Con la tolleranza zero imposta da Giuliani e proseguita con Bloomberg a New York i crimini sono calati del 50% e oltre, vedrete che questo ballerino toglierà subito questa regola "fascista" per la gioia di tutti i pendagli da forca della città.


Con la tolleranza zero imposta da Giuliani e proseguita con Bloomberg a New York i crimini sono calati del 50% e oltre, vedrete che questo ballerino toglierà subito questa regola "fascista" per la gioia di tutti i pendagli da forca della città.


Tiene famiglia.
Campana.
Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.


1. DE-GENERAZIONE FAMILIARE. LA MAMMINA CARA AL TELEFONO CON LA FIGLIA PRETTY BABY DI ANNI 14: “MA TU CHE FAI OGGI, NUN TE MOVI? DATTI DA FARE, STIAMO A CORTO”. “MA VERAMENTE STO MALE E DEVO ANDARE ANCHE A SCUOLA”. E ALLORA LA MADRE SI PREOCCUPA DI DARE CONSIGLI ALLA FIGLIA SU COME CONCILIARE LE SCOPATE E LO STUDIO - 2. MANU: “IO VOGLIO ANDARCI A SCUOLA, È SOLO CHE NON C’HO TEMPO PER FARE I COMPITI”. “MANU, IL TEMPO SI TROVA”. LA FIGLIA: “QUANDO SI TROVA, MAMMA?”. “QUANDO ESCI DA SCUOLA, TORNI A CASA, DUE ORE STUDI...”. “MA DOPO NON CE LA FACCIO AD ANDARE DA “MIMMI” (LO SFRUTTATORE MIRKO IENI), PERCHÉ DOPO CHE HO STUDIATO SONO STANCA” - 3. LA MADRE-PAPPONA SI SCALDA: “RIFLETTICI BENE PERCHÉ ALTRIMENTI IO TI RITIRO”. E LA FIGLIA: “NON LO PUOI FARE, MAMMA, NON HO 16 ANNI”. “APPOSTA, ALLORA CE DEVI ANDA’…” -
Maria Elena Vincenzi per "la Repubblica - Edizione Roma"
«Ma tu che fai oggi, nun te movi?». La figlia risponde: «No, perché sto male...». «E come facciamo? Perché io sto a corto... Dobbiamo recupera'...». «Eh, mo' domani vedo che posso fa'... comunque, pure se comincio tardi... cioè oggi, ma', veramente sto male». Sono gli stralci di una conversazione intercettata dai carabinieri del nucleo investigativo nel pomeriggio del 7 ottobre scorso. La figlia è Emanuela (nome di fantasia), la baby-squillo 14enne.
L'interlocutrice è sua madre, finita in carcere, dieci giorni fa (insieme ad altri quattro) per aver indotto e sfruttato la prostituzione della sua bambina minore. Tanto che, scrivono i militari del colonnello Lorenzo Sabatino: «Dalle conversazioni captate è emerso non solo che la madre era consapevole dell'attività svolta dalla figlia minore, classe 1998, ma si preoccupa anche di spronarla perché vada a svolgere un lavoro e cerchi in qualche modo di conciliarlo con gli impegni scolastici».
Quattro giorni dopo, l'11 ottobre, gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Cristiana Macchiusi, intercettano un'altra conversazione. La madre di Manu le dice di essere appena stata chiamata dalla professoressa di latino. «Voleva sapere perché non stai andando. Io le ho detto: "guardi che non si sente bene". Lei ha detto: "A noi interessa che Emanuela venga a scuola perché con il programma andiamo avanti". Cosa hai intenzione di fare? ». Manu risponde: «Ma io voglio andarci a scuola, è solo che non c'ho tempo per fare i compiti ». «Manu, il tempo si trova». La figlia: «Quando si trova, mamma? » «Quando esci da scuola, torni a casa, due ore studi...». Emanuela: «Ma dopo non ce la faccio ad andare da "Mimmi" (soprannome dello sfruttatore Mirko Ieni, arrestato), perché dopo che ho studiato sono stanca». La madre si scalda: «Riflettici bene perché altrimenti io ti ritiro». E la figlia: «Non lo puoi fare, mamma, non ho 16 anni». «Apposta, allora ce devi anda'».
Chiosano i carabinieri: «La donna si preoccupa di dare consigli alla figlia su come conciliare il lavoro e lo studio oltre a preoccuparsi nel caso di parlare con gli insegnanti per giustificare le assenze della figlia tutto al fine di consentirle di svolgere un lavoro ben più redditizio».
Sheen insulta il giudice e rischia il carcere
L’infinita battaglia legale tra Charlie Sheen e l’ex moglie Broke Mueller per la custodia dei figli, Bob e Max, due gemelli di soli 4 anni, si arricchisce con nuovi colpi di scena: l’attore, come riporta Tmz, dopo alcune considerazioni poco “carine” nei confronti dell’ex moglie, reduce da un percorso di riabilitazione per dipendenza da droga, avrebbe violato l’ordine di silenzio imposto dal giudice che avrebbe anche insultato, rischiando ora il carcere.
A far andare su tutte le furie la star sarebbe stata la decisione del tribunale di Los Angeles di affidare temporaneamente la custodia dei bambini (precedentemente assegnata all’ex moglie di Sheen, Denise Richard) a Scott Mueller che, a breve, si trasferirà da sua sorella Brooke per vigilare sui gemelli. In particolare, Sheen se l’è presa con il giudice, anche con un tono razzista, definendolo un «italiano ano-cervello». Disperato, l’attore ha poi espresso tutta la sua preoccupazione per il benessere dei suoi figli su Twitter: secondo lui «sarebbero in grave pericolo».
Sheen insulta il giudice e rischia il carcere | Gossip | Il Secolo XIX
Falsi incidenti stradali, maxitruffa alle assicurazioni: 400 indagati in Campania
Tra loro anche medici e avvocati. Centinaia i sinistri fantasma e oltre un milione e mezzo di euro l'ammontare degli illeciti rimborsi. Sequestrati beni per oltre quattro milioni
Napoli, 8 nov. - (Adnkronos) - Carabinieri e Guardia di Finanza di Nola (Napoli) stanno eseguendo diverse misure cautelari personali nei confronti dei principali indagati di un'organizzazione criminale dedita alla commissione di truffe. Centinaia i falsi sinistri stradali accertati e oltre un milione e mezzo di euro l'ammontare degli illeciti rimborsi.
Tra i destinatari dei provvedimenti, numerosi medici e avvocati nei confronti dei quali l'autorità giudiziaria ha disposto l'interdizione dall'esercizio della professione, oltre al sequestro dei beni, tra cui ville, studi medici, auto di lusso e conti correnti utilizzati per gestire le attività illecite, per un totale di quattro milioni di euro.
Falsi incidenti stradali, maxitruffa alle assicurazioni: 400 indagati in Campania - Adnkronos Campania
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Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .


ATAC AL TRAM! LA SOCIETÀ DEL COMUNE DI ROMA, SPOLPATA DA FURBETTI E MALAGESTIONE, OGGI NON HA UN EURO PER PAGARE GLI STRAORDINARI E PER RINNOVARE UN PARCO MEZZI DA ROTTAMAZIONE
Con 12mila dipendenti, l’azienda perde 150 milioni l’anno - E sulla testa della pubblica società per azioni ci sono almeno tre robuste inchieste penali - Sui ticket falsi c’è già la richiesta di rinvio a giudizio di 15 persone per truffa e falso e poi c’è lo scandalo della assunzioni…
Corrado Zunino per "la Repubblica"
L'AZIENDA tramvie e autobus del Comune di Roma fondata dal sindaco Ernesto Nathan nel 1909, la storica e contemporanea Atac, non è neppure più una greppia per i partiti. A forza di prelevare, di sistemare, di regalare, a forza di maxiprocessi aperti in serie, di gare d'appalto contestate e poi smontate dal Tar del Lazio, di bilanci in cui tutti hanno messo le mani, ecco, a forza di tutto questo l'Atac di Nathan oggi è semplicemente un'ex azienda collassata.
La "generosa" Atac oggi ha nel suo ventre 854 assunti, in quattro anni e con raccomandazione della destra di Roma, con il "gruppo Alemanno" capace di depredare con un'intensità e una rapidità senza precedenti, corti di velociraptor cresciute attorno al sindaco del Fronte della gioventù. Oggi un'azienda così viene tenuta in vita dalle banche solo per la spartizione a breve delle sue spoglie pubbliche, un certo patrimonio immobiliare ovviamente lasciato a marcire.
Dice il sindaco in carica Ignazio Marino: «Non sarà mai più come prima, cambieremo tutto, ho già cambiato». E ha chiesto in queste ore una dettagliata relazione all'amministratore delegato da lui insediato. Il problema è che il nuovo ad Danilo Broggi, che pure ha tuonato per imporre una linea gerarchica in discontinuità, lo scorso 27 settembre ha firmato un organigramma in cui i "falsi stampatori di ticket" - la doppia fatturazione dei biglietti, 70 milioni extra in nero utili per finanziare la politica romana - erano ancora tutti lì.
Alla guida della direzione "gestione e manutenzione della bigliettazione elettronica" Broggi il 27 settembre ha confermato Gianluigi Di Lorenzo, manager di punta della Erg in Italia, la società australiana che per prima ha fornito il software per i biglietti. Quando l'ad lo ha ribadito al suo posto, Di Lorenzo aveva già ricevuto un avviso di garanzia.
Un'azienda di trasporto che sposta quattro milioni di persone al giorno, molti dei quali viaggiano con biglietti falsi venduti dalla stessa Atac che si possono obliterare all'infinito, oggi non ha un euro per pagare gli straordinari e rinnovare un parco mezzi da rottamazione. Con 12mila dipendenti - un'enormità -, l'azienda perde 150 milioni l'anno. E sulla testa della pubblica società per azioni ci sono almeno tre robuste inchieste penali. Sui ticket falsi c'è già la richiesta di rinvio a giudizio di 15 persone per truffa e falso.
Poi - stessa questione, altra indagine - s'indaga sul black out del software che i ticket genera. Ma l'inchiesta - prima giornalistica e poi di procura - che ha disegnato le attitudini di questa azienda da prima e terza Repubblica è quella sulle assunzioni. È esplosa nel dicembre 2010 (abuso d'ufficio): 854 chiamate dirette (altre 954, separatamente, le aveva fatte l'Azienda municipalizzata ambiente, l'Ama).
Tra gli imbarcati Atac, si è scoperto, l'ex amministratore e contemporaneamente consulente Adalberto Bertucci garantì per dieci: il figlio, il genero, il nipote, la cognata del figlio, l'ex segretaria, il figlio dell'ex segretaria, la nuora dell'ex segretaria, la figlia della segretaria del figlio, poi l'ex vicesindaco di Guidonia e il vicesindaco di Montelibretti, tutti amici suoi, ras di provincia del Pdl.
Il sindaco di Roma Alemanno in proprio allargò l'azienda all'ingresso del figlio del suo caposcorta (la figlia, invece, fu accasata all'Ama). E l'ex capo di gabinetto di Alemanno, su regia di Luigi Bisignani, di Atac diventò amministratore delegato. L'assessore alla Mobilità di quella giunta, Sergio Marchi, ne piazzò otto. Riuscì a far entrare persino l'ex fidanzata di un suo collaboratore. La ex. Almeno sette tra deputati e senatori del Pdl sistemarono famigli, collaboratori e amanti.
L'eurodeputato Antonio Tajani fece assumere l'ex assistente parlamentare, il deputato Vincenzo Piso - presente alla cena a casa di Riccardo Mancini in cui si è decisa l'accelerazione dei falsi ticket da far circolare - un collaboratore. Il deputato Gianni Sammarco, già coordinatore romano del Pdl, ha regalato allo scandalone quell'esprit sexy capace di seppellire una tragedia sotto un dar di gomiti.
Fece entrare in Atac, come segretaria personale del direttore industriale Marco Coletti, Giulia Pellegrino, 25 anni. Bellissima. Venne segnalata in virtù di un curriculum riassunto dalla foto in cui la si vede ballare in hot pants e cappellino militare sopra la pedana di una discoteca. Una cubista, quello che mancava all'Atac. «Sono una hostess nei locali», puntualizzerà lei piccata, «accompagno i clienti ai tavoli».
Nelle assunzioni del generone Atac ci sarà anche la cordata dei neo-post fascisti. Come Francesco Bianco, ex Nuclei armati rivoluzionari, preso in Trambus e spostato in azienda. Detto che in quelle liste c'erano molti parenti di sindacalisti - soprattutto Uil e Cisl - e che in passato anche il figlio dell'ex caposcorta di Walter Veltroni fu arruolato presso la rimessa di Grottarossa, il filone neo-post fascista è centrale nella storia dell'Atac deviata. Il dominus dell'affaire biglietti falsi è stato infatti quel Mancini, già avanguardista nazionale, che voleva trasformare l'Eur spa in una macchina da guerra e sarebbe stato arrestato per le tangenti sui filobus della Breda.
Il sindaco Marino sembra non avere la forza per spezzare i legami con questo passato, visto che ha confermato Roberto Grappelli presidente dell'azienda sconquassata. In mezzo agli stipendi assurdi dell'alta dirigenza dell'azienda, Grappelli ne prende tre, due garantiti dai suoi ruoli nell'Ogr Officine grandi revisioni (e non si capisce a cosa serva un'officina interna quando poi il cambio delle gomme dei bus è stato appaltato fuori).
E Grappelli ha pure il bonus per gli obiettivi (ecco, 150 milioni persi ogni anno è fin qui l'obiettivo raggiunto). In questa Atac che ha garantito a sette dirigenti liquidazioni da 4 milioni «anche in caso decidano di cambiare lavoro», che anticipa al costruttore Parnasi venti milioni per cambiare sede e poi non la cambia (ma non ottiene indietro l'anticipo), che gestisce il personale con superminimi ad personam che raddoppiano lo stipendio, tredici dirigenti si sono appena rifiutati di aderire alla spending review pretesa dall'assessore Improta: nessuna riduzione del dieci per cento sugli stipendi, «quei soldi ce li meritiamo tutti».
Prodotti padani, dobbiamo vergognarci?
A 20 anni di distanza dal caso Padania che dovette cambiare nome, oggi tocca a Pomì.
di Vanni Ranieri
Informare il consumatore della provenienza di quel che mangia, illustrare la tracciabilità del prodotto e la filiera di produzione, perseguire il km zero. Sono ormai esigenze che il cliente manifesta, richieste cui il produttore deve rispondere, ma evidentemente per qualcuno non è sempre così. Ci riferiamo ovviamente al clamore che ha scatenato la nuova pubblicità nazionale della Pomì, marchio orgoglio del territorio casalasco. A partire da domenica scorsa la nuova campagna pubblicitaria riporta lo slogan “Solo da qui, solo Pomì”, con un pomodoro che campeggia sopra 4 regioni evidenziate: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. Ci ha messo poche ore la pubblicità a scatenare le proteste soprattutto nel napoletano, dove hanno accusato il Consorzio Casalasco del Pomodoro di speculare sul disastro ambientale della cosiddetta “terra dei fuochi”, colpita dal dramma dei veleni che hanno inquinato falde acquifere, vegetazione e atmosfera.
Alcuni media meridionali hanno reagito chiedendo le scuse dell’azienda, la cosa che ha colpito di più è però la nota con cui si è espresso il ministero delle politiche agricole. Il ministro Nunzia De Girolamo (campana) ha parlato di “distinzione etnica” fra pomodori, accusando l’azienda di arrecare danno ai produttori del suo territorio. Ovviamente tutta la politica locale si è schierata a favore del Consorzio Casalasco, ma stupisce davvero come sia considerata in pratica razzista la rivendicazione della provenienza da un determinato territorio.
Quante volte abbiamo sentito pubblicità che parlavano di succhi di frutta con “solo arance di Sicilia”, o di olii con “sole olive pugliesi”, e via dicendo. Mai nessuno in verità, giustamente, se l’è mai sentita di accusare chissà chi di discriminazione territoriale. Si tratta di valorizzare la propria produzione e garantire il cliente su ciò di cui si accinge a nutrirsi. Detto questo, è chiaro che nell’occasione si sia voluto rimarcare anche come il prodotto Pomì non sia interessato dall’emergenza campana, ma tutto nell’ottica di tranquillizzare il consumatore, spesso straniero. Un diritto sacrosanto sia dell’azienda che del cliente.
E invece ci sono addirittura associazioni (locali) di consumatori intervenute a chiedere le scuse. E scusarsi di che? Di utilizzare pomodori della pianura padana, o solo di farlo sapere a chi li mangia? Siamo alla follia, e spiace che proprio dal ministero parta la reprimenda. D’altra parte negli ultimi 20 anni gli unici ministri dell’agricoltura del nord sono stati i veneti Zaia e Tosi, per un breve periodo “imposti” dalla Lega al governo Berlusconi. Poi, ben 7 ministri pugliesi, 3 campani, 2 laziali, un siciliano ed un umbro. Questo dal 1993 ad oggi, vent’anni tondi. E sì che la pianura padana non rappresenta una parte irrisoria dell'agricoltura italiana, tutt'altro. Nessuno accusa quei ministri di aver tutelato solo i loro territori, ci mancherebbe, ma l’ultima uscita della De Girolamo qualche dubbio lo fa venire.
Non pochi ricordano come nel 1996 un’altra grande azienda di Casalmaggiore sia stata costretta a cambiare addirittura il nome con cui vendeva i prodotti in tutta Italia. Il latte “Padania” era stato fatto oggetto di una campagna di boicottaggio nel centro sud, a causa delle ipotesi secessioniste di Bossi. Ma che c’entrava la “Padania Alimenti”, nata negli anni Settanta, con tutto questo? Eppure fu costretta a cambiare il nome dei prodotti, fortunatamente accrescendo poi i propri successi col marchio E'Più. Padania Latte prima, Pomì poi. Che dobbiamo fare, vergognarci di vivere nella pianura padana?
Prodotti padani, dobbiamo vergognarci?
Università. Tutti a favore del merito, ma solo a parole. Parte la “settimana nazionale di dibattito e mobilitazione”
Tutti vogliono premiare il merito ma è bastato un cavillo per sabotare il principio su cui era stata messa in modo l’Anvur: più soldi alle università migliori.
Antonio Gurrado
Segnatevi questi nomi: Adi, Adu, Andu, Cipur, Cisl, Cnru, Cnu, Cobas, Conpass, Csa-Cisal, Flc-Cigl, Link, Rete29Aprile, Snals, Sun, Udu, Ugl e Uil Rua. Hanno sottoscritto una nota contro il ministro Carrozza che, intervistato dalla Stampa, aveva auspicato l’introduzione di test Invalsi uniformati nelle università per capire “se gli studenti escono dagli atenei con una laurea in grado di essere alla pari con quelle degli altri Paesi”. In vigore dal 2008, il test Invalsi ha rivelato, in soldoni, che a pari conoscenza di italiano e matematica due studenti rischiano di venire valutati con più generosità al Sud e con meno al Nord. C’è inoltre una significativa disparità nei voti di maturità fra regione e regione, liceo e liceo: la votazione è nazionalizzata ma la valutazione no, quindi chi prende 100 in un liceo può essere meno bravo di chi prende 80 in un liceo di un’altra regione.
Adi Adu eccetera contestano in nome del politicamente corretto i dati dell’Invalsi, che “mirano a imporre un particolare modello di scuola escludente, incapace di valorizzare le differenti intelligenze”; insinuano inoltre che classificare su scala nazionale le capacità dei laureandi “non può legarsi a doppio filo con l’altro intento sbandierato dal ministro, ovvero quello di abolire il valore legale del voto di laurea”. Ovvero, stabilire una volta per tutte che un 110 e lode preso in un’università seria vale più di quello preso in una scadente. Eppure tutti sanno che esistono università migliori e peggiori, e che per questo molti ragazzi vanno a studiare lontano in un buon ateneo anziché accontentarsi di uno così così sotto casa.
L’Anvur, che valuta i prodotti di ricerca, ha prodotto un primo discernimento orientativo delle università più valide, alle quali sarebbe dovuto andare uno stanziamento di 41 milioni. La Camera però lo ha bloccato per un dettaglio tecnico: lo stanziamento è destinato a investimenti e quindi non può andare sul fondo per le università. Tutti vogliono premiare il merito ma è bastato un cavillo per sabotare il principio su cui era stata messa in modo l’Anvur: più soldi alle università migliori. Con la protesta di Adi Adu eccetera, che hanno indetto “una settimana nazionale di dibattito e mobilitazione”, diventerà inaccettabile anche l’idea che studiare in un’università possa essere meglio che studiare altrove. Tanto vale restare tutti a casa.
Per questo l’intoppo ha fatto arrabbiare Gianni Chiodi, che sui social network ha parlato di “lobby dei mediocri”. A cosa pensava? Forse alla polemica che l’aveva visto protagonista in agosto, quando aveva suggerito di chiudere l’Università di Bari per la mesta posizione nella graduatoria Anvur. Sul Corriere del Mezzogiorno aveva replicato Nichi Vendola, contrario all’idea di borse di studio per finanziare studenti meritevoli che intendano frequentare un’università fuori dalla regione di residenza. Molto affezionato all’Università di Bari, dove si è laureato con un’inevitabile tesi su Pasolini, Vendola aveva detto che non avrebbe permesso i trasferimenti, “anticamera di una vera e propria emigrazione culturale verso le Università del Nord”. Così facendo però ha implicitamente ammesso un’altra cosa che tutti sanno ma nessuno dice, ossia che l’emigrazione degli studenti verso le università migliori va solo in direzione settentrionale; altrimenti avrebbe potuto salutare con gioia un finanziamento che avrebbe finalmente permesso ai ragazzi poveri di Milano, Bologna o Padova di andare a studiare nelle splendide università del Sud.
Università, affossato l'Anvur | Tempi.it
SIAMO TUTTI UNA GRANDE FAMIGLIA! - DE MAGISTRIS ASSUME IL SUO TESTIMONE DI NOZZE COME CAPO DEI VIGILI URBANI DI NAPOLI
Dopo la cugina Lucia Russo, l’amica Anna Falcone e i compagni di scuola, De Magistris “esagera” e sceglie come capo dei vigili urbani il suo testimone di nozze! - Nella nuova infornata di staffisti (ridotta dopo la bocciatura del governo) arriva anche il cognato dell’assessore Moxedano…
Carmine Spadafora per "Il Giornale"
Allora, dove eravamo rimasti con la «parentopoli» allargata di Giggino De Magistris? Il fratello Claudio superconsulente, l'amica Anna Falcone nel cda di «Bagnolifutura», la cugina Lucia Russo nell'assessorato di Pina Tommasielli (poi silurata da Giggino), i compagni di scuola assessori Carmine Piscopo e Roberta Gaeta, l'amico di famiglia Omero Ambrogi a capo del cda di «Bagnolifutura». Manca qualcosa?
Si, che manca qualcosa: il testimone di nozze. E ora c'è anche quello. Una figura indispensabile per la «casa di vetro», ovvero Palazzo San Giacomo. C'era una casella da riempire, una casella importante, come la figura del comandante dei vigili urbani. Da tempo designato da Giggino, a capo della polizia municipale andrà il tenente colonnello della Guardia di finanza, Luigi Acanfora. Un ufficiale di grande prestigio, non c'è alcun dubbio. Ma è, appunto, con la moglie il testimone di nozze dei coniugi Luigi De Magistris e Maria Teresa Dolce.
L'insediamento dell'alto ufficiale finora è slittato per motivi legati a problemi amministrativi. La nomina di Acanfora, infatti, rientra in un pacchetto di 18 assunzioni di dirigenti varato dalla giunta «arancione». Ad agosto scorso, in pieno clima vacanziero, l'amministrazione comunale aveva nominato ben 29 tra dirigenti e staffisti ma, dal governo era arrivato uno deciso stop a queste nomine, per porre dei limiti di spesa per il personale. Ma Giggino aveva già pronto un piano alternativo, che prevede il taglio di 11 dirigenti, riducendo cosi gli iniziali 29 a 18, per un costo di 2 milioni di euro. E tra gli scampati ai tagli vi è il compare di anello dei coniugi De Magistris. Ma il tenente colonnello delle fiamme gialle che guiderà i caschi bianchi non è il solo: c'è anche Luigi Filosa, che sarà nominato dirigente. Filosa è il cognato del campione di legalità e trasparenza, Franco Moxedano, assessore al Personale della giunta arancione, Idv della prima ora e appartenente a una famiglia che gestisce sale bingo. Filosa era incluso tra i promossi a dirigente del blitz ferragostano: scampato ai tagli, entrerà a far parte dell'infornata novembrina.
Ad agosto si erano scatenate delle roventi polemiche per la parentopoli arancione. Moxedano e Giggino furono attaccati anche da esponenti della stessa maggioranza, che li accusarono di «familismo amorale». Tra i neo dirigenti vi sono anche una compaesana di Antonio Di Pietro e Alessandro Nardi, sostenitore di Giggino in campagna elettorale, nominato vice capo di Gabinetto.
Faceva notare un semplice dipendente di Palazzo San Giacomo, che «ormai, da qualche tempo, nelle stanze dei bottoni della “casa di vetro” si parla più frequentemente il dialetto calabrese che quello napoletano». Una battuta, ovviamente ma, a Catanzaro, all'epoca in cui Giggino detto 'a manetta, oppure Giggino 'o flop, era pm, lavoravano anche il capo di Gabinetto, Attilio Auricchio (in qualità di ufficiale dei carabinieri), l'avvocatessa Anna Falcone, nominata nel cda di «Bagnolifutura» e ora, anche il futuro nuovo comandate dei vigili urbani, Acanfora.
Una bella rimpatriata, mentre Napoli muore: strade ancora scassate, file interminabili alle fermate dei bus, strade sporche, sicurezza sempre più a rischio per i cittadini. E una giunta della legalità con tanti indagati: a cominciare dal sindaco, il fratello Claudio, il vice sindaco, Tommaso Sodano, il capo di Gabinetto Auricchio.
A Palazzo San Giacomo ironizzano e, in tanti, si dicono preoccupati: «Speriamo che Giggino-Napoleone non diventi un appassionato di cavalli. Altrimenti, prima o poi ci ritroviamo un ronzino alla guida di un assessorato oppure di una municipalizzata»
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roma nellla merda
La Stampa - Roma, il Comune scivola sul guano di 4 milioni di storni
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Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.


Dopo il guano, il fosforo.
Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
Tacito, Agricola, 30/32.





