Il problema del dualismo gnoseologico, a mio modo di vedere, non solo è il tema più determinante della storia del pensiero, ma è anche il meno capito. L'insegnamento liceale (ma quello universitario non è più meritevole in questo senso) tende a circoscriverlo alla filosofia moderna, del quale costituirebbe il minimo comun denominatore e che in Kant esploderebbe nel modo più coerente. In realtà il dualismo è largamente respirato (in forme molteplici: naturalismo, psicologismo, etc.) anche dalla filosofia antica e medievale, anche se non compromette il valore dei principi che essa ha portorito, e di conseguenza la possibilità di una funzione sistematica e costruttiva (in senso metafisico) dei principi stessi - diversamente da quanto ha ritenuto l'idealismo. Molto più grave: il gnoseologismo continua ad affettare grossa parte della riflessione dei contemporanei: autori come Wittgenstein (il primo soprattutto) e Heidegger (giusto per fare due nomi), e molti altri autori di rilievo, che per formazione culturale dovrebbero essere vaccinati e tutt'altro che sprovveduti, a un occhio vigile risultano niente affatto immuni. Anche un campione dell'antipsicologismo militante come Frege ne è affetto radicalmente. Ma, direi, gli stessi idealisti, che pure hanno i maggiori meriti nel rivendicare l'insostenibilità dello gnoseologismo, finiscono essi stessi per dar vita a sistemi pregni di dualismo gnoseologico, da cui non è esente lo stesso Gentile. Pensare l'essere al di fuori del dualismo gnoseologico, ossia al di fuori di ogni presupposto acritico, introducendo solo il necessario, è il compito più arduo per la speculazione, anche perchè la vita quotidiana e l'uomo comune sono completamente avvolti in questo errore. E la stessa presupposizione che, dopo aver scritto, vi sia qualcuno collegato pronto a recepire il mio messaggio, ne è la testimonianza.




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