



Ultima modifica di TEBELARUS; 09-02-12 alle 20:03
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Continuo a dire io non dico che credi perchè ti piace credere ma nelle motivazioni dici chiaramente che una realtà senza dio non ti piace e non ti basta.
cito
Quindi credi perchè non ti piace e non ti basta.a me non darebbe alcuna felicità una visione così.
sapere che tutte le ingiustizie rimarranno impunite, sapere che contiamo pressappoco quanto una mandria di bufali, sapere che esistiamo per caso e che siamo in balìa del caso, ...
non vedo come quelle cose che tu citi potrebbero bastare.


semplicemente se fossi ateo mi sarei già suicidato, tutto qui. Sarebbe la morte il mio pensiero non certo quello di fare finta di credere a Dio.
non vedo come potrei auto-ingannarmi, facendo finta di credere a Dio, se in sincerità non ci credo, solo perché l'esistenza di Dio migliora la vita. Tu ci riusciresti a essere ateo quando invece sei sinceramente convinto che il trascendente esiste?
Questo tema, che si crede a Dio per illudersi e essere felici, è un tema ricorrente nella "cultura" atea, per ridicolizzare la religione, lo so ma sto cercando di dirti che è impossibile "spingersi" a credere in Dio perché si ha la convinzione che così si starà meglio. Forse questo inganno potrebbe durare un breve periodo ma come ho scritto non servirebbe a niente, perché se sinceramente non ci credi allora non solo non ne ricaverai alcun beneficio ma anzi ti sentirai anche preso in giro da te stesso...
nel mio messaggio che tu hai quotato ho semplicemente fatto notare che non ricaverei alcuna felicità dalla visione atea, tutto qui. Se questo per te significa una dimostrazione di una credenza non-sincera, beh, io non lo capisco ma ovviamente sei libero di credere a tutto quello che vuoi.
Ultima modifica di TEBELARUS; 09-02-12 alle 21:28
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"Negare dio" presuppone che si sappia che cosa sia "dio", prima di negarlo appunto (o accettarlo). Da qui la mia domanda iniziale, "negazione di che?". Una precisazione forse troppo puntigliosa ma che a me sta a cuore. L'equivoco che ne è sorto è secondo me dovuto alla definizione stessa di "ateo", letteralmente formata (lo sanno anche i sassi, lo so) dalla "a" che priva "theos" ovvero "senza dio". Una definizione che può andar bene se rivolta DA un credente A un non credente. Ma non del tutto consona, secondo me, se attribuita da un non credente a sè stesso. Io userei ad esempio "Amenonmancaproprioniente" (come suggeriva una poesiola che lessi qualche tempo fa). Per queste ed altre ragioni preferisco usare "non credente".
Ehi, bentornato! Non sto attaccato al forum tutto il giorno, perciò l'intervallo che passa tra la domanda e la mia risposta non è dovuto alle ventose. Se vedi che manco di dare qualche risposta ricordamelo anche con pm, provvederò all'istante per la gioia di tutti voi!
Fine edit della moderazione
Ultima modifica di Cuordy; 09-02-12 alle 21:50


E' per questo che sei credente, non ci vedo nulla di male. E' il significato che tu hai dato all'oscurità del mero esistere di junghiana memoria.
Anche se non comprendo del tutto cosa si intenda per "negare dio", appoggio in pieno la centratura del problema sulla definizione di ateo come "a-teo", come ho cercato di specificare in un altro thread."Negare dio" presuppone che si sappia che cosa sia "dio", prima di negarlo appunto (o accettarlo). Da qui la mia domanda iniziale, "negazione di che?". Una precisazione forse troppo puntigliosa ma che a me sta a cuore. L'equivoco che ne è sorto è secondo me dovuto alla definizione stessa di "ateo", letteralmente formata (lo sanno anche i sassi, lo so) dalla "a" che priva "theos" ovvero "senza dio". Una definizione che può andar bene se rivolta DA un credente A un non credente. Ma non del tutto consona, secondo me, se attribuita da un non credente a sè stesso. Io userei ad esempio "Amenonmancaproprioniente" (come suggeriva una poesiola che lessi qualche tempo fa). Per queste ed altre ragioni preferisco usare "non credente".
Resurgens
Resurgens
Dei due tipi di idealismo, quello teologico merita rispetto per i risultati ottenuti, quello razionalistico per le sue intenzioni - H. P. Lovecraft


Parlando del potere della Bellezza cercavo di trasmettere il messaggio che, se siamo in grado di aprire i nostri cuori ed i nostri sensi al Bello che ci sta intorno, tanto da rimanerne “toccati”, forse riusciamo ad ingentilire il nostro animo e a diventare, di conseguenza, persone migliori.
E’ chiaro che questo discorso è rivolto a credenti e non credenti, perché il concetto di Bello si estende anche a tutto ciò che rientra nel Buono e nel Bene, valori che appartengono a tutti.
Per il credente, la Bellezza include anche e soprattutto la presenza di Dio, con il Suo Amore, che Cristo ci ha confermato e rinnovato, ma questo non esclude che il non credente non possa percepire analoghi sentimenti nei confronti di tutto quello che vive e che lo circonda e che, grazie a questo, possa avere comportamenti migliori nei confronti di persone e cose.
Il Bello come strumento per abbattere inganni, torti, ingiustizie e farci crescere interiormente, eliminando l'abbrutimento in cui siamo caduti.


heidi il tuo intervento mi ha fatto tornare alla mente uno scambio epistolare tra Seneca e Epicuro (se non ricordo male).
ma non è meno fuorviante parlare di Giusto piuttosto che di Bello?
Ultima modifica di TEBELARUS; 11-02-12 alle 13:25
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Il Giusto, come il Bene, il Buono, rientra nel concetto Di Bellezza intesa come espressione massima e pura del "Meglio".
Riuscire a percepire la Bellezza e farla propria ci porta a sentire la presenza di Dio, che è Amore, Bontà e Giustizia.
Sant’Agostino: “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato” (Le Confessioni X, 27)
Queste parole sollecitano gli uomini a riappropriarsi di una sensibilità capace di far sentire interiormente la forza divina dello Spirito Creatore.
(Don Pietro Diletti, 27 luglio 2011)