





Il problema e' un altro
Quale sia l'equilibrio tra.risorse consumate ed il loro replenishment
Come ho gia' detto, gli usa (economicamente).si basano su un paradigma.di risorse inesauribili e crescenti; beh, e' una cazzata




Disinteressatamente parlando, secondo te la Siberia (più la Russia Europea, che comunuque è metà degli Usa lei da sola) non ha nessuna località in cui si possa fare un po di fracking e produrre un po di gas da scisti?
E' evidente che una eventuale gara di questo tipo non potrebbe che essere vinta, comunque, dalla Russia, solo per le disponibilità di risorse che ha.
Rimane che tutto questo fideismo cieco sul fracking (e ricordo che uno stato come la Francia, che non si è mai tirato indietro neanche davanti a 60 reattori nucleari, l'ha messo al bando) da parte di pappagalli che si spacciano per tuttologi (se si tratta di stelle e strisce, questi sanno tutto di tutto, dal petrolio alle armi, dal commercio all'arte...), fa più ridere della russofilia spiccia di Metabo...ma qualcuno per caso ha notizie delle tar sands? E si che non erano tanti anni fa quando ormai venivano date per rivoluzionarie anche quelle...
PS: guardate che i Brasiliani stanno già superando i 3000m...se ci riescono si aprono strade impensabili, altro che fracking. E se per sbaglio riusciamo a mettere le mani sugli idrati...ma li effettivamente ci sono problemi tecnologici non banali.




Quella del gas e del petrolio da scisti è solo una bolla temporanea e non una rivoluzione permanente che regalerà combustibili fossili a basso prezzo. Ad affermarlo, contraddicendo l'entusiasmo di molti, è Andy Hall, trader che negli anni 2000 a Citigroup fece fortuna scommettendo sull'aumento del prezzo del barile.
Redazione Qualenergia.it
31 maggio 2013
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Quella dello shale gas e dello shale oil è solo una bolla temporanea e non, come alcuni sostengono, una rivoluzione permanente che regalerà al mondo un futuro di combustibili fossili a basso prezzo. Su queste pagine lo avevamo già scritto, ma questa volta ad affermarlo, contraddicendo l'entusiasmo di molti, è un guru del trading di petrolio e gas, Andy Hall, le cui scommesse sul petrolio gli sono valse negli anni 2000 un salario da 100 milioni di dollari presso Citigroup.Il rapido declino dell'output verificato in alcuni pozzi shale "significa probabilmente che l'abbondanza di risorse è solo temporanea", scrive Hall in una lettera finita nelle mani del Financial Times e destinata agli investitori di Astenbek, l'hedge found da 4,5 miliardi di dollari che Hall gestisce.Quello del gas e del petrolio da scisti è un tema caldo nel mondo delle fossili. La rivoluzione shale, che sta rendendo gli Usa esportatori netti di gas e si prevede, entro il 2030, anche di petrolio, preoccupa l'Opec, i cui ministri sono riuniti questa settimana a Vienna per uno dei due incontri annuali dell'organizzazione. Il timore è che i nuovi combustibili fossili non convenzionali spinga in basso i prezzi del barile sul lungo termine.Questa è ad esempio l'opinione del pundit del settore Dennis Gartman, che pubblicamente ha dichiarato che se fosse nei panni dei paesi Opec cercherebbe di vendere molto e subito. Non la pensa così invece l'Arabia Saudita, che non sembra temere la shale revolution (che pure sta già facendo subire cali dell'export verso gli Usa a membri Opec come Nigeria e Angola) e probabilmente nemmeno l'Opec nel complesso, che ha deciso di mantenere inalterato a 30 milioni di barili al giorno il proprio obiettivo di produzione. Ora si scopre che questa visione, cioè che gli idrocarbutri da scisti potranno influire poco sul futuro delle fossili, è condivisa anche da una personalità con un certo intuito come Hall, che ha fatto i soldi scommettendo che nel corso degli anni 2000 il barile sarebbe salito da meno di 20 dollari ad oltre 100.Le motivazioni per cui shale gas e shale oil sono un fenomeno temporaneo, spiega Hall agli investitori del suo fondo, sono tecniche: ogni perforazione dà accesso solo a una piccola sacca di gas e petrolio, anziché a vaste riserve. Per questo, nonostante i pozzi siano inizialmente prolifici, la produzione declina rapidamente: per mantenerla a un livello costante bisogna trivellare di continuo nuovi pozzi, cosa impossibile da fare senza prezzi del barile sufficientemente alti.Insomma il guru del trading sembra condividere l'analisi fatta dal report del Post Carbon Insitute di cui avevamo parlato qualche mese fa. In quello studio si riportava che i maggiori 5 pozzi di shale gas Usa attualmente in produzione hanno tassi di declino della produttività dall'80 al 95% sui primi 36 mesi e che in generale dal 30 al 50% della produzione di gas da scisti deve essere rimpiazzata ogni anno con nuovi pozzi: per mantenere il livello si dovrebbero trivellare 7.200 nuovi pozzi l'anno. Servirebbe cioè un investimento di 42 miliardi di dollari l'anno: una cifra nettamente superiore ai ricavi dalle vendite, che sono di 33 miliardi l'anno. Stesso discorso per il petrolio da scisti, detto anche tight oil o shale oil: qui 2 pozzi coprono l'80% della produzione Usa e hanno tassi di declino della produttività dall'81 al 90% sui primi 24 mesi. Sull'argomento ricordiamo anche un documento di fine 2012 del Fondo Monetario Internazionale (Qualenergia.it, Petrolio e drammatiche crisi economiche. Un report del FMI) che collegava domanda e offerta di petrolio (con dentro la bolla, così chiamata dal FMI, dello shale oil) al rischio di una nuova fase recessiva molto acuta.Gli analisti del PCI in un altro report spiegavano anche il lato finanziario della questione, ossia perché c'è ancora chi dipinge lo shale come un buon investimento, nonostante i dati di cui sopra. Nel 2011, si spiega, le operazioni di fusione e acquisizione legate agli idrocarburi da scisti a Wall Street hanno raggiunto il volume di 46,5 miliardi di dollari e sono diventate il più grande centro di profitto per diverse banche d'investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata.Per portare la produzione ai livelli attesi si è spinto a trivellare ancora di più, arrivando a un eccesso di offerta, che ha spinto i prezzi tanto in basso da essere quasi insostenibili: come detto, per mantenere la produzione servirebbero più investimenti di quanto si ricava dalla vendita. I prezzi bassi hanno aperto la porta ad altre fusioni e acquisizioni, che hanno fruttato miliardi alle banche d'investimento. Molti pozzi sono stati venduti a grandi dell'energia ma si sono anche messi in circolazione strumenti finanziari complessi come i VPP (volumetric production payments) spesso piazzati, assieme ad altri asset su riserve non provate, a investitori che - a differenza di Andy Hall - hanno scarsa dimestichezza con le complesse dinamiche della produzione da fossili, come i fondi pensione.Una dinamica che ricorda in maniera preoccupante quella che ha innescato la crisi: la corsa nel 2007 a scaricare ad altri i famigerati subprimes sui mutui. Titoli che altro non erano che promesse che non potevano essere mantenute, proprio come quella che i dati sul declino della produzione dei pozzi ci mostrano essere quella del gas e del petrolio da scisti.
La shale revolution è una bolla, parola di guru del trading | QualEnergia.it
clash bankrobber


Sul mercato americano crollano gli investimenti in gas e petrolio da scisti: prezzi bassi e rapido declino dei pozzi hanno fatto scendere il valore degli asset e i produttori hanno difficoltà a finanziare nuove trivellazioni. Sembra si stia verificando quanto prevedeva chi da tempo mette in guardia dalla cosiddetta “bolla dello shale gas”. Chi ci guadagna?
Redazione Qualenergia.it
28 agosto 2013
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Il mercato degli asset oil & gas nordamericano nei primi sei mesi del 2013 si è dimezzato rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, passando da 54 a 26 miliardi di dollari, dicono i dati di Bloomberg. Compagnie importanti come BHP e Shell hanno drasticamente ridimensionato i loro investimenti in shale gas e shale oil. La corsa a questi 'fossili non convenzionali' negli Usa frena bruscamente, gas e petrolio da scisti non sembrano mantenere le promesse di prosperità di poco tempo fa. Sta già scoppiando la bolla che qualcuno ha pronosticato?Per ora ciò che è certo è che i prezzi del gas negli Usa, scesi nel 2012 a causa dell'oversupply, e il fatto che molti pozzi stiano rendendo meno del previsto stanno dissuadendo da ulteriori investimenti e facendo calare il valore degli asset. Dopo i record degli ultimi tre anni il volume degli asset energetici scambiati sul mercato nordamericano ha toccato il minimo dal 2004.Le aziende si stanno concentrando sullo sfuttamento dei progetti già operativi e si sono praticamente fermate sul fronte nuove acquisizioni: il motivo, secondo gli analisti, è che è difficile giustificare investimenti, dato che i giacimenti ottenuti nella corsa avvenuta dal 2009 al 2012 attualmente come valore sono ben al di sotto del prezzo cui sono stati acquistati.Insomma, dopo il boom del 2008-2012 - nel quale si sono acquistati diritti di estrazione per 461 miliardi di dollari – per la prima volta da quando si sono diffuse le tecniche di trivellazione che permettono di ottenere gas e petrolio dagli scisti, gli investimenti in shale gas sono calati.Questo rallentamento, osserva Bloomberg, potrebbe durare per anni e minaccia di ostacolare la crescita della produzione di gas e petrolio. Le aziende che hanno investito nello shale nel rush degli ultimi 3 anni, ora con gli asset che valgono meno di quanto si prevedeva, si trovano a corto di risorse per finanziare nuove trivellazioni. Più i produttori sono indebitati e costretti a vendere asset per finanziarsi, più il valore di questi calerà.Insomma, sembra che stia verificandosi quanto prevedeva chi da tempo mette in guardia sull'eccessiva fiducia nel petrolio e nel gas da scisti, osservando come l'industria in questione, oltre ai noti problemi di impatto ambientale sia di dubbia sostenibilità anche dal punto di vista economico. Poco tempo fa avevamo riportato l'opinione di un guru per i trader delle fossili come Andy Hall. In una lettera agli investitori del fondo d'investimento che gestisce, Hall presentava un'analisi simile a quella fatta in un report dell'ong ambientalista Post Carbon Insitute, di cui abbiamo parlato nei mesi scorsi. In quello studio si riportava che, con i tassi di declino che hanno i pozzi di shale gas (anchedall'80 al 95% sui primi 36 mesi), dal 30 al 50% della produzione di gas da scisti deve essere rimpiazzata ogni anno con nuovi pozzi: per mantenere il livello di produzione Usa si dovrebbero trivellare 7.200 nuovi pozzi l'anno. Servirebbe cioè un investimento di 42 miliardi di dollari l'anno, molto superiore ai ricavi dalle vendite, 33 miliardi nel 2012. Stesso discorso per il petrolio da scisti, detto anche tight oil o shale oil: qui 2 pozzi coprono l'80% della produzione Usa e hanno tassi di declino della produttività dall'81 al 90% sui primi 24 mesi.Perché dunque c'è ancora chi magnifica il boom dello shale? Il Post Carbon Insitute lo spiega in un altro report: le operazioni di fusione e acquisizione legate agli idrocarburi da scisti a Wall Street negli ultimi due anni sono diventate il più grande centro di profitto per diverse banche d'investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori – si riporta - hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata.Per portare la produzione ai livelli attesi si è spinto a trivellare ancora di più, arrivando a un eccesso di offerta, che ha spinto i prezzi tanto in basso da essere quasi insostenibili. I prezzi bassi hanno aperto la porta ad altre fusioni e acquisizioni, che hanno fruttato miliardi alle banche d'investimento. Molti pozzi sono stati venduti a grandi dell'energia ma si sono anche messi in circolazione strumenti finanziari complessi come i VPP (volumetric production payments) spesso piazzati, assieme ad altri asset su riserve non provate, a investitori che hanno scarsa dimestichezza con le complesse dinamiche della produzione da fossili, come i fondi pensione.Sull'argomento ricordiamo anche un documento di fine 2012 del Fondo Monetario Internazionale (Qualenergia.it, Petrolio e drammatiche crisi economiche. Un report del FMI) che collegava domanda e offerta di petrolio al rischio di una nuova fase recessiva molto acuta e che parlava espilitamente di "bolla dello shale gas".Una dinamica che ricorda in maniera preoccupante qanto avvenuto nel 2007 con i famigerati subprimes sui mutui, titoli che altro non erano che promesse che non potevano essere mantenute. Succederà lo stesso anche con gli idrocarburi da scisti, ossia: la bolla scoppierà? Staremo a vedere, ma di certo i dati sul crollo degli investimenti sul mercato nordamericano ci dicono che siamo più vicini alla resa dei conti.
Shale gas e shale oil, verso lo scoppio della bolla? | QualEnergia.it
clash bankrobber


La Russia ha le prime riserve al mondo tecnicamente usufruibili di Shale Oil, non gas, quelle sono in USA (Shale Gas):
EIA report - U.S. #1 in Shale Gas Reserves, Russia #1 in Shale Oil Reserves
I 2/3 delle riserve usufruibili si shale gas sono in 6 paesi:
USA
Cina
Argentina
Algeria
Canada
Messico
Mentre per il petrolio:
Russia
USA
Cina
Argentina
Libia
Venezuela
Quindi per quanto riguarda il GAS la tua considerazione non ha basi, l'ha nel caso del petrolio, ma l'impatto nei prezzi lo si e' avuto difatti nel GAS.
Oltre a questo non e' che scavi un buco per terre ed estrai shale gas, servono delle tecnologia ed un know How specifico, che Gazprom non ha nella stessa quantita' delle aziende operanti nel settore gia' da tempo.
Paesi come USA, o Russia possono svilppare i deposito shale di gas e/o petrolio, ne hanno lo spazio, la Francia e' uno "sputo" per cosi dire, densamente popolato.
Per quanto concerne le "Tar Sands" dovresti chiuederlo ai Canadesi:
Petrobras sta investendo moltissimo in tecnologie per la produzione a grandi profondita' dato che li hanno le enormi riserve, o se per quello, anche il Messico sta aprendosi, finalmente, agli nvestimenti nel settore, il che dovrebbe portare il know per i giacimnti non sfruttati al largo di Veracruz, che con le tecnologia in essere a Pemex al presente non era sfruttabili.
Ma quello e' appunto petrolio, non gas.
Globalizzazione..... si grazie.

