
Originariamente Scritto da
Dario
Nero e italiano: “Te ne devi andare”!
Sul finire del binario vedo due ragazzi che parlano a voce alta con un ragazzo di colore. Più che ‘con’ mi sembra ‘contro’.
Anche io aspetto il treno, e sono vicino ai tre ragazzi, in jeans e polo, il ragazzo di colore anche con uno zainetto.
-“Che ci fai in Italia? Che ci fai a casa nostra? Perché non te ne torni al tuo paese”, urlano i due ragazzi sovrapponendo le voci.
•”Ma questo è il mio paese, sono nato qui, studio qui”, risponde il terzo ragazzo con voce decisa.
-“Tu italiano? Ma per favore. Gli italiani sono tutti bianchi. Bianchi! Voi siete entrati abusivamente. Voi state rovinando l’Italia”.
Il ragazzo continua a dire di essere italiano, che è nato qui.... alza anche la voce.
Mi avvicino lentamente, e provo ad entrare nella discussione: “Ragazzi, ma che c’è? Perché litigate. Mi pare di capire che qui siamo tutti italiani. Parliamo la stessa lingua...”.
Uno dei due mi interrompe arrogante: “E tu che c’entri, chi cazzo sei tu?”
Ovviamente non me la tengo: “Chi cazzo sono a te non interessa, invece a me interessa che voi due state dicendo cose senza senso.... ma cavolo, siete due ragazzi, e lui è anche un ragazzo come voi”.
La discussione attira altri due passeggeri fermi sul marciapiede a pochissima distanza.
Si avvicinano, chiedono, partecipano.
Mi fa piacere che sostengano il ragazzo di colore, che nel frattempo si sentiva come ferito. Mortificato. Comunque deciso.
Si fa un capannello di persone, e la cosa non piace ai due razzistelli che coraggiosamente ci mandano a quel paese e si allontanano.
Rimango con il ragazzo di colore, italianissimo, dal chiaro dialetto romano, visibilmente spaventato.
-“Non temere nulla, sono solo due poveracci”.
•”Si lo so, però non è giusto. Io non conosco altra terra che questa, questa è la mia terra. I miei genitori sono qui da 30 anni. Hanno fatto una vita meschina di lavori massacranti, mi creda: li hanno umiliati. E loro si sono fatti umiliare per me, solo per me”.
Rimango senza parole. Intanto il treno entra in stazione, il marciapiede ora è pieno, ognuno cerca la carrozza giusta.
Il ragazzo mi saluta con un cenno della mano. Lo sguardo abbassato. Sale sul treno.
Già sa che dovrà ogni volta dire: “Ma io sono italiano”! Perché ogni volta troverà un imbecille che gli griderà in faccia che non può essere italiano, perché ha la pelle nera. E che se ne deve andare via dall’Italia.
Salgo anche io in carrozza. E per la prima volta provo un senso di vergogna.
Ma che paese è diventato l’Italia?
A chi giova tutto questo odio?
Franco Laratta