

"Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia"
IL DISPUTATOR CORTESE
Possono tenersi il loro paradiso.
Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.




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lo sfruttamento è diventato la regola, oltre che l'ossatura di una intera economia. «Il quadro - si legge nel dossier - è drammatico: l'80% degli intervistati fa il bracciante, e tra questi i 2/3 hanno lavorato o lavora in nero. Guadagnano dai tre ai cinque euro l'ora per otto ore al giorno, tre giorni a settimana, dovendo al caporale una tangente di dieci euro al giorno. Infine la gran parte dei migranti ha sempre lavorato nei campi dal momento dell'arrivo in Italia».
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fonte: Migranti indiani, sfruttati e sottopagati Ecco il viaggio nelle Rosarno del Lazio - Corriere Roma
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Il più fortunato guadagna quattro euro l’ora, ma la maggior parte di loro si accontenta di tre euro e, dove ci sono casi di caporalato, c’è anche chi viene pagato ottanta centesimi. Paghe da schiavi. E infatti il datore di lavoro, italiano, pretende di essere chiamato «padrone», esigendo per di più che i sikh facciano tre passi indietro e chinino la testa in segno di rispetto nei suoi confronti. Vietato mancare un solo giorno di lavoro, anche in caso di malattia, altrimenti salta la paga dell’interno mese.
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fonte: MilleOrienti » Blog Archive » Così vengono sfruttati i Sikh nelle campagne laziali
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"I miei connazionali lavorano spesso sette giorni su sette. I più fortunati riposano qualche ora, domenica pomeriggio. La paga è inferiore ai 4 euro all’ora, e nonostante questo non tutto finisce in busta, c’è molto nero. E se protesti o ti cacciano o ti picchiano"
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La richiesta di forza-lavoro non qualificata e facilmente reperibile da impiegare come braccianti nelle campagne ha spinto molti sikh a fermarsi in questa zona. Migliaia di operai che vivono una condizione inimmaginabile e inaccettabile per una società che si definisce civile. Le comunità sikh provengono soprattutto dal Punjab indiano. Vivono in Italia da più di 25 anni. Sono presenti, oltre che nell’Agro Pontino, a Mantova, Torino, in provincia di Cremona e in Emilia.
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fonte: Gli indiani sikh, i nuovi schiavi dei nostri campi
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Le condizioni che emergono da varie ricerche condotte sul campo e dalle testimonianze raccolte fanno emergere un’assoluta emergenza legata alla violazione persistente dei diritti umani, allo sfruttamento e a forme varie di neo-schiavismo. Su questa piaga sono già intervenute l’associazione In Migrazione con un importante dossier dal titolo Punjab (Lavoro e vita dei Sikh nell'agro pontino | In Migrazione), Legambiente e Amnesty International. I lavoratori sikh in alcuni casi sono costretti a lavorare per dodici, tredici, anche quattordici ore al giorno, sabato e domenica comprese, per due, tre, a volte quattro euro l’ora di retribuzione. Qualcuno anche per 0,80 centesimi.
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fonte: Sfruttamento nei campi: il caso dei sikh, braccianti "invisibili" in una terra a vocazione agricola - Buongiorno Latina
.....notare come a @Druuna non risulti la "schiavitù"... nella sua cameretta è tutto bello, i migranti sono felici, vivono in condizioni dignitose e nessuno li sfrutta (succede solo al sud!!!)..... ma la realtà - fuori dalla sua cameretta - è differente, solo che la Druuna non vuole vederla, lei ha in testa la pace, l'ammmore universale e l'integrazione e crede che il mondo sia equiparabile alle sue fantasie...... perchè a lei - in fondo - "non risulta".
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When history comes to you enforced by law, only one thing is certain: IT'S A LIE!
"Amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l'anima in fiamme." (Charles Bukowsky)


Solo che i Sikh non sono assolutamente razzisti. Anzi la loro religione glielo vieta. Fanno una spassionata analisi, non scevra di motivazioni e giustificazioni. Ma non si sottraggono alle necessarie conclusioni. In un paese immenso che come ricordava anche nihilism adotta un sistema classista sono stati un faro di luce.
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«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij

