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  1. #151
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    Predefinito da IL RESTO DEL CARLINO 4 settembre 2002



    Forlimpopoli, il Consiglio
    dà il via libera a Hera


    Anche il Consiglio Comunale di Forlimpopoli dà il via libera alla nascita di Hera. Al momento della votazione sono usciti dall'aula i consiglieri di Casa delle Libertà e Partito Repubblicano Italiano; hanno invece votato contro Roverelli e Bondi. La maggioranza è scesa in campo compatta, nonostante qualcuno abbia confessato di avere un fastidioso 'mal di pancia'.

  2. #152
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    Predefinito da IL RESTO DEL CARLINO 4 settembre 2002



    Forlimpopoli, il Consiglio
    dà il via libera a Hera


    Anche il Consiglio Comunale di Forlimpopoli dà il via libera alla nascita di Hera. Al momento della votazione sono usciti dall'aula i consiglieri di Casa delle Libertà e Partito Repubblicano Italiano; hanno invece votato contro Roverelli e Bondi. La maggioranza è scesa in campo compatta, nonostante qualcuno abbia confessato di avere un fastidioso 'mal di pancia'.

  3. #153
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    Predefinito LA VOCE DI RIMINI 5 settembre 2002

    "La politica? Qui si riduce alla caccia ai favori e ai posti"
    'Clamoroso' attacco del Pri agli alleati Ds e Ppi e a TuttoSantarcangelo: "Troppa propaganda e aria di regime"

    SANTARCANGELO

    Quando la bacheca ritorna un tazebao.
    Lancia 'messaggi' politicamente piuttosto forti il segretario dell'Edera locale Daniele Bronzetti dallo spazio espositivo a disposizione dei Repubblicani a qualche metro da piazza Ganganelli. Un jaccuse diretto e perentorio ai due schieramenti con cui il Pri condivide la coalizione di governo, che segue precedenti 'mal di pancia' del Ppi (mai però tanto roboanti, e soprattutto a tal punto ufficiali e pubblici), che aveva a sua volta già puntato l'indice in diverse occasioni contro la 'gestione' della squadra di governo. Bronzetti parte subito in quarta parlando di "accozzaglie malsortite di politici di partito che non dialogano, hanno crisi esistenziali e pretendono di essere protagonisti a discapito di ogni regola di convivenza e coabitazione sotto lo stesso tetto amministrativo" e prosegue con un crescendo incalzante: "Verso di noi c'è il silenzio più totale: veniamo informati dai giornali di direttivi unificati, di accordi tra i due partiti di coalizione col Pri, di incarichi... Questo è rispetto per un partito che ha un assessore in giunta?". Un interrogativo aperto cui seguono ulteriori attacchi: "La politica a Santarcangelo è carente di idee, proposte, uomini e strategie. Tutto si risolve in un basso dialogo 'pro-partes' per avere più favori e più posti degli altri. E come considerare da repubblicani le giunte politiche convocate ignorando le segreterie e chiudendo dunque di fatto fuori da ogni gioco i partiti alleati? Ciò dimostra estrema debolezza organizzativa e notevole insicurezza tattica". Il segretario specifica però in chiusura della lunga disamina che non si tratta di uno sfogo antecedente una possibile uscita dalla giunta: "Il Partito Repubblicano Italiano arriverà, per rispetto questo sì, fino in fondo, ma mai sarà a fianco (in coalizione) di Rifondazione comunista. E mai farà da mozzo sulla barca del centrosinistra". E non è tutto. Nel mirino di Bronzetti, nella medesima bacheca, finisce anche il periodico d'informazione comunale TuttoSantarcangelo. 'Bollato' come "poco divulgativo dell'azione amministrativa e molto propagandistico a favore di pochi partiti" e 'colpevole' a detta del segretario di "escludere completamente l'opposizione" e di "marcare più su certe azioni a modo di propaganda elettorale". Tanto che il direttivo dell'Edera chiede "meno lodi, meno imbrodi, più voci del coro e meno aria 'di regime'".

    Nicola Strazzacapa

  4. #154
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    Predefinito LA VOCE DI RIMINI 5 settembre 2002

    "La politica? Qui si riduce alla caccia ai favori e ai posti"
    'Clamoroso' attacco del Pri agli alleati Ds e Ppi e a TuttoSantarcangelo: "Troppa propaganda e aria di regime"

    SANTARCANGELO

    Quando la bacheca ritorna un tazebao.
    Lancia 'messaggi' politicamente piuttosto forti il segretario dell'Edera locale Daniele Bronzetti dallo spazio espositivo a disposizione dei Repubblicani a qualche metro da piazza Ganganelli. Un jaccuse diretto e perentorio ai due schieramenti con cui il Pri condivide la coalizione di governo, che segue precedenti 'mal di pancia' del Ppi (mai però tanto roboanti, e soprattutto a tal punto ufficiali e pubblici), che aveva a sua volta già puntato l'indice in diverse occasioni contro la 'gestione' della squadra di governo. Bronzetti parte subito in quarta parlando di "accozzaglie malsortite di politici di partito che non dialogano, hanno crisi esistenziali e pretendono di essere protagonisti a discapito di ogni regola di convivenza e coabitazione sotto lo stesso tetto amministrativo" e prosegue con un crescendo incalzante: "Verso di noi c'è il silenzio più totale: veniamo informati dai giornali di direttivi unificati, di accordi tra i due partiti di coalizione col Pri, di incarichi... Questo è rispetto per un partito che ha un assessore in giunta?". Un interrogativo aperto cui seguono ulteriori attacchi: "La politica a Santarcangelo è carente di idee, proposte, uomini e strategie. Tutto si risolve in un basso dialogo 'pro-partes' per avere più favori e più posti degli altri. E come considerare da repubblicani le giunte politiche convocate ignorando le segreterie e chiudendo dunque di fatto fuori da ogni gioco i partiti alleati? Ciò dimostra estrema debolezza organizzativa e notevole insicurezza tattica". Il segretario specifica però in chiusura della lunga disamina che non si tratta di uno sfogo antecedente una possibile uscita dalla giunta: "Il Partito Repubblicano Italiano arriverà, per rispetto questo sì, fino in fondo, ma mai sarà a fianco (in coalizione) di Rifondazione comunista. E mai farà da mozzo sulla barca del centrosinistra". E non è tutto. Nel mirino di Bronzetti, nella medesima bacheca, finisce anche il periodico d'informazione comunale TuttoSantarcangelo. 'Bollato' come "poco divulgativo dell'azione amministrativa e molto propagandistico a favore di pochi partiti" e 'colpevole' a detta del segretario di "escludere completamente l'opposizione" e di "marcare più su certe azioni a modo di propaganda elettorale". Tanto che il direttivo dell'Edera chiede "meno lodi, meno imbrodi, più voci del coro e meno aria 'di regime'".

    Nicola Strazzacapa

  5. #155
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    Aldo Cappelli, Novecento Romagnolo, S.l., Edizioni Nuova Tipografia, 2002, pp. 252, euro 15,49

    Aldo Cappelli da tempo si è affermato in campo letterario ottenendo riconoscimenti e premi anche di carattere internazionale. Nei suo romanzi e nelle sue commedie ha narrato la Romagna con una prosa fluente e chiara, con dialoghi vivaci. Leggerlo è un piacere, un piacere che si rinnova ad ogni suo lavoro.
    Con Novecento Romagnolo egli ci offre ancora una volta uno spaccato di vita della regione che, unica in Italia, ha visto contemporaneamente le tre grandi opposizioni al regno monarchico: la repubblicana, la socialista e la cattolica.
    L'autore parte dai primi anni del secolo e attraverso bozzetti ben strutturati ci mostra la vita di una comunità agricola e la sua trasformazione, lenta dapprima, e poi rapida, troppo rapida. La comunità perde progressivamente le caratteristiche che nel bene e nel male l'avevano caratterizzata e resa inconfondibile. Di pari passo si trasforma e scompare la società contadina che aveva espresso quella civiltà e il suo modo di essere. La trasformazione in qualche decennio muta radicalmente in Romagna la vita, rurale e cittadina, porta via vecchie miserie, fame, malattie incurabili; ma nello stesso tempo sconvolge e trasforma i valori positivi sui quali la società si era formata e si era retta. In pochi anni si avranno più cambiamenti che negli ultimi due o tre secoli. E la Romagna di fine novecento ormai non è che una pallida idea di quello che era. Nella realtà nazionale è in atto un'omogeneizzazione, positiva e negativa allo stesso tempo, che fa pensare ai più vecchi che il mondo in cui sono nati e cresciuti non c'è più!
    Come già in Ottocento Romagnolo, anche in Novecento Romagnolo c'è profumo di Romagna, c'è profumo di repubblicanesimo, repubblicanesimo di una volta. La partecipazione dei singoli e delle famiglie alla vita sociale è vista nella realtà spesso intrisa di forti passionalità, in cui affiora l'atavico spirito bellicoso dei celti che nei romagnoli è unito indissolubilmente con l'altrettanto atavico senso romano della giustizia e del diritto. E al sacro rispetto per la parola data. È un contesto in cui il senso della comunità va al di là delle divergenze politiche e ideologiche, e la famiglia, la solidarietà specie fra i più poveri, l'amicizia e l'ospitalità sono valori reali di caratteri duri ma generosi, aperti verso lo straniero e nello stesso tempo diffidenti con gli estranei.
    La società romagnola del primo '900 è ancora basata sulla piccola azienda agricola di carattere familiare, retaggio forse di tradizioni secolari. Si pensa infatti che l'origine di questa piccola proprietà familiare risalga ai terreni bonificati all'incirca quasi 2200 anni fa, nel secolo precedente l'era volgare, e assegnati ai soldati romani e latini smobilitati. Questi assegnatari si fusero pacificamente con i Galli che da qualche secolo erano già nella zona, sui terreni limitrofi alla bonifica. Questa è l'origine dell'etnia romagnola, dei suoi caratteri, della sua organizzazione sociale, come l'autore accenna nell'introduzione. Nel XX secolo il tessuto sociale che si era formato nei secoli, comincia a sfilacciarsi. Dapprima il fenomeno è quasi insensibile, ma dopo la seconda guerra mondiale lo sfilacciamento diventa progressivamente rapido e negli anni '50 - '60 la vecchia società agricola scompare del tutto, travolta da una trasformazione tanto veloce da cancellare il passato. Scompare con il passato il tipico anticlericalismo dei romagnoli, anticlericalismo che non è mai stato ripudio o vilipendio del sacro, ma bisogno di libertà, necessità della libertà come mezzo di auto educazione e come esigenza di giustizia contro il potere politico della chiesa romana, asfissiante e retrogrado anche a giudizio di molti cattolici.
    Lo scenario di Novecento Romagnolo è, come nel precedente Ottocento Romagnolo, lo stradone, una via di comunicazione che, scendendo dalla valle del Bidente, a Forlimpopoli si immette nella secolare via Emilia. Agli inizi del racconto lo stradone è ancora contornato da poderi e da case coloniche, tipiche della campagna romagnola. È una zona nell'immediata periferia della vivace cittadina romagnola e destinata col tempo a inurbarsi. La comunità contadina dello stradone agli inizi del secolo è ancora il simbolo della società agricola romagnola, con i suoi limiti, le sue miserie, i suoi valori, prima che l'evoluzione la faccia sparire.
    Siamo fra cronaca e storia, con i conflitti fra repubblicani e socialisti, fra la sinistra risorgimentale e le prime organizzazioni marxiste che ai primi del '900 avevano ormai assunto la direzione del movimento socialista. Teste calde da una parte e dall'altra, dal coltello quasi sempre pronto a concludere le discussione più accese. E di questa profonda divisione fra le sinistre approfitterà poi il fascismo.
    Ma non sempre repubblicani e socialisti si fanno la guerra. Senza che le reciproche diffidenze e i reciproci risentimenti spariscano del tutto ci sono tuttavia momenti in cui sinistra risorgimentale e sinistra marxista si trovano fianco a fianco: è l'opposizione alla guerra coloniale in Libia, è il momento della settimana rossa.
    La penna di uno scrittore può talvolta dare immagini più efficaci di quelle che possono sorgere da rigorose e attente ricerche storiche. È il caso di Gemisto nella tragedia di Caporetto o del giovane partigiano Rosario: in poche righe si ha immediatamente la sensazione del dramma personale all'interno del quadro più ampio della tragedia nazionale. La stessa sensazione che ci accompagna anche in altri episodi, ben approfonditi e raccontati. In successione vediamo gli orrori della guerra coloniale, il riflesso delle leggi razziali, il sanguinoso contrasto fra anarchici e comunisti nella guerra civile spagnola, la tragica ritirata in Russia. I sentimenti hanno sempre coloriti molto intensi: in Romagna i mezzi termini non sono molti usati.
    Fra i tanti pregi Cappelli ha anche la grande capacità di scavare nella interiorità dei suoi personaggi, dando loro una dimensione completa che mostra le diverse sfaccettature di una personalità. Come nell'episodio di Fernando: "Era come se lei fosse l'unica donna al mondo capace di liberarlo dalla sua angoscia e senza fare niente, semplicemente ascoltandolo." Oppure come in quello di Auro: "Ancora non ho peccato e poi, se è un peccato, lo faccio tanto malvolentieri che non può essere un peccato grave."
    Ma al di là delle qualità positive l'amico Aldo Cappelli è anche uno dei .... "soliti ultimi che, quando un'epoca è finita, continuano a difenderne le tradizioni, i principi, o semplicemente il ricordo...."

    Widmer Lanzoni


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    Aldo Cappelli, Novecento Romagnolo, S.l., Edizioni Nuova Tipografia, 2002, pp. 252, euro 15,49

    Aldo Cappelli da tempo si è affermato in campo letterario ottenendo riconoscimenti e premi anche di carattere internazionale. Nei suo romanzi e nelle sue commedie ha narrato la Romagna con una prosa fluente e chiara, con dialoghi vivaci. Leggerlo è un piacere, un piacere che si rinnova ad ogni suo lavoro.
    Con Novecento Romagnolo egli ci offre ancora una volta uno spaccato di vita della regione che, unica in Italia, ha visto contemporaneamente le tre grandi opposizioni al regno monarchico: la repubblicana, la socialista e la cattolica.
    L'autore parte dai primi anni del secolo e attraverso bozzetti ben strutturati ci mostra la vita di una comunità agricola e la sua trasformazione, lenta dapprima, e poi rapida, troppo rapida. La comunità perde progressivamente le caratteristiche che nel bene e nel male l'avevano caratterizzata e resa inconfondibile. Di pari passo si trasforma e scompare la società contadina che aveva espresso quella civiltà e il suo modo di essere. La trasformazione in qualche decennio muta radicalmente in Romagna la vita, rurale e cittadina, porta via vecchie miserie, fame, malattie incurabili; ma nello stesso tempo sconvolge e trasforma i valori positivi sui quali la società si era formata e si era retta. In pochi anni si avranno più cambiamenti che negli ultimi due o tre secoli. E la Romagna di fine novecento ormai non è che una pallida idea di quello che era. Nella realtà nazionale è in atto un'omogeneizzazione, positiva e negativa allo stesso tempo, che fa pensare ai più vecchi che il mondo in cui sono nati e cresciuti non c'è più!
    Come già in Ottocento Romagnolo, anche in Novecento Romagnolo c'è profumo di Romagna, c'è profumo di repubblicanesimo, repubblicanesimo di una volta. La partecipazione dei singoli e delle famiglie alla vita sociale è vista nella realtà spesso intrisa di forti passionalità, in cui affiora l'atavico spirito bellicoso dei celti che nei romagnoli è unito indissolubilmente con l'altrettanto atavico senso romano della giustizia e del diritto. E al sacro rispetto per la parola data. È un contesto in cui il senso della comunità va al di là delle divergenze politiche e ideologiche, e la famiglia, la solidarietà specie fra i più poveri, l'amicizia e l'ospitalità sono valori reali di caratteri duri ma generosi, aperti verso lo straniero e nello stesso tempo diffidenti con gli estranei.
    La società romagnola del primo '900 è ancora basata sulla piccola azienda agricola di carattere familiare, retaggio forse di tradizioni secolari. Si pensa infatti che l'origine di questa piccola proprietà familiare risalga ai terreni bonificati all'incirca quasi 2200 anni fa, nel secolo precedente l'era volgare, e assegnati ai soldati romani e latini smobilitati. Questi assegnatari si fusero pacificamente con i Galli che da qualche secolo erano già nella zona, sui terreni limitrofi alla bonifica. Questa è l'origine dell'etnia romagnola, dei suoi caratteri, della sua organizzazione sociale, come l'autore accenna nell'introduzione. Nel XX secolo il tessuto sociale che si era formato nei secoli, comincia a sfilacciarsi. Dapprima il fenomeno è quasi insensibile, ma dopo la seconda guerra mondiale lo sfilacciamento diventa progressivamente rapido e negli anni '50 - '60 la vecchia società agricola scompare del tutto, travolta da una trasformazione tanto veloce da cancellare il passato. Scompare con il passato il tipico anticlericalismo dei romagnoli, anticlericalismo che non è mai stato ripudio o vilipendio del sacro, ma bisogno di libertà, necessità della libertà come mezzo di auto educazione e come esigenza di giustizia contro il potere politico della chiesa romana, asfissiante e retrogrado anche a giudizio di molti cattolici.
    Lo scenario di Novecento Romagnolo è, come nel precedente Ottocento Romagnolo, lo stradone, una via di comunicazione che, scendendo dalla valle del Bidente, a Forlimpopoli si immette nella secolare via Emilia. Agli inizi del racconto lo stradone è ancora contornato da poderi e da case coloniche, tipiche della campagna romagnola. È una zona nell'immediata periferia della vivace cittadina romagnola e destinata col tempo a inurbarsi. La comunità contadina dello stradone agli inizi del secolo è ancora il simbolo della società agricola romagnola, con i suoi limiti, le sue miserie, i suoi valori, prima che l'evoluzione la faccia sparire.
    Siamo fra cronaca e storia, con i conflitti fra repubblicani e socialisti, fra la sinistra risorgimentale e le prime organizzazioni marxiste che ai primi del '900 avevano ormai assunto la direzione del movimento socialista. Teste calde da una parte e dall'altra, dal coltello quasi sempre pronto a concludere le discussione più accese. E di questa profonda divisione fra le sinistre approfitterà poi il fascismo.
    Ma non sempre repubblicani e socialisti si fanno la guerra. Senza che le reciproche diffidenze e i reciproci risentimenti spariscano del tutto ci sono tuttavia momenti in cui sinistra risorgimentale e sinistra marxista si trovano fianco a fianco: è l'opposizione alla guerra coloniale in Libia, è il momento della settimana rossa.
    La penna di uno scrittore può talvolta dare immagini più efficaci di quelle che possono sorgere da rigorose e attente ricerche storiche. È il caso di Gemisto nella tragedia di Caporetto o del giovane partigiano Rosario: in poche righe si ha immediatamente la sensazione del dramma personale all'interno del quadro più ampio della tragedia nazionale. La stessa sensazione che ci accompagna anche in altri episodi, ben approfonditi e raccontati. In successione vediamo gli orrori della guerra coloniale, il riflesso delle leggi razziali, il sanguinoso contrasto fra anarchici e comunisti nella guerra civile spagnola, la tragica ritirata in Russia. I sentimenti hanno sempre coloriti molto intensi: in Romagna i mezzi termini non sono molti usati.
    Fra i tanti pregi Cappelli ha anche la grande capacità di scavare nella interiorità dei suoi personaggi, dando loro una dimensione completa che mostra le diverse sfaccettature di una personalità. Come nell'episodio di Fernando: "Era come se lei fosse l'unica donna al mondo capace di liberarlo dalla sua angoscia e senza fare niente, semplicemente ascoltandolo." Oppure come in quello di Auro: "Ancora non ho peccato e poi, se è un peccato, lo faccio tanto malvolentieri che non può essere un peccato grave."
    Ma al di là delle qualità positive l'amico Aldo Cappelli è anche uno dei .... "soliti ultimi che, quando un'epoca è finita, continuano a difenderne le tradizioni, i principi, o semplicemente il ricordo...."

    Widmer Lanzoni


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  7. #157
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 7 settembre 2002

    «Io candidato sindaco?
    Non posso escluderlo»

    La maggioranza che governa Cesena ha superato l'ostacolo Hera, ma resta risicata, una compagine a rischio. Giovedì sera si è riunita la direzione del partito repubblicano cesenate per analizzare la situazione politica. Capire che ruolo reciterà l'edera cesenate nella fase finale del mandato legislativo è importante, per prefigurare assetti e alleanze in vista delle prossime elezioni. Ne parliamo con il vicesindaco Mario Guidazzi.

    Pare sia consuetudine del Pri, un anno prima di fine legislatura, sfilarsi dalle amministrazioni e giocare da solo la propria partita.Sarà così anche stavolta?

    «Non seguo il ragionamento. Abbiamo avvallato il programma di Conti e per quello lavoriamo; ora la maggioranza è più debole e c'è qualche problema in più. Ma il Pri non farà il cavallo pazzo. Se però la giunta intende aprire a Rifondazione e Verdi, cambierà la nostra collocazione».

    E a chi vorrebbe aprire il Pri, per rafforzare una maggioranza debole?

    «Gallone è il primo interlocutore. Iniziò il mandato con noi; poi, dopo aver aderito al Nuovo Psi di Martelli, che nulla aveva a che vedere con l'Ulivo, fu coerente e si collocò fuori dalla maggioranza, pur condividendo in buona parte il programma di Conti. Ora è tornato vicino».

    Come vi rapportate con i laici Bonavita e Abbondanza, fuoriusciti dai Ds?

    «Mah, loro parlano di sinistra unita e io li vedo come pontieri con Rifondazione, un po'ondivaghi e fumosi. Vedremo lunedì in consiglio come spiegheranno il loro progetto laburista. Ma fossi in Blair, li denuncerei per l'usurpazione del nome».

    Le proposte di Ugolini?

    «Lui ha una capacità di eloquio insuperabile; sembra certi cantanti americani che quando li senti cantare dici: che voce! Ma se poi leggi la traduzione delle parole, non capisci cosa vogliono dire. Un esempio: Ugolini vota contro Hera definendola una creazione dei Ds a loro beneficio, quando il presidente è della Margherita e uno dei partner chiave è Guazzaloca».

    Per le prossime amministrative, La Malfa il simbolo non ve lo dà, se rimarrete fuori dalla linea del partito.

    «Piano: aspettiamo il congresso di ottobre che chiarirà i margini operativi del partito a livello locale nel rapporto con le amministrazioni».

    Gallina ha detto che se il Pri correrà da solo, dovrà muoversi fin da ora.

    «Vero. Bisogna capire cosa vogliono i Ds».

    Mario Guidazzi prossimo sindaco di Cesena eletto in una lista autonoma grazie all'accordo con il centro-destra. Futuribile?

    «Tutto è futuribile, anche che io diventi sindaco. Devo dire però che Conti ha lavorato dignitosamente. Ma io, sto scherzando (sta scherzando, ndr?), sarei migliore».

    di Andrea Alessandrini

  8. #158
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 7 settembre 2002

    «Io candidato sindaco?
    Non posso escluderlo»

    La maggioranza che governa Cesena ha superato l'ostacolo Hera, ma resta risicata, una compagine a rischio. Giovedì sera si è riunita la direzione del partito repubblicano cesenate per analizzare la situazione politica. Capire che ruolo reciterà l'edera cesenate nella fase finale del mandato legislativo è importante, per prefigurare assetti e alleanze in vista delle prossime elezioni. Ne parliamo con il vicesindaco Mario Guidazzi.

    Pare sia consuetudine del Pri, un anno prima di fine legislatura, sfilarsi dalle amministrazioni e giocare da solo la propria partita.Sarà così anche stavolta?

    «Non seguo il ragionamento. Abbiamo avvallato il programma di Conti e per quello lavoriamo; ora la maggioranza è più debole e c'è qualche problema in più. Ma il Pri non farà il cavallo pazzo. Se però la giunta intende aprire a Rifondazione e Verdi, cambierà la nostra collocazione».

    E a chi vorrebbe aprire il Pri, per rafforzare una maggioranza debole?

    «Gallone è il primo interlocutore. Iniziò il mandato con noi; poi, dopo aver aderito al Nuovo Psi di Martelli, che nulla aveva a che vedere con l'Ulivo, fu coerente e si collocò fuori dalla maggioranza, pur condividendo in buona parte il programma di Conti. Ora è tornato vicino».

    Come vi rapportate con i laici Bonavita e Abbondanza, fuoriusciti dai Ds?

    «Mah, loro parlano di sinistra unita e io li vedo come pontieri con Rifondazione, un po'ondivaghi e fumosi. Vedremo lunedì in consiglio come spiegheranno il loro progetto laburista. Ma fossi in Blair, li denuncerei per l'usurpazione del nome».

    Le proposte di Ugolini?

    «Lui ha una capacità di eloquio insuperabile; sembra certi cantanti americani che quando li senti cantare dici: che voce! Ma se poi leggi la traduzione delle parole, non capisci cosa vogliono dire. Un esempio: Ugolini vota contro Hera definendola una creazione dei Ds a loro beneficio, quando il presidente è della Margherita e uno dei partner chiave è Guazzaloca».

    Per le prossime amministrative, La Malfa il simbolo non ve lo dà, se rimarrete fuori dalla linea del partito.

    «Piano: aspettiamo il congresso di ottobre che chiarirà i margini operativi del partito a livello locale nel rapporto con le amministrazioni».

    Gallina ha detto che se il Pri correrà da solo, dovrà muoversi fin da ora.

    «Vero. Bisogna capire cosa vogliono i Ds».

    Mario Guidazzi prossimo sindaco di Cesena eletto in una lista autonoma grazie all'accordo con il centro-destra. Futuribile?

    «Tutto è futuribile, anche che io diventi sindaco. Devo dire però che Conti ha lavorato dignitosamente. Ma io, sto scherzando (sta scherzando, ndr?), sarei migliore».

    di Andrea Alessandrini

  9. #159
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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 10 settembre 2002

    Forlì ha dimenticato il carcere»

    Cosa succede nel carcere di Forlì? L'attuale struttura della Rocca è realmente idonea a «ospitare» con tutte le garanzie i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria? Non sarebbe più opportuno restituire lo storico edificio alla città e trasferire il carcere in una nuova e più funzionale struttura? Sono domande nell'aria ormai da anni a Forlì e che tornano d'attualità ogni volta che un evento tragico o clamoroso — dai suicidi in cella alle proteste delle guardie — riportano all'attenzione delle istituzioni una struttura che invece normalmente viene tenuta nel dimenticatoio da tutti.
    Il Carlino ha provato a dare uno scossone a questa situazione, non solo raccontando puntualmente la cronaca, ma indirizzando direttamente al ministero la richiesta che il carcere si «apra» per un giorno alla città e ai suoi testimoni: i giornalisti del Carlino. Luca Bartolini, presidente provinciale di Alleanza nazionale, ha raccolto l'appello e, facendo seguito al suo interessamento per le vicende della Rocca, si è detto disponibile ad accompagnarci in un eventuale «sopralluogo» all'interno del carcere.
    C'è poi un altro politico forlivese che, sia per i suoi «trascorsi» sia per il suo interessamento continuo, ha parecchie cose da dire sul carcere.
    Si tratta del consigliere comunale repubblicano Lauro Biondi: qualche anno fa passò, suo malgrado, qualche giorno «ospite» della Rocca per il suo coinvolgimento in un'inchiesta giudiziaria su presunti illeciti urbanistici. Dopo molti anni Biondi è uscito completamente innocente dall'inchiesta — ed è pertanto in attesa di un risarcimento — ma con grande sensibilità e correttezza non ha «cancellato» l'esperienza ed anzi due anni fa è tornato in «visita» al carcere per verificare le condizioni di vita dei detenuti e quelle di lavoro degli agenti. «Già allora la situazione era sull'orlo dell'allarme vero e proprio — dice Biondi — ma, nonostante i fondi per il nuovo carcere fossero previsti dal piano per l'edilizia carceraria, nessuno si è preoccupato di affrontare il problema in sede di discussione del Piano regolatore generale del Comune di Forlì». Per il consigliere repubblicano sono stati inutilmente persi due anni: «Gli amministratori comunali forlivesi non hanno brillato, al solito, per trasparenza. In consiglio comunale non è mai stato toccato l'argomento. Il carcere sembra un problema dimenticato da tutti, finchè non succede una tragedia». Biondi sollecita gli amministratori ad affrontare il problema del trasferimento del carcere: «Si dovrebbe individuare una sede a cavallo delle province di Forlì e Ravenna per dare alla struttura una valenza interprovinciale».
    cronaca.
    forli@ilrestodelcarlino.it

    di Marco Principini

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    Predefinito RESTO DEL CARLINO 10 settembre 2002

    Forlì ha dimenticato il carcere»

    Cosa succede nel carcere di Forlì? L'attuale struttura della Rocca è realmente idonea a «ospitare» con tutte le garanzie i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria? Non sarebbe più opportuno restituire lo storico edificio alla città e trasferire il carcere in una nuova e più funzionale struttura? Sono domande nell'aria ormai da anni a Forlì e che tornano d'attualità ogni volta che un evento tragico o clamoroso — dai suicidi in cella alle proteste delle guardie — riportano all'attenzione delle istituzioni una struttura che invece normalmente viene tenuta nel dimenticatoio da tutti.
    Il Carlino ha provato a dare uno scossone a questa situazione, non solo raccontando puntualmente la cronaca, ma indirizzando direttamente al ministero la richiesta che il carcere si «apra» per un giorno alla città e ai suoi testimoni: i giornalisti del Carlino. Luca Bartolini, presidente provinciale di Alleanza nazionale, ha raccolto l'appello e, facendo seguito al suo interessamento per le vicende della Rocca, si è detto disponibile ad accompagnarci in un eventuale «sopralluogo» all'interno del carcere.
    C'è poi un altro politico forlivese che, sia per i suoi «trascorsi» sia per il suo interessamento continuo, ha parecchie cose da dire sul carcere.
    Si tratta del consigliere comunale repubblicano Lauro Biondi: qualche anno fa passò, suo malgrado, qualche giorno «ospite» della Rocca per il suo coinvolgimento in un'inchiesta giudiziaria su presunti illeciti urbanistici. Dopo molti anni Biondi è uscito completamente innocente dall'inchiesta — ed è pertanto in attesa di un risarcimento — ma con grande sensibilità e correttezza non ha «cancellato» l'esperienza ed anzi due anni fa è tornato in «visita» al carcere per verificare le condizioni di vita dei detenuti e quelle di lavoro degli agenti. «Già allora la situazione era sull'orlo dell'allarme vero e proprio — dice Biondi — ma, nonostante i fondi per il nuovo carcere fossero previsti dal piano per l'edilizia carceraria, nessuno si è preoccupato di affrontare il problema in sede di discussione del Piano regolatore generale del Comune di Forlì». Per il consigliere repubblicano sono stati inutilmente persi due anni: «Gli amministratori comunali forlivesi non hanno brillato, al solito, per trasparenza. In consiglio comunale non è mai stato toccato l'argomento. Il carcere sembra un problema dimenticato da tutti, finchè non succede una tragedia». Biondi sollecita gli amministratori ad affrontare il problema del trasferimento del carcere: «Si dovrebbe individuare una sede a cavallo delle province di Forlì e Ravenna per dare alla struttura una valenza interprovinciale».
    cronaca.
    forli@ilrestodelcarlino.it

    di Marco Principini

 

 
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