Ecco perche' difficilmente si scendera' sotto i 40 $/bbls.
Le ultime "famose parole" !!
Brent Crude Falls; Oil Prices End at Nearly Seven-Year Lows - WSJ
Ha toccato anche sotto quota 38 dollari, non e' escluso si attesti attorno ai 35 nei prossimi giorni.
Putin avra il mal di pancia!!!!




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Nel 2013 il consumo di energia in Europa è tornato al livello del 1990 e le importazioni energetiche hanno coperto il 53 percento del fabbisogno. Tra i cinque maggiori consumatori europei d’energia, i meno dipendenti dalle importazioni sono il Regno Unito (46,4 percento), e la Francia (47,9 percento), al contrario della Germania (62,7 percento), della Spagna (70,5 percento) e soprattutto dell’Italia (76,9 percento). L’incertezza attuale sul perdurare della caduta dei prezzi del petrolio sta ostacolando il lavoro dei funzionari Ue incaricati di redigere il progetto per la realizzazione dell’Unione energetica. Per i cittadini europei, tuttavia, il calo dei prezzi alla pompa è una buona notizia che, in particolare nei Paesi periferici dell’Eurozona, allevia una situazione economica assai deteriorata dalla crisi. La riduzione del costo dei carburanti ha per effetto l’aumento del reddito disponibile, e quindi dei consumi delle famiglie. Allo stesso tempo, esso riduce i costi di produzione dell’industria e quelli di trasporto delle merci, portando beneficio all’economia nel suo complesso. L’aumento della massa monetaria deciso dalla Banca centrale europea, attraverso il cosiddetto "quantitative easing", si è inoltre sommato alla riduzione dei corsi petroliferi, accentuando la tendenza alla svalutazione dell’euro. L’euro debole favorisce a sua volta le esportazioni: un volano importante per i Paesi più votati all’export, come l’Italia. Il nuovo contesto ha quindi riacceso la speranza in una ripresa meno anemica delle economie in difficoltà.
Sono contemporaneamente il maggior produttore, importatore e consumatore di petrolio al mondo. L’impatto della riduzione del prezzo del greggio sulla loro economia è, di conseguenza, complesso. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, il crollo dei prezzi dovrebbe contribuire a far aumentare soltanto dello 0,1 percento il PIL nel 2015. Un aumento che, tuttavia, verrebbe controbilanciato da una crescita globale rallentata e da mercati azionari più deboli. Inoltre va tenuto conto che soltanto una parte delle riserve di petrolio da scisti bituminosi è sfruttabile economicamente con prezzi che oscillano intorno ai 50 dollari. Ciò tuttavia non significa che il flusso di petrolio da scisti sul mercato sia destinato a calare nell’immediato. Gli effetti, però, già si avvertono. A risentire della situazione sono soprattutto le società di piccole e medie dimensioni. I pozzi in attività sono scesi a 1.676, il livello più basso dal 2010. Secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s, due terzi delle società estrattive USA sono ad alto rischio d’insolvenza e il giudizio sui titoli del loro debito è "Junk" (spazzatura). Minore è invece l’impatto sulle grandi compagnie. Come effetto generale sul sistema, l’Energy Information Administration ritiene che nel 2015 vi sarà un calo del 20 percento delle importazioni di petrolio, che toccheranno il livello più basso dal 1968. Resta il fatto che il petrolio a poco prezzo ha provocato una brusca discesa del prezzo dei carburanti, riducendo i costi di produzione delle imprese e favorendo i consumi delle famiglie.
È fra i maggiori beneficiari al mondo della riduzione dei prezzi del petrolio. Il greggio rappresenta circa un terzo del valore delle importazioni, mentre le esportazioni sono molto differenziate, dai prodotti alimentari ai software. Come per la Cina, mentre il bilancio commerciale in uscita si riduce, grazie alla minore spesa per l’energia, quello in entrata rimane stabile, perché il prezzo dei beni venduti all’estero non ha subito decrementi. L’inflazione si è ridotta, portandosi dal 10 percento dell’inizio 2013 al 6,5 percento: questo dovrebbe favorire una riduzione dei tassi d’interesse, a beneficio degli investimenti. Il petrolio più a buon mercato ha contribuito a tagliare il debito estero, che ora è al 4,5 percento del PIL. Per un Paese come l’India, che ospita quasi un terzo della popolazione globale, in gran parte impegnata nell’agricoltura e che vive con meno di un dollaro al giorno, un aspetto importante è la riduzione delle spese dei sussidi per i carburanti e i fertilizzanti destinati alle coltivazioni: nell’anno fiscale che terminerà nel marzo 2015 il risparmio è stato calcolato in 41 miliardi di dollari, pari al 14 percento della spesa pubblica e al 2,5 percento del PIL. Il governo controlla il prezzo del diesel destinato ai lavori agricoli, e compensa i produttori per le perdite derivanti dal costo "politico". Ora, per la prima volta da anni, i distributori sono in grado di fare profitti a prescindere dai sussidi statali. Il primo ministro, Narendra Modi, ha già annunciato l’intenzione di liberalizzare il prezzo del diesel e porre fine alle sovvenzioni.
È il secondo importatore di petrolio al mondo su base annua, e contende il primato agli Stati Uniti. Il rapido sviluppo economico del paese, malgrado il recente calo dell’aumento del PIL, comporta una crescente domanda d’energia. Di recente, il governo cinese ha confermato che le importazioni petrolifere copriranno il 75 percento dei consumi energetici entro il 2030, e ha previsto un aumento del fabbisogno totale del 60 percento rispetto al 2013. Questo fa del Paese del Dragone uno dei maggiori beneficiari del crollo dei prezzi del greggio. Secondo dati del 2013, ogni riduzione di un dollaro del prezzo del barile si traduce per Pechino in un risparmio annuale di 2,1 miliardi di dollari. Al 2014 questo significa un risparmio di circa 60 miliardi di dollari, vale a dire il tre percento del totale delle importazioni. La Cina, per ridurre la bolletta energetica, sta stringendo accordi con diverse aziende straniere per l’esplorazione delle risorse proprie. Ma si tratta di progetti a medio/lungo periodo. Il crollo dei prezzi del greggio permetterà invece nell’immediato, secondo gli osservatori, un sostanziale miglioramento della bilancia commerciale di Pechino, considerando che la gran parte delle esportazioni cinesi consiste in beni manifatturieri, i cui prezzi non sono scesi. La riduzione dei prezzi permetterà inoltre alla Cina di portare avanti i programmi di risanamento dell’ambiente, alleggerendo il problema dell’inquinamento atmosferico che affligge le grandi città.
Con il prezzo del Brent (circa 57 dollari a barile), i giacimenti nati per essere vantaggiosi con le quotazioni attorno ai 90 dollari, sono diventati un costo non più sostenibile, specialmente tenendo conto che la maggior parte dei costi d’estrazione sono garantiti da prestiti che, in certi casi, raggiungono il 90 percento del costo totale. È il caso del gigante britannico Bp che, per le difficoltà legate allo sfruttamento dei giacimenti offshore nel Mare del Nord, ha annunciato un piano di riduzione delle spese del 10 percento, e che comprende il taglio di migliaia di posti di lavoro in tutto il mondo. Anche l’anglo-olandese Shell ha annunciato analoghi tagli. Il crollo dei prezzi ha enfatizzato i problemi già esistenti relativi agli alti costi di gestione dei giacimenti offshore britannici, facendo ventilare anche la possibilità di sospenderne l’attività, cosa finora ritenuta impensabile, dato che dal complesso delle strutture del Mare del Nord si estraggono 800 mila barili al giorno. Per Londra, che da tempo considera l’industria petrolifera una “mucca da mungere‘ grazie alle forti imposizioni fiscali, il problema non è da poco. Il sogno di aggirarlo grazie all’estrazione di petrolio da scisti – considerata fattibile, unica nell’Ue insieme con la Polonia – per ora è bloccato. Lo sfruttamento dello shale oil sarebbe antieconomico, oltre ad essere osteggiato dalle popolazioni locali. Ciò nonostante, il crollo dei prezzi petroliferi ha ridotto il tasso d’inflazione al minimo degli ultimi quindici anni, lo 0,5 percento a dicembre.
Il Paese degli Ayatollah è tra i più colpiti dal crollo del prezzo del petrolio. Il 45 percento delle sue entrate dipende dalla vendita d’idrocarburi. Il bilancio dello Stato era strutturato pensando ad un prezzo di 108 dollari al barile, ma oggi il greggio si vende quasi alla metà. La legge di bilancio per il prossimo anno fiscale, che inizierà il 20 marzo, era basata su un prezzo del petrolio di 72 dollari. L’Iran è stato quindi costretto a rivedere i calcoli, tenendo conto di un prezzo intorno ai 40 dollari al barile. Un simile aggiustamento comporta una pesantissima ristrutturazione delle finanze pubbliche, che passeranno da una dipendenza dal greggio al 45 percento, ad un mero 31,5 percento. Il vice presidente Jahangiri ha definito il crollo del prezzo del petrolio un “complotto politico‘, ma ha detto che se anche il prezzo dovesse scendere a 40 dollari, l’Iran “continuerà a cavarsela bene‘. Dai 3,58 milioni di barili al giorno del 2011, la produzione iraniana si è attestata sugli attuali 2,77 milioni, e il peso dei ricavi sull’export è sceso dal 50 percento del 2013, al 33 del 2014. Se il basso prezzo del petrolio dovesse mantenersi a lungo, l’Iran sarebbe però costretto a nuovi tagli di bilancio, aggravando una situazione economica e finanziaria già difficile. A dicembre, il governo ha deciso di offrire ai giovani la possibilità di “comprare‘ l’esonero dal servizio militare: una misura che, oltre a garantire nuove entrate, serve a ridurre i costi delle forze armate. Una scelta dolorosa, per un Paese che si sente accerchiato.
La Russia subisce pesanti conseguenze dal calo dei prezzi del petrolio, che aggrava un contesto economico reso già fragile dalle sanzioni per la crisi ucraina e dal dimezzamento del rublo rispetto al dollaro. Questi elementi hanno innescato un circolo vizioso che quest’anno dovrebbe far entrare il Paese in recessione, per la prima volta in sei anni. La Banca mondiale ha prodotto tre scenari: quello più probabile (78 dollari al barile per il 2015, 80 per l’anno successivo) vede il PIL russo contrarsi dello 0,7 percento nell’anno in corso e tornare a crescere di 0,3 punti percentuali nel 2016. Birgit Hansl, capo economista della Banca mondiale per la Federazione Russa, ha spiegato che in questo caso, si assisterebbe a un sostenuto calo degli investimenti a causa del contesto instabile, del limitato accesso ai mercati finanziari internazionali, di un calo della domanda interna. “I bassi prezzi del petrolio – ha detto Hansl – dovrebbero influenzare negativamente le capacità d’investimento delle compagnie attive nel settore delle risorse naturali‘. Il peggiore scenario possibile prevede un prezzo del petrolio oscillante tra i 70 dollari al barile del 2015 e i 72 dell’anno successivo. In tal caso, l’economia russa si contrarrebbe di 1,5 punti percentuali nel 2015, e aumenterebbe invece dello 0,3 percento l’anno prossimo. Nel caso in cui, invece, il prezzo del barile salisse a 85 dollari di media nel 2015, Mosca potrebbe evitare la recessione e crescere nel 2016 dello 0,5 percento. Le compagnie energetiche russe dovrebbero comunque reggere il peso del crollo dei prezzi petroliferi. Stando agli stress test condotti dall’agenzia Fitch, anche in presenza di un costo medio del petrolio a 55 dollari al barile, e di un dollaro a quota 60 rubli, le entrate delle aziende dovrebbero diminuire solo del 23 percento. Questo grazie a tre fattori: un regime fiscale progressivo che si adatta all’andamento del mercato petrolifero; un tasso di cambio flessibile, che consente al rublo di deprezzarsi in risposta al calo del prezzo del petrolio; il fatto che il prezzo del gas, calcolato in rubli, diminuisca più lentamente rispetto a quello del petrolio, nel caso in cui il deprezzamento del rublo non sia superiore al calo del prezzo del greggio. Sono calcoli che, tuttavia, non tengono conto di un’eventuale degenerazione della guerra civile in Ucraina: che avrebbe pesanti conseguenze sulle esportazioni di gas, e sull’economia russa in generale.
Il calo suscita preoccupazione. Il primo ministro, Abdelmalek Sellal, ha annunciato il congelamento dei progetti d’investimento “non urgenti‘ per il quinquennio 2015-2019, come l’ampliamento delle reti ferroviarie e dei trasporti urbani. Il ministero degli Esteri ha deciso di ridurre gli aiuti concessi a Paesi africani come la Mauritania, il Niger, il Mali e il Burkina Faso, ma anche ai gruppi indipendentisti come il Fronte Polisario. Secondo le parole del ministro delle Finanze, Mohammed Jalab, “il calo del prezzo del greggio porterà ad un aumento delle spese statali del 15 percento‘. Il Centro algerino di ricerca applicata per lo sviluppo economico ha calcolato che il Paese dovrebbe comunque resistere al calo dei prezzi grazie alle riserve in valuta estera e alle politiche di sviluppo. Il governo ha difatti deciso di usare le riserve monetarie del Paese, (circa 59 miliardi di dollari), per ripianare il deficit di bilancio che nel 2014 ha superato i 46 miliardi di dollari. Il surplus commerciale dell’Algeria è sceso del 53,5 percento nel 2014 rispetto all’anno precedente, a causa dell’aumento delle importazioni e della riduzione degli utili energetici, in seguito al calo dei prezzi del petrolio. Le esportazioni di petrolio e di gas, che rappresentano il 95,94 percento del totale delle vendite all’estero, sono diminuite del 4,5 percento nel corso dell’anno precedente. Il livello delle entrate annuali nella compagnia petrolifera nazionale, la Sonatrach, è sceso a 60 miliardi di dollari nel 2014, contro i 63 dell’anno precedente e i 74 del 2012.
Diversa la situazione della Norvegia che, per dimensioni, ha necessità energetiche interne minori del Regno Unito ed è perciò il terzo esportatore mondiale di petrolio dopo Arabia Saudita e Russia. Nell’economia norvegese il petrolio del Mare del Nord rappresenta il 50 percento delle esportazioni e il 22 percento del PIL. Il calo dei prezzi rischia di avere pesanti conseguenze sul bilancio. Statoil, la compagnia petrolifera controllata dallo stato al 67 percento e che produce il 70 percento del gas e del petrolio norvegesi, ha già annunciato il taglio di 1.900 posti di lavoro, e ha ridotto gli investimenti al 2016 dell’8 percento, oltre ad essersi disfatta di assetti per 22 miliardi di dollari. Secondo gli esperti, tuttavia, la produzione norvegese non dovrebbe diminuire fino al 2025, grazie alla recente scoperta dei giacimenti vicini al confine marittimo con la Russia. Il futuro appare comunque incerto, visto che, secondo le stime, l’industria petrolifera norvegese potrebbe rimanere competitiva solo fino a un prezzo di 43 dollari al barile.
Anche il governo della Nigeria, membro dell’OPEC ed ottavo esportatore al mondo, guarda con grande apprensione alla caduta dei prezzi del petrolio. Secondo l’Istituto di statistica nigeriano, nel 2015 l’economia del Paese dovrebbe subire una contrazione dell’1,2 percento, mentre l’Economist Intelligence Unit prevede che quest’anno le entrate derivanti dalle esportazioni di greggio non supereranno i 67 miliardi di dollari: il 18 percento in meno rispetto allo scorso anno. La Nigeria è la più grande economia e il principale esportatore africano di petrolio, ma la sua dipendenza dal greggio – che vale circa il 90 percento dell’export e garantisce i due terzi delle entrate statali – la rende estremamente vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi. Secondo gli esperti internazionali, per coprire le attuali spese di bilancio dello stato, il greggio dovrebbe attestarsi attorno ai 120 dollari al barile: grosso modo il doppio dell’attuale. A novembre il governo è stato quindi costretto a tagliare le spese di 4.300 miliardi di naira (pari a circa 23 miliardi di dollari), mentre la Banca centrale ha pilotato una svalutazione della moneta dell’8 percento, nel tentativo di arrestare il declino delle riserve di valuta estera. Provvedimenti che, adottati sulla spinta dell’emergenza, potrebbero anche influenzare le imminenti elezioni, presidenziali e legislative.
Nel paese il calo rappresenta un problema di rilevanza capitale: le esportazioni dipendono per il 95 percento dal greggio e dai suoi derivati, mentre le casse statali sono alimentate, per il 65 percento, dall’estrazione e dalla vendita dell’oro nero. Il Paese è il quinto esportatore dell’OPEC e possiede le più vaste riserve di petrolio del pianeta. Con un’inflazione vicina al 65 percento (fine 2014) e un debito estero che continua ad aumentare, è ora sull’orlo della bancarotta. Per pareggiare il bilancio, avrebbe bisogno di quotazioni medie del Brent a 120 dollari al barile, oltre il doppio di quelle attuali. Secondo uno studio dell’agenzia di rating Moody’s, se le quotazioni del petrolio si stabilizzassero intorno ai 60 dollari al barile, Caracas rischierebbe il default. Gli analisti scommettono su una simile eventualità, mentre il presidente Maduro denuncia un blocco finanziario che impedisce al Paese di accedere ai crediti internazionali. Maduro, che ha investito gran parte dei proventi petroliferi in programmi di welfare, ha già approvato una brusca riduzione delle spese statali, pari a 20 miliardi di dollari, ma secondo le agenzie di rating il taglio non eviterebbe la bancarotta. Il PIL è calato del 3 percento nel 2014, e da ora alla fine del 2017 il Paese dovrà rimborsare 10 miliardi di dollari agli obbligazionisti. Il governo sperava di recuperare i fondi dalla vendita di Citgo, la società che la compagnia petrolifera nazionale, la Pdvsa, controlla negli USA. L’operazione però non è andata a buon fine e la situazione appare sempre più complessa.

