Marco, al di la' dello schiavismo (presente nel mondo occidentale fino a molto dopo la fine dell'età antica, tra l'altro), quasi tutti i pensatori dell'età greco-romana appartenevano alla classe dirigente. Il cui interesse era, nelle varie declinazioni, il mantenimento dello status quo. D'altra parte, il semplice essere liberi costituiva di per sé l'essere parte di una ristretta élite nettamente minoritaria.
Ed anche i "nuovi arrivati" nell'aristocrazia, specialmente nella società romana (politicamente estremamente conservatrice), si adeguavano. Tant'è che il più noto tra essi (Cicerone) fu, o meglio, avrebbe voluto essere un restauratore di prim'ordine. D'altra parte, tutta la concezione politica greco-romana era tutt'altro che progressista, in quanto mirava o a mantenere lo status quo, o a restaurare la così detta "costituzione mista" (ovvero la compresenza di democrazia, aristocrazia e monarchia) di polibiana memoria.
Passando a Platone, la sua Repubblica, per esempio, a mio avviso non è né razzista né autocratica, ma, semmai, il non plus ultra della tecnocrazia. Mentre i greci (a differenza di quel popolo di avvocati che erano i romani :laugh: ), sì, erano spaventosamente razzisti, nel senso che si consideravano naturalmente (geneticamente, diremmo oggi) superiori ai barbari.
Per diversificare, potremmo tirarmi fuori i tiranni, demagoghi, e tutti gli imperatori/re ellenistici che cercarono di divinizzare la figura del monarca sulla scorta della tradizione orientale, ma era tutta gente che l'élite culturale (leccaculo a parte), tranne qualche eccezione, fondamentalmente avversava, e tu escludi nella premessa i politici, almeno quelli in senso stretto. E comunque, pensa un po' te, tutti gli imperatori romani dovettero comunque avere l'assenso ed il riconoscimento da parte del Senato. Che poteva essere un pro forma quanto ti pare, ma doveva comunque esserci.
Hai citato Gesù Cristo. Gesù Cristo di politico aveva poco e niente. E non per chissà quale motivo, ma semplicemente perché, in base alla letteratura (laica) più accreditata, lui credeva veramente che la fine del mondo sarebbe giunta di lì a poco. Poi è arrivato San Paolo, che cambiò totalmente i termini della questione, ma anche lui, per quanto non conosca bene, non mi pare fosse teorico della teocrazia (anche perché, se non altro, i tempi erano "un po'" prematuri).
Vuoi non neologizzare il termine démos?
Bene, ti suggerisco un vocabolo sostitutivo, preso di peso dalla Rivoluzione Francese: cittadino. Solo che cittadinocrazia suona un po' male.
In conclusione: non si scappa. Tutti quei fior fiore di cervelloni erano (o volevano essere), in ultima analisi, dei conservatori dello status quo, o dei restauratori dei mores antiqui: di "guardare avanti" manco a parlarne.
Sennò, ti giro una provocazione.
Papa Gelasio verso la fine del V secolo mandò una bella letterina all'Imperatore Anastasio in cui descriveva la dottrina delle due spade: la spada temporale era di competenza imperiale, quella spirituale di competenza ecclesiastica. Dunque le chiese dovevano obbedienza all'Imperatore Anastasio per quanto riguardava gli "affari terreni", mentre l'Imperatore doveva obbedienza alla gerarchia per quanto riguardava gli "affari spirituali". Al di là del fatto che Anastasio gli rispose con una pernacchia, questa dottrina è una delle basi del principio della separazione stato-chiesa, ovvero una delle fondazioni dello stato moderno, del liberalismo, del progressismo, e di tutta quellarobalà.
Peccato che quella stessa dottrina s'inscrivesse nel plurisecolare ma instancabile ed inesorabile processo di affermazione della primazia di Roma nell'ambito della cristianità, nonché (come affermò chiaro e tondo Gregorio VII, citando proprio Gelasio, durante la seconda metà dell'XI secolo) della primazia del potere spirituale su tutti gli altri poteri temporali.
Ma allora, 'sto Gelasio era un teocrate o un... liberal? O entrambe le cose? O nessuna delle due?





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