Vita nella "Vecchia Destra"
di Murray N. Rothbard
Chronicles, agosto 1994
Un problema nell'etichettare movimenti ideologici come "vecchi" o "nuovi" è che, con il passare del tempo, il "nuovo" diventa "vecchio"ed i segnali diventano confusi. Nella destra moderna del dopoguerra ci sono stati una grande quantita' di "vecchi" e "nuovi" vari. Ma quella che io chiamo la "Vecchia Destra" (nell'originale, Old Right) ha una ragione eccellente per reclamare quell'etichetta; perchè era l'originale, la "più vecchia" destra e perchè era, in molti modi, radicalmente differente da tutte le destre che sono seguite dopo la sua caduta.
La destra originale di cui io parlo, e della quale sono uno dei pochi sopravissuti, andava dal 1933 fino alla sua quasi morte, o dissipamento, con l'avvento del settimanale "National Review" nel 1955. La Vecchia Destra cominciò nel 1933 come risposta all'avvento del "New Deal". Essa era "reazionaria" nel senso migliore e più generoso possibile: era una reazione orrificata contro la Rivoluzione Roosveltiana, contro il "Grande Salto in Avanti" verso il Collettivismo che catturava le menti degli intellettuali socialisti e infuriava coloro che erano devoti alle istituzioni e alle strette limitazioni del potere del governo centrale che era il marchio della Vecchia Repubblica.
Lo scorso autunno, David Lauter, scrivendo un articolo sul Los Angeles Times riguardo al piano sanitario di Clinton, fece eco, coscientemente o incoscientemente, alla terminologia maoista del "Grande Salto in Avanti", dichiarando che: "Ogni tanto i governi si tengono forte, prendono un respiro profondo e fanno un salto in avanti in un futuro ampiamente sconosciuto...". Il piano sanitario di Clinton e' uno di tali salti, nota Lauter; i Grandi Salti precedenti furono le leggi sui "diritti civili", degli anni '60; e, prima di tali leggi, quello che è forse il "salto primordiale": il "New Deal" degli anni '30, quando "la nazione accordò di concedere al governo federale una categoria completamente nuova di responsabilità - dal provvedere alla pensione per gli anziani allo stabilire un nuovo sistema di agenzie regolatorie nazionali che controllano l'economia".
Una rappresentazione e semplificazione abbastanza buona, eccetto che, invece della "nazione che accorda" di dare poteri al governo, il New Deal procedette nella maniera di tutte le rivoluzioni non-violente: fu il governo federale, ed i suoi nuovi padroni, che azzannarono il potere e fecero passare, in tutta velocità, una serie di misure socialistiche, E POI conquistarono l'"accordo" usando gli strumenti della propaganda e del modellamento dell'opinione nella società... dipendendo poi anche dalla semplice forza d'inerzia e dall'abitudine,una volta che le nuove istituzioni erano al potere.
La Vecchia, originale, Destra, si rese conto degli orrori del New Deal e predisse il cammino collettivista su cui esso stava incanalando la nazione. La Vecchia Destra era una collezione di ideologie e forze che non aveva un positivo programma comune, ma "negativamente" era solidamente unita: tutti contro il New Deal. Ed era dedicata a respingerlo ed abolirlo. Con l'anima e col cuore. Il fatto che la sua unità fosse "negativa" non la rendeva certo meno forte o coesiva, perchè c'era un totale accordo sull'estirpare quelle escrescenze collettiviste e nel restaurare la Vecchia Repubblica, la vera America.
La coalizione chiamata Vecchia Destra consisteva dei seguenti elementi: i più "estremi" erano gli scrittori libertari e individualisti: H.L. Mencken, Albert Jay Nock, Rose Wilder Lane, Garet Garret, tutta gente che aveva resistito a ciò che loro consideravano lo statalismo crescente del regime Repubblicano degli anni '20 e che chiedevano un governo ultra-minimo che avrebbe riportato indietro lo statalismo del Periodo Progressivo e delle ere della Guerra Civile e della Ricostruzione. Forse anche il dispotismo giudizial-costituzionale del Capo della Giustizia John Marshall. Poi c'erano i rimanenti, oggi quasi dimenticati, dei Democratici conservatori per i Diritti degli Stati del Sud, le cui visioni erano quasi tanto libertarie quanto quelle del primo gruppo. Questi uomini erano guidati dal Governatore Albert Ritchie del Maryland, che era un candidato alle primarie presidenziali democratiche del 1932, ed il senatore James A. Reed del Missouri. Il terzo gruppo consisteva dei Repubblicani conservatori che erano infuriati dalla democrazia del New Deal e che venivano largamente dal Centro e dall'Ovest. Infine ex- progressisti e statisti che credevano che il New Deal stesse andando troppo "oltre", formavano il gruppo finale. Il loro leader era l'ex-presidente Herbert Hoover il quale, sebbene avesse lanciato anch'egli, durante la propria amministrazione, misure tipo "New Deal" in microcosmo, denunciava ora come il New Deal stesse andando troppo oltre, entrando nel "fascismo vero e proprio". Fu il primo gruppo, però, che dava il "tono", in quanto la retorica libertaria ed individualista provvedeva gli unici concetti generico-teorici con cui ci si potesse opporre efficacemente alle misure del New Deal. Il risultato, comunque, fu anche che alcuni politicanti repubblicani si ritrovarono a scimmiottare slogans libertari ed anti-stato a cui non credevano o che non capivano veramente, una situazione che innescò le condizioni, poi, per la "moderazione"avvenuta succesivamente e "l'abbandono" di principi a loro solo apparentemente cari.
Unità nei nostri odii ed ostilità, comunque, combinata con una divergenza sui principi positivi, ebbe un effetto salutare sulla Vecchia Destra. Voleva dire che noi potevamo unirci e agire insieme nel denunciare e nel muoverci contro il nemico: il "New Deal"; e tutto ciò mentre mantenevamo i disaccordi e le discussioni amichevoli tra di noi sul tipo di America che volevamo, alla fine, raggiungere. Quanto governo bisognava eliminare o far tornare indietro? Fermarsi al 1932 o continuare a spingere per eliminare le misure progressive o anche la centralizzazione del diciannovesimo secolo? Noi eravamo tutti convinti assertori dei Diritti degli Stati ma fino a che punto portare avanti tale visione? Alcuni libertari estremisti volevano tornare FINO agli Articoli della Confederazione; ma una maggioranza della Destra era fedele alla Costituzione degli Stati Uniti, comunque, nel contesto di una Costituzione interpretata cosi' strettamente da rendere fuori-legge la maggioranza della legislazione del ventesimo secolo. Certamente, perlomeno, a livello federale.
E' un vero divertimento dare, oggi, un'occhiata al record di voto dei Repubblicani di destra nel Congresso di allora, specialmente nella più estrema Camera, perchè il tipo comune di "destrista" pre -1955 farebbe apparire, a confronto, il congressista più "di destra" oggi, come insopportabilmente socialisteggiante e di sinistra. I miei congressisti preferiti erano Howard Buffet del Nebraska e Frederick C. Smith dell'Ohio, i quali, oggi,p renderebbero, inevitabilmente, una "valutazione" zero tondo da "Americans for democratic Action" e altri simili gruppi di sinistra. Io ricordo, per esempio, di come fossi... deluso dal fatto che, una volta tanto, anche loro avessero deviato un po', per votare, per esempio, una legge federale anti-linciaggio pubblico. "Come? Non sanno che il governo federale non ha alcun potere di polizia?!"
Disaccordi amichevoli su principi positivi significavano una genuina e sana diversità e libertà all'interno dei circoli di destra. Come Thomas Fleming notò, con sorpresa, quando fece una ricerca sulla Vecchia Destra, non c'era una linea di partito, non c'era alcun organo centrale o quartier generale che scomunicava membri "non rispettabili". C'era una vasta gamma di visioni positive. Dalla decentralizzazione libertaria alla dipendenza, hamiltoniana, ad un governo forte ma dentro i rigidi limiti costituzionali della Vecchia Repubblica, e c'erano anche varie correnti di monarchici. Ed in tutta questa vasta varietà e diversità nessuno avrebbe reagito con shock o orrore ad alcuna visione "estremista", fintanto che tale estremismo non significasse in alcun modo rinunciare alla battaglia contro il "New Deal". C'era anche una grande quantità di disaccordi sulle "policies" specifiche che erano state in questione fin da prima del "New Deal": tariffe o libero mercato; restizioni all'immigrazione o confini aperti; e su cosa costituisse una politica militare o internazionale consona con gli interessi nazionali americani.
La Vecchia Destra sperimentò anche un grande cambio di rotta: originalmente la sua concentrazione era puramente domestica, in quanto quella era la concentrazione del New Deal. Ma quando l'amministrazione Roosevelt si mosse verso la guerra alla fine degli anni '30, la Vecchia Destra aggiunse un intensa opposizione alla politica di guerra del New Deal alla sua già sistematica opposizione alla rivoluzione domestica del New Deal. Perchè essa si rendeva conto che, come disse il libertario Randolph Bourne nell'opporsi all'entrata dell'America nella Prima Guerra Mondiale,"la guerra è la salute dello Stato" e che l'entrata in una guerra in grande scala, specialmente per interessi globali e non-nazionali, avrebbe portato l'America in un perenne stato d'allerta che avrebbe fatto a pezzi le libertà e le limitazioni della Costituzione Americana in casa. Così, mentre un anti-interventismo estero veniva aggiunto alla mescola anti-New Deal, la Vecchia Destra perse alcuni aderenti ma ne guadagnò anche di più. Perché gente del tipo "Eastern Establishment" originalmente anti-New Deal, come Lewis Douglas, William Clayton, Dean Acheson a la banca Morgan, abbracciarono il pacchetto del New Deal quando venne incartato con gli attraenti e lucrativi nastri dell'"Impero Americano". Dall'altra parte, però, progressisti anti-guerra, ex-New Dealers, cominciarono a rendersi conto che c'era qualcosa di molto sbagliato in uno Stato molto forte che poteva espandersi in avventure straniere, e così diventarono, gradualmente, "anti-newdealers" in ogni senso della parola.
La Seconda Guerra Mondiale aggiunse la politica estera alla mescola, cosicché, alla fine della guerra, la Vecchia Destra era opposta al Grande Governo su tutti i fronti, straniero e domestico. Ogni parte della destra era opposta alla "crociata globale", ciò che Clare Booth Luce chiamava, perspicacemente: "Globalooney" (più o meno: "follia globale", N.d.T.). Loro erano opposti a quella che lo storico Charles Beard, precedentemente a favore del New Deal, poi diventato un non-interventista anti-New Deal, chiamava: "l'eterna guerra per l'eterna pace".
Ci sono molte memorie sul mio essere ebreo e crescere a New York negli anni '30 e '40. Sebbene io sia di alcuni anni più giovane della maggioranza dei memorialisti dell'epoca - Irving Howe, Irving Kristol, Alfred Kazin, etc. - la mia esperienza è, in qualche modo, la stessa. Era fantastico passeggiare nella città di quell'era andata. La vita di strada era vitale e divertente. Non c'erano le molestie, le continue richieste, il senso di crimine che serpeggiava per la città. I bianchi andavano ad Harlem per vedere Pearl Bailey e altri grandi intrattenitori neri senza alcun senso di paura. Niente straccioni o aggressivi mendicanti. Se uno voleva vedere uno straccione poteva andare in una stradina in centro, chiamata "Bowery", dove si ritrovavano i "mendicanti", ma anche loro non erano esattamente "senza-tetto" perchè vivevano in una pensione nella Bowery. Le strade pullulavano di personaggi affascinanti che strombazzavano pubblicamente la loro idee. Palchetti in Union Square o Columbus Circle presentavano qualsiasi opinionista che volesse salirvi e pontificare la folla. Ricordo con affetto un anziano lavoratore delle strade, che cercava di vendere, in tutta sincerità, l'idea che la limonata era la panacea per tutte le malattie umane. Ed a quel tempo New York era piene di economiche caffetterie dove uno poteva sedersi in compagnia di un caffè per ore e leggere o discutere idee indisturbato. Un signore era conosciuto come "Senatore Mendel" perchè spendeva giornate intere nella "Caffetteria Senator" nella parte ovest della città. Oggi...naturalmente, tali caffetterie sarebbero piene di mendicanti aggressivi e borsaioli, e tranquillità o chiacchere sarebbero impossibili.
Guardando indietro, nel passato, le discussioni e gli argomenti a cui ho partecipato, in strada, nel vicinato, in casa, in famiglia, a scuola, erano sempre marcate da un istintiva civiltà e cortesia. Anche se c'erano molti comunisti in giro, non c'erano rabbiosi squadroni, inforzatori di correttezza politica o minacciosi di mandarti a fare il lavaggio del cervello o..."sedute di addestramento alla sensibilità". Ed anche se io ero, con l'eccezione di mio padre, virtualmente l'unico "di destra", fui sempre trattato senza alcuna ostilità, ma piuttosto con reazioni che andavano dalla sorpresa all'affetto simpaticamente divertito.
L'unico aspetto importante in cui la mia crescita differisce da quella di altri memorialisti ebrei è che... loro erano tutti una qualche varietà di comunista o socialista, mentre io ero di destra e duramente anti-socialista, fin dall'inizio. Sono cresciuto in una cultura comunista; la classe media ebrea in cui vivevo, famiglia, vicini, amici, erano o comunisti o.. affini e compagni di viaggio dell'emisfero comunista. Avevo due zii e due zie facenti parte del Partito Comunista, da entrambi le parti della famiglia. Ma, fatto ancora più rilevante, la grande questione morale nelle vite di tutta questa gente era: "Devo entrare nel Partito Comunista e dedicare la mia vita totalmente alla causa o rimanere solo un buon compagno ma "egoisticamente" dedicare solo una frazione della mia energia al comunismo?" Quella era tutta la questione morale e la domanda. Qualsiasi specie di liberalismo, tantomeno conservatismo era non-esistente. E, contrariamente alle memorie di Kristol, Howe, Kazin, etc., io non ho mai sentito parlare di un trotszkista in quel periodo. Il trotszkismo era confinato a pochissimi intellettuali e futuri accademici; per la classe media ebrea il mondo politica ruotava intorno al Partito Comunista.(Piu' tardi nacque uno scherzo: "Cos'è successo alla Vecchia Sinistra? I trotszkisti sono entrati in Accademia, gli stalinisti...negli investimenti edili")
L'eccezione a questo giardino di varietà comunista era mio padre, David. Mio padre emigrò negli Stati Uniti da una crisi economica polacca, impoverito e senza sapere l'inglese. Come molti emigranti dell'epoca lui era deciso a "diventare un americano", in ogni senso. E ciò significava, per lui, non solo imparare l'inglese e farne il proprio linguaggio, ma anche abbandonare i giornali e la cultura yiddish e ripulire se stesso di ogni accento. Significava anche devozione all'"American Way": governo minimo, fede e rispetto nella libera impresa e nella proprietà privata, e una determinazione di migliorarsi attraverso i propri meriti, non attraverso assistenza statale o privilegio. Gli ebrei russi e polacchi prima della Prima Guerra Mondiale, furono riempiti di ideologie e movimenti comunisti, socialisti e sionisti; e varie mescole dei tre. Ma mio padre... non ci cadde mai. Un individualista più che un socialista o un tribalista, lui credeva che la sua lealtà fosse dovuta all'America più che ad ogni sionismo o ogni entità sionista nel Medio Oriente.
Io sono cresciuto con lo stesso spirito. Tutto il socialismo sembrava essere mostruosamente coercitivo ed aberrante. In una riunione di famiglia, con infiniti giuramenti di fedeltà e devozione ai "lealisti" spagnoli, durante la guerra civile, io sputai fuori, all'età di 11, o 12 anni, un: "Cosa c'e di tanto male in Franco?" Non mi sembrava che i peccati di Franco, sebbene statalista, fossero peggiori, a dir poco, di quelli dei repubblicani! La mia domanda fu un "blocca-conversazione", questo sì. Ma non ho mai ricevuto una risposta.
1 - continua




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