“Terrone”, comprese tutte le sue varianti dialettali (terùn, terù, tarùn o terone) è un toscanismo, è uno dei tanti regali che dobbiamo all’Unificazione della quale abbiamo appena terminato di ricordare (altri dicono “celebrare”) il 150° anniversario.
In se e per se non è un termine offensivo. In origine indicava il proprietario terriero, specificamente un latifondista, poi a metà dell’800 si cominciò ad usarlo per indicare i villani, i cafoni, i braccianti agricoli meridionali sfruttati come bestie da soma. Da qui il passo fu breve per estendere il termine genericamente a tutti gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie che subito risposero attribuendo ai concittadini al di sopra del Po, l’epiteto di “polentoni”, mangiatori di polenta. I due termini persero da subito tutta la loro innocenza.
Il terrone divenne “il mangiatore di terra”, l’appartenente ad una terra ballerina o matta, la persona dalla pelle scura, simile alla terra. Il polentone passò a designare l’alloco, la persona che non sa parlare o parla una lingua sconosciuta ed incomprensibile, la persona che balbetta o si mangia le parole. Terrone divenne ben presto un insulto anche pesante con connotazioni negative al limite della discriminazione sociale se non del razzismo e, soprattutto veniva pronunciato con rabbia, con rancore, con odio e con disprezzo.
“Polentone”, invece, restava, tutto sommato, un appellativo bonario, scherzoso, detto senza acredine. Dopo la guerra di Libia a “terrone” venne associato il termine di “beduino”, riferito principalmente ai siciliani e ai calabresi, con evidenti connotati razzisti. Nel breve volgere di qualche decennio in questo appellativo sono confluiti tutti gli stereotipi antimeridionali dalla presunta ignoranza alla scarsa voglia di lavorare, dal disprezzo delle più elementari norme igieniche alla mancanza di senso civico. La parola ha assunto il significato di persona rozza, incolta, priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata.





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