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  1. #2561
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Non è vero che l’Italia ha tagliato 30 miliardi di spesa pubblica
    Il deputato PD e commissario alla spending review Yoram Gutgeld[J] ha presentato alla Camera dei deputati, lo scorso 20 giugno, il rapporto sulla revisione della spesa.
    Per il 2017 ha parlato di “risparmi” per 29 miliardi e 947 milioni e per il 2018 altri, previsti, per 31 miliardi e 500 milioni. Un risultato tanto impressionante che anche il Financial Times, l’indomani, ha titolato: “Italy to cut spending by €62.5bn over two years” [L’Italia taglierà le spese per 62,5 miliardi in due anni].
    Davvero l’Italia ha tagliato o sta per tagliare la spesa pubblica di circa 30 miliardi l’anno? Si tratta di numeri molto consistenti in termini assoluti, e di un certo peso anche in rapporto alla spesa pubblica complessiva, che nel 2016 è stata di circa 830 miliardi di euro. Proviamo a fare qualche precisazione.
    1. I “risparmi” non per forza riducono
    Per prima cosa, il titolo del Financial Times è di certo scorretto, così come tutte le dichiarazioni che parlano di “tagli da 30 miliardi” senza specificare meglio.
    Lo stesso Gutgeld, infatti, riconosce all’inizio della sua relazione che i “risparmi” non si traducono automaticamente in minore spesa. Lo “spazio di bilancio” ottenuto con la spending review può essere usato – e come vedremo, è stato fatto – per abbassare la spesa, ridurre il deficit pubblico e ottenere altri risultati di finanza pubblica.
    Già nel marzo 2016, quando Renzi sosteneva ci fosse stato un taglio di 25 miliardi di euro alla spesa pubblica, la giornalista del Foglio Veronica De Romanis aveva sollevato il problema di come questa riduzione si potesse conciliare con le previsioni di Eurostat che – a politiche invariate – prevedevano un ulteriore incremento delle uscite pubbliche (da 826 miliardi del 2014 a 835 del 2016).
    “La risposta – scriveva De Romanis – la si trova sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) in una breve nota dal titolo ‘Quanto pesa la Spending Review?’. Il comunicato precisa che i risparmi per 25 miliardi di euro realizzati nel 2016 “hanno consentito di finanziare alcune delle misure a sostegno della crescita e dell’occupazione”.
    I dettagli di queste misure non sono illustrati nella Nota, ma una cosa è chiara: i tagli effettivi non possono essere 25 miliardi di euro, dal momento che sono stati utilizzati per coprire incrementi di “altra” spesa pubblica.
    Per sapere a quanto ammontano i tagli “netti” per il 2016, anche in questo caso, bisogna andare sul sito del Mef. Nella tabella a pagina 4 del documento redatto dalla Ragioneria generale dello stato (‘La Manovra di Finanza Pubblica per il 2016-2018’), si evince che, per l’anno 2016, la cifra totale della ‘variazione netta delle spese’ è pari a 360 milioni di euro, di cui 41 di spesa corrente e 319 di spesa in conto capitale”.
    Insomma, la prima conclusione importante è questa: la diminuzione della spesa pubblica nel suo complesso è stata nel 2016 nell’ordine di qualche centinaio di milioni.
    2. La questione degli 80 euro
    Lo scorso anno, Gutgeld rispose dicendo, tra le altre cose: «La spesa corrente l’anno scorso era quasi 12 miliardi di euro più bassa che nel 2014 (749,6 miliardi contro 761,5 miliardi, classificando gli 80 euro per quel che sono, una riduzione di tasse)».
    Qui c’è il secondo problema, che non è nuovo: come classificare gli 80 euro.
    Il dibattito se gli 80 euro vadano classificati come riduzione delle tasse o come aumento di spesa dura da anni tra gli economisti e vede ad esempio su fronti opposti il Ministero dell’Economia, che opta per la prima soluzione, e l’Istat, che invece nei suoi calcoli utilizza la seconda, in accordo con le regole di bilancio europee.
    Ma al di là di questa sempre verde polemica, come nota Mario Seminerio su Phastidio.net, stavolta il problema non si esaurisce qui.
    Nel rapporto presentato da Gutgeld il 20 giugno scorso, infatti, gli 80 euro vengono prima fatti pesare (circa per la metà) nella riduzione della spesa. Poi si sostiene che i risparmi ottenuti vengono utilizzati per finanziare una serie di misure: riduzione del deficit, riduzione della pressione fiscale, ammodernamento e ampliamento dei servizi pubblici, dove per oltre la metà (12,7 miliardi su 23,8 totali) sono “prestazioni sociali”.
    Ma la riduzione della pressione fiscale (dal 43,6% al 42,3%) dipende, di nuovo, in gran parte dagli 80 euro. Così come le “prestazioni sociali” sono quasi esclusivamente gli 80 euro.
    Ovvero: la misura con cui si sostiene di aver ridotto in buona parte la spesa è anche la destinataria di molte risorse che sono derivate dalla riduzione della spesa.
    Seminerio descrive questo meccanismo come “un moto perpetuo”, che però non funziona se non facendo ampiamente ricorso al deficit, cosa che in questi anni è stata possibile – con qualche brontolio da Bruxelles – grazie a un miglior rapporto deficit-Pil dovuto alla fase di espansione dell’economia europea.
    3. Come si arriva a 30 miliardi
    Oltre ai miliardi provenienti dalla misura degli 80 euro, contribuiscono al totale di 30 miliardi stimati anche il blocco del turnover nella pubblica amministrazione, che ha diminuito il personale nel triennio 2013-2016 di 84 mila unità (al netto del comparto scuola), e quindi anche il suo costo, e il rafforzamento degli acquisti centralizzati nelle PA.
    A questo ultimo obiettivo hanno concorso il rafforzamento di Consip e l’istituzione dei Tavoli dei soggetti aggregatori, col dl 66/2014, che ha generato un risparmio medio del 23% per le gare in cui quei Tavoli sono intervenuti.
    Conclusioni
    È sicuramente sbagliato parlare, come ha fatto il Financial Times, di un “taglio” della spesa pubblica di 60 miliardi in due anni. La spesa pubblica italiana, nel suo complesso, non registra diminuzioni significative. Secondo il DEF 2017, dagli 825,4 miliardi di uscite pubbliche del 2014 si è passati a 830,1 nel 2015, a 829,3 nel 2016 e per il 2017 è previsto un totale di 826,9 miliardi di euro. Una riduzione, qualora si avverasse, di soli 2,4 miliardi di euro.
    Non è vero che l?Italia ha tagliato 30 miliardi di spesa pubblica


  2. #2562
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    E’ ufficiale, ha vinto Igor il russo: e noi vorremmo bloccare i porti? Comunque, ora Macron è stronzo

    Di Mauro Bottarelli , il 30 giugno 2017


    Poi non dite che l’intemerata del ministro Minniti contro l’UE non sia servita a qualcosa: ieri al porto di Salerno è infatti arrivata la nave Rio Segura della Guardia Civil spagnola con a bordo 1215 clandestini, tutti di nazionalità che la guerra l’hanno vista con il binocolo. Ebbene, non solo i simpatici amici spagnoli ce li hanno portati con tanta premura ma, in ossequio al timore suscitato dal nuovo corso del Viminale, lo hanno fatto dopo averli raccattati nelle loro acque territoriali! Ovvero, salvati in territorio spagnolo dalla polizia spagnola e portati a Salerno, perché saranno anche iberici ma mica sono stronzi di portarseli a casa loro. Che grandi risultati! Quasi come quelli incassati al vertice preparatorio del G20, una carrellata di complimenti e leccate di culo da annuario olimpico e, alla fine, un unico, vero risultato concreto:

    Emmanuel Macron che, candido come un giglio, dice chiaro e tondo che l’Europa deve intervenire in ambito solidaristico fra Stati membri solo per i richiedenti asilo, per quanto riguardo i migranti economico sono tutti cazzi dell’Italia. Di colpo, altra metamorfosi kafkiana: se prima l’emergenza migranti non esisteva nemmeno e adesso la riconosce anche SkyTg24, praticamente l’inferno che iberna, di colpo l’inquilino dell’Eliseo è passato da speranza per le magnifiche sorti e progressive di Francia e UE a stronzo egoista del millennio. E perché questo? Perché ha dato ai beoti di casa nostra la plastica dimostrazione di quanto siano dei pagliacci del globalismo e del politicamente coretto: sui migranti, l’illuminato di Versailles ha infatti tenuto la stessa posizione che avrebbe messo in campo Marine Le Pen, il mostro fascista che andava sconfitto a tutti i costi!

    Comunque, c’è di che essere fieri. Mentre Gentiloni andava a incassare lodi e schiaffoni a Berlino, trattato come il bimbo con problemi di apprendimento che applaudi quando riesce ad allacciarsi la scarpa e Marco Minniti veniva dipinto come un misto tra Batman e l’ispettore Callaghan, ecco che arriva la perla: la ricerca di Norbert Feher, al secolo e per tutti noi il famigerato “Igor il russo”, segna clamorosamente il passo. Le operazioni avviate da oltre tre mesi tra le campagne della Bassa tra Bologna e Ferrara sono passate alla temuta fase due, quella cioè che prevede il ritiro dei reparti speciali, in particolare i Cacciatori di Calabria e di Sardegna. Come riporta il “Resto del Carlino”, nella zona è rimasto solo un piccolo contingente di poche decine di uomini che potrà intervenire solo nel caso di chiamate precise e credibili.

    Insomma, Stato-Igor è finita con un clamoroso 0-1 fuori casa. Come descrivere una situazione simile? Ah sì, figura di merda. Eh già, perché o questo Igor è davvero un membro di qualche forze speciale oppure coinvolgere nelle ricerche corpi d’élite, cani molecolari, visori termici e a infrarossi, financo i droni e dover ammettere, dopo tre mesi, di non aver cavato un ragno dal buco, a casa mia configurasi come figura di merda. E nemmeno piccola, tra l’altro. Ecco come riporta la cronaca “Libero: “Tra gli inquirenti però si sono affievolite le speranze di ritrovare in quella zona il killer. Il sospetto più diffuso è che Igor sia stato aiutato da qualcuno, ha goduto a lungo di un riparo sicuro finché non è riuscito ad allontanarsi indisturbato. Resta però la convinzione che il serbo possa aver lasciato dietro di sé una traccia, quel fatidico errore atteso da ormai un trimestre che potrebbe essergli fatale: Magari lontano da qui – avrebbe detto uno degli inquirenti – ma lo prenderemo”.

    Cazzo, sembra la scena della caccia all’uomo di “Rambo”, solo che in questo caso non ci saranno armerie assaltate e paesini messi a ferro e fuoco: Igor starà bevendo un spritz e mandando cartoline agli inquirenti da chissà dove, gliene batte il belino di mettersi a fare la guerra di nervi. Quindi, con un esercito di corpi speciali schierati, il problema sarebbe stato l’aiuto di qualcuno e il rifugio sicuro: ma che cazzo volevate, che si travestisse sta spaventapasseri e si arrendesse al primo cane molecolare che alzava la zampa e gli pisciava contro? E’ in queste condizioni che vogliamo fermare i porti e bloccare l’invasione unilateralmente, in caso l’UE – come è certo – ci mandasse a quel paese per l’ennesima volta anche al vertice dei ministri dell’Interno di mercoledì prossimo a Tallin? Auguri, tanto vale consegnare le chiavi delle città agli scafisti e dichiararsi prigionieri, sperando nella pietà degli invasori.

    Ma, nonostante tutto, c’è ancora qualcuno che non abbandona il fortino del politicamente corretto da bar all’angolo. C’è qualcuno che non abdica alle stronzate sostenute finora e, anzi, le ribadisce con orgoglio sui social. Eccolo,

    in tutto il suo splendore di corrispettivo mediatico al maschile di Laura Boldrini. Ma io lo capisco, perché dopo le inchieste del procuratore Zuccaro, tutto serve alle ONG tranne che altro casino attorno alle loro attivtà benemerite di traghetti per clandestini. Ed è la realtà a confermarlo. L’altro giorno, il quotidiano britannico – e di sinistra – “The Guardian” ha fatto il punto sul drastico calo delle donazioni alle associazioni non governative che si occupano di rifugiati e di richiedenti asilo. Da settimane in cui si arrivava a raccogliere fino a 20mila sterline, ora si stenta a superare poche migliaia di sterline al mese: in particolare, sembra venuta meno la spinta emotiva seguita alle grandi tragedie oppure alla pubblicazioni di immagini o servizi simbolo come quella del cadavere del piccolo Aylan, trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel settembre 2015. Insomma, senza “fake pics” tipo il bimbo pieno di polvere portato all’ospedale dagli “Elmetti bianchi” o la “Anna Frank di Aleppo”, non entra in cassa una lira.

    A fornire queste cifre è Help Refugees, una sigla che riunisce oltre 70 ONG in tutto il mondo, impegnate a vario titolo nel soccorso e nell’accoglienza dei migranti: “È come se ci fosse un logoramento nella compassione”, spiega la portavoce Annie Gavrilescu. Più che altro, un logoramento dei bilanci, visto che Help Refugees arriva a gestire fino a 10 milioni di euro l’anno, in parte provenienti anche da vip e fondazioni, ovvero chi vive in ville e appartamenti in centro con allarmi, cani da guardia e personale armato alle porte. Chissà, magari ci arriverà anche Mentana a capire che – al netto del buon cuore – la gente ne ha un filino pieni di coglioni di gente che per lavoro – perché sono pagati, i cosiddetti “volontari”- fa da taxista a chi non ha diritto di stare a casa mia ma mangia e dorme gratis, salvo lanciarsi in attività ricreative come il furto, lo spaccio, la violenza sessuale o qualche altro passatempo tipico della loro cultura, la stessa che dovrebbe arricchirci attraverso la multi-etnicità. Ah, senza scordare che ci pagheranno le pensioni, grazie allo spaccio di coca o al furto di catenine, tutte attività su cui notoriamente si pagano tasse e versano contributi.

    Comunque la colpa è ancora una volta di Minniti. Che cazzo gli è venuto in mente di sottolineare che, in caso di chiusura unilaterale dei porti, le navi delle ONG straniere resteranno al largo? Di fatto, ha confermato tacitamente i dubbi avanzati dal procuratore Zuccaro, uno che per Mentana è come la kriptonite per Superman. Dopo i segreti di Fatima, c’è quello delle ONG, sante e benedette a prescindere. Un po’ come Macron, per un paio di settimane dipinto come un gappista di via Rasella dall’intera pletora della sinistra champagne italiana e ora trattato come la peggiore delle fidanzate infedeli. Chissà, magari lo stesso destino toccherà anche ai taxisti del Mediterraneo tra poco.

    E, attenzione, non che la cosiddetta destra di questo Paese stia meglio, se il faro a cui guardare è Silvio Berlusconi, il quale ieri ha monopolizzato il tg di famiglia (perché lui è liberale) per lanciare un Piano Marshall per l’Africa. D’altronde, però, c’è da capirlo: un’aquila non è mai stato di suo, poi da quando le pilloline blu convogliano unidirezionalmente il sangue laggiù, in testa non è che ne affluisca granché. Godiamoci lo spettacolo, tanto il cosiddetto salvabile è talmente poco che dubito valga la pena di sforzarsi: quando uscendo di casa per andare al supermercato, ci sembrerà di essere a Lagos, forse capiremo. E ringrazieremo sentitamente Mentana per i suoi post.

    P.S. Comunque, non lamentiamoci troppo, il paraculismo è paneuropeo, non riguarda solo noi. Poco fa, infatti, il Bundestag tedesco ha dato il via libera ai matrimoni gay, dopo che Angela Merkel ha lasciato libertà di coscienza ai suoi deputati. Lei, la Cancelliera, si è però premurata di rendere noto urbi e orbi di avere votato contro, perché a suo giudizio “il matrimonio rimane tra uomo e donna”. Della serie, lasciando libertà di coscienza getto la rete per intercettare qualche voto liberal in uscita ma, contestualmente, ribadisco forte e chiaro al mondo che io sono la democristiana di sempre, tanto per non far incazzare quei bavaresi bigotti della CSU. Servi. Dei servi.

    https://www.rischiocalcolato.it/2017...n-stronzo.html
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #2563
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    https://www.rischiocalcolato.it/2017...-migranti.html

    Ricordate le barricate “razziste” di Cona? Ora le fanno i migranti lì ospitati. Contro altri migranti


    Di Mauro Bottarelli 16:08 | “Oggi le comiche” fa un baffo a questo Paese, siamo veramente alla frutta. Mentre ci camminano con i tacchi a spillo sui coglioni h24 per ricordarci che l’accoglienza è un dovere, ...
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  4. #2564
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ingiunzione di decesso
    Pubblicato da Berlicche
    Le pareti dello studio erano di un colore grigino chiaro, un poco stinto, ma non così stinto come gli abiti del signor Magnolia e di sua moglie. Ambedue avevano visto giorni migliori; il taglio risaliva a parecchi anni prima, e di sicuro erano stati parecchio usati. Il completo dell’avvocato, in contrasto, appariva nuovo, persino sgargiante al confronto, di una tonalità pastello così intensa da apparire quasi falsa come il suo sorriso.
    I coniugi si accomodarono timidamente, muovendosi a disagio. L’avvocato intrecciò le dita delle mani sotto il mento. “Allora, in cosa posso esservi utile?”
    “Abbiamo ricevuto una busta del ministero”, disse l’uomo quasi esitando. “Margherita, tirala fuori…”
    La donna estrasse dalla borsa una busta giallina, che l’avvocato afferrò prontamente. “Ah”, esclamò, “una ingiunzione di decesso obbligatorio!”
    Aggrottò le ciglia. “Qui dice ‘Giovanni Magnolia’. Sarebbe lei?”
    L’uomo annuì. “Sì, sono io. Lì dice che, per il mio bene, devo essere sedato e privato di alimentazione fino al decesso. Ma non sono malato!”
    L’avvocato si sporse leggermente. “Ne è sicuro? Non mi sembra troppo in salute. Cosa le hanno detto all’ospedale?”
    “Ma io non sono mai stato all’ospedale!” scoppiò l’ometto. “Da quando mi hanno tolto le tonsille, a nove anni. Io quei dottori lì non li ho mai visti né sentiti.”
    L’avvocato continuò a leggere. “Eppure qui dicono che lei è malato terminale, non ha speranza di guarigione, e quindi per alleviare le sofferenze e innalzare la qualità della sua vita lei deve morire il più in fretta possibile.”
    “Ma chi? Chi sono questi?” gemette il signor Magnolia
    “Dottori. Dottori importanti, Primari addirittura. Almeno, così si dice. A quanto pare lei non ha nessuna speranza, e non c’è cura.”
    “Ma io sto benissimo!”
    L’avvocato scosse la testa. “Dottori così importanti non si possono sbagliare. Non c’è niente da fare.”
    L’uomo sbiancò. “Ma…cosa vuol dire tutto questo? E’ un errore, è chiaramente un errore! Io farò ricorso!”
    L’avvocato fece schioccare le labbra. “Come suo consigliere legale, glielo devo sconsigliare. Questo genere di ricorsi non va mai a buon fine. Come le ho detto, i dottori e il ministero non si possono sbagliare. Ci sono dei precedenti precisi.”
    “Vuole dire che i giudici non ci darebbero ragione? Contro l’evidenza?”
    L’avvocato agitò una mano, come a congedare la possibilità. “L’evidenza non è mai influente in queste faccende. Sì, un appello contro l’ingiunzione ci farebbe guadagnare qualche mese…ma a che prezzo?”
    “Come, a che prezzo?”
    L’avvocato sospirò. Questi erano proprio fuori dal mondo. “Come le ho già detto, non troverà nessun giudice disposto a dare contro dei luminari, degli scienziati, e contro la giurisprudenza acquisita. Se lei deve morire, deve morire, se ne faccia una ragione. Ma per ogni giorno perso – pardòn, da lei guadagnato – la sua famiglia sarà costretta a versare allo stato e ai dottori migliaia di euro a titolo di risarcimento.”
    “Risarcimento? E risarcimento di cosa?” scattò Magnolia.
    “Del tempo che lei ha perduto nel suo diritto a morire dignitosamente, nonché quello dei vari infermieri eccetera eccetera che sono stati costretti a guardarla prolungare il naturale decorso della sua esistenza. Se oltrepassa la data indicata, poi, la sua pensione verrà sospesa indefinitamente.”
    Il signor Magnolia parve accasciarsi. “Ma non ha senso. Dovrei pagare perché voglio vivere?”
    “E’ il minimo. Lei va contro decisioni acquisite, e fa perdere tempo al giudice ed allo Stato, che di sicuro potrebbe impiegarlo meglio.”
    “Migliaia di euro, ha detto? Ma io non ho tutti quei soldi…”
    L’avvocato si disse mentalmente”C’ho azzeccato”. “Ragione in più per non mandare in bancarotta la sua famiglia. Guardi, è anche fortunato: probabilmente se rispetta le date indicate la sua vedova prenderà in parte la sua pensione…”
    La futura vedova scoppiò in lacrime, e l’uomo le mise una mano sulla spalla. “Ma forse potrei…fuggire…”
    “Per andare dove? Si ricordi, l’ingiunzione di decesso è obbligatoria. In caso facesse perdere le sue tracce le leverebbero tutto. No, dia retta: vada in una bella clinica, si faccia sedare e non ci pensi più.”
    “Come, in una clinica? Devo anche pagare per morire?”
    “Ma certo! La clinica deve essere certificata: vuole mica che l’ammazzino degli scalzacani? Ci sono quelle pubbliche, volendo, ma se mi ascolta spende qualche soldo e sta sicuro che di non svegliarsi a metà del – uhm – trattamento. Sgradevole, sarebbe, per tutti. Se desidera, sarò ben lieto di indicargliene una che farà al caso suo.”
    I coniugi si alzarono. L’avvocato, sulla soglia dell’ufficio, strinse loro le mani. “Allora, condoglianze vivissime. Felice di essere stato d’aiuto. Se, andando, volete regolare con la mia segretaria…”
    https://berlicche.wordpress.com/2017...ne-di-decesso/


  5. #2565
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Johnny lo Zingaro in fuga, ricercato in tutta Italia e all'estero - Cronaca - ANSA.it

    Igor due , la vendetta.

    Molto pericoloso, già evaso due volte, girava libero tutti i giorni.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #2566
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #2567
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    » CRONACA sabato 01/07/2017

    Banche popolari Venete, il contratto segreto tra il Tesoro e banca Intesa: dallo Stato 1,3 miliardi per gli esuberi
    Lo Stato pagherà 332 mila euro per ognuno dei 3.874 esuberi degli istituti




    Banche popolari Venete, il contratto segreto tra il Tesoro e banca Intesa: dallo Stato 1,3 miliardi per gli esuberi
    di Carlo Di Foggia e Giorgio Meletti | 1 luglio 2017
    | 10
    All’alba di lunedì 26 giugno scorso, nello studio milanese dell’avvocato Carlo Pedersoli, Fabrizio Viola e gli altri commissari liquidatori di Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno firmato la cessione a Intesa Sanpaolo delle parti buone delle due banche, valutate da bilancio 43 miliardi di euro. Il chief governance officer di Intesa Paolo Grandi, appositamente delegato dal cda della sua banca, ha firmato a sua volta il contratto “riservato e confidenziale” predisposto dal notaio Pier Gaetano Marchetti e ha contestualmente pagato il corrispettivo di 1 euro, diviso in due distinti pagamenti da 50 centesimi per ciascuna banca. Dalle 123 pagine del contratto non si evince se Grandi si sia presentato con le due monetine o abbia provveduto con appositi bonifici o assegni circolari.

    Si evince però che una delle clausole ha imposto al governo di versare a Intesa sull’unghia, entro la sera stessa di lunedì, 4 miliardi e 985 milioni di euro, pena la decadenza del contratto. E che, per mandare via 3.874 persone, Intesa avrà dallo Stato un contributo a fondo perduto di 332 mila euro per ciascuno. Tra gli impegni con la Commissione europea, che ha approvato tutto senza fiatare, si precisa che questi “aiuti di Stato” si riferiscono a 3 mila esuberi di Intesa e a 850 di Vicenza e Montebelluna. Non è che ciascuno se ne andrà con 332 mila euro: il contratto precisa che, qualora Intesa riuscisse a cacciarli spendendo meno, ciò che avanza della sovvenzione statale si intende incamerato, a maggior gloria dei dividendi futuri. Sarà una bella lotta, ma la lotta vera sarà quella dei dipendenti di Popolare Vicenza e Veneto Banca: nel contratto si legge che, dopo i 3.874, “ulteriori tagli possono essere decisi da Intesa”.

    Si evince anche, leggendo attentamente il contratto, che Intesa acquisisce gli immobili delle due banche venete, valorizzati dagli ultimi bilanci in oltre 500 milioni di euro, e tutte le altre “attività”, attraverso contratti di acquisto “esclusi da Iva e assoggettati alle imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura fissa di euro 200”. Sì, 200 euro, senza altri zeri. Così prevede il decreto legge approvato di corsa domenica scorsa.

    Il contratto dimostra che il governo Gentiloni, per uscire dall’angolo in cui si era ficcato con le due banche venete, ha appaltato al numero uno di Intesa Carlo Messina la sovranità del Parlamento italiano. A pagina 21, la clausola 10.1.1 (a) così descrive una delle cinque “condizioni risolutive”: “Qualora il decreto legge Banche Venete non fosse convertito in legge (ovvero fosse convertito con modifiche e/o integrazioni tali da rendere più onerosa per Intesa Sanpaolo l’operazione), e non fosse pienamente in vigore entro i termini di legge”. Il Parlamento non è dunque padrone di cambiare una virgola del decreto legge perché Intesa farebbe saltare per aria il Veneto tutto.

    La limpida prosa notarile di un grande professionista come Marchetti ha il pregio di chiarire il marchingegno che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si è fatto imporre da Messina quando – dopo essersi fatto prendere in giro per mesi dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager e dalla Bce – ha capito che si stava schiantando contro un muro. Il 18 giugno, di domenica, la banca Rothschild, advisor del governo, ha invitato Intesa e “altri potenziali investitori” a presentare un’offerta per acquisire la polpa delle banche venete malate. Il 20 giugno i portavoce di Padoan hanno detto: “La ricapitalizzazione precauzionale a carico dello Stato non è ancora tramontata”. Pietosa bugia. Il 21 giugno Intesa “ha manifestato il proprio interesse a valutare l’eventuale acquisto di certe attività”, ponendo condizioni ultimative. Il 23 la Bce ha dichiarato le due banche likely to fail, sull’orlo del fallimento. Il 25 giugno il governo ha emanato il decreto scritto sotto la dettatura di Messina e Padoan ha messo le due banche in liquidazione coatta amministrativa.

    Nel contratto non ci sono notizie sugli accordi presi da Padoan e Messina tra il 21 e il 25 giugno. Però se ne vedono i risultati. Intesa, oltre a 1,3 miliardi di sovvenzione per gli esuberi, incassa un non meglio specificato contributo statale da 3,7 miliardi per mantenere inalterati i suoi ratio di capitale: incamera 30 miliardi di crediti, pretende e ottiene dallo Stato quel 12,5 per cento di nuovo capitale a fronte del rischio di credito.

    Dal punto di vista della solidità patrimoniale sarebbe stato lo stesso se lo Stato avesse versato i 3,7 miliardi in cambio di azioni, attraverso un aumento di capitale. Così i soldi del contribuente non sarebbero andati a fondo perduto. Ma lo Stato, con il 7,5 per cento del capitale, sarebbe diventato il secondo azionista di Intesa dopo la Compagnia di San Paolo. Messina non poteva infliggere ai suoi azionisti la diluizione e lo stravolgimento dei rapporti di potere. E infatti nel contratto dichiara le finalità con cui ha “salvato” le due venete. Tutto fuorché aiutare Padoan: “Rafforzare la propria presenza nelle Regioni del Nord Est e in Sicilia (tanto il decreto ha escluso l’applicazione della legge Antritrust, ndr), estrarre valore dall’acquisizione attraverso l’applicazione delle best practice del Gruppo Intesa Sanpaolo in tutti gli ambiti di attività”.

    Per Messina è un affarone. Un po’ meno per azionisti e obbligazionisti subordinati delle due venete: lo Stato avrà precedenza assoluta sui soldi prodotti dalla liquidazione fino a che non si sarà ripreso i 5 miliardi dati a Intesa. Per questo le speranze di investitori grandi e piccoli di rivedere un solo euro sono quasi a zero.



    di Carlo Di Foggia e Giorgio Meletti | 1 luglio 2017

    Banche popolari Venete, il contratto segreto tra il Tesoro e banca Intesa: dallo Stato 1,3 miliardi per gli esuberi - Il Fatto Quotidiano
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #2568
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Ne ha parlato Giulio Cainarca stamani a Onda libera su RPL, negli ultimi miniti di trasmissione.

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  9. #2569
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Per cortesia, Eri, metti l'articolo anche nelle monete, dove si parla del sistema bancario più sano al mondo.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #2570
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Per cortesia, Eri, metti l'articolo anche nelle monete, dove si parla del sistema bancario più sano al mondo.
    Mai dare dei soldi in mano a degli idagliani , raramente finiscono bene.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

 

 
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