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    Predefinito Il lato oscuro di Bedeschi

    da "Avvenire - Cultura", 24 aprile 2012



    Il lato oscuro di Bedeschi



    «Nikolajewka: c’ero anch’io». «Fronte greco-albanese: c’ero anch’io». «Fronte d’Africa: c’ero anch’io». «Prigionia: c’ero anch’io»... Ma tra le raccolte di testimonianze belliche cui Giulio Bedeschi si dedicò dal 1972 al 1990, esplorando praticamente tutto il nostro scacchiere nella seconda guerra mondiale, non si trova alcun «Repubblichini: c’ero anch’io». Eppure doveva conoscerla bene Bedeschi, quella storia, dal momento che ne aveva fatto parte in posizione dominante: federale di Forlì, direttore del bisettimanale fascista Il Popolo di Romagna, comandante della Brigata Nera «Capanni».

    Già: l’ufficiale medico nonché alpino Bedeschi – avendo partecipato come volontario e con molto onore alle campagne d’Albania, di Jugoslavia e di Russia – dopo l’8 settembre 1943 aveva deciso di aderire a Salò. E tale circostanza probabilmente non è estranea al fatto che, dopo la guerra e per una dozzina d’anni, il manoscritto delle Centomila gavette di ghiaccio abbia collezionato ben 16 rifiuti presso diversi editori, prima di trovare in Mursia la casa (fondata tra l’altro da un ex partigiano) che ne ha stampate finora 4 milioni di copie. Però non sembra – nonostante le numerose verifiche effettuate – che Bedeschi abbia mai non scritto della sua esperienza repubblichina, che è stata riesumata prima da una tesi di laurea e poi (16 anni dopo la scomparsa dello scrittore, morto alla fine del 1990) in un libro dello storico della Resistenza vicentina Benito Gramola, dedicato fin dal titolo a La 25 Brigata nera «Capanni» e il suo comandante Giulio Bedeschi (Cierre Edizioni).

    Ora un altro storico locale ma bresciano, Lodovico Galli, aggiunge qualche documento inedito a ciò che Gramola definisce «un lungo profondo ingiustificato buco nero», pubblicandolo in facsimile nel suo Relazioni e appunti della Repubblica sociale italiana. Brescia 1943-1945 (stampato in proprio). Si tratta in particolare di relazioni firmate dal federale Bedeschi, di foto che lo mostrano mentre passa in rassegna i militi e soprattutto di due lettere al Duce, conservate all’Archivio centrale di Roma e in copia nel Fondo Susmel del Centro Studi e documentazione Rsi di Salò.

    La prima (del 2 marzo 1945) è la più sconcertante per il nostro palato: Bedeschi chiede per sé e i suoi soldati «l’ambitissimo privilegio di poter portare sul petto l’ "M" d’onore del Duce»; nella seconda, inviata il 6 marzo dello stesso anno da Milano, fornisce invece a Mussolini un «appunto» sullo stato della brigata. Bedeschi all’epoca aveva trent’anni e probabilmente non poco del suo fascismo derivava dal padre Edoardo, classe 1880, che era stato compagno di scuola di Benito Mussolini a Faenza, fu un pubblicista molto attivo ed aveva pubblicato nel 1938 un libro di un certo successo su La giovinezza del Duce, oltre a vari volumi scolastici; infatti era direttore didattico nel Veneto (Giulio nacque ad Arzignano) e tornò in Romagna come ispettore scolastico poco prima degli anni Quaranta.

    Fu certamente per questo che il figlio primogenito nel novembre 1943 divenne direttore dello storico ed agguerrito periodico repubblichino Il Popolo di Romagna; e nel suo primo editoriale assicura fedeltà al fascismo: «Dottrina che più di ogni altra costituisce, se applicata integralmente, la realizzazione delle più alte aspirazioni del popolo...

    Le nostre premesse ideologiche sono assolute, sono quelle del Fascismo di Mussolini». In forza di tale incarico il 4 marzo 1944 Bedeschi viene nominato «reggente della federazione dei Fasci Repubblicani» di Forlì, succedendo ad Arturo Capanni, ucciso all’inizio di febbraio 1944 in un attentato; deve godere anche di ottima posizione economica, visto che in quell’aprile offre la ragguardevole cifra di 1000 lire per le armi «alla patria». In seguito alla militarizzazione obbligata degli iscritti al partito fascista, infine, nell’agosto successivo Bedeschi assume il comando della locale Brigata Nera intitolata al medesimo Capanni e all’inizio di novembre, poco prima della liberazione alleata di Forlì, passa coi suoi soldati nel Vicentino (zona a lui ben nota) con compiti d’occupazione oltre che d’assistenza a 300 sfollati forlivesi e di sussistenza per i 300 soldati del Battaglione d’assalto «Forlì» al fronte.

    Lo scrive egli stesso nel sopraccitato «Appunto per il Duce»: «Gli uomini che si trovano a Thiene... curano l’invio al reparto al fronte dei materiali occorrenti... provvedono direttamente alla sicurezza della zona Thiene Fara Vicentino, con dirette operazioni di rastrellamento». Risulta a Gramola che ancora il 26 aprile 1945 il futuro scrittore fosse a Vicenza, ma non è dato sapere come si sia salvato dalle epurazioni (tutti i comandanti di Brigate Nere erano automaticamente condannati a morte) o abbia evitato un processo, di cui finora non c’è traccia.

    Che sulla «Capanni» s’appuntassero particolari vendette partigiane, del resto, lo testimonia la vicenda cruda di 25 soldati della Brigata, prelevati in due riprese nel maggio 1945 da commando partigiani forlivesi nelle prigioni di Thiene e giustiziati a freddo. E Bedeschi? Benito Gramola è riuscito a scoprire che fino al 1949 risultava trasferito a Ragusa, in Sicilia. È lì che scrisse le Centomila gavette, la cui prima stesura però è andata perduta nell’alluvione del Polesine del novembre 1951: epoca in cui il medico-scrittore era dunque già rientrato al Nord.

    Dopo il suo successo editoriale, del periodo «nero» dell’autore non si parlò più – e per comprensibili motivi; del resto secondo una testimonianza della moglie, che ne ha curato un’opera postuma, Bedeschi «non riteneva ancora, al momento della morte, che fossero maturi i tempi per parlare di quel periodo in modo sereno». A ciò si aggiunge l’evidente rischio di «sporcare» prima la figura e poi la memoria di un personaggio che, attraverso i suoi libri, non solo si era abbondantemente «riscattato» ma era anche entrato nel mito, soprattutto quello degli alpini.

    Così alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza, che ha in custodia l’archivio Bedeschi, nessuna delle 40 buste conserva accenni all’epoca repubblichina. Anche il libro di Gramola ebbe pochissime recensioni. Un altro volume del 1997 – I Battaglione d’assalto Forlì, del reduce Adelago Federighi –, riportante foto di Bedeschi in divisa, è rimasto tutt’al più nelle librerie dei «nostalgici».

    Nemmeno l’opera di Danilo Restiglian Thiene nel periodo della seconda guerra mondiale (2006), dove si ricostruisce l’operato della «Capanni» nella città del vicentino compresi «gli interrogatori (e, purtroppo, anche torture a partigiani o presunti tali)» effettuati nella locale scuola di avviamento al lavoro, sembra aver sollevato alcuna obiezione: tant’è vero che – spiega l’autore – «Thiene ha una via dedicata a Bedeschi». Nel 2009, infine, il giovane bassanese Enrico Saretta ha discusso all’università veneziana di Ca’ Foscari una documentata tesi in cui trascrive gli articoli «repubblichini» di Bedeschi e il cui titolo sembra indicare una strada per il futuro: «Da giornalista fascista a scrittore di pace». Che il tempo giusto per parlare del passato del medico-alpino sia dunque arrivato?
    Roberto Beretta

    Il lato oscuro di Bedeschi | Cultura | www.avvenire.it

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    Predefinito Re: Il lato oscuro di Bedeschi

    Giulio Bedeschi, nuove conferme :

    Rassegna Stampa



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    Predefinito Re: Il lato oscuro di Bedeschi

    Citazione Originariamente Scritto da vanni fucci Visualizza Messaggio
    Giulio Bedeschi, nuove conferme :

    Rassegna Stampa


    Letto VANNI , grazie , consiglioo a tutti queli che hanno interesse per la storia di leggere quello che ha linkato VANNI FUCC!! Ciao Vanni
    _Non rinnegare e non restaurare__


    Difendi la nazione come nei tempi passati, in modo moderno:" fotti lo Stato antifascista! "(Giò)
    L'invidia ha due bocche; con una sputa miele , con l'altra sputa veleno e fiele

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    Predefinito Re: Il lato oscuro di Bedeschi

    Cultura - 9 aprile 2013

    RIVELAZIONI
    Salò: una condanna per Bedeschi


    «La Commissione provinciale di Forlì per l’applicazione di sanzioni a carico di fascisti politicamente pericolosi invita il Sig. Bedeschi Giulio di Edoardo quale fascista politicamente pericoloso a comparire dinanzi alla suddetta Commissione alla seduta del giorno 24 aprile 1946 per essere interrogato nel procedimento a suo carico.... Copia di questo invito è stata notificata a Bedeschi Giulio ora di residenza, domicilio e dimora sconosciuti tramite deposito nella Casa comunale di Forlì». Ma Giulio Bedeschi «federale repubblichino di Forlì, fuggito al Nord, latitante» non si presenterà e sarà privato dei «diritti elettorali attivi passivi per anni dieci»: la sospensione più alta mai decretata da quella Commissione provinciale. Giulio Bedeschi: sì, l’autore celebrato di Centomila gavette di ghiaccio, Il peso dello zaino, La mia erba è sul Don, Nikolajewka: c’ero anch’io e tantissimi altri volumi di testimonianze dell’Italia in guerra, che dopo l’8 settembre 1943 era stato – come ormai noto – non solo membro del Partito Fascista Repubblicano, ma anche Federale di Forlì e comandante della Brigata Nera «Capanni», facente capo alla stessa città romagnola e poi sfollata nel vicentino; la zona di cui il medico-scrittore era originario.

    La storia (sempre taciuta dal protagonista) l’abbiamo raccontata in queste pagine il 24 aprile e poi il 5 settembre 2012; ma proprio l’inchiesta di Avvenire ha fatto emergere nuove carte relative all’attività repubblichina di Bedeschi, tra cui i sopra riportati verbali della Commissione di epurazione forlivese che «nell’adesione volontaria data al fascio repubblicano» dal futuro scrittore ravvisò un «fatto di particolare gravità, eminentemente contrario alle norme della rettitudine e della probità politica», al punto da decretare «la pericolosità politica dell’incolpato». La ricerca si deve a Renato Bondi, un appassionato riminese di storia locale, che ha raccolto nei fondi dell’Archivio di Stato una notevole mole di documenti riguardanti anche l’attività «fascista» di Bedeschi, in genere lettere e rapporti legati al suo ruolo tra 1944 e 1945 di gerarca e comandante militare di una delle Brigate Nere più numerose d’Italia, forte di circa 800 uomini.

    Che cosa se ne ricava? Anzitutto, che il futuro scrittore era un attivo e pratico organizzatore; per esempio, nell’estate 1944 nell’imminenza dell’arrivo del fronte in Romagna (Forlì sarà liberata il 9 novembre), si occupa del trasferimento delle famiglie dei fascisti più a Nord, recandosi anche personalmente a sollecitare mezzi di trasporto presso i dirigenti di Salò. In un’altra lettera il comandante Bedeschi chiede di accertarsi «se i materiali trasferiti e in via di trasferimento in Alta Italia sono di proprietà del Partito e, in caso negativo, se risultano regolarmente requisiti». Ancora: cerca di opporsi al saccheggio di scarpe che militari tedeschi e gente del popolo fanno in un calzaturificio forlivese, e anzi ne recupera tre sacchi. Fa sorvegliare la trebbiatura per evitare l’imboscamento del grano. Insomma, si occupa in genere di ordine pubblico, come in effetti è prescritto in un regolamento per le camicie nere del giugno 1944: «I compiti sono quelli del combattimento, per l’ordine pubblico, per l’ordine rivoluzionario, per la lotta antiribellistica... Niente requisizioni, arresti ed altri compiti di polizia nello stretto senso della parola... Nelle azioni antiribelli, le squadre non fanno prigionieri». Ma Bedeschi si è reso responsabile anche di atti cruenti, che hanno oltrepassato i suoi obblighi di militare in tempo di guerra? Impossibile stabilirlo, allo stato della documentazione. Di certo la sua Brigata Nera effettuava «frequentemente rastrellamenti nella zona di Forlì», come testimonia un ex milite nella deposizione rilasciata ai membri del Cln e ai carabinieri che l’interrogavano, verbale in cui si citano i raid di un «camioncino» con una dozzina di elementi fascisti anche violenti, uno dei quali sicuramente faceva parte della scorta personale di Bedeschi. Un secondo ex milite rammenta un rastrellamento effettuato più tardi in Veneto, nella zona di Thiene, durante il quale vennero fermate 8 persone «ma ignoro la fine che fecero i prigionieri». In un’altra deposizione un partigiano comunista narra delle botte subìte dopo l’arresto a Forlì, per indurlo a confessare – è citato un capitano particolarmente accanito in tale compito –, finché «dopo 9 giorni di alternativa tra la vita e la morte fummo chiamati alle ore 22 alla presenza del federale Bedeschi il quale ci chiese di indossare la camicia nera (consiglio che poi il testimone effettivamente seguì, salvando la pelle, ndr) oppure saremmo stati fucilati al mattino, causa l’uccisione di un fascista della brigata nera».

    Altre attività documentate di Bedeschi sono quelle propagandistiche: i testimoni citano suoi discorsi in occasioni ufficiali, un notabile fascista narra della sua idea di creare un giornalino, «un foglietto per i militi della brigata» (tentativo naufragato dopo il primo numero «perché non piacque il soggetto piuttosto elevato ad intonazione generica»), e c’è anche qualche prova scritta dei suoi esercizi giornalistici pro regime. Come per esempio quest’esortazione dell’agosto 1944: «Mentre le nostre divisioni raggiungono le linee e il Maresciallo Graziani è alla testa della prima armata italo-tedesca per la riconquista dell’onore attraverso il combattimento, con la formazione delle Brigate Nere il Fascismo ingaggia la decisiva battaglia per la Vittoria. Brigata Nera "Capanni": in piedi!». Un’ultima notizia, ma preziosa per la biografia dello scrittore, si ricava infine dalla testimonianza di un uomo della scorta: il 25 aprile 1945 Bedeschi era a Schio e il 26 si trasferì a Vicenza, dove «ci sciogliemmo». La precisazione è l’ultima traccia nota del futuro scrittore, che riemerge 4 anni più tardi a Ragusa, in Sicilia, dove fece il medico ospedaliero, e quindi nel 1951 in Polesine.

    Non sappiamo ancora però come l’ex gerarca sia potuto sfuggire alle epurazioni e alle vendette dell’immediata post-Liberazione, considerato pure che ben 25 militi della sua stessa Brigata Nera nel maggio 1945 vennero «prelevati» dalle prigioni di Thiene e giustiziati sommariamente da un commando partigiano forlivese. Forse disponeva dei documenti di identità falsi che il gerarca Pavolini si era premurato di far avere agli ufficiali di Salò. Di certo, comunque, anche grazie a questi nuovi dati si capisce meglio come mai il manoscritto delle Centomila gavette abbia collezionato ben 16 rifiuti presso diversi editori, prima di essere stampato da Mursia nel 1963: forse ad opporsi non fu tanto la censura «comunista», come si è spesso ritenuto, bensì la memoria ancora viva del passato dell’autore durante la Repubblica di Salò.

    Roberto Beretta

    Salò: una condanna per Bedeschi | Cultura | www.avvenire.it

 

 

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