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    BABY GANG ECCETERA: A CHE PUNTO E’ IL COLLASSO?

    Di Maurizio Blondet , il 20 gennaio 2018.


    Alla ricerca di qualcosa da dire su quelle che i media chiamano “le baby gang di Napoli”, evidente fenomeno di deliquescenza sociale, scopro anzitutto che questa “emergenza” era già “allarmante” negli anni ’80. Grazie a un articolo di Fabio Avallone su Il Napolista: criminalità non minorile, ma infantile. Un vice questore Ermanno Corsi su Repubblica del 25 settembre 1985: “Si tratta di bambini che non raggiungono i dieci anni. Li chiamano “muschilli” perché sono veloci come moscherini. I poliziotti non riescono ad acchiapparli. E poi, se li prendono, non possono arrestarli perché, essendo minorenni, non sono imputabili. «Il dramma è che molte volte le famiglie sono al corrente di questa attività. E invece di proibirla, la incoraggiano». I “muschilli” riescono a portare a casa alla fine di una giornata di spaccio anche centomila lire.

    Nel 1991, la Commissione Antimafia rilasciò un dossier sui nuovi baby killer, ragazzini di 15/16 anni, quasi tutti del sud, semianalfabeti, che si avviavano a diventare le nuove leve della criminalità organizzata. […] Napoli è sempre presente in queste analisi, sempre al centro degli allarmi lanciati, a riprese infinite, da praticamente tutte le istituzioni. “Qualche giorno fa ci siamo angosciati per l’aggressione di Arturo il minorenne accoltellato e picchiato senza motivo da una baby gang. Sedici anni fa, nel 2002, una storia molto simile per una partitella di calcio in strada: un ragazzo di 15 anni accoltellato”.

    https://www.ilnapolista.it/2018/01/b...apoli-gomorra/

    E’ istruttivo da leggere. La degenerazione sociale e la deliquescenza familiare lì, data da almeno mezzo secolo. I bambini criminali che allarmano i media oggi sono i figli, anzi i nipoti dei criminali-bambini che allarmavano ieri, senza che nessuno abbia fatto nulla; salvo annunci come quello di Minniti, che manderà la Folgore…Che dire? Ogni tanto ripasso il saggio di Dimitri Orlov, “Le cinque fasi del collasso”,per cercare di capire a che punto siamo noi, in Italia (e in Occidente, perché anche Parigi ha le sue banlieues, la Svezia i suoi quartieri dove la polizia non entra, degli Usa non ne parliamo).



    Ebbene: scopro che le fasi del collasso sono rovesciate, rispetto a quelle che ha stilato Orlov. E’ importante ricordare che lui, ingegnere russo emigrato in Usa, ha basato il suo studio sul collasso del sistema sovietico, che ha personalmente vissuto.

    Quindi, per lui ex sovietico, il crollo è avvenuto per fasi successive, in questo ordine:

    1 Collasso finanziario

    2 Collasso commerciale

    3 Collasso politico

    4 Collasso sociale

    5 Collasso culturale.

    Vediamo dunque cosa intende per “collasso finanziario”. Negli anni ‘90, milioni di russi passarono repentinamente da un “prima” a un “dopo”.

    COLLASSO FINANZIARIO:
    Prima Dopo

    Pensioni sicure — Carità pubblica

    Valore della casa — Senzatetto, occupazioni abusive

    Investimenti —– pochi copechi

    Risparmi liquidi ……. Iper-inflazione

    Transazioni a credito ….. Baratto, transaz. contanti

    Indipendenza finanziaria…interdipendenza fisica.

    Qui, oggi, “occupazioni abusive”, gente che si vede abolire i “diritti acquisiti” pensionistici, già si vedono. L’indipendenza finanziaria che diventa “interdipendenza fisica” (quando devi preoccuparti di vicini e familiari senza reddito, dove “si diventa un peso per gli altri”, è un fenomeno solo incipiente: per esempio, i ragazzi di 40 anni che vivono a carico dei genitori o dei nonni pensionati. Ma nell’insieme possiamo dire che il Collasso Finanziario, benché lo si intuisca dietro l’angolo, ancora non è avvenuto.

    2 COLLASSO COMMERCIALE
    “Quando le merci necessarie diventano scarse e i negozi non vengono riforniti: immediati fenomeni di accaparramento. “Si forma in un istante un mercato nero dei generi di prima necessità, dallo shampoo all’insulina, forti rincari

    Prima è scarso il denaro – Dopo, sono scarsi i prodotti. E chi li ha tende a non venderli per denaro, ma per beni più tangibili come oro e gioielli. Prima ci sono gli shopping centers, dopo, i mercatini delle pulci e dell’usato; prima, i supermercati, poi le bancarelle dei contadini (e la borsanera); prima, si comprano le novità e gli ultimi modelli; dopo, vige la riparazione degli oggetti. Per esempio il negoziante ti darà le patate non per soldi, ma se gli sai riparare la lavatrice.

    Ci sembra di poter affermare che questa fase non è arrivata. Anche se in Usa ci sono segni premonitori: centinaia di centri commerciali tipo Walmart sono stati chiusi in tutto il paese e centinaia di migliaia di commessi licenziati ( i consumatori impoveriti comprano online), tanto che si parla di “apocalisse del dettaglio”. Ma ancora non dobbiamo temere i supermercati vuoti e la mancanza di pezzi di ricambio per l’auto.

    Vediamo adesso quella che Orlov indica come fase 3:

    3 COLLASSO POLITICO
    Prima Dopo

    Diritti acquisiti – Promesse non tenute

    Servizi comunali – Favoritismi locali

    Imposte e bilanci – Mazzette e concussione

    Ordine pubblico – Ronde militari o vigilantes

    Rimozione spazzatura – Cumuli di spazzatura

    Ponti e strade – Buche, deviazioni, interruzioni

    Che ve ne pare? Qui cominciamo a riconoscere il “nostro” panorama, cumuli d’immondizia compresi. Orlov racconta che il primo segnale sinistro del collasso politico che ha visto in URSS, è stato “il momento in cui i politici regionali cominciano a sfidare apertamente il governo locale”, per esempio quando il governatore della regione carbonifera di Primorye cessò di consegnare al resto della Russia il carbone, e lo vendette invece alla Cina. Noi abbiamo visto il governatore della Puglia, Emiliano, sfidare il governo centrale ostacolando con pretesti la cessione – e in ultima analisi l’operatività – dell’ILVA di Taranto. Ma possiamo allargare lo sguardo a Sicilia, Calabria e Campania: regionalismi corrotti, “secessioni” vere e proprie di interessi locali dalla comunità, particolarismi ottusi, sono all’ordine del giorno. Orlov segnala, sulla base della sua esperienza sovietica: “Il vuoto di potere lasciato dal collasso dell’autorità legittima tende ad esser riempito automaticamente dalla criminalità organizzata”. Sappiamo, sappiamo. Ancora: nel collasso del regime sovietico, ha visto “incursioni di poteri esteri nella politica interna”. E anche noi.

    Da noi, la terza fase ha “preceduto” le prime due
    Insomma sembra proprio che quella che in Urss fu solo la terza fase del collasso, qui da noi preceda le altre: la degenerazione della politica andrebbe messa al primo posto. Le due prime fasi non sono (ancora) avvenute, per un evidente motivo: sistema finanziario e grande distribuzione, globali e mutlinazionali, non dipendono dalla politica, né dai nostri politici.

    Vediamo allora le altre fasi:

    4 COLLASSO SOCIALE
    Prima Dopo

    Solidarietà – Ciascuno per sé

    Mutuo sostegno – Conflitti

    Vicinato – Bande di vagabondi

    Convivenza – Pulizia etnica

    Qui da noi vediamo “l’ognuno per sé” come ideologia quasi ufficiale del capitalismo terminale, individualismo ed edonismo transnazionale e trans gender, interpretato ovviamente nel provincialismo italiota. Vediamo la maleducazione e l’aggressività, la volgarità e l’egoismo esibiti in pubblico senza vergogna , l’inciviltà sicura di sé; l’insicurezza crescere sui mezzi pubblici, dove immigrati “accolti” terrorizzano i passeggeri , e pure gli urlano “Razzisti”; e picchiano controllori (“Razzisti!”) sapendosi protetti dalla magistratura italiota: qui la “convivenza” predicata da Boldrini e El Papa – che non vanno in autobus – può rovesciarsi in ogni momento in “Pulizia etnica” (dei negri contro i bianchi). Vediamo i muri coperti dai graffiti, manifestazione di un vandalismo corpuscolare onnipresente che esprime odio, ignoranza e disprezzo per il prossimo.

    La Classe Desiderante al potere
    Il Collasso Sociale è una realtà: ma lo subiscono solo gli italiani poveri, magari senza lavoro né prospettive di averlo più, che vivono nei degradati quartieri “multiculturali” e hanno paura. La Sinistra di Classe, che vive nei quartieri alti e protetti, dà ai poveri dei razzisti e xenofobi, ignoranti e ottusi.

    E questa è la classe che governa e comanda e impone la sua “moralità” trasgressiva. Quella che Paolo Becchi ha chiamato la “classe desiderante”: “il desiderio prodotto dalla logica del capitale” che ha messo al comando “l’individuo inteso come monade leibniziana, macchina desiderante e desiderio meccanizzato”: la classe metrosexual, vincente nella globalizzazione, il cui solo movente è: “desiderio di fottere, desiderio di fotterti” (Paolo Becchi): Perché, commenta Paolo Borgognone, “i desideri, come i capitali privati, si muovono per flussi, trascendono i luoghi e la morale e non rispondono ad alcuna morale”, avidi della “acquisizione immediata di tutto quanto possa essere soggetto a valore di scambio: desiderio di ricchezza, di figli in provetta, di matrimonio gay…”. I nuovi vandali consumatori d’alta gamma e griffati.

    (Cfr. Paolo Borgognone, Generazione Erasmus- I cortigiani della società del capitale e la ‘guerra di classe” del XXI secolo”, DAKS, 509 pagine, 25 €).

    Che questa classe ci stia già affondando nella quinta fase del collasso, quella fatale – il Collasso Culturale – è inevitabile. Essa è infatti la vincitrice della Rivoluzione Culturale del ’68: detta “culturale” perché non mirava a conquistare il potere politico per la classe operaia, ma a cambiare l’uomo e le mentalità, la “cultura” corrente. “Il 68 – ha scritto il filosofo marxista Costanzo Preve – è il momento in cui il capitalismo si allontana dalla sua genesi culturale borghese, e in cui l’uso delle droghe e scopate extramatrimoniali segna non l’anticamera di un improbabile “comunismo”, ma l’avvento di un nuovo consumo capitalistico integrale del corpo del tutto svincolato dalla etica familiare borghese”.


    https://ninofezzacinereporter.blogspot.it/2017.
    Questa è la Sinistra alla Niki Vendola, di Scalfarotto e Cirinnà, che si è impadronita dello Stato – con il voto del 30-40 per cento della popolazione. Ed ha cambiato la natura dello Stato: da istituzione che proteggeva i deboli contro i forti , i poveri contro i prevaricatori avidi, ha smantellato tutto quel che gli ha chiesto il capitalismo globale e oligarchico.

    Il peggio è che è riuscita a instaurare la sua specifica “pressione sociale”. Questa classe che si crede “anticonformista”, “è un gruppo che dà estremo valore al conformismo. Hanno i loro codici, le loro regole, i loro status tribali” (Wednesday Martin). Non ammettono nella pubblica piazza idee, concezioni del mondo e “stili di vita” che non siano i loro. Sopprimono il dibattito pubblico ed ogni critica bollandoli di razzismo, reazione, passatismo ignorante. E sono riusciti a far sì che il loro elettorato operi come polizia del pensiero contro le minoranze critiche, che violano il politicamente corretto sui negri e sui sodomiti.

    La pressione sociale non è mai stata tanto forte come oggi, ma mai è stata impiegata per imporre effetti più nefasti. Laddove la vecchia pressione sociale assicurava che fossero fermamente deplorati e sanzionati comportamenti indecenti, incivili e degradanti, oggi sono le più sensate obiezioni della ragione e della moralità (contro il gender nelle scuole, contro l’immigrazione senza limiti, magari contro le sfilate esibizioniste della perversione sessuale) che vengono additate alla vendetta popolare – che esegue convintamente il linciaggio mediatico – e spesso alla “giustizia” dei tribunali. Quei tribunali che assolvono come un eroe un istigatore al suicidio.

    E così ci portano al Collasso Culturale. Ci siamo già? Vediamo come lo delinea Orlov: “Persa la fiducia che “la tua gente si prenderà cura di te”, si perde la fiducia nella bontà dell’umanità. Le persone perdono la loro capacità di “gentilezza, generosità, considerazione, affetto, onestà, ospitalità, compassione, carità”. Le famiglie si sciolgono e competono come individui per le risorse scarse. Il nuovo motto diventa “Possa tu morire oggi perché io possa morire domani.”

    E non chiamatevi vittime. Come disse Orwell, quelli li avete eletti voi. Avete, come maggioranza, fatto pressione sociale a favore dei loro “stili di vita”. Avete zittito chi vi avvertiva. Non siete vittime. Siete complici.


    Su cosa poggia la democrazia per Orwell.

    https://www.rischiocalcolato.it/2018...-collasso.html
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  2. #2762
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    Italia in armi dal Baltico all’Africa

    di Manlio Dinucci
    RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 16 GENNAIO 2018
    FRANÇAIS ESPAÑOL
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    Che cosa avverrebbe se caccia russi Sukhoi Su 35, schierati nell’aeroporto di Zurigo a una decina di minuti di volo da Milano, pattugliassero il confine con l’Italia con la motivazione di proteggere la Svizzera dall’aggressione italiana? A Roma l’intero parlamento insorgerebbe, chiedendo immediate contromisure diplomatiche e militari. Lo stesso parlamento, invece, sostanzialmente accetta e passa sotto silenzio la decisione Nato di schierare 8 caccia italiani Eurofighter Typhoon nella base di Amari in Estonia, a una decina di minuti di volo da San Pietroburgo, per pattugliare il confine con la Russia con la motivazione di proteggere i paesi baltici dalla «aggressione russa». La fake news con la quale la Nato sotto comando Usa giustifica la sempre più pericolosa escalation miitare contro la Russia in Europa.

    Per dislocare in Estonia gli 8 cacciabombardieri, con un personale di 250 uomini, si spendono (con denaro proveniente dalle casse pubbliche italiane) 12,5 milioni di euro da gennaio a settembre, cui si aggiungono le spese operative: un’ora di volo di un Eurofighter costa 40 mila euro, l’equivalente del salario lordo annuo di un lavoratore.

    Questa è solo una delle 33 missioni militari internazionali in cui l’Italia è impegnata in 22 paesi. A quelle condotte da tempo nei Balcani, in Libano e Afghanistan, si aggiungono le nuove missioni che — sottolinea la Deliberazione del governo — «si concentrano in un’area geografica, l’Africa, ritenuta di prioritario interesse strategico in relazione alle esigenze di sicurezza e difesa nazionali».

    In Libia, gettata nel caos dalla guerra Nato del 2011 con la partecipazione dell’Italia, l’Italia oggi «sostiene le autorità nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento del controllo e contrasto dell’immigrazione illegale». L’operazione, con l’impiego di 400 uomini e 130 veicoli, comporta una spesa annua di 50 milioni di euro, compresa una indennità media di missione di 5 mila euro mensili corrisposta (oltre la paga) a ciascun partecipante alla missione.

    In Tunisia l’Italia partecipa alla Missione Nato di supporto alle «forze di sicurezza» governative, impegnate a reprimere le manifestazioni popolari contro il peggioramento delle condizioni di vita.

    In Niger l’Italia inizia nel 2018 la missione di supporto alle «forze di sicurezza» governative, «nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area», comprendente anche Mali, Burkina Faso, Benin, Mauritania, Ciad, Nigeria e Repubblica Centrafricana (dove l’Italia partecipa a una missione Ue di «supporto»). È una delle aree più ricche di materie prime strategiche — petrolio, gas naturale, uranio, coltan, oro, diamanti, manganese, fosfati e altre — sfruttate da multinazionali statunitensi ed europee, il cui oligopolio è però ora messo a rischio dalla crescente presenza economica cinese. Da qui la «stabilizzazione» militare dell’area, cui partecipa l’Italia inviando in Niger 470 uomini e 130 mezzi terrestri, con una spesa annua di 50 milioni di euro.

    A tali impegni si aggiunge quello che l’Italia ha assunto il 10 gennaio: il comando della componente terrestre della Nato Response Force, rapidamente proiettabile in qualsiasi parte del mondo. Nel 2018 è agli ordini del Comando multinazionale di Solbiate Olona (Varese), di cui l’Italia è «la nazione guida». Ma — chiarisce il Ministero della difesa — tale comando è «alle dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa», sempre nominato dal presidente degli Stati uniti. L’Italia è quindi sì «nazione guida», ma sempre subordinata alla catena di comando del Pentagono.

    Italia in armi dal Baltico all?Africa, di Manlio Dinucci
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  3. #2763
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    IL SOSPETTO
    Carlotta Chiaraluce, i sospetti dopo la cacciata da Santoro: i brutti intrecci con De Benedetti
    Fa ancora discutere l'epurazione della dirigente di Casapound, Carlotta Chiaraluce, dal programma M di Michele Santoro dopo appena una puntata. Che tra i due non ci fosse grande simpatia era ampiamente prevedibile, ma in questo caso la militanza antifascista di Santoro sarebbe solo una comoda scusa di comodo, come la stessa Chiaraluce racconta a Il Tempo: "Non credo che Santoro non se lo immaginasse che ci sarebbero state delle polemiche, dato che già prima del programma c'era chi aveva contestato la mia presenza".
    In fondo Santoro è anche scafato uomo di televisione, della polemica si è sempre nutrito e ha saputo sfruttarla nel corso di tutta la sua carriera. Santoro deve "aver ceduto a pressioni esterne". Una mossa decisa proprio dopo il suo primo intervento nel programma, quando ha toccato tasti scomodi, primo fra tutti i fatti imbarazzanti emersi tra Carlo De Benedetti e Matteo Renzi: "Sicuramente il fatto che ho toccato il signor De Benedetti avrà infastidito qualcuno - dice Chiaraluce - In realtà queste cose Casapound le dice da sempre, solo che se vengono dette in tv in prima serata magari hanno un'eco più forte. Questo, evidentemente, non si può consentire".
    Carlotta Chiaraluce, i sospetti dopo la cacciata da Santoro: i brutti intrecci con De Benedetti - Libero Quotidiano

    Renzi, De Benedetti e Repubblica: la fine della diversità morale
    di Stefano Feltri
    Molti lettori possono aver l’impressione che tutto questo interesse alle vicende che riguardano Carlo De Benedetti, Repubblica e il Gruppo Espresso (che ora si chiama Gedi) siano questioni interne alla piccola casta dei giornalisti, regolamenti di antichi conti o sfogo di ambizioni professionali frustrate. Magari c’è pure questo, ma quanto sta succedendo intorno a Repubblica riguarda tutto il Paese o almeno quella parte, in senso lato di centrosinistra, che in quel giornale e in quel gruppo editoriale ha sempre cercato una bussola etica e culturale, ben prima che politica. Ne scrivo, pur stando in un giornale concorrente, perché di quel pezzo del Paese ho fatto (e forse faccio) parte anche io, cresciuto leggendo e talvolta ritagliando Repubblica, l’Espresso, Micromega, Limes.
    Se mettiamo in fila gli eventi di questi ultimi due anni capiamo che è davvero finita un’epoca. Il Gruppo Espresso si è fuso con l’Itedi, la società editoriale degli Agnelli che pubblica la Stampa, Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza, l’Espresso è diventato un allegato di Repubblica, molti editorialisti hanno lasciato il giornale (alcuni proprio per il Fatto), in una delle più accese battaglie politiche di questi anni, il referendum 2016 sulla riforma costituzionale, Repubblica non ha preso posizione. Il suo direttore Mario Calabresi ha dedicato più editoriali critici al sindaco di Roma Virginia Raggi che all’ex premier Matteo Renzi o a Silvio Berlusconi. Il fondatore, Eugenio Scalfari, ha detto che, dovendo scegliere tra Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio, preferisce Berlusconi, ridimensionando vent’anni di leggi ad personam e di politiche economiche contrarie a tutto quello che Repubblica e Scalfari hanno sempre professato. De Benedetti ha attaccato Scalfari in una intervista sul Corriere della Sera, ha definito le sue posizioni “un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso”. Scalfari, che ha troncato ogni rapporto, gli ha risposto martedì da Rai3, a Cartabianca, dicendo che uno arrivato a 94 anni “se ne fotte” di quello che pensa De Benedetti.
    Ultima, ma solo in ordine di tempo, la vicenda della speculazione di Carlo De Benedetti grazie alle informazioni avute da Matteo Renzi e dalla Banca d’Italia. Questa, come ha detto l’ex commissario Consob, Salvatore Bragantini, è come minimo “sconveniente”, a prescindere dal fatto che sia reato. Per mille ragioni che provo a riassumere.
    Primo: Carlo De Benedetti ha accesso a Renzi e alla Banca d’Italia non tanto perché è (stato) un finanziere di successo – l’impero economico l’ha passato da tempo ai figli – ma in quanto editore di giornali rilevanti. Il non detto di questi rapporti è che il politico o l’uomo delle istituzioni coltiva le simpatie dell’editore convinto di ottenere, per questa via, un trattamento di favore dai giornalisti. E quando poi il giornale dovesse invece dimostrarsi completamente autonomo, si genera la spiacevole telefonata del tipo “Ma come, pensavo fossimo in buoni rapporti…”. In questo si vede che Renzi non è diverso dagli altri politici che voleva rottamare, corteggia gli editori nella speranza di avere trattamenti di favore dai giornali. E De Benedetti non ritiene che invitare a cena ministri e presidenti del Consiglio possa complicare la vita ai suoi direttori ed editorialisti.
    Secondo: Carlo De Benedetti, che ha consolidato la sua carriera da finanziere in un’Italia in cui l’uso di informazioni privilegiate per fare operazioni di Borsa non era neppure reato, rivendica la correttezza del proprio operato con questa argomentazione: se avessi saputo davvero qualcosa di specifico, non avrei investito solo 5 milioni ma almeno 20. Autodifesa che diventa ammissione dell’assenza di ogni vincolo etico. Renzi, da parte sua, ha dimostrato di non avere alcun filtro, alcuna prudenza nel gestire provvedimenti e informazioni con un impatto sui mercati. Negli anni 2014-2015 a palazzo Chigi c’era un vorticoso ricambio di consulenti, amici del premier, collaboratori più o meno ufficiali che discutevano di Telecom, Eni, banca Etruria, riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Ora abbiamo chiaro con quale prudenza e quale riservatezza. Chissà quanti “casi De Benedetti” ci sono stati di cui non sappiamo.
    Terzo profilo sconveniente, nella vicenda Renzi-De Benedetti, quello più rilevante: la reazione del sistema a tutela del potere costituito. Renzi e De Benedetti fanno qualcosa, a gennaio 2015, che può essere reato o non esserlo, che può portare a sanzioni o meno. Dipende dalla valutazione che ne viene fatta. La Consob indaga e decide, nel collegio dei commissari, di non sanzionare. La Procura di Roma, a quanto emerge, praticamente non indaga affatto ma chiede subito l’archiviazione dell’unico indagato, il povero broker che esegue l’ordine d’acquisto di azioni di banche popolari arrivato da De Benedetti. La vicenda esce una prima volta sui giornali dopo gli attacchi di Renzi alla Consob di Giuseppe Vegas, riesplode ora che, con grande fatica, i parlamentari della commissione di inchiesta sulle banche sono riusciti ad avere una parte dei documenti dell’inchiesta da una molto riottosa Procura di Roma.
    I punti critici sono vari: per quasi tre anni in tanti, troppi, hanno saputo che incombeva questa bomba su Renzi (incombe ancora, visto che l’inchiesta non è stata archiviata). Non è mai una cosa sana quando un politico sa di essere potenzialmente ricattabile. Poi la Procura di Roma, che tanto zelo ha dimostrato in varie occasioni, non ha davvero niente da rimproverarsi nella gestione del caso? Perché è così importante secretare tutto? Perché il procuratore Pignatone considera grave che il contenuto delle carte sia filtrato dalla commissione banche? Non lo ha mai spiegato. E quante richieste di archiviazione vengono trattate come se fossero un segreto di Stato?
    E quando Vegas è andato allo scontro con il governo, dopo la sua mancata riconferma al vertice della Consob, rivelando gli interessamenti di Maria Elena Boschi su Etruria, sapeva di avere nel cassetto l’arma segreta: tutte le carte di quello che i suoi uffici avevano classificato come insider trading, prima che la Commissione lo archiviasse. Sicuramente non ha avuto bisogno neppure di evocare la vicenda. Lui sapeva, Renzi sapeva, chi doveva sapere sapeva. E tutti si sono comportati di conseguenza.
    E poi ci sono i giornali, parte non irrilevante di questa storia. Il giorno in cui esce la trascrizione della telefonata di De Benedetti con il suo broker, Repubblica non ha la notizia. Succede. Diciamo che è stato uno scoop della concorrenza, anche se di questa fanno parte praticamente tutti i giornali italiani incluso La Stampa, testata dello stesso gruppo editoriale. Il giorno dopo viene dato conto solo del “caso politico” intorno alla telefonata. Poi il Sole 24 Ore pubblica sul proprio sito web in modo quasi integrale il verbale di De Benedetti in Consob dove l’editore di Repubblica si difende e rivela i suoi rapporti con Renzi, Boschi, Padoan, Visco, rivendica perfino di essere stato il primo ispiratore del Jobs Act. Non una riga esce oggi su Repubblica di tutto questo. E, cosa ancora più singolare, solo un francobollo sul Sole 24 Ore cartaceo, che invece spesso ha ospitato gli editoriali di De Benedetti. Scelta bizzarra questa di regalare lo scoop on line ma di non valorizzarlo nell’edizione a pagamento. Gli imprenditori della Confindustria che ricevono ogni mattina la copia del giornale che hanno portato vicino al disastro così non hanno dovuto leggere il verbale del loro collega De Benedetti. Il Corriere della Sera dedica al caso un colonnino. Non è sempre stato così. Negli archivi si trovano ampi e completi articoli, per esempio, su quando alcuni familiari di De Benedetti sono stati sanzionati dalla Consob per 3,5 milioni per un insider trading su Cdb Web Tech, all’epoca uno dei veicoli finanziari dell’Ingegnere.
    Durante le feste ho letto un libro di qualche anno fa di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), appena ripubblicato proprio in una collana di allegati a Repubblica. E’ la storia di una maturazione politica e di una scelta individuale di Piccolo, quella di preferire una sinistra del compromesso, pragmatica e disposta a sporcarsi nella pratica quotidiana del potere rispetto a quella che invece rivendica la superiorità morale, una diversità antropologica, che considera chi vota Berlusconi moralmente disprezzabile. E’ la storia di come Francesco Piccolo ha scelto l’Enrico Berlinguer del compromesso storico al posto di quello della “questione morale” e della diversità comunista. E di come ha accettato di essere italiano, nel bene e nel male, invece che considerarsi sempre diverso, una persona un po’ migliore degli italiani raccontati dalla tv, quelli che votavano prima Democrazia cristiana e poi Forza Italia.
    Scalfari, De Benedetti e Repubblica sono stati per quarant’anni gli alfieri e la voce di un’Italia che si riteneva migliore della media, che rivendicava il diritto a fare una gerarchia di valori, a inseguire qualche ideale invece che rassegnarsi al “così fan tutti”, che guardava Silvio Berlusconi e il suo stile di vita e poteva permettersi di criticarlo. Abbiamo sempre saputo che, sotto sotto, era un po’ un’illusione, che non esiste una Italia migliore e una peggiore, che gli uomini, visti da molto vicino, sono tutti uguali o che, almeno, nessuno ha titolo di giudicare il suo prossimo. Però quell’illusione è servita, al centrosinistra e a tutta l’Italia, ha dato alla politica (soprattutto alla sinistra), agli elettori e soprattutto ai lettori una tensione etica, ha trasmesso il messaggio che poteva esistere un Paese migliore. Magari un po’ tromboneggiante e moralista, talvolta noioso, spesso più conformista di quello che era disposto ad ammettere, ma migliore. E invece, per citare Francesco Piccolo, Scalfari, De Benedetti e Repubblica hanno realizzato il loro inconfessato e inconfessabile “desiderio di essere come tutti”, perché chi è come tutti non può essere criticato da nessuno. Ma neppure può criticare. Hanno dissipato ogni illusione di alterità. E se sono tutti uguali, allora non c’è differenza tra De Benedetti e Berlusconi, tra Renzi e D’Alema, tra Salvini e Di Maio. Senza illusioni e senza questione morale restano soltanto il cinismo e l’antipolitica.
    Quando, dopo le elezioni di marzo, commentatori e politologi vorranno spiegare il tracollo del Pd e l’inspiegabile tenuta del Movimento Cinque Stelle nonostante le mille prove di dilettantismo, sarà bene considerare tra le variabili rilevanti il crepuscolo della galassia Espresso-Repubblica.
    Renzi, De Benedetti e Repubblica: la fine della diversità morale « www.agerecontra.it

  4. #2764
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Citazione Originariamente Scritto da psico Visualizza Messaggio
    L’AVVOCATA ISLAMICA SI PRESENTA IN TRIBUNALE A BOLOGNA COSÌ: ‘VI SFIDO’

    https://voxnews.info/2018/01/18/lavv...cosi-vi-sfido/


    Questa sarà l'itaglia del futuro. Provocazioni ad arte senza scuse. Il gusto della provocazione, il quale in realtà nasconde una supremazia neppure celata sulla supremazia islamica.
    Ed il cattolico solidarizza ... con l'islamico.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #2765
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Non vedo l'ora che finiscano i giorni della campagna elettorale.
    Poi sarà il Paese dei Balocchi.
    Chiunque vinca.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  6. #2766
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Gentiloni: Non trionferanno i populisti, avanti con le riforme - Politica - ANSA.it

    Come scritto in precedenza, lui ha avuto da tempo rassicurazioni i merito.
    Per questo sarebbe tutto da ridere se...
    Ma non può accadere.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #2767
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  8. #2768
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Milano. Ieri.
    Manifesti con faccioni e nomi di candidati di Forza Itaglia.
    Ce ne fosse uno non meridionale.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #2769
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    "Censura di Stato", è bufera sul bottone rosso della Polizia
    Il Viminale ha dichiarato guerra alle fake news. Contro le bufale in rete arriva infatti il 'bottone rosso' della Polizia, finestra presente sul sito della Ps online che consentirà ai cittadini di segnalare tutte quelle notizie ritenute palesemente false o quantomeno sospette. Un servizio che, soprattutto in vista delle elezioni, nelle intenzioni del ministro dell'Interno Marco Minniti che l'ha presentato ieri, servirà "a tutelare le persone di fronte a clamorose notizie infondate", "uno strumento del tutto trasparente e legittimo di servizio pubblico", ha spiegato, senza "nessuna idea di entrare nel dibattito politico". A finire sotto l'occhio della polizia postale - che verificherà le notizie segnalate per poi, una volta accertata l'infondatezza, di volta in volta dare risalto a eventuali smentite ufficiali, rimuoverla tramite i provider o, nel caso si fosse in presenza di reato, segnalarla all'autorità giudiziaria - saranno quindi notizie come, ad esempio, quella, clamorosamente fasulla, dei funerali di Toto Riina.
    Ma la strategia anti bufala pensata dal Viminale non viene accolta con il calore sperato. A scatenare la bufera fra semplici utenti e operatori dell'informazione è infatti l'idea di un 'Ministero della Verità' di orwelliana memoria. E a decine hanno deciso di protestare sui social.
    Tra le voci più autorevoli del dissenso, quella di Arianna Ciccone, ideatrice del Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia: "Quello che preoccupa e inquieta - scrive infatti la cronista su Facebook - è la mentalità che sottintende una iniziativa del genere. Un Ministero dell'Interno che delega la polizia a stabilire cosa è vero e cosa è falso. Lo fanno per proteggere i cittadini disarmati dalle false informazione. Non è compito dello Stato stabilire la verità. Quello lo fanno nei regimi autoritari. E se non siamo di fronte a un attacco diretto alla libertà di espressione, siamo comunque a piccole gocce di "veleno" instillate nelle vene della nostra democrazia".
    Ma Ciccone non è l'unica a criticare l'iniziativa denunciandone l'ambiguità. Su Facebook e Twitter sono in tanti a 'ribellarsi' al bottone rosso, definito "strumento per zittire l'informazione scomoda", "censura di Stato", "delazione di Stato", "irragionevole", "inefficace", che autorizza "il ministero degli Interni a dirci qual è la verità", introducendo il "concetto che la polizia possa giudicare arbitrariamente la liceità delle notizie". "Chi controllerà i controllori?", si chiede più di qualcuno.
    "Censura di Stato", è bufera sul bottone rosso della Polizia

    Il regresso culturale e l'illusione di sapere tutto con un clic
    Siamo in una fase di decadenza dell'alta cultura e magari anche della scienza? È un'affermazione eretica.
    Eppure potrebbe essere vero. La sera spesso sono stanco e guardo la televisione. Mostra un livello culturale molto basso. La maggior parte dei film sono gialli, polizieschi con droga, spionaggio, serial killer e sparatorie. Io leggo molto e ho l'impressione che da circa trent'anni siano scomparse la grande filosofia e la grande letteratura. L'altra sera, dopo avere lasciato due film mediocri e due bestseller banali ho aperto Le notti bianche di Dostoevskij e, fin dalle prime pagine, sono rimasto incantato, annichilito, è stato come rivedere il sole. Che meraviglioso linguaggio che incredibile fantasia, che emozioni sublimi! E mi sono detto: ma come siamo caduti in basso, dove stiamo andando? Cosa guarda, cosa legge la gente oggi, cosa impara? Le chiacchiere di Facebook, i dibattiti politici, le notizie dei telegiornali, ricette di cucina, film come cinquanta sfumature di qualcosa. Basta? Tutti mi rispondono che però c'è un grande progresso scientifico. Ma c'è davvero? Le ultime grandi scoperte in fisica le abbiamo fatte all'epoca di Einstein e di Planck e in biologia all'epoca di Watson e Crick.
    Ma, mi rispondono, abbiamo fatto straordinari progressi tecnici. Certo in chirurgia, nella robotica e sappiamo comperare tutto con un clic. Ma i nostri scienziati ormai sono tutti specialisti e non hanno più un sapere generale, non c'è più una scienza dagli ampi orizzonti che domini la tecnica e ci consenta di governare i suoi effetti prima che abbiano creato catastrofi. Non controlliamo le migrazioni, la speculazione finanziaria, le droghe, l'impoverimento di intere popolazioni, il crollo della democrazia, il predominio dei potenti e le catastrofi ecologiche scatenate dagli interessi politici ed economici lasciati liberi come cavalli impazziti. No, la tecnica non basta. Aveva ragione Heidegger, la tecnica non guidata ci porterà alla rovina. Occorre un sapere più alto, una scienza più alta, una capacità di ragionare più diffusa e più alta, un'intelligenza morale che ponga un freno e dia una direzione alla volontà di potenza e al selvaggio interesse economico.
    Il regresso culturale e l'illusione di sapere tutto con un clic

  10. #2770
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    Predefinito re: Il Paese do sole che non può essere chiamato di menta

    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

 

 
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