Originariamente Scritto da
Platone
Giusto, è proprio la natura del fondamento (dunque dei principi) che va indagata per giudicare il senso delle varie posizioni. Lo si può ammettere o meno, in base ai propri pregiudizi culturali o alla propria scarsa conoscenza in materia, ma la differenza tra la filosofia greca e tutte le altre discipline, saggezze, esperienze precedenti è proprio la ricerca dell'innegabilità di questi principi. Innegabilità significa che nessuno può permettersi di metterli in dubbio senza automaticamente ritrovarsi ad utilizzarli. Aristotele dice appunto che tutti, nessuno escluso si ritrovano nella verità rispetto a essi, lo vogliano o meno. Qui ci troviamo davanti a una situazione di eccezionale rilevanza storica, perchè si potrà pontificare pure all'infinito sulla meditazione, lo yoga, la realizzazione, ma queste sono esperienze personali quanto un'atto di fede o la volontà di assicurarsi la benevolenza divina con i rituali sacrificali. Questo non significa dire che la fede nel divino o l'unione con il Brahman siano impossibili, ma che tale possibilità o impossibilità non può essere decretata dai medesimi, ma da una sapienza che non può essere smentibile, perchè solo in relazione ad essa il falso e il vero acquisiscono senso.
Stai riproponendo quello stesso abbaglio da cui ti avevo messo in guardia: quando tu dici che la Consapevolezza è una tv che non è sintonizzata su alcun canale non intendi certo dire che essa abbia come contenuto il nihil absolutum..come Consapevolezza di Sé (o di qualsiasi altro positivo significare, definito, indefinito, infinito..) è e rimane Consapevolezza dell'essente (cioè di ciò che il pensiero greco comincia a delinare come la totalità dell'opporsi al nihil negativum). Il senso del Pensiero è appunto il manifestarsi del mondo (cioè della totalità del positivo), dunque anche la Consapevolezza, volente o nolente, è e rimane una sfera specifica del Pensiero.
Rproponi per la seconda volta l'incomprensione: da un lato dire che la Coscienza di sè possa sussistere a prescindere dal pensiero (secondo l'accezione corretta che tale termine esprime e deve esprimere nella filosofia, cioè come totalità dell'apparire) significa negare che la posizione stessa della Coscienza, dal momento che se è negato il manifestarsi dell'essente nel suo significato più generico allora anche qualcosa come "coscienza" o "consapevolezza" perde totalmente senso (quindi, ancora una volta, non va attribuita arbitrariamente al pensiero l'accezione riduttiva che non ha).
In secondo luogo perdi di vista il senso stesso della totalità dell'apparire: Cartesio, Kant e l'idealismo colgono a poco a poco, progressivamente, il carattere trascendentale dell'apparire del mondo (del pensiero). Non è cioè che tu possa dire che la totalità dell'apparire sia prodotta da un plesso articolato e sofisticato di neuroni: l'attività neuronale è essa stessa un contenuto della totalità di ciò che appare, l'apparire del mondo non può cioè essere condizionato nella sua attività disvelatrice, avendo alle spalle contenuti che non appaiano, o si ripropone il problema ell'impossibilità della posizione di un contenuto che non-appaia pur apparendo.
Forse sarebbe ora che la studiassi adeguatamente, la filosofia profana, per pretendere di disquisirne, se non altro eviteresti di scrivere cose palesemente false, come quando sostieni che il suo fondamento sia il pensiero, continuando a mantenere una concezione erronea e viziata (intellettualistica, mentale) del medesimo. La filosofia occidentale si fonda certo sul pensiero, dove il pensiero però è lo stesso apparire del mondo (cioè l'apertura al rivelarsi del mondo).
Da questo punto di vista (lo ripeto, non si sa mai che tu lo capisca) pensare che la consapevolezza sia qualcosa di più elevato è una posizione del tutto arbitraria, nella misura in cui essa stessa (come apertura di senso) è possibile solo a partire dal pensiero, cioè ne è solo una individuazione specifica.
La filosofia Greca porta cioè alla luce il significato più largo del disvelamento dell'essente, rispetto al quale ciò che le filosofie indiane chiamano percezione del Sé non può che essere solo un particolare momento semantico.
Il problema è che bisogna assicurarsi di conoscere adeguatamente ciò di cui si pretende discutere per discuterne, come sto appurando, en passant, in questi ultimi post. Sarebbe il caso di assicurarsi di possedere un bagaglio adeguato per pretendere di esibirsi in questioni comparativistiche tra occidente e oriente che non si sciolgano nel giro di due repliche sotto il caldo sole di luglio.