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  1. #101
    Forumista senior
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    Predefinito Lungi da me equiparare la Sbarbati con Vidmer

    Non mi sono permesso di equiparare Vidmer alla Sbarbati, anzi,
    mi ero solo permesso di informare come si erano svolti i fatti nelle Marche, o è vietato?
    La marcia di allontanamento della Sbarbati dal PRi, veniva da lontano ed era in antitesi con la segreteria di Giorgio La Malfa cosa ben diversa dalla posizione del PRI romagnolo e di Vidmer Walbonesi, punto.
    Non desidero che i lettori e gli interlocutori di questo forum capiscano fischi per fiaschi.
    Capisco la pruderie di Vidmer quando si è visto quasi paragonato alla Sbarbati, punto.
    Io avrei fatto lo stesso, mi sarei sentito offeso, se qualcuno avesse sfiorato il mio nome con la Sbarbati.
    I repubblicani europei non centrano niente, anche jan e hussita, che continuamente dicono di non conoscere la Sbarbati, non devono sentirsi implicati in questo discorso.

    Ho letto in parte la relazione, personalmente non sarei riuscito a scrivere e commentare in così larga misura la situazione politica italiana e mondiale, nonchè quella del partito così chiaramente e schiettamente e mi compiaccio con l'autore.
    Chi ama il PRI, e le sue sorti si vede da lontano un miglio e credo che Vidmer non farà mancare l'aiuto al PRI nel momento del bisogno.
    L'intervento di Gallina nel Carlino invece mi sembra foriero di future liti e incomprensioni, perchè l'aver congelato qualsiasi soluzione mi sembra una soluzione che allontana si il problema, ma non lo risolve ed anzi tenterà di risolverlo quando i tempi stringeranno, le soluzioni dovranno essere cogenti, il clima sarà teso ecc. ecc.
    Oppure il congelamento prevede preparizioni ben più sottili che non possiamo al momento intravedere.
    Comunque non c'è traccia di interventi alla Mingozzi, vicesindaco di Ravenna, che asserriva che l'assalto alle torri gemelle metteva in primo piano il PRI, dove?
    Scusatemi ogni tanto mi scappa qualche .......
    Ciao e saluti fraterni.
    P.S. Comunque il PRI ha bisogno dei repubblicani romagnoli, e non capisco questo incaponimento continuo, c'è una spiegazione?
    Un'altra cosa, il caso Piacenza più di quello di Carrara è emblematico, il bipolarismo crea per pochissimi voti dei casi molto significativi, la "terza via" nel giro di 15 giorni si perde.
    Sia in un caso che nell'altro.

  2. #102
    Forumista senior
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    Predefinito Auguri

    Auguri e complimenti all'amico Vidmer Valbonesi per la sua elezione "unitaria" a segretario del PRI dell'Emilia e Romagna.
    I repubblicani di Fano sono ben consci che l'amico Vidmer si prodigherà per la rinascita del PRI e per la rappacificazione degli animi, esarcebati in questo ultimo anno per le note vicende.

    La sezione PRI di Fano

  3. #103
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    Predefinito e meno male

    Caspita che signora relazione wid. Meno male che non c'è la voce che avrebbe dovuto fare sei edizioni straordinarie per pubblicartela! Scusami se non c'ero a Ravenna ma ho avuto problemi di lavoro.

  4. #104
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    Predefinito

    Bisogna salvare l'unità del Pri»

    CESENA

    Tre «nomi» storici dei repubblicani cesenati (Oddo Biasini, Mario Guidazzi e Africo Morellini) contestano duramente la linea scelta dalla maggioranza dell'Edera romagnola (fra cui esponenti cesenati) «di un assurdo e totale distacco del partito periferico dal partito nazionale». Un atteggiamento, dicono, in palese contrasto con quella elementare correttezza istituzionale che si realizza nel rispetto degli organi statutati e dei congressi. In parole povere, le scelte locali debbono ricevere il consenso degli organi direttivi del partito, «eletti con libere decisioni congressuali». Nota finale dei tre: «Siamo sicuri, comunque, che i repubblicani cesenati non aderiranno mai ad operazioni tendenti a minare l'unità del partito».

  5. #105
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    Predefinito da IL RESTO del CARLINO 11 giugno 2002

    Pri, i ravennati
    al 'regionale'

    Sono 33 i ravennati entrati nella nuova direzione regionale del Pri; si tratta di Paolo Gambi, Eugenio Fusignani, Mauro Mazzotti, Giannantonio Mingozzi, Enrico Laghi, Achille Alberani, Gabriele Armuzzi, Luisa Babini, Amerigo Battistuli, Fabio Bocchini, Fabrizio Bocchini, Aride Brandolini, Casimiro Calistri, Alessandro Carli, Giancarlo Cimatti, Massimo Cimatti, Moraldo Fantini, Federico Foschi, Alfredo Gaudenzi, Enrico Golfieri, Franco Maiani, Massimo Marescalschi, Siro Masetti, Sergio Minghetti, Angelo Morini, Giuseppe Pomicetti, Gianni Ravaglia, Daniele Roncaglia, Marino Scaioli, Carlo Simoncelli, Iordano Tabanelli, Elena Verna, della mozione che ha sostenuto la candidatura di Widmer Vabonesi; e Bruno De Modena, della mozione di minoranza.

  6. #106
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    Predefinito

    caro la pergola, il problema del partito" federativo" non era all'ordine del giorno del congresso dell'e-romagna e quindi non si è congelato un bel nulla, noi rivendichiamo un'autonomia politica sulle scelte che riguardano il nostro territorio e crediamo che ci si debba legittimare a vicenda sulla base del rispetto della volontà degli iscritti repubblicani nei reciproci livelli statutari. Nessuno nel congresso ha posto questo problema lo stesso Gallina ha precisato che la nostra è una battaglia politica.la terza via e la terza forza vanno costruite, sono fasi pre-alleanze. In Inghilterra o in germania o in olanda i liberal-democratici sono visti e riconosciuti come terza forza e poi si alleano oppure comunque si presentano con la loro identitàm e il loro simbolo.
    Qualcuno dice non ci piaccionole alleanze a macchia di leopardo, ma gli statuti regionali possono prevedere leggi elettorali diverse , come in America, e allora se alcune regioni scelgono il sistema elettorale proporzionale i repubblicani cosa faranno?
    In tutti i casi in questa fase che è una fase di definizione e di proposta degli statuti il Pri propone il sistema elettorale proporzionale o no?
    la terza via dici dura quindici giorni e poi ai ballottaggi sparisce, invece è vero il contrario:se attraverso la presenza autonoma si riesce ad andare al ballottaggio vuol dire che si può esprimere un ruolo politico e programmatico decisivo per la governabilità che bisogna esprimere al meglio. Se si è andati in autonomia come a Carrara ad esempio dopo che la segreteria nazionale ha trattato la visibilità dei repubblicani non ottenendola è evidente che l'autonomia lì aveva il significato di dimostrare ai nostri possibili alleati la vera forza dei repubblicani attraverso un riconoscimento di natura politica e programmatica . Se i nostri alleati nazionali ci "snobbano"perchè dobbiamo commissariare le nostre federazioni semmai il problema è di una classe dirigente periferica del centro -destra e del cs che non sempre è all'altezza delle strategie politiche e si ripiega nella tattica, a quel punto noi dobbiamo guardare al nostro partito e a salvaguardare i repubblicani nel PRI. Se invece dopo aver ottenuto il risultato politico del ballottaggio noi diciamo "libertà di coscienza" rinunciamo a giocare un ruolo politico e questo è delittuoso oltre che incomprensibile dal punto di vista politico perchè in politica si sfruttano i momenti favorevoli non ci si immola agli schieramenti che ci considerano meno di nulla.
    La terza via e di conseguenza la terza forza va preparata in vista delle elezioni europee con sistema proporzionale e simbolo dell'edera , saremo misurati da quel risultato e allora l'unico sistema che io conosco per affrontare quella scadenza è quello di un progetto politico e culturale che unisca tutti i repubblicani sui valori e dia autonomia locale sugli schieramenti pretendendo il rispetto dei deliberati congressuali sulla linea nazionale in base ai risultati ottenuti. Ma se non si risolve questo problema non sarà possibile rivolgersi all'esterno e tutto sarà polarizzato dalle diatribe interne che devono cessare invece prendendo atto che lo stato federalistico assegna autonomia alle regioni ,alle provincie e ai comuni e i partiti non possono nelle loro logiche di fondo contraddire i dettati costituzionali.
    Se si vuole rendere distensivo il rapporto e lavorare insieme al progetto politico della terza via questo è l'unico modo,indipendentemente dagli schieramenti contingenti che nessuno chiede di abiurare , semmai di esercitarvi un ruolo che sui princìpi e sulle questioni fondamentali della nostra identità non sia sminuito od appannato.

  7. #107
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    Predefinito Non capisco ,ma mi adeguo

    Caro Vidmer
    rinnovandoti le congratulazioni per la tua elezione ti rispondo volentieri,
    La terza via nel bipolarismo è quello che noi intendiamo e perseguiamo da quando Ugo La Malfa ci ha insegnato la via.
    Dovremo discutere la terza via nel proporzionale, non trovi?
    Comunque la terza via nel bipolarismo non è quella che può esser sostenuta dai ds o da forza italia, per cui questa area può essere benissimo occupata dalle nostre esigue forze, prendendo sempre a modello i liberali di tutte le nazioni d'Europa.
    Ora Il "sindaco Veltroni oggi su Repubblica insinua che la terza via può essere presa in considerazione da loro.
    La nostra iniziativa dovrebbe esser più forte all'esterno per far evidenziare all'elettorato di centro e moderato come vediamo noi la terza via.
    Possiamo lanciare una sfida, in tutta l'Italia possiamo uscire allo scoperto e far capire alla "ggente" qual'è la nostra posizione.
    Detto per inciso, la forza programmatica di un candidato a sindaco che si allea è solo l'adeguamento, vedi il caso dei repubblicani che si sono adeguati ritenendo la politica dei
    quartieri positiva.
    Gli adeguamenti elettorali sono tanti, quando la chiarezza fa difetto, non nel tuo caso.
    Ora ti saluto e a rileggerci presto.

  8. #108
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    Complimenti per l'elezione a Segretario Regionale all'Amico Valbonesi da parte dei Repubblicani della Sezione "Guglielmo Oberdan" della Media Valle del Serchio e Garfagnana.

    Guglielmo Oberdan

    Visitate il nostro sito

  9. #109
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    Intervento della Prof.ssa Mariaconcetta Schitinelli al 22° Congresso Emiliano Romagnolo

    Dalla sezione di Meldola, un saluto a tutti gli amici repubblicani e ai gentili intervenuti, e un mio saluto particolarmente affettuoso ai più vecchi repubblicani, che incarnano l'essenza, l'anima e la passione del partito che amo.
    Lascio le analisi politiche approfondite e le strategie a chi ne sa più di me. A me preme, invece, prima di affrontare alcuni temi concreti che ritengo debbano essere approfonditi dal partito nazionale, fare alcune riflessioni circa il travaglio che, non solo il nostro partito, ma la società tutta sta vivendo, anche per quella separazione che si è venuta a creare tra politica, storia e filosofia; tra aspetto pragmatico, cioé, e momento riflessivo.
    Come ricordava ieri mattina anche il presidente della giunta regionale, Vasco Errani, oggi prevale nella classe politica il pragmatismo, che sottende, appunto, la mancanza di una riflessione di lungo periodo. E questo costituisce un impoverimento e un pericolo, perché, in assenza di strategie lungimiranti, si mina alla base la possibilità di risolvere i problemi strutturali del Paese.
    Più che rispecchiare ideologie, i due Poli rispecchiano un'ampia gamma di interessi, economici e sociali,; e hanno in comune la ricerca del consenso. Ma in questo gioco si spegne la passione collettiva; e questa politica sempre più istantanea è costretta a inseguire umori passeggeri, piuttosto che interessi durevoli; e per questo tutto dienta pericolosamente fluido.
    La tendenza è quella di svuotare la politica dei suoi contenuti e di rimpiazzarli con la seduzione, con la conseguenza che il ceto politico che emerge è indifferente a qualsiasi contenuto che non sia legato alla più stretta e conveniente attualità. Senza considerare, poi, il rischio di una deriva che fa scambiare per fine ciò che è solo mezzo, inseguendo lo sviluppo economico e dimenticando l'uomo, appunto.
    Non credo che il PRI debba tacere su questo aspetto; non credo che debba seguire la fatale necessità dell'economicismo, o annullarsi nell'effimero o, peggio, nel silenzio.
    Dobbiamo ritrovare il gusto di proporre valori; sottrarci al pericolo di cadere nella banalizzazione di tutti i valori in cui, ora,risiedono spesso sia lo spirito della cultura sia lo spirito della politica.
    Alcuni mesi fa, sul quotidiano "La Stampa", si è sviluppato un interessante dibattito, sollecitato da Michele Perriera, sulle due anime della cultura di destra, dove, pur non condividendo varie osservazioni, ho trovato un concetto che mi appartiene totalmente:" La politica non deve servire soltanto a mettere a disposizioni buone trade e larghi ponti, ma serve anche a porre le condizioni perché sia dato un senso e un valore non meschino e non banale al nostro modo di percorrere le strade e al nostro modo di passare per i ponti".
    Insomma, il concetto è che il nostro modo di pensare e immaginare può contribuire ad alzare il livello delle concrete scelte politiche.
    Qui si pone il problema della cultura, che mi sta molto a cuore; un'idea di cultura che superi le mode e la propensione utilitaristica o consumistica, e che sia,invece, capace di promuovere le qualità migliori dell'individuo, facendone un cittadino consapevole.
    E' finito il tempo degli intellettuali organici, ideologizzati, ma non per questo si deve rinunciare alle motivazioni ideali e a tener separate cultura e politica, con la conseguenza che oggi la politica,e anche la cultura, spesso appaiono senza intensità, immerse nella mediocrità.
    Se molti intellettuali oggi vivono una sorta di "ripiegamento corporativo", è perché non trasmettono più idee, valori, utopie, senza i quali i rapporti sociali sono condannati a diventare meccanici.
    La società produce sempre meno valori, perché si identifica nel modello planetario della riuscita economica e sociale, e si basa essenzialmente sulla competizione. E cosi' si sta verificando un cortocircuito fra cultura, socirtà e politica.
    Uno dei compiti ambiziosi che assegnerei alla politica, dunque, è quello di trovare il modo di coinvolgere di nuovo gli intellettuali, cosi' che possano fungere da traino per i politici stessi e per i cittadini.

    Noi facciamo parte, a livello nazionale, del Polo di centro-destra, su cui mi sento di fare qualche riflessione.
    Io non sono troppo delusa dal Governo..., perchè le mie aspettative erano molto basse. Ad essere delusi, invece, sono molti anche degli irriducibili sostenitori del liberismo, che è il cavallo di battaglia della Casa delle Libertà: delusione dovuta alle liberalizzazioni zoppicanti nei settori dell'energia, gas e comunicazioni; alla pressione fiscale invariata; alla stabilità delle spese pubbliche; all'immobilismo su pensioni e scuola; alla timidezza sulle riforme del mercato del lavoro.
    Del resto, è vero quello che scriveva Alessandro De Nicola su Il Sole-24 Ore del 2 giugno scorso: che " in Italia gli elementi di liberalismo economico sono stati più il risultato delle imposizioni europee o internazionali che iniziativa della nostra classe politica; e che le vere riforme economiche possono essere fatte solo da chi ha una consapevolezza intellettuale della propria missione al governo".
    E' vero, come diceva il filosofo ed economista austriaco Friederich von Hayek, che "le ide hanno conseguenze".
    Non sembra che oggi, in Italia, ci siano economisti di spicco che vogliano e sappiano cambiare lo stato delle cose, come invece avvenne con Reagan e con la Thatcher; ed è per questo che il liberismo da noi sembra dover attendere ancora un po'.
    E di questo ci rallegriamo, perchè non accettiamo, come repubblicani, un liberismo selvaggio e l'annullamento delle principali conquiste sociali, che anche il nostro partito ha contribuito a realizzare.
    Noi abbiamo un'idea politica della libertà, che non è anarchica, ma sociale.
    "Il liberalismo-come diceva Guido Calogero- progredisce quando le libertà soverchianti di pochi vengono riequilibrate in favore delle meno estese degli altri; dunque, la libertà è giusta quando non è privilegiata, sicché pensare la libertà significa a un tempo pensare la giustizia, non come eguaglianza livellatrice, ma come equiparazione delle opportunità.
    Le garanzie di libertà sussistono solo quando sussiste per tutti l'eguale capacità di accedervi".
    A questo proposito, avete riflettuto al fatto che la Casa delle libertà si chiami cosi', e non Casa della libertà?
    Non è irrilevante questa sottigliezza: parlare di libertà al plurale rivela una concezione autoritaria o paternalistica(perché si tratta di libertà concesse da qualcuno, come avveniva nel ' 700 al tempo dei sovrani illuminati -che erano illuminati, cioè più moderni rispetto agli altri re che restavano ancorati al potere assoluto-,ma sempre re erano); o sta a significare libertà di cui non beneficiano tutti, ma solo alcune persone o alcune classi sociali.
    Io preferisco la libertà al singolare.
    Quando mi capita di leggere il pensiero ancora attuale di chi ci ha preceduto, a parte la soddisfazione di ritrovare questi scritti ancora vitali e stimolanti, mi viene di pensare che tutti noi forse dovremmo dedicarci di più a rafforzare la nostra cultura politica, senza la quale corriamo il rischio di isterilirci nella riproposizione di frasi e formule consunte; e dovremmo attingere al nostro patrimonio ideale e politico, per non dimenticarci che siamo noi i vessilliferi dei più alti principii a cui una società liberaldemocratica si ispira.
    E allora non possiamo non considerare anche un tema che fu già caro a Ugo La Malfa: quello della ricerca scientifica, perché a partire da questa si possono creare le premesse per uno sviluppo economico duraturo e l'avanzamento in campi strategici per il futuro del Paese.
    Le analisi attuali attribuiscono fino al 50% dellìaumento della crescita economica dell'ultimo mezzo secolo alle nuove conoscenze scientifiche. Ecco perché in Paesi che vogliono essere competitivi, che vogliono entrare nel club dei produttori di sapere, si investono risorse crescenti nella ricerca, come avviene-ad esempio- in Inghilterra.
    In Italia, invece, lo Stato non è generoso, nonostante che le linee-guida della politica scientifica e tecnologica parlino di sviluppo della conoscenza come di un valore intrinseco di ogni società; e della ricerca "come strumento per migliorare la qualità della vita dei cittadini".
    Non è pensabile che in Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo restino inchiodati a poco più dell'1% del PIL, circa la metà della media europea (che noi contribuiamo ad abbassare).
    Eì vero che si prevede che lo Stato dovrà incentivare l'interesse dei privati per la ricerca, attraverso forme di cofinanziamento pubblico-privato, che determineranno -secondo le stime del governo- un investimento globale dall'attuale 1,07% a oltre il 2% del PIL del prossimo quadriennio. Tuttavia, le risorse restano insufficienti, soprattutto -se è vero -come dichiarato da Berlusconi- che "ciò che abbiamo ereditato dai governi precedenti nel campo della ricerca è un disastro", per l'inadeguatezza del sistema strutturale e funzionale.
    Dati recenti parlanp di solo 3,33 italiano che lavorano nel campo della ricerca, contro una media europea del 5,28% e un dato americano pari all'8,28%.
    Tra il 1991 e il 2000 (si legge nella recente relazione della Banca d'Italia) la quota dei prodotti ad alta tecnologia sul totale delle esportazioni è rimasta stabile (attorno all'8%), mentre nello stesso periodo in Germania è salita dal 12 al 15%; mentre in Francia dal 20 al 25%, e negli USA dal 26 al 30%.
    Per quel che riguarda , poi, le 50 società tecnologiche più promettenti d'Europa, dominano il campo francesi, inglesi, tedeschi, a cui si aggiungono svizzeri, scandinavi e olandesi. L'Italia non riesce a competere in questo campo per le ridotte dimensioni delle imprese, incapaci di esportare e di entrare in queste produzioni. Se non recupererà su questo frontr, rischierà di essere tagliata fuori e di trovarsi nel ruolo di Paese costretto a esportare una maggior quantità di merci a prezzo più basso di quello della concorrenza, per finanziare il proprio sviluppo.
    Il che significa che un'economia "meno intelligente" ci condannerà ad essere più poveri, a meno che non riusciamo a mettere tra le priorità nazionali quella della ricerca, che è indubbiamente una grande scommessa politica e un investimento necessario , anche da parte delle grandi imprese, che non sono sufficientemente presenti su questo fronte.
    E' vero che -come dice un economista- il capitalismo italiano ha una vocazione alla "rincorsa frenata": siamo abituati,cioé, a inseguire, non a fare noi l'andatura. Quindi occorre sollecitare i politici nazionali perché varino leggi che inducano gli imprenditori a investire di più.
    Il tema della ricerca ci porta poi naturalmente ad affrontare quello della scienza e della responsabilità degli scienziati e dei politici.
    Tempo fa, un giornalista della rivista Keiron chiedeva al prof. Boncinelli, genetista di fama internazionale che frequenta spesso Forli' e i seminari dell'associazione "Nuova civiltà delle macchine", se è concreto il rischio che la scienza disarcioni la politica in questo terzo millennio, e che le vere scelte sulla nostra vita possano venir fatte nei laboratori, e non nelle aule dei Parlamenti. Lo scienziato rispondeva che, dati i costi elevatissimi della ricerca, questa non può fare a meno dell'economia e del profitto; contrariamente a quanto sostengono alcuni filosofi, che parlano del prossimo avvento di una scienza dominante.
    si ha comunque la sensazione che la ricerca proceda più velocemente della politica, e che le legislazioni nazionali arranchino ancora interrogandosi sulla liceità delle scoperte, arrivando così quasi sempre in ritardo.
    Occorre , allora, porsi il problema di governare questo processo, perché la scienza non debba provare la tentazione di essere essa stessa elemento di potere; e perché prevalga, sui principii economici, il principio di responsabilità. Non vogliamo il dominio della tecnocrazia, cioé di quel potere che sfrutta conoscenze elitarie per il proprio interesse. Però non va nemmeno demonizzata la tecnologia: il problema cruciale, che non va perso di vista, è di trovare il modo di governare i suoi sviluppi e le sue applicazioni.
    Occorre, cioé, un controllo democratico delle tecnologie, un dialogo tra scienza e umanesimo, che è la condizione indispensabile per affrontare i grandi rischi che corre oggi la democrazia: quelli di una deriva tecnocratica o, all'opposto, di una regressione luddista.
    Allora, è vero che oggi alla società vengono posti così tanti problemi e di tale portata, che è anche difficile per noi repubblicani esplicare un'azione politica su più fronti, data l'esiguità delle nostre forze. Ma non possiamo esimerci dall'intervenire su quelli ritenuti più corrispondenti al nostro patrimonio ideale e politico.
    Allora perché il PRI non interviene ancora sul tema dello sviluppo e della ricerca (ricorderete che l'unico emendamento alla Finanziaria presenteto dal sen. Del Pennino, che invitava a considerare una priorità quella della ricerca scientifica, è stato rigettato senza nemmeno discuterlo; e ciononostante, il partito ha votato a favore di quella finanziaria "democristiana"); perchè il PRI, dicevo, non interviene ancora, sostenendo che un governo, se vuole lo sviluppo del Paese e se non vuole una scienza addomesticata e reticente (perché asservita alle multinazionali), deve preoccuparsi di far crescere i finanziamenti ben oltre quell'1,04% del PIL?
    Perché...una qualche inquietudine me la mettono gli articoli 19 e 20 della Finanziaria, che destrutturano la presenza del pubblico nel settore della ricerca di base, indicando la strada di una "privatizzazione" ampia e priva di qualsiasi vincolo rispetto alla natura degli Enti e alla loro missione, togliendo così allo Stato il suo ruolo di presidio in campi delicatissimi e fondamentali.
    Il mio non è un atteggiamento statalista; però credo debba essere lo Stato, cioé la politica, a decidere per il bene dei cittadini, in nome di principii superiori a quelli dell'economia.
    Si pensi che il congresso dei premi Nobel ad Heidelberg, culminato con la stesura di un "Manifesto per la libertà della pratica scientifica", era stato finanziato da un'importante società farmaceutica: siamo così sicuri che quegli scienziati facciano una ricerca libera e disinteressata?
    Io mi sentirei più garantita da una ricerca finanziata dallo Stato, che non sentirei asservita alle priorità dell'impresa, al culto dell'efficienza e del mercato.
    Mi si obietterà che i costi sono elevatissimi: allora si trovino formule capaci di garantire una ricerca libera, pur ricorrendo ai privati.
    Questo della guida dei processi tecnologici e delle innovazioni, quindi del controllo della storia, in definitiva, é un tema politico scottante, che non possiamo non affrontare in modo laico, senza interferenze oscurantiste; ed é un tema di grande rilevanza culturale: NON VOGLIAMO UN MODELLO DI SOCIETA' E DI SVILUPPO CULTURALE SU BASI SOLO EFFICIENTISTE E CHE RISPONDE SOLO ALLE LOGICHE DEL PROFITTO.
    Vorrei concludere, dopo argomenti così impegnativi, con una riflessione, che può sembrare moralistica, ma che nelle mie intenzioni non lo é: mi sembra che si sia un po' perso, all'interno del partito, come di tutta la società italiana, il senso pieno della laicità, che significa attenersi al criterio della reciproca persuasione, confrontando gli argomenti, senza far valere in modo autoritario i propri convincimenti.
    Dico questo perché l'atteggiamento del partito nazionale non è sempre rispettoso della minoranza e del suo diritto di esistere e di esprimere una posizione alternativa.
    E anche nelle sezioni, durante la presentazione delle mozioni congressuali, si aveva la sensazione di trovarsi di fronte agli esponenti di due partiti diversi, avversari (quando l'ho fatto notare, un amico dirigente nazionale della maggioranza mi ha confermato che è così, siamo due partiti. Forse la foga polemica gli ha fatto dire quello che non pensava). Gran brutta sensazione, comunque!
    Ebbene, io non credo affatto che sia così, o che debba essere così. Pur con le differenti opinioni e idee di che cosa il partito debba rappresentare in termini di idee e di battaglie da sostenere, io non considero gli amici favorevoli al centro-destra degli avversari. Li considero repubblicani che, se hanno davvero a cuore il partito, debbono sforzarsi di lavorare insieme per difenderne quell'identità che già altri ci insidiano, in un confronto costruttivo, non discriminante e selettivo.
    E lavorino anche loro, come noi della linea di autonomia, per portare all'esterno un messaggio non di lacerazioni e di personalismi, ma un messaggio di unità di intente. Occorre certamente rafforzare il dialogo interno, ma ancor di più dobbiamo farlo all'esterno, per recuperare consensi o per crearne di nuovi attorno al partito.
    Il partito si deve aprire alla società, trovando il modo di coinvolgere intellettuali, il mondo dell'associazionismo, il mondo giovanile, Occorre aprire le case repubblicane ai giovani, i nostri possibili eredi, farne il centro di attività di intrattenimento, ma anche di confronto di opinioni diverse, di lezioni sul repubblicanesimo; e seguire l'esempio che a Forlì sta avendo molto successo alla sezione Mazzini, dove circa 200 universitari si ritrovano, perché è stato messo a loro disposizione uno spazio dove incontrarsi, studiare, dedicarsi ad attività di gioco intelligente o di ricerche su Internet. C'è chi si collega ai forum politici. Anche una compagnia teatrale di giovani vi ha trovato ospitalità; in autunno pensiamo di attivarvi, grazie alla disponibilità di Paolo Foschi,un seminario di comunicazione, propedeutico alla comunicazione politica, ma utile anche per il lavoro.
    Dunque, dicevo, cercare di attirare i giovani. E' vero che siamo stati abituati a tenerci lontani dalle sacrestie e dagli oratori, e che forse non abbiamo imparato come i preti a organizzare i giovani e a creare una rete di relazioni che si mantengono nel tempo intorno ad una concezione di vita condivisa, che rafforza il senso di appartenenza.
    Però anche noi abbiamo un modello da proporre, che dobbiamo rivitalizzare e rendere attraente: perché non ci proviamo anche noi, non dimenticando il tema di questo congresso: VALORI E IDEE PER LA DEMOCRAZIA REPUBBLICANA.

    Mariaconcetta Schitinelli

  10. #110
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    Complimenti per la bellissima relazione e per l'elezione a segretario regionale, amico Widmer Valbonesi. Un saluto a tutti gli amici del Forum. Giuseppe Gizzi.

 

 
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