A stare ad ascoltare i governi occidentali, il regime siriano sarebbe dovuto cadere oltre un anno fa. E così ogni mese dall’agosto scorso a oggi da Parigi, Roma, Berlino, Londra, Bruxelles e ovviamente Washington, i leader atlantisti a turno ci propinano la stessa solfa che puntualmente trova ampio spazio all’interno delle pagine e dei servizi della stampa embedded internazionale.
Eppure il presidente siriano Bashar al Assad e il suo governo sono ancora al proprio posto e questo nonostante le pressioni, l’isolamento politico e in parte economico, che Usa e alleati hanno messo in atto nel tentativo di soffocare Damasco e costringerla alla resa. Oltre ovviamente a una guerra civile alimentata non da una presa coscienza popolare, ma dai milioni di dollari provenienti dall’occidente e dalle armi fornite ai ribelli, in buona parte stranieri, dagli altri attori interessati della regione, quali la Turchia e le monarchie sunnite del Golfo. Un’aggressione finanziata dall’esterno e iniziata in realtà non un anno fa, ma nel marzo del 2005. Quando cioè l’allora presidente Usa, George W. Bush, decise di finanziare con 5 miliardi di dollari la creazione di un’opposizione estera al capo di Stato siriano e al suo esecutivo, in seguito all’attento di Beirut nel quale fu ucciso il primo ministro libanese Rafiq Hariri. Attentato del quale inizialmente fu accusata la Siria, salvo poi essere scagionata dallo stesso figlio e successore del premier assassinato, Saad Hariri.
Un’iniziativa che ha dato i suoi “frutti” nell’ultimo anno con la creazione del Cns, l’organizzazione con sede a Istanbul che riunisce proprio le opposizioni estere ad Assad e che ora stipendia i mercenari che combattono all’interno del Paese arabo.
In queste settimane gli scontri fra l’esercito siriano e le truppe illegali sponsorizzate dall’occidente hanno toccato praticamente ogni punto del Paese facendo vittime anche fra la popolazione civile, ma senza mai mettere realmente in pericolo la sua stabilità nonostante una campagna mediatica volta a ribaltare le responsabilità della crisi. Nessun organo di stampa si è infatti mai spinto fino a nominare i reali fautori di questa guerra civile o semplicemente a riportare i crimini commessi dalle milizie che secondo Washington dovrebbero liberare la Siria. Solo qualche piccola e sporadica considerazione qua e là sulle conseguenze di questo accanimento hanno fatto eccezione alle innumerevoli menzogne di questi mesi. Ultima delle quali quella che vorrebbe l’ex inviato speciale di Onu e Lega araba, Kofi Annan, dimissionario per l’impossibilità di trattare con il governo di Damasco. Quando in realtà a boicottare la missione di mediazione dell’ex numero uno delle Nazioni Unite sono stati proprio quegli Stati che, come Usa e alleati, agivano parallelamente al Palazzo di Vetro per rovesciare Assad e i suoi. Un’intromissione denunciata dallo stesso Annan, ancora una volta però senza fare i nomi dei reali colpevoli. Un ruolo scomodo, quello svolto dall’ex segretario generale, che poi non a caso è stato affidato a un uomo di fiducia di Londra e Washington, quel Lakhdar Brahimi (foto) che a suo tempo si occupò già di Iraq e Afghanistan.
A quanto pare dunque il fronte interventista non vuole più lasciare nulla al caso, nemmeno la realtà dei fatti. E cosi ieri, nonostante un nuovo attentato abbia investito Damasco facendo sei morti, i leader occidentali sono tornati a parlare di come gestire il Paese in un prossimo “dopo Assad”, facendo ancora una volta finta di non vedere le vittime innocenti fatte dalle milizie da loro finanziate.
Damasco non cade, nonostante tutto | Esteri | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale




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