prezzo», spiega la stampa elvetica. Il testo sottoposto a votazione popolare chiede per «tutti i lavoratori e le lavoratrici il diritto ad almeno sei settimane di vacanza retribuite all’anno». Il governo e la maggioranza del parlamento, così come le organizzazioni dei datori di lavoro, hanno fatto campagna contro l’iniziativa. Se accettata -affermano – minaccia di rendere meno concorrenziale il mercato del lavoro elvetico e potrebbe creare gravi difficoltà soprattutto per le piccole e medie imprese.
    Per i sindacati, con l’appoggio di socialisti e verdi, le sei settimane di vacanze sarebbero invece diventate possibili grazie ai progressi conseguiti in termini di produttività. Attualmente, in Svizzera ogni lavoratore ha diritto ad almeno quattro settimane di vacanza l’anno (5 sotto i 20 anni). Si tratta del minimo legale. Vi sono però molti contratti di lavoro che prevedono un maggior numero di giorni di vacanza.
    SEI SETTIMANE DI VACANZE? GLI SVIZZERI HANNO DETTO DI NO | L'Indipendenza

    Pochi sanno che quando la Germania, nel 1940,
    iniziò l'attacco alla Francia, violò ripetutamente
    i cieli elvetici. La Svizzera, al contrario di come
    si sarebbero probabilmente comportati altri Paesi
    anche più grandi e più forti di lei, non tollerò
    la minima violazione del proprio spazio aereo,
    a costo di provocare la rabbiosa reazione
    del potentissimo e pericolosissimo vicino.
    La vicenda, ricordata nel libro di Werner
    Rings "La Svizzera in guerra", presenta
    degli aspetti incredibili e quasi "tolkieniani",
    come nell'episodio della "torre infernale".

    http://i45.tinypic.com/21264c8.jpg
    http://i49.tinypic.com/10ye6ar.jpg
    http://i49.tinypic.com/24vplaf.jpg
    http://i47.tinypic.com/ri6wk2.jpg

    La Germania era intenzionata ad invadere
    la Svizzera, per impadronirsi delle sue
    risorse agricole e industriali, e per potere
    oltrepassare più facilmente le Alpi attraverso
    i suoi passi e le sue gallerie, e a tal fine aveva
    già predisposto dei piani di invasione.
    Gli svizzeri allora adottarono la tattica
    dell'istrice: lasciare donne, vecchi
    e bambini nella zona dell'altopiano,
    distruggere le colture agricole e gli impianti
    industriali, e asserragliare l'esercito a presidio
    dei passaggi alpini centrali, dove la macchina
    bellica nazista non poteva funzionare a pieno regime.

    http://i48.tinypic.com/oob29.jpg
    http://i47.tinypic.com/99nb5t.jpg

    Per dimostrare che sarebbero stati disposti
    a compiere questi enormi sacrifici, predisposero
    una riunione pubblica dello Stato Maggiore
    e degli ufficiali dell'Esercito presso il prato
    del Rutli, in riva al Lago dei 4 cantoni,
    dove nel 1291 fu stipulato il patto
    di alleanza eterna



    che costituisce l'atto di nascita della Confederazione
    Elvetica, nella quale venne ribadita la volontà di resistere
    a qualunque costo a qualunque invasione.

    http://i50.tinypic.com/s6p3lt.jpg

    La decisione mostrata dagli Svizzeri riuscì
    a dissuadere i nazisti dall'invadere la Confederazione
    Elvetica.
    Negli Annales de Hirsau, redatti tra il 1511 e il 1513,
    Giovanni di Trittenheim attribuisce a san Nicola di Flue,
    patrono della Svizzera, la seguente profezia: “Se rimarrete
    entro le vostre frontiere, nessuno vi batterà mai; ma sarete
    in ogni epoca più forti di tutti i vostri avversari, e alla fine
    li vincerete.
    Ma se, sedotti dalla cupidigia e dalla passione di dominare,
    comincierete a dilatare il vostro impero nel mondo, la vostra
    forza vi abbandonerà presto”.


 

 
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