Come avrete capito dal titolo volutamente paradossale ed ironico di questa discussione, quello che voglio dire è che ormai i magistrati di varie procure non sanno veramente più cosa INVENTARSI per cercare in tutti i modi di coprire di infamia il nome del Sen. Andreotti.
Adesso, dopo che un uomo è stato assolto in primo grado dall'accusa di concorso esterno ad associazione mafiosa, la procura di Palermo, di recente con SCARSISSIMA visibilità in Tv (Borrelli a Milano fà troppa concorrenza), cerca di recuperare qualche pagina di giornale in più continuando lo sputtanamento contro Andreotti basato su supposizioni arbitrarie.
Ora voglio proprio vedere chi ha ancora il coraggio di negare la politicizzazione dei giudici.
dal sito de Il Nuovo, www.ilnuovo.it:
Il Pg: "Condannate a 10 anni Andreotti"
Palermo, l'accusa del processo d'appello sui rapporti tra l'ex primo ministro e la mafia chiede 15 anni, "scontati" per vecchiaia a 10. L'accusa: era il referente di Cosa nostra per aggiustare i processi.
LE REAZIONI DAL MONDO POLITICO
PALERMO - Una condanna a 10 anni. E' questa la pena richiesta dai magistrati della Procura generale di Palermo, Daniela Giglio e Annamaria Leone, per il senatore a vita Giulio Andreotti nel processo d'appello che lo vede alla sbarra con l'accusa di associazione mafiosa. Il senatore a vita era stato assolto in primo grado con la sentenza del 23 ottobre. Nella richiesta di condanna di oggi, i magistrati includono anche uno sconto di pena, che altrimenti sarebbe di 15 anni, "per vecchiaia".
Nella requisitoria pronunciata dal Pg Leone, i magistrati hanno sostenuto che Cosa nostra considerava Giulio Andreotti come “referente”, che veniva “tollerato perché indispensabile per l'annullamento della sentenza del maxi processo”. Anna Maria Leone ha criticato duramente i giudici del tribunale di primo grado che, nella sentenza di assoluzione, scrivono che Andreotti era uno degli “artefici di norme che scongiurarono la scarcerazione di esponenti mafiosi” e ha precisato che “Andreotti si limitò a non ostacolare le misure antimafia, assumendo una posizione neutra”.
Citate anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, secondo cui “Andreotti voleva rifarsi una verginità antimafia, perché era sospettato di collusioni con Cosa nostra”. Il magistrato ribadisce inoltre la tesi dell'accusa del processo di primo grado, secondo cui “esistevano dei rapporti tra Andreotti e il giudice di Cassazione Corrado Carnevale - ha detto il Pg - l'imputato aveva con il giudice rapporti mirati e specifici per aggiustare la sentenza del maxi processo, così com'era stato chiesto da Cosa nostra”. L'accusa si dice anche convinta dei rapporti tra Andreotti e i cugini Ignazio e Nino Salvo, gli esattori, da sempre smentiti dall'imputato.
“C'erano dei rapporti tra Cosa nostra e l'onorevole Andreotti, Lima e i Salvo - ha detto il magistrato - perché i boss assicuravano alla corrente andreottiana il sostegno elettorale in cambio della disponibilità dei referenti politici nell'ambito di alcune vicende giudiziarie”. La difesa ha sostenuto la tesi esattamente opposta: “Gli atti dell'appello distruggono le ipotesi accusatorie - dice l'avvocato Giulia Bongiorno, uno dei difensori del senatore a vita Giulio Andreotti, annunciando che le arringhe difensive saranno lunghe visti i numerosissimi atti del processo - Nell'appello si assume che alcuni pentiti sarebbero stati imprecisi altri colti da lapsus e alcuni che persino non ricordavano date precise. Questo è un processo basato sui collaboratori, ma qui si trovano improbabili giustificazioni davanti ad evidenti bugie”.
Il senatore a vita accoglie la richiesta di condanna con tranquillità: ''Sono tranquillo - dice - perché conosco la mia situazione e so come è stato condotto l'Appello''.
''Certo non mi fa piacere la richiesta - spiega Andreotti - ma era evidente che sarebbe andata così, perchè altrimenti non avrebbero fatto l'Appello. Tuttavia - ha aggiunto - sono tranquillo. Nei primi anni la vicenda mi ha sconvolto, poi, da quando ho potuto dimostrare che era tutto inesistente sono tranquillo''.
E subito il legale di Andreotti, Giulia Bongiorno, preannuncia la linea difensiva del senatore a vita: ''L'atto di Appello della Procura generale dimostra non solo la fragilità ma addirittura l' inesistenza dell'accusa''. ''La sentenza di primo grado - dice - sottolinea che in più punti i collaboratori sono smentiti dai fatti. E invece di superare queste contraddizioni con argomenti specifici e motivati, l'accusa è venuta a sostenere che i pentiti si sono confusi, hanno avuto qualche lapsus o sono smemorati''.
L' avv. Bongiorno ricorda il caso di Angelo Siino, il quale ha parlato di un incontro tra Andreotti e il boss Stefano Bontade in una tenuta di caccia vicino Catania. ''Siino - dice il legale - colloca l'episodio tra la fine di giugno e l' inizio di luglio. Abbiamo potuto dimostrare che in quel periodo il senatore era in Unione Sovietica e in Giappone. E si potrebbe continuare anche con le dichiarazioni di altri pentiti, da Buscetta a Cancemi. Le loro contraddizioni sono giustificate dall'accusa con imprecisioni di memoria. Ma in questo modo viene rafforzata la linea della difesa''.
(13 MARZO 2002, ORE 12:05, aggiornato alle ore 13:20)
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