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Discussione: il PD nel PSE

  1. #31
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Continui a parlare del Pd come se fosse un normale partito di sinistra...è ovvio che così non è. Il Pd non è la prosecuzione dei Ds. Credo non sia proprio un assurdo che un cattolico democratico che ha le sue radici nella tradizione della democrazia cristiana non si senta appartenente al Pse, così come il discorso può valere in parte anche per chi si riconosce nella tradizione libdem. Piaccia o non piaccia, il Pd non rappresenta solo la tradizione della sinistra socialcomunista.
    Ultima modifica di Gdem88; 25-07-12 alle 22:36
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  2. #32
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Continui a parlare del Pd come se fosse un normale partito di sinistra...è ovvio che così non è. Il Pd non è la prosecuzione dei Ds. Credo non sia proprio un assurdo che un cattolico democratico che ha le sue radici nella tradizione della democrazia cristiana non si senta appartenente al Pse, così come il discorso può valere in parte anche per chi si riconosce nella tradizione libdem. Piaccia o non piaccia, il Pd non rappresenta solo la tradizione della sinistra socialcomunista.

    il problema è che così vi sono molti partiti libdem ma nessun partito socialdemocratico in italia.
    non ne vedo l'utilità anche perchè mi pare che il partito democratico per non essere socialdemocratico ed essere comprensivo delle istanze cattolice e liberale sia diventato liberale e cattolico dimenticando la sua componente, di gran lunga maggioritaria, di sinistra.

    secondo me, i cattolici di sinistra potrebbe tranquillamente stare in un partito socialista sia come tradizione che come contenuti programmatici (basta ricordare in italia i cristiano sociali o più in grande il vecchio Sullo) ed anche i liberali di sinistra potrebbero farlo (in Francia ci fu Epinay che fece una cosa del genere)

  3. #33
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Salve, ho trovato questo editoriale sul Pd molto interessante e lo propongo alla vostra attenzione.



    L’involuzione culturale del PD- Gli ex comunisti autorottamati


    di Paolo Cirino Pomicino


    Pubblicato su “Il Tempo” il 29 giugno 2012

    Forse per capire sino in fondo la crisi in cui versa l’Italia è utile un rapido viaggio tra i partiti e i gruppi parlamentari che occupano la scena politica e le aule di Palazzo Madama e di Montecitorio. Ed è saggio partire proprio dal partito democratico che, stante ai sondaggi, dovrebbe essere il primo partito della prossima legislatura con una percentuale del 26-28% dei consensi. Già questo dato ci lascia un po’ sconcertati. Dopo 20 anni ancora una volta l’Italia non ha un partito che superi abbondantemente il 30% come avviene in tutti i paesi politicamente stabili. La frantumazione del panorama politico, insomma, è l’elemento che ha caratterizzato l’intera seconda repubblica. Lo stesso tentativo attuato alcuni anni fa sia dal Pd che dal Pdl, e cioè di mettere nello stesso calderone di tutto e di più, ha resistito solo per un brevissimo tempo. Il Pdl dopo aver visto confluire Alleanza nazionale ha perso Fini e parte della sua squadra e il Pd non solo ha perso uno dei suoi fondatori, Rutelli, ma anche molti deputati del livello di Carra, Lusetti, Ria, Calearo e tanti altri ancora. D’altro canto era tutto prevedibile come scrivemmo all’epoca della nascita del partito. Il Pd è l’erede più forte dei partiti della prima repubblica, di una stagione, cioè, in cui i partiti avevano una cultura politica di riferimento, una selezione della classe dirigente non cortigiana, una militanza e un senso di appartenenza diffusi, tutte caratteristiche che ne facevano partiti veri, radicati nel territorio e negli ambienti culturali e di lavoro. Dopo il crollo del comunismo internazionale e dopo la scissione nel 1991 di Rifondazione comunista, la naturale evoluzione del grosso del vecchio Pci doveva essere nella direzione socialista. D’altro canto nessuno dimentica che furono proprio D’Alema e Veltroni a chiedere nel 1990 a Bettino Craxi il via libera per l’iscrizione del Pci al Partito socialista europeo. Lo stesso Achille Occhetto racconta che quando cadde il muro di Berlino lui era a colloquio con il segretario del partito socialista europeo per costruire le basi di una sua confluenza nel PSE. Il perché questa evoluzione, consolidatasi in Europa, si è fermata in Italia è ancora in larga parte da capire. Se è comprensibile, infatti, la gradualità di una evoluzione politica così forte e così traumatica dopo 70 anni di scontri tra il vecchio Pci e il Psi italiani, diventa incomprensibile se, dopo 20 anni di appartenenza al partito socialista europeo, gli eredi del Pci in Italia sono ancora e solo “democratici”, un termine che non significa nulla né nella storia politica italiana né in quella europea. Tutto questo e’ stato, e continua ad essere, il grande errore della sinistra italiana che non a caso non riesce ad essere più non solo un grande partito di massa ma nemmeno un partito i cui iscritti e i cui dirigenti, come dice giustamente Massimo Cacciari, abbiano il potere di decidere attraverso i propri organi direzionali il candidato premier. Insomma contano come il due di coppe. Il genericismo populista introdotto in dosi massicce dall’avvento di Silvio Berlusconi ha, infatti, contagiato anche la storia di un grande partito come il vecchio Pci che ha inventato le primarie per decidere ciò che la sua direzione e il suo consiglio nazionale avrebbero il dovere di decidere. Scimmiottare gli americani o i francesi che hanno storie diverse e sistemi politici presidenziali è il frutto della lenta e letale corrosione della struttura di un partito. E da cosa nasce cosa. E così nello statuto è comparso un divieto a fare più di tre legislature come se la politica non fosse una miscela di talento e di professionalità dei quali si può fare tranquillamente a meno a data certa e che il rinnovamento sia possibile farlo solo se si mandano a casa, per statuto, i leader di partito. E a rimorchio di queste sciocchezze è nato il gruppo dei rottamatori, anch’essi figli di quell’utopia della democrazia diretta dentro e fuori i partiti che ha contagiato l’intero sistema politico. Ma quel che più colpisce è che il capo dei rottamatori, Matteo Renzi, è un democristiano di formazione e di passione e poco o nulla ha a che fare con la storia, le convinzioni e le prassi dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni e di tutto il gruppo dirigente nato e cresciuto nel vecchio Pci. Il genericismo culturale espone sempre il fianco alla tentazione delle finte modernità, dal giovanilismo acuto al liderismo spinto per finire alla virtualità mediatica nella comunicazione che diventa essa stessa sostanza politica. Tutti modernismi che hanno ridotto il Parlamento ad un luogo dove si aggirano, per dirla con Ibsen, “pallidi spettri all’imbrunir di un giorno”. E il Paese declina.

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  4. #34
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da MaIn Visualizza Messaggio
    il problema è che così vi sono molti partiti libdem ma nessun partito socialdemocratico in italia.
    non ne vedo l'utilità anche perchè mi pare che il partito democratico per non essere socialdemocratico ed essere comprensivo delle istanze cattolice e liberale sia diventato liberale e cattolico dimenticando la sua componente, di gran lunga maggioritaria, di sinistra.

    secondo me, i cattolici di sinistra potrebbe tranquillamente stare in un partito socialista sia come tradizione che come contenuti programmatici (basta ricordare in italia i cristiano sociali o più in grande il vecchio Sullo) ed anche i liberali di sinistra potrebbero farlo (in Francia ci fu Epinay che fece una cosa del genere)
    Questi schemi così rigidi non funzionano in Italia....i cattolici democratici di privenienza Dc non possono essere accomunati ai cristiano sociali in stile Delors, che molto spesso sono vicini alle correnti del socialismo cristiano...socialismo cristiano è una cosa, cattolicesimo democratico un'altra. Esempio ne sono i cristiano sociali che nacquero da Gorrieri e Carniti, che erano l'estrema sinistra della Dc ma che furono sempre pochi.

    Il problema è proprio quello di continuare a guardare al Pd sullo schema (più libdem/più socialdemocratico) quando il Pd nasce per fonderle queste culture, creandone una nuova...manca un'impianto di elaborazione teorica che possa dare identità al partito, ma quesya elaborazione non può certo venire dallo sposarsi con il Pse. I Cattolici democratici non accetteranno MAI una confluenza nel Pse se non attraverso grandi trasformazioni dello stesso, la realtà è questa....sono democristiani, non vorranno mai morire socialisti. Prima c'è il bisogno che TUTTI accettino il progetto del Pd, cosa che purtroppo dopo 5 anni dal primo congresso non è ancora successa grazie a richiami della foresta ad intermittenza e alla strategia dell'entrare per sabotare, sia da parte centrista che della sinistra. Quando finalmente queste minacce per il partito si saranno placate e gli entristi avranno scelto tra il rinunciare ai loro sabotaggi e l'andarsene, allora se ne potrà discutere con serenità.

    Fino a quando vedremo militanti e dirigenti che vogliono tirare il Pd più di quà o più di là senza impegnarsi a superare le vecchie divisioni, l'approdo al Pse è Utopia!
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  5. #35
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Salve, ho trovato questo editoriale sul Pd molto interessante e lo propongo alla vostra attenzione.



    L’involuzione culturale del PD- Gli ex comunisti autorottamati


    di Paolo Cirino Pomicino


    Pubblicato su “Il Tempo” il 29 giugno 2012

    Forse per capire sino in fondo la crisi in cui versa l’Italia è utile un rapido viaggio tra i partiti e i gruppi parlamentari che occupano la scena politica e le aule di Palazzo Madama e di Montecitorio. Ed è saggio partire proprio dal partito democratico che, stante ai sondaggi, dovrebbe essere il primo partito della prossima legislatura con una percentuale del 26-28% dei consensi. Già questo dato ci lascia un po’ sconcertati. Dopo 20 anni ancora una volta l’Italia non ha un partito che superi abbondantemente il 30% come avviene in tutti i paesi politicamente stabili. La frantumazione del panorama politico, insomma, è l’elemento che ha caratterizzato l’intera seconda repubblica. Lo stesso tentativo attuato alcuni anni fa sia dal Pd che dal Pdl, e cioè di mettere nello stesso calderone di tutto e di più, ha resistito solo per un brevissimo tempo. Il Pdl dopo aver visto confluire Alleanza nazionale ha perso Fini e parte della sua squadra e il Pd non solo ha perso uno dei suoi fondatori, Rutelli, ma anche molti deputati del livello di Carra, Lusetti, Ria, Calearo e tanti altri ancora. D’altro canto era tutto prevedibile come scrivemmo all’epoca della nascita del partito. Il Pd è l’erede più forte dei partiti della prima repubblica, di una stagione, cioè, in cui i partiti avevano una cultura politica di riferimento, una selezione della classe dirigente non cortigiana, una militanza e un senso di appartenenza diffusi, tutte caratteristiche che ne facevano partiti veri, radicati nel territorio e negli ambienti culturali e di lavoro. Dopo il crollo del comunismo internazionale e dopo la scissione nel 1991 di Rifondazione comunista, la naturale evoluzione del grosso del vecchio Pci doveva essere nella direzione socialista. D’altro canto nessuno dimentica che furono proprio D’Alema e Veltroni a chiedere nel 1990 a Bettino Craxi il via libera per l’iscrizione del Pci al Partito socialista europeo. Lo stesso Achille Occhetto racconta che quando cadde il muro di Berlino lui era a colloquio con il segretario del partito socialista europeo per costruire le basi di una sua confluenza nel PSE. Il perché questa evoluzione, consolidatasi in Europa, si è fermata in Italia è ancora in larga parte da capire. Se è comprensibile, infatti, la gradualità di una evoluzione politica così forte e così traumatica dopo 70 anni di scontri tra il vecchio Pci e il Psi italiani, diventa incomprensibile se, dopo 20 anni di appartenenza al partito socialista europeo, gli eredi del Pci in Italia sono ancora e solo “democratici”, un termine che non significa nulla né nella storia politica italiana né in quella europea. Tutto questo e’ stato, e continua ad essere, il grande errore della sinistra italiana che non a caso non riesce ad essere più non solo un grande partito di massa ma nemmeno un partito i cui iscritti e i cui dirigenti, come dice giustamente Massimo Cacciari, abbiano il potere di decidere attraverso i propri organi direzionali il candidato premier. Insomma contano come il due di coppe. Il genericismo populista introdotto in dosi massicce dall’avvento di Silvio Berlusconi ha, infatti, contagiato anche la storia di un grande partito come il vecchio Pci che ha inventato le primarie per decidere ciò che la sua direzione e il suo consiglio nazionale avrebbero il dovere di decidere. Scimmiottare gli americani o i francesi che hanno storie diverse e sistemi politici presidenziali è il frutto della lenta e letale corrosione della struttura di un partito. E da cosa nasce cosa. E così nello statuto è comparso un divieto a fare più di tre legislature come se la politica non fosse una miscela di talento e di professionalità dei quali si può fare tranquillamente a meno a data certa e che il rinnovamento sia possibile farlo solo se si mandano a casa, per statuto, i leader di partito. E a rimorchio di queste sciocchezze è nato il gruppo dei rottamatori, anch’essi figli di quell’utopia della democrazia diretta dentro e fuori i partiti che ha contagiato l’intero sistema politico. Ma quel che più colpisce è che il capo dei rottamatori, Matteo Renzi, è un democristiano di formazione e di passione e poco o nulla ha a che fare con la storia, le convinzioni e le prassi dei Bersani, dei D’Alema, dei Veltroni e di tutto il gruppo dirigente nato e cresciuto nel vecchio Pci. Il genericismo culturale espone sempre il fianco alla tentazione delle finte modernità, dal giovanilismo acuto al liderismo spinto per finire alla virtualità mediatica nella comunicazione che diventa essa stessa sostanza politica. Tutti modernismi che hanno ridotto il Parlamento ad un luogo dove si aggirano, per dirla con Ibsen, “pallidi spettri all’imbrunir di un giorno”. E il Paese declina.

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    Quanto a questo, la semplice risposta stà nei "successi" ottenuti dopo la svolta della Bolognina...ossia da un Pds non oltre il 21% e da una forza, i Ds, ben piantata su un 16-17% dei consensi. La risposta stà negli sbagli fatti durante la Bolognina, che fu gestita male grazie anche alle lotte fratricide interne ( il dualismo Occhetto-D'alema non è certo un mistero) e senza prospettive chiare. L'errore fu fatto lì, e non perchè non si dovesse abbandonare il Pci, ma perchè si sarebbe dovuto puntare su un profilo laburista con un Partito del Lavoro che potesse superare il PCI senza perdere d'identità. Il Pds non ebbe altrettanto successo. La questione socialista è poi un'altro problema, con la faida fratricida tra Psi e Pci che invece di portare ad una ricomposizione ha portato allo spostamento di un 10% abbondante dell'elettorato a destra. In questo però le responsabilità sono diffuse, anche nel fu PSI che non sapeva più come liquidare i comunisti e si andò a infrattare su sentieri spesso poco consoni.

    La prospettiva dell'Ulivo nasce da quell'impossibilità di raccogliere nuove energie e consensi ( radicamento fermo alle regioni storiche, iscritti in costante calo e pochissimo ricambio generazionale, con sezioni spesso presidiate solo da qualche pensionato...) e nella realtà dei fatti riesce ad aumentare radicamento, ricambio generazionale nelle sezioni e a dare, seppur a tratti, un nuovo entusiasmo.
    Ultima modifica di Gdem88; 26-07-12 alle 11:08
    «Riformista è uno che sa che a sbattere la testa contro il muro si rompe la testa, non il muro! Riformista...è uno che vuole cambiare il mondo per mezzo del buonsenso, senza tagliare teste a nessuno» [Baaria]

  6. #36
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Quanto a questo, la semplice risposta stà nei "successi" ottenuti dopo la svolta della Bolognina...ossia da un Pds non oltre il 21% e da una forza, i Ds, ben piantata su un 16-17% dei consensi. La risposta stà negli sbagli fatti durante la Bolognina, che fu gestita male grazie anche alle lotte fratricide interne ( il dualismo Occhetto-D'alema non è certo un mistero) e senza prospettive chiare. L'errore fu fatto lì, e non perchè non si dovesse abbandonare il Pci, ma perchè si sarebbe dovuto puntare su un profilo laburista con un Partito del Lavoro che potesse superare il PCI senza perdere d'identità. Il Pds non ebbe altrettanto successo. La questione socialista è poi un'altro problema, con la faida fratricida tra Psi e Pci che invece di portare ad una ricomposizione ha portato allo spostamento di un 10% abbondante dell'elettorato a destra. In questo però le responsabilità sono diffuse, anche nel fu PSI che non sapeva più come liquidare i comunisti e si andò a infrattare su sentieri spesso poco consoni.

    La prospettiva dell'Ulivo nasce da quell'impossibilità di raccogliere nuove energie e consensi ( radicamento fermo alle regioni storiche, iscritti in costante calo e pochissimo ricambio generazionale, con sezioni spesso presidiate solo da qualche pensionato...) e nella realtà dei fatti riesce ad aumentare radicamento, ricambio generazionale nelle sezioni e a dare, seppur a tratti, un nuovo entusiasmo.

    Sì, ma come dice Pomicino:

    Se è comprensibile, infatti, la gradualità di una evoluzione politica così forte e così traumatica dopo 70 anni di scontri tra il vecchio Pci e il Psi italiani, diventa incomprensibile se, dopo 20 anni di appartenenza al partito socialista europeo, gli eredi del Pci in Italia sono ancora e solo “democratici”, un termine che non significa nulla né nella storia politica italiana né in quella europea.
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  7. #37
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Gdem88 Visualizza Messaggio
    Quanto a questo, la semplice risposta stà nei "successi" ottenuti dopo la svolta della Bolognina...ossia da un Pds non oltre il 21% e da una forza, i Ds, ben piantata su un 16-17% dei consensi. La risposta stà negli sbagli fatti durante la Bolognina, che fu gestita male grazie anche alle lotte fratricide interne ( il dualismo Occhetto-D'alema non è certo un mistero) e senza prospettive chiare. L'errore fu fatto lì, e non perchè non si dovesse abbandonare il Pci, ma perchè si sarebbe dovuto puntare su un profilo laburista con un Partito del Lavoro che potesse superare il PCI senza perdere d'identità. Il Pds non ebbe altrettanto successo. La questione socialista è poi un'altro problema, con la faida fratricida tra Psi e Pci che invece di portare ad una ricomposizione ha portato allo spostamento di un 10% abbondante dell'elettorato a destra. In questo però le responsabilità sono diffuse, anche nel fu PSI che non sapeva più come liquidare i comunisti e si andò a infrattare su sentieri spesso poco consoni.

    La prospettiva dell'Ulivo nasce da quell'impossibilità di raccogliere nuove energie e consensi ( radicamento fermo alle regioni storiche, iscritti in costante calo e pochissimo ricambio generazionale, con sezioni spesso presidiate solo da qualche pensionato...) e nella realtà dei fatti riesce ad aumentare radicamento, ricambio generazionale nelle sezioni e a dare, seppur a tratti, un nuovo entusiasmo.
    L'Ulivo nacque nel 1995, con la chiamata di Prodi. Nonostante il PDS fosse andato molto bene a quelle regionali, fosse stabilmente sopra il 20%, per una specie di inespresso complesso di inferiorità, il PDS invece di proporsi come protagonista di una maggioranza di sinsitra come fanno tutti i partiti di tutta Europa, chiamò una specie di "Papa straniero", di tecnico progressista esterno, rendendo come evidente che il PDS era una rnese vecchio e parziale, offrendo all'elettorato genericamente progressista la visione che un partito di sinistra calssico come riferimento non andasse bene, che ci volesse "quacosa di più", Ulivo, terza via, ecc, e quella divenne la narrazione interiorizzata di molti elettori che di fatto furono "ulivisti", per l'Asinello, la margherita, ecc, e che senza questi avrebbero potuto votare un partito di sinistra come il PDS-DS, ma ormai la scelta del '95 era stata quella. Il PDS voleva essere il corrispettivo della SPD e del PS francese ma SPD e PS non hanno mai chiamato qualche economista di centro loro esterno a fare un'operazione di strana aggregazione che prevedesse la loro presenza solo come parziale e non esauriente.
    Against all odds

  8. #38
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Sì, ma come dice Pomicino:

    Se è comprensibile, infatti, la gradualità di una evoluzione politica così forte e così traumatica dopo 70 anni di scontri tra il vecchio Pci e il Psi italiani, diventa incomprensibile se, dopo 20 anni di appartenenza al partito socialista europeo, gli eredi del Pci in Italia sono ancora e solo “democratici”, un termine che non significa nulla né nella storia politica italiana né in quella europea.
    Come già detto, la risposta stà nei risultati elettorali. La sinistra riformista non aveva la forza di andare avanti da sola...che poi nei post comunisti ci sia anche una resistenza al fatto di chiamarsi "socialisti" è anche vero, ma il tema è altro.
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Citazione Originariamente Scritto da Iannis Visualizza Messaggio
    L'Ulivo nacque nel 1995, con la chiamata di Prodi. Nonostante il PDS fosse andato molto bene a quelle regionali, fosse stabilmente sopra il 20%, per una specie di inespresso complesso di inferiorità, il PDS invece di proporsi come protagonista di una maggioranza di sinsitra come fanno tutti i partiti di tutta Europa, chiamò una specie di "Papa straniero", di tecnico progressista esterno, rendendo come evidente che il PDS era una rnese vecchio e parziale, offrendo all'elettorato genericamente progressista la visione che un partito di sinistra calssico come riferimento non andasse bene, che ci volesse "quacosa di più", Ulivo, terza via, ecc, e quella divenne la narrazione interiorizzata di molti elettori che di fatto furono "ulivisti", per l'Asinello, la margherita, ecc, e che senza questi avrebbero potuto votare un partito di sinistra come il PDS-DS, ma ormai la scelta del '95 era stata quella. Il PDS voleva essere il corrispettivo della SPD e del PS francese ma SPD e PS non hanno mai chiamato qualche economista di centro loro esterno a fare un'operazione di strana aggregazione che prevedesse la loro presenza solo come parziale e non esauriente.
    Dimentichi cos'era il Pds ossia un partito che era stato per 50 anni all'opposizione a livello nazionale, con fasce particolarmente avverse al socialismo e tradizionalmente legate al PCI, visto da molti come l'erede del PCI e quindi con forti pregiudizi nella cabina di voto. Dimentichi pure di citare Occhetto e i Progressisti del '94, batosta storica e traumatica che risuona ancora oggi.

    Detto questo, mica si può dire che questo paese era nato per avere un Pd al posto di un Ps o che questa era l'unica via possibile...ma è la via imboccata da 15 anni a questa parte, una via che ormai ha plasmato il paese, classi dirigenti, militanti ed elettori. Molti, come me, sono nati politicamente con l'Ulivo, e giustamente vogliono continuare su quella strada. Tornare indietro sarebbe da pazzi.
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  10. #40
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    Predefinito Re: il PD nel PSE

    Tanto per capirci, dirò una cosa che scandalizzerà molti: preferisco stare nel Partito assieme ad un Franceschini o ad una Bindi ( pur con tutti i suoi limiti recentemente dimostrati) piuttosto che con Casarini, Ferrero e Salvi. Non per tutti sarà così forse...ma allora le scelte sono facili, vai dove ti porta il cuore
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