

Dopo che ieri sera ho visto Rambo, so cosa fare la prossima volta che ciò accade
Ronald Reagan


Guardate che l'aborto è un trauma per chi deve subirlo.
Se ci fosse stata la sostanziale complicità di tutti quanti, spiegatemi perchè mai avrebbe dovuto essere interessato al caso il giudice...
questo proprio non lo capisco.


Mercoledì la Cassazione ha confermato per il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, i 14 mesi di reclusione senza condizionale comminati dalla Corte d’Appello di Milano per un articolo uscito su «Libero» nel febbraio nel 2007. Ma che cosa prevedono, in casi come questo, le legislazioni degli altri Paesi nel mondo?
Come è punita la diffamazione in Germania?
Con una pena pecuniaria o carcere fino a 2 anni, che salgono al massimo a 5 se avviene a mezzo stampa. In realtà spesso le indagini vengono archiviate con le scuse o il pagamento di una somma e gli esperti non ricordano nessun caso alla Sallusti. In Germania, spiega Tim Hoesmann, avvocato specializzato in diritto dei media, si sceglie la strada del diritto civile: il ricorrente punta a ottenere una «Unterlassungserklärung», con cui il giornale si impegna a non ripetere le frasi incriminate. Poi c’è la particolare difesa della libertà di stampa. Inoltre «i tribunali tedeschi hanno difficoltà a condannare i giornalisti, anche per ragioni storiche», nota Hoesmann. Poi ci sono ragioni etiche: è difficile immaginare un direttore che finisca in carcere per diffamazione, spiega Rolf Schwartmann, professore di diritto dei media a Colonia: la diffamazione a mezzo stampa richiede che si dichiari il falso sapendo di mentire, ma questo sarebbe un suicidio pubblicistico. (Alessandro Alviani)
E in Francia?
In Francia la legge sulla stampa risale al 1881. Con molti aggiustamenti, è tuttora in vigore. Il regime è molto simile a quello italiano: il direttore è responsabile di tutto quello che pubblica il suo giornale ed è garantito il diritto di replica («Droit de réponse»), in sostanza alla rettifica di informazioni sbagliate. L’ordinamento è più severo di quello italiano sia nella tutela della vita privata dei cittadini (fra le informazioni sensibili, per esempio, oltre allo stato di salute e l’orientamento sessuale c’è anche la religione) sia nella tutela del segreto istruttorio: nessun giornale pubblica, come in Italia, i verbali di interrogatori. I «Délits de presse» sono giudicati dalla Diciassettesima camera del Tribunale di grande istanza di Parigi, detta appunto «Chambre de la presse». Le pene sono pecuniarie: fino a 12 mila euro per la diffamazione, che salgono a 45 mila se il diffamato è una persona o un’istituzione pubblica o se la diffamazione ha un contenuto razziale. Ma generalmente il tribunale condanna all’ammenda simbolica di un euro.
(Alberto Mattioli)
In Inghilterra?
L’obiettivo della legge sulla diffamazione a mezzo stampa è trovare un equilibrio tra il diritto alla libertà d’espressione e la protezione della reputazione individuale. Il giornalista colpevole di avere esposto all’odio, al ridicolo o al biasimo sociale una terza persona attraverso un articolo falso o malevolo, rischia una pena pecuniaria proporzionale all’entità del danno causato (ma in genere rapida e molto salata), ma non il carcere. La pena può essere estesa al giornale, a chi lo distribuisce e anche a chi riprende la notizia. L’uso di uno pseudonimo (se non utilizzato per motivi di sicurezza) è considerato un’aggravante. La diffamazione a mezzo stampa è stata depenalizzata nel 2009 con l’introduzione del «Coroner and Justice Act», una norma diretta a sostenere dibattiti di pubblico interesse su temi delicati che altrimenti potrebbero essere trascurati o trattati solo lateralmente.
(Andrea Malaguti)
E cosa succede in Spagna?
In Spagna il codice penale prevede una pena da sei mesi a due anni per il reato contro l’onore (comprendente sia la calunnia che l’ingiuria), se commesso «con pubblicità», ossia la nostra diffamazione. Al fine del pagamento dei danni il codice civile considera solidale la persona fisica o giuridica proprietaria del mezzo di comunicazione. «Benché teoricamente possibile, nessun giornalista o direttore di quotidiano è mai stato condannato per quel reato», dice l’avvocato Jacinto Gil, specializzato nei reati per mezzo stampa. Diverso il discorso per il reato di partecipazione e collaborazione con banda armata: nel 2001 sono finiti dietro le sbarre Pepe Rey, redattore capo delle rivista filo-Eta «Ardi Belza», e nel ’98 Xabier Salutregi e Teresa Toda, direttore e vice-direttore del quotidiano di San Sebastian «Egin», megafono fino ad allora legale dei terroristi baschi.
(Gian Antono Orighi)
E negli StatiUniti?
Le leggi contro la diffamazione a mezzo stampa sono moderate dal Primo emendamento alla Costituzione, che tutela la libertà di espressione, voluto espressamente per proteggere la libertà di stampa. Si spiega così la sentenza della Corte Suprema nel caso «New York Times contro Sullivan» del 1964, che stabilì la possibilità di condannare un reporter per diffamazione di un personaggio pubblico solo potendo dimostrare «reale malizia», ovvero che editore e giornalista «erano a conoscenza della falsità della notizia, indipendentemente se la notizia era falsa o meno». Non esistono dunque reati federali a mezzo stampa che comportino pene detentive mentre 17 Stati li prevedono: dal 1965 al 2004 vi sono state 16 condanne, nove delle quali hanno portato a detenzioni per una media di 173 giorni. Nella maggioranza dei casi la condanna è stata a 1.700 dollari di multa, a 120 ore di servizio pubblico o alla semplice redazione di una lettera di scuse.
(Maurizio Molinari)
La Stampa - Diffamazione: come si punisce all’estero?


Ed infatti questo non succede, visto che è sufficiente che il direttore faccia pubblicare un articolino di DUE righe di smentita.
Ma nel caso specifico, Sallusti in qualche anno non ha fatto neppure quelle due righe. Lo conosci il proverbio "chi è causa del proprio mal, pianga sé stesso"?
Ultima modifica di maxbar; 29-09-12 alle 13:15
«La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera con l'accusa di mafia. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel Lodo Mondadori»


ComeDonChisciotte - I GARANTISTI SU MISURA
DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it
Prima che il “caso Sallusti” andasse a finire a “tarallucci e vino” come sempre avviene in questo Paese quando ci sono di mezzo i potenti e i privilegiati (è pressoché certo, col clima di indignazione ipocrita che si è creato da parte di ogni genere di collitorti, politici, giornalisti, napolitani, che nelle more del periodo di sospensione della pena concesso dal Procuratore capo di Milano, il governo o il Parlamento vareranno una legge 'ad hoc' che salverà il direttore del Giornale dal carcere, ma che, fatta in tutta fretta, ingarbuglierà ulteriormente la questione della diffamazione), Giuliano Ferrara scriveva: “Ecco la trasformazione di una posizione di offesa in una violenza della legge, una legge sbagliata, ma che ha per conseguenza un atto violento su una persona... un uomo, un professionista che lavora nell'informazione, un cittadino che perde il diritto alla libertà personale”.
È ovvio che per un professionista, che in genere abita in una bella casa e ha un certo train de vie, finire in carcere è molto più doloroso che per un ragazzo di strada che ha forzato la cassa di un supermercato. Ma il Codice non stabilisce razzisticamente le pene a seconda della tipologia del reo, ma di quella dei reati. È altrettanto ovvio che la privazione della libertà personale è una violenza sul cittadino, la massima che uno Stato di diritto può permettersi. Ma una comunità, se vuole tenersi insieme, deve darsi concordemente delle regole e se non vuole che restino lettera morta deve stabilire delle pene per chi le viola. Rinunciare alla violenza della legge significa aprire la strada alla legge della violenza. Cioè alla violenza del più forte. Che è quanto sta accadendo in Italia da molti anni.
La “pasionaria” Daniela Santanchè ha detto che si incatenerà a non so cosa in difesa di Sallusti. Ma questa stessa Santanchè nel caso di presunti stupratori (del tutto presunti perché non erano ancora stati rinviati a giudizio) ha gridato: “In galera subito! E buttare via le chiavi”. Questi sono i garantisti a giorni alterni e a rei alterni. In realtà in Italia si sta affermando un doppio diritto penale: uno soft, fin quasi all'impunità, per i reati tipici di “lorsignori”, uno durissimo per i reati da strada che son quelli commessi dai poveracci. Ma questa è la vecchia, cara, schifosa, giustizia di classe. Io non ci sto.
Una grande, e voluta, confusione si è fatta sulla libertà d'opinione. Una cosa è se io scrivo che il giudice Caio è un incapace, questa è un'opinione, come tale, appunto, opinabile, altra se scrivo che ha ordinato un aborto a una minorenne. Questa non è un'opinione, ma l'attribuzione di un fatto determinato, che non è opinabile. Se è vero il giornalista avrà fatto bene il suo mestiere, se è falso è diffamazione (il tuo vero errore, Sandro, è stato di fidarti di un dilettante allo sbaraglio, quel Renato Farina che faceva il giornalista, soi-disant, e contemporaneamente la spia per i Servizi). Ciò che va eliminata non è la diffamazione, ma la serqua di reati liberticidi di cui il nostro Codice è zeppo e che sono indegni, essi sì, di una democrazia: vilipendio alla bandiera, vilipendio al Capo dello Stato, vilipendio alle Forze armate, vilipendio alla religione fino alla recente legge Mancino che punisce con tre anni di reclusione “l'odio razziale o etnico”.
L'odio è un sentimento e, come tale, a differenza dell'opinione, non controllabile. Nessuno, finora, nemmeno i dittatori, si erano spinti fino a mettere le manette ai sentimenti. Io ho il diritto di odiare chi mi pare, restando chiaro che se solo tento di torcergli un capello devo andare dritto e di filato in gattabuia. Con buona pace di Giuliano Ferrara e dell'indiscriminato “diritto alla libertà personale”.
Massimo Fini
Fonte: Il Fatto Quotidiano - News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia
29.09.2012


Sempre ottimo Fini (Massimo); anche se non condivido la sua opinione sulla pena carceraria.


Dopo che ieri sera ho visto Rambo, so cosa fare la prossima volta che ciò accade
Ronald Reagan




Mister B, ma questo famoso articolo è pubblicato. O meglio ripubblicato?
Me l'han mandato ma c'è una nota in fondo che dice che non è pubblicabile.
Ultima modifica di assurbanipal; 30-09-12 alle 12:27
Riproviamoci.
La Repubblica l'ho rispettata, ma non sono stato rispettato.
Restauriamo la Monarchia.
Voglio tornare a casa e se non ci fosse più una casa, beh la ricostruiremo.


il tuo post mi conferma il fatto che ci sono opinioni e opinioni, deve essere frustrante per il tuo neurone essere a favore per quelle che si vuole leggere e contrario alle altre meno desiderate in quanto denudano tonnellate di ipocrisia, tanto da tirare una commovente quanto ignorante analisi di chi sia in un avatar.