

Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini.


Un mistero è un problema, cioè la posizione di una tesi che è aperta alla possibilità di essere smentita, ma sulla quale non si è in grado (ora come ora) di sbilanciarsi.
Un'assurdità non è un problema, non è qualcosa cioè che sia in attesa di ricevere conferma o negazione, ma è lo stesso riconoscimento (posizione, affermazione) dell'impossibilità.
La posizione trinitaria così come è concepita dal cristianesimo poteva rimanere un problema ieri, non oggi: quando Aristotele nega che del pdnc si dia negazione (quarto libro metafisica) afferma che anche il negatore del principio sarebbe costretto a riutilizzarlo. Questo significa che la negazione del carattere universale dell'opposizione degli opposti si fonda su una individuazione di questa legge universale (la negazione è una determinazione).
Ma questo esclude solo che dell'intero campo semantico si dia negazione, non che si dia negazione di parti più o meno ampie di tale campo (si eslcude solo la negazione della posizione interale, o della totalità del campo).
In altri termini, proprio perchè un'individuazione del campo rimane sempre e comunque, non tutto il campo è negabile, ma ciò non esclude che la restante parte lo sia.
Fintanto che le cose stanno così non è impossibile progettare l'identificazione degli opposti, proprio perchè se la negazione si fonda su una individuazione e non sull'intero campo lascia sempre qualcosa (cioè quasi tutto) da negare a disposizione, quindi l'ipotesi del tri-uno è possibile, cioè problematica.
Fin qui Aristotele.
Lavalenza del pdnc fino a quel lontano 1964, anno della pubblicazione di Ritornare a Parmenide in rivista neoscolastica, è immutata, poi Severino lo riformula affiancando alla prima figura dell'elenchos la seconda, che mostra che ogni negazione di particolari e specifiche individuazioni è autonegazione, perchè ogni posizione dell'identità dei diversi e di diversificazione dell'identico sa che ciò che è posto come identico-opposto è l'opposto-identico.
A questo punto la posizione trinitaria così concepita non è un mistero, è il sommamente negabile.
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.




Il che equivale a dire che finchè si parla del cattolicesimo, all'interno del cattolicesimo ci si attiene a certe regole, la cui negazione è contraddizione, che è lo stesso che dire che ogni interpretazione si costituisce secondo regole e (all'interno della medesima) negando le regole ci si contraddice.
Ma (rilevo) che non si debba uscire dal cattolicesimo (da questa interpretazione) è una decisione, non una verità incontrovertibile.
Tra l'altro, quando Cuordileone affermava che la teologia cattolica è perfetta, sta appoggiando lui stesso la negazione di queste regole rimanendo coerente alla dottrina: questa dottrina è essa stessa condivisione e negazione del medesimo asserto, perlomeno nella misura in cui intende affermare la coimplicazione del diveniente e dell'eterno, mentre la posizione dell'uno coimplica l'altro ma come negato, tolto.
Il cattolicesimo stesso, cioè, come interpretazione, è autonegazione.
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.


Dio scrive dritto anche sulle righe storte degli uomini.


E allora? non mi risulta che il cristianesimo ritenga che i tre siano semplicemente distinti e che l'uno sia unità dei distinti, altrimenti si avrebbe solo unità del molteplice.
Qui si parla di una coincidentia oppositorum di cusaniana memoria.
Gli opposti sono tali anche quando sono semplicemente diversi: il padre non è il figlio ed entrambi non sono lo spirito santo, ma la posizione dell'identificazione dei tre diversi implica che l'uno (a) sia identificato a (non-a) cioè all'opposto (lo stesso dicasi per b e c).
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.








Quella non è la posizione del cattolicesimo, della Tradizione, dei concili, e non è nemmeno un mistero: che gli opposti (restando distinti) costituiscano un'unità lo aveva già capito Eraclito e secondo logo, non secondo fede: non Cusano, tantomeno S.Tommaso, che non a caso pone il mistero della trinità tra i contenuti di fede: altrimenti il cristianesimo diventa gnosi e la rivelazione divina pure, ma a quel punto hai l'idealismo hegeliano o le ipostasi neoplatoniche, non il cattolicesimo.
Quindi, quel che voglio dire è che la fede non può capire la Verità, e se è dal punto di vista della fede (come forma conoscitivia) che la trinità è mistero allora tanto basta per rilevare che la fede è solo e semplicemente fede, ciò non toglie che la ragione comprenda e risolva il mistero, qualora lo sia effettivamente.
Oltretutto se è vero che fede e ragione sono distinte è altrettanto vero che è la prima ad appartenere all'orizzonte semantico della seconda, cioè è la seconda a disquisire sulla prima, anche e banalmente nel momento stesso in cui riconosce che la fede è fede (e non è altro dall'esser fede, cioè gode dei principi a statuto elenctico).
Se la fede vuol dire qualcosa lo può dire solo facendosi giudicare dal logo, ed è ad esso che deve necessariamente render conto: non perchè glie lo si imponga dall'esterno, ma perchè essa stessa si costituisce all'interno di quell'imposizione.
Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.