
Originariamente Scritto da
Giò
Alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, indipendentemente dal fatto che Obama venga rieletto o meno, direi che possiamo tirare le somme come segue: la politica estera di Obama ha seguito, nelle sue linee essenziali, la strategia tracciata da Brzezinski e da Soros, con alcune differenze dovute alle contingenze politiche.
Ad esempio, Brzezinski e Soros, a loro modo, hanno propugnato un distacco più netto dal sionismo e dalla politica di Israele. Al contrario, Obama non s'è risparmiato nel cercare di mantenere buoni rapporti con le lobbies sioniste americane, con una parte del neo-conservatorismo americano (notoriamente filo-israeliano) e con il governo nazionalista dello Stato d'Israele.
Ciò è stato dovuto, secondo me, in parte anche all'evoluzione della stessa situazione iraniana (almeno dal punto di vista della politica americana): se Ahmadinejad ha di fatto avallato una spartizione con gli USA dell'Iraq post-Saddam, questo però non ha portato, nonostante il famoso discorso del Cairo di Obama particolarmente distensivo verso il mondo arabo e musulmano, ad una "normalizzazione" del regime degli ayatollah, funzionale alla strategia anti-russa propugnata da Brzezinski. Questo ha portato ad una convergenza d'interessi tra Israele, Stati Uniti ed Arabia Saudita, favorevoli ad una destabilizzazione dell'Iran in funzione anti-Ahmadinejad (da cui l'appoggio all'Onda verde, rivelatosi fallimentare). Anche qui però con interessi e intenzioni diverse: Israele e Arabia Saudita perché temono il rafforzamento iraniano e le sue aspirazioni a diventare una potenza regionale preponderante nell'area, mentre gli USA per i motivi detti sopra. Questo porta i primi due soggetti ad essere favorevoli ad una soluzione radicale ed immediata della questione iraniana (a costo di incendiare l'intero Medio Oriente), mentre invece gli americani sono per una strategia più attendista, al di là delle dichiarazioni e della retorica.