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    Exclamation MEDIO-ORIENTE ... gia' nel lontano 1947 ....



    tratto dalla Agenzia Ap.Biscom del 14-03-2002
    °°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

    La Malfa: nel '47 ONU adottò risoluzione simile, ma arabi non accettarono


    "Riteniamo di grande importanza la risoluzione 1397 delle Nazioni Unite, che afferma una visione della regione, dove due stati, Israele e Palestina, vivono 'fianco a fianco' all'interno di confini sicuri e riconosciuti". Questa la dichiarazione del presidente del PRI, Giorgio La Malfa, sul deliberato delle Nazioni Unite in merito alla crisi mediorientale. La Malfa comunque evidenzia che "già nel 1947 la Nazioni Unite adottarono una risoluzione di questo genere e che la Lega Araba, scatenando una guerra contro Israele, si assunse la responsabilità di renderla inefficace". "L'augurio - continua La Malfa - che noi facciamo è che oggi gli stati arabi accettino questa imposizione, che ci sembra riflettere anche la posizione saudita, e che si possa così porre fine ai tragici eventi degli ultimi mesi". Infine il presidente del partito repubblicano italiano sottolinea che "la risoluzione delle Nazioni Unite, fornisce un punto di riferimento chiaro al prossimo consiglio di Barcellona sottraendo l'Europa al rischio di posizioni velleitarie, non equidistanti, quando non decisamente anti israeliane".



  2. #2
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    Per una documentazione sull'argomento
    visita anche....:

    http://www.freeforumzone.com/viewmes...f=4769&idd=102

  3. #3
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    Israele: la memoria necessaria

    Pubblichiamo una riflessione del Prof. Paolo Bagnoli sulla questione israeliano-palestinese che tenta di contestualizzare la drammatica situazione presente a partire dalla storia profonda del conflitto, dalla sua memoria. Bagnoli è Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nella seconda Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena e insegna la stessa disciplina all’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano. In particolare si è occupato del pensiero politico dell’Ottocento e del Novecento con specifico riferimento alle figure di Giuseppe Montanelli, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Filippo Burzio. Attualmente sta svolgendo una ricerca sul tema della nazione nell’Ottocento italiano. Collabora a numerosi quotidiani e riviste ed è Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza della Toscana.

    I cambiamenti profondi della nostra epoca richiedono, sempre più, il ricorso alla memoria intesa come consapevolezza della storia e fonte valoriale che, non solo permetta di inquadrare correttamente ciò che ormai è alle nostre spalle, ma anche di interpretare meglio il presente per andare verso un futuro civile. La memoria è, quindi, necessaria sia per giudicare il presente che per contribuire a governarlo secondo i canoni di una politica moralmente valida. Essa non potrà mai essere immune da passioni, ideologie, culture ed interessi, ma deve rifuggire da stereotipi e parzialità poiché serve ad attivare un’ampia identificazione identitaria.
    Partendo da questa premessa riteniamo che il parametro della memoria torni utile anche per valutare il quadro mediorientale ovvero lo scontro israeliano-palestinese e quanto vi si connette. Le tante immagini che, in queste lunghe e drammatiche settimane, gli schermi televisivi hanno portato nelle nostre case; i tanti servizi giornalistici che si è potuto leggere e le manifestazioni che si sono svolte non sempre hanno dato ragione della questione perché hanno, per lo più in maniera culturalmente e politicamente penetrante, teso a raffigurare un quadro giustificatorio dell’estremismo palestinese.
    La storia e la realtà della situazione palestinese non possono certo essere negate. E questa storia ed una tragica realtà ci dicono che, a seguito della nascita dello Stato di Israele, molte migliaia di palestinesi sono divenuti profughi e che la risposta da parte del governo Sharon all’estremismo omicida dell’intifada del terrore ha provocato nuove distruzioni; ha inferto nuovamente una dura ferita all’irrisolta realtà rappresentata da Arafat, ma la forza che risponde alla violenza – tralasciamo qui ogni giudizio sulla sua eventuale efficacia – ha finito molto spesso per delineare una sorta di delegittimazione dello Stato israeliano. Quasi che esso debba considerarsi come il frutto dell’illegittima occupazione di un luogo rispetto al quale non ha titolo alcuno. Da qui il chiudersi logico dell’equazione storico-politica per cui tanto sangue e tanta violenza non ci sarebbero stati, e non ci sarebbero, se non vi fosse stato Israele. Ed ancora: se lo Stato con la stella di David non ci fosse tutta la diaspora palestinese potrebbe ricomporsi e con ciò tornerebbe la pace.
    Già, la pace; è la parola che viene più usata quando scoppia un conflitto, ma che nel caso in questione ci sembra, al di là delle frasi di rito, sia stata usata molto unilateralmente e con evidente sbilanciamento a favore di Arafat.
    La pace non può essere, infatti, considerata solo un sentimento, per quanto nobile, od un’assenza di guerra né un qualcosa che non c’è perché sono stati inviati i carri armati nei territori di Arafat. Per averla non è sufficiente muoversi, così come ha fatto il pacifismo italiano, e non solo, per andare a fare da interposizione a difesa di Arafat dimostrando una evidente intenzione unilateralmente antisraeliana. No, la pace è un fatto politico che, realmente e cinicamente, si ottiene in due modi soltanto: o con accordi consensuali o con la capitolazione di una parte e la vittoria di un’altra. I sentimenti servono, sicuramente, ad influenzare le scelte politiche, ma non sono sufficienti a determinarle compiutamente.
    Una pace vera nel medioriente si può ottenere solo garantendo la sicurezza di Israele e facendo evolvere il pre-Stato dell’Autonomia palestinese in una vera e propria entità a sovranità non limitata. Solo così si potrà dare stabilità all’area fermo restando, poi, che nella complessità rappresentata da due popoli che sono uno dentro l’altro – che è uno degli aspetti peculiari del problema – vi sono tante altre questioni rilevanti e delicate che devono essere affrontate come Gerusalemme, gli insediamenti israeliani in territori altrui ed anche il dramma dei profughi. Però se non si afferma il dato di partenza, poiché non è pensabile che tutto il contenzioso annesso si possa risolvere contestualmente, allora la pace non vi sarà mai; né Israele sarà sicura né nascerà un vero Stato palestinese. Tutto, al contrario, rischierà di essere travolto con conseguenze inimagginabili perché l’intifada terroristica ha come obiettivo la cancellazione di Israele prima ancora che far nascere uno Stato palestinese. E poiché Hamas e le altre organizzazioni del terrorismo palestinese basano la loro intenzione sul presupposto dell’illegittimità di Israele, ecco che la dimensione della

    memoria torna utile anche per rispondere ad un’offensiva mediatica molto capziosamente a senso unico.
    La tesi dell’illegittimità di Israele sembra fondarsi sull’idea che se, nel 1948, non fosse nato quello Stato gli ebrei in Palestina non ci sarebbero mai stati. Si tratta di una tesi paradossale poiché la storia ricorda alla memoria di chi la vuole attivare che, per esempio, a Gerusalemme, già negli ultimi decenni dell’Ottocento, la maggioranza della popolazione era ebraica In quella terra – battezzata nel 1902 dallo storico americano Alfred Thayez Mahan "Middle East" – alle soglie del primo conflitto mondiale erano giunte decine di migliaia di persone provenienti dall’Europa orientale per sfuggire ai pogrom che, nella cattolicissima Polonia e nell’ortodossa Russia, venivano perpetrati contro le popolazioni ebraiche. Non solo, ma agli ebrei di Palestina era stato riconosciuto un ruolo ufficiale avendo partecipato, insieme agli inglesi, con una brigata alla seconda guerra mondiale mentre gli arabi, com’è noto, stavano dall’altra parte.
    Il passato, benché sommariamente ricordato, ci dà il senso di una legittimità storica come un qualcosa che precede quella legale e ne costituisce l’indispensabile presupposto: E questo per rimanere agli ultimi due secoli; senza, cioè scomodare il passato più passato, quello risalente alla tradizione biblica, all’insediamento dei patriarchi in Erez Israel ed a quello del popolo d’Israel in Canaan ossia nella Terra d’Israele.
    Giustamente Piero Ostellino ha osservato “che Israele è il solo Paese al mondo cui sia stato chiesto di ritirarsi dal territori conquistati a seguito di una guerra. Mi piacerebbe sapere perché, accettata la buona tesi che l’Unione Sovietica non si è ritirata dai territori (di mezza Europa) conquistati dall’Armata Rossa nella Seconda guerra mondiale per ragioni di sicurezza, non si riconoscano a Israele, che ha subito tutta una serie di aggressioni le stesse ragioni. In buona sostanza, i palestinesi non hanno mai avuto un loro Stato, sono in qualche modo equiparabili alle popolazioni della Prussica orientale (Pomerania), ora ‘occupata’ dalla Polonia cui nessuno chiede di restituirla”1. E la Pomerania era uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Non solo, quindi, il popolo palestinese ha mai avuto nella sua storia uno Stato, ma, come si è accennato, nella zona palestinesi ed ebrei si trovano de facto su un livello paritario – naturalmente ci riferiamo non al rapporto numerico, bensì alla legittimità di presenza – quando, caduto l’Impero ottomano, l’occupazione britannica si trasforma in un mandato. Tre quarti del territorio riguarda la Transgiordania che, nel 1921, gli inglesi affidano agli arabi sotto il governo degli Hashemiti. Nel febbraio 1947 gli ebrei sono 630.000 e gli arabi 1.310.000 gli inglesi, incapaci di dominare la situazione, chiedono all’ONU di occuparsene. Viene costituita, così, una commissione internazionale, l’UNSCOP, che elabora due piani. Quello approvato dalla maggioranza prevede la nascita di due Stati, uno arabo e l’altro israeliano, con Gerusalemme come entità distinta. Il piano della minoranza prevede, invece, la creazione di uno Stato federale. Il 29 novembre 1947 l’assemblea generale dell’ONU approva il piano della maggioranza con il voto favorevole anche dell’URSS; quando, poi, il 15 maggio 1948 nascerà ufficialmente lo Stato di Israele, l’URSS lo riconoscerà subito insieme agli USA.
    La suddivisione del territorio si presenta sicuramente assai complessa e parte dal fatto che si tratta, come si è già notato, di un popolo dentro l’altro; essa si articola in quattro zone collegate da passaggi assai minuscoli; l’intento, comunque, è quello di far sì che le due realtà cooperino. La decisione del 1947 coglie con precisione una questione valida ancora oggi; che le due realtà sono costrette, per poter essere, a cooperare tra loro. La ribellione degli arabi alla decisione che sancisce e legittima l’assetto della Palestina dopo il mandato britannico porta ad una prima guerra, bloccata dall’ONU nel 1949 con una serie di accordi armistiziali tra Israele ed i paesi vicini. A conflitto terminato cambia, però, la ripartizione territoriale ormai diversa da quella prevista dalla risoluzione del 29 novembre 1947 avendo Israele guadagnato migliaia di chilometri quadrati di territorio. Infatti, il piano della commissione UNSCOP prevedeva che il 62% del territorio dovesse andare allo Stato israeliano ed il 32% a quello palestinese e la risoluzione del 1947 prevedeva, addirittura, che la parte spettante ad Israele si riducesse al 55%, mentre alla fine della guerra Israele si trova ad occupare l’80%% dei 27.000 kmq. che compongono la Palestina. È la Giordania che si impadronisce della parte più consistente del territorio destinato ai palestinesi ed infatti, qualche mese dopo la guerra, il regno hashemita procederà ad annettere tali territori, circa 6.500 kmq.; la striscia di Gaza viene occupata dall’Egitto ed, in seguito, da Israele con il conflitto del 1967. Gerusalemme viene divisa fra la Giordania nella parte orientale ed Israele che la elegge a propria capitale nel 1949.
    Ecco il ricorso alla memoria. Abbiamo voluto ricordare dei fatti che sono la verità della storia e che danno cognizione della legittimità d’Israele e di come l’imbuto tragico dei palestinesi sia dovuto non ad Israele, ma ad un’originaria politica dei paesi loro fratelli.
    Gli altri eventi sono più presenti: il secondo conflitto del 1956, a seguito della decisione di Nasser di proibire il transito della navi israeliane del Canale di Suez, comporta l’occupazione israeliana del Sinai e di Gaza. Quello del 1967, la guerra dei sei giorni, in cui Israele minacciata da Egitto, Giordania e Siria, occupa la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan, il Sinai fin oltre Suez ed unifica Gerusalemme. Poi viene la guerra del Kippur del 1973, quando Israele è nuovamente attaccata da Siria ed Egitto; mantiene il controllo del Golan e del Sinai ed attraversa di nuovo Suez.
    La storia, insomma, ci dice che Israele ha fatto la guerra solo per difendersi e quando, nel 1978, scoppia la pace con l’Egitto a partire dall’anno successivo, restituisce in due fasi il Sinai agli egiziani; il 13 settembre 1993, con la firma degli accordi di pace contrattati ad Oslo, avviene il riconoscimento reciproco di Israele e dell’OLP ed Israele ritira le truppe dalla Cisgiordania e da Gaza. Il resto è storia di oggi.
    Già la memoria, ragionando su questi fatti, ci dovrebbe ricordare come, nel corso dei secoli, attraverso la legittimazione di passaggi politici fondamentali, quella che si poneva come un’aspirazione di discendenza biblica del popolo ebraico ad avere un proprio Stato in Palestina sia diventato, a nostro avviso, un diritto che si accompagna all’altro diritto di uno Stato per i palestinesi. Questo ci sembra il portato della questione se ricondotta nei suoi parametri storici il che non significa, ma è banale il solo ricordarlo, che non tutte le scelte politiche attuate nel corso degli anni dallo Stato di Israele siano condivisibili o giustificabili. Tuttavia, al di là della matrice, non si può definire lo Stato israeliano come ebraico con l’intento di sottolinearne una intrinseca alterità; quasi una singolarità che non si capisce, però, rispetto a che cosa se si considera che, al di là del fattore religioso, quello ebraico è un popolo e ci sono moltissimi suoi appartenenti che non sono né credenti né religiosi, ma non per questo non sono ebrei. Un popolo, quello ebraico, con una storia particolare drammaticamente segnata dal pregiudizio razziale degli altri. Un popolo, quindi, come tutti gli altri popoli della terra con in più che, mentre molti altri stentano ad essere nazione il caso arabo, al proposito, ci sembra esemplare; ma anche capire cosa sia la nazione italiana non è impresa di poco conto ﷓ quello ebraico, a nostro avviso, si configura anche come una vera e propria nazione per unità culturale, valori identitari e destino comune.
    Dobbiamo, però, trovandoci di fronte ad una questione qual è ogni questione che concerne, direttamente od indirettamente, la malta dell’ebraismo ﷓ sempre fare i conti con il rischio dell’odio razziale, della ripresa dell’antisemitismo, del risvegliarsi di quel mostro orribile che la vecchia e civile Europa ha incubato, visto esplodere e sublimarsi nella Shoah. Un mostro che non si è riusciti a debellare. Dobbiamo, così, stare molto attenti a non generare un’equazione che non solo è sbagliata, ma altamente pericolosa. Infatti, se si rappresenta la realtà mediorientale come caratterizzata dal fatto che è Israele a non volere la convivenza, ecco che non solo si formula un giudizio storico e politico sbagliato e che pure non cancella, lo ripetiamo, gli sbagli politici di Israele come quello degli insediamenti in territori che non gli appartengono ma esso si scioglie subito in un sottile dato culturale riguardante l’alterità ebraica e così, anche attraverso canali o molto rozzi o molto sofisticati, ma entrambi frutto di un pregiudizio metabolizzato, si alimenta insofferenza o vero e proprio antisemitismo.
    I segni in tal senso sono assai estesi e seriamente preoccupanti, in Europa e fuori d’Europa, tanto da dire che il ripristino della verità storica torna il tema della memoria riguardante Israele è fondamentale al di là delle stesse sorti del conflitto poiché l’intifada terroristica, che ha attaccato al cuore la convivenza e la sicurezza di Israele, anche in Italia, anche in Europa, anche nel resto del mondo ha colpito, ridando fiato ed iniziativa all’odio verso gli ebrei. Ovvero ha ridato fiato alla più grande, drammatica, sconvolgente e turpe provocazione che l’uomo ha perpetrato verso se stesso ed i propri simili.
    Alla fine, perciò, sono molte le questioni che richiedono attenzione, conoscenza, memoria intendendo questa volta, con il termine, senso della storia e valore della civiltà.
    Qui, su tale aspetto, sarebbe interessante andare a fondo dei tanti silenzi, delle tante omissioni, dei troppi elaborati distinguo, dei vuoti che hanno fatto gridare, e quel grido lo comprendiamo e lo condividiamo, al fatto che Israele è stato abbandonato2.
    Ci limitiamo a citare un’espressione recente di Michael Walzer, filosofo ebreo- americano, una personalità culturale eminente dei nostri tempi. In una recente intervista sulla situazione mediorientale, Walzer ha espresso un giudizio di metodo prima di entrare nel merito, osservando che “nessuna azione politica decente è possibile senza un senso di solidarietà...”3.
    In riferimento a quanto di cui abbiamo parlato la solidarietà, naturalmente parliamo per i gentili, non può discendere da personali simpatie o propensioni. La solidarietà, visto che ci troviamo di fronte ad un problema che è storico e che implica una risposta politica che non è solo attualità diplomatica e che comporta, a sua volta, consapevolezza culturale per la specificità del problema, richiama il fattore operante della memoria, ora intesa come conoscenza storica e cifra politico-culturale.
    Una memoria necessaria perché ogni uomo libero si trova in fondo, volente o nolente, a fare i conti con quanto deriva da quella situazione. Infatti la battaglia perché ad Israele sia riconosciuto quanto gli spetta riguarda la civiltà del mondo e dei suoi popoli se si vuole operare secondo i principi della libertà e del diritto. Chi a suo tempo si è battuto per la libertà del Vietnam, pur senza essere comunista, oggi sa che Israele ed il popolo ebraico tutto non possono essere lasciati soli.
    La dichiarazione dei principi sottoscritta nel 1993 da Arafat e da Rabin parlava di una “pace giusta, duratura e globale” e chiudeva facendo appello ad una “riconciliazione storica” da attuarsi attraverso il processo politico che si era convenuto.
    Ora più che mai è giunto il momento della riconciliazione storica con la memoria nel nome della verità e della civiltà. Solo così si potrà arrivare ad una pace e ad una convivenza che già la comunità internazionale aveva legittimato cinquantasette anni orsono.
    Paolo Bagnoli

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    Israele: la memoria necessaria

    Pubblichiamo una riflessione del Prof. Paolo Bagnoli sulla questione israeliano-palestinese che tenta di contestualizzare la drammatica situazione presente a partire dalla storia profonda del conflitto, dalla sua memoria. Bagnoli è Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche nella seconda Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena e insegna la stessa disciplina all’Università Commerciale “Luigi Bocconi” di Milano. In particolare si è occupato del pensiero politico dell’Ottocento e del Novecento con specifico riferimento alle figure di Giuseppe Montanelli, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Filippo Burzio. Attualmente sta svolgendo una ricerca sul tema della nazione nell’Ottocento italiano. Collabora a numerosi quotidiani e riviste ed è Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza della Toscana.

    I cambiamenti profondi della nostra epoca richiedono, sempre più, il ricorso alla memoria intesa come consapevolezza della storia e fonte valoriale che, non solo permetta di inquadrare correttamente ciò che ormai è alle nostre spalle, ma anche di interpretare meglio il presente per andare verso un futuro civile. La memoria è, quindi, necessaria sia per giudicare il presente che per contribuire a governarlo secondo i canoni di una politica moralmente valida. Essa non potrà mai essere immune da passioni, ideologie, culture ed interessi, ma deve rifuggire da stereotipi e parzialità poiché serve ad attivare un’ampia identificazione identitaria.
    Partendo da questa premessa riteniamo che il parametro della memoria torni utile anche per valutare il quadro mediorientale ovvero lo scontro israeliano-palestinese e quanto vi si connette. Le tante immagini che, in queste lunghe e drammatiche settimane, gli schermi televisivi hanno portato nelle nostre case; i tanti servizi giornalistici che si è potuto leggere e le manifestazioni che si sono svolte non sempre hanno dato ragione della questione perché hanno, per lo più in maniera culturalmente e politicamente penetrante, teso a raffigurare un quadro giustificatorio dell’estremismo palestinese.
    La storia e la realtà della situazione palestinese non possono certo essere negate. E questa storia ed una tragica realtà ci dicono che, a seguito della nascita dello Stato di Israele, molte migliaia di palestinesi sono divenuti profughi e che la risposta da parte del governo Sharon all’estremismo omicida dell’intifada del terrore ha provocato nuove distruzioni; ha inferto nuovamente una dura ferita all’irrisolta realtà rappresentata da Arafat, ma la forza che risponde alla violenza – tralasciamo qui ogni giudizio sulla sua eventuale efficacia – ha finito molto spesso per delineare una sorta di delegittimazione dello Stato israeliano. Quasi che esso debba considerarsi come il frutto dell’illegittima occupazione di un luogo rispetto al quale non ha titolo alcuno. Da qui il chiudersi logico dell’equazione storico-politica per cui tanto sangue e tanta violenza non ci sarebbero stati, e non ci sarebbero, se non vi fosse stato Israele. Ed ancora: se lo Stato con la stella di David non ci fosse tutta la diaspora palestinese potrebbe ricomporsi e con ciò tornerebbe la pace.
    Già, la pace; è la parola che viene più usata quando scoppia un conflitto, ma che nel caso in questione ci sembra, al di là delle frasi di rito, sia stata usata molto unilateralmente e con evidente sbilanciamento a favore di Arafat.
    La pace non può essere, infatti, considerata solo un sentimento, per quanto nobile, od un’assenza di guerra né un qualcosa che non c’è perché sono stati inviati i carri armati nei territori di Arafat. Per averla non è sufficiente muoversi, così come ha fatto il pacifismo italiano, e non solo, per andare a fare da interposizione a difesa di Arafat dimostrando una evidente intenzione unilateralmente antisraeliana. No, la pace è un fatto politico che, realmente e cinicamente, si ottiene in due modi soltanto: o con accordi consensuali o con la capitolazione di una parte e la vittoria di un’altra. I sentimenti servono, sicuramente, ad influenzare le scelte politiche, ma non sono sufficienti a determinarle compiutamente.
    Una pace vera nel medioriente si può ottenere solo garantendo la sicurezza di Israele e facendo evolvere il pre-Stato dell’Autonomia palestinese in una vera e propria entità a sovranità non limitata. Solo così si potrà dare stabilità all’area fermo restando, poi, che nella complessità rappresentata da due popoli che sono uno dentro l’altro – che è uno degli aspetti peculiari del problema – vi sono tante altre questioni rilevanti e delicate che devono essere affrontate come Gerusalemme, gli insediamenti israeliani in territori altrui ed anche il dramma dei profughi. Però se non si afferma il dato di partenza, poiché non è pensabile che tutto il contenzioso annesso si possa risolvere contestualmente, allora la pace non vi sarà mai; né Israele sarà sicura né nascerà un vero Stato palestinese. Tutto, al contrario, rischierà di essere travolto con conseguenze inimagginabili perché l’intifada terroristica ha come obiettivo la cancellazione di Israele prima ancora che far nascere uno Stato palestinese. E poiché Hamas e le altre organizzazioni del terrorismo palestinese basano la loro intenzione sul presupposto dell’illegittimità di Israele, ecco che la dimensione della

    memoria torna utile anche per rispondere ad un’offensiva mediatica molto capziosamente a senso unico.
    La tesi dell’illegittimità di Israele sembra fondarsi sull’idea che se, nel 1948, non fosse nato quello Stato gli ebrei in Palestina non ci sarebbero mai stati. Si tratta di una tesi paradossale poiché la storia ricorda alla memoria di chi la vuole attivare che, per esempio, a Gerusalemme, già negli ultimi decenni dell’Ottocento, la maggioranza della popolazione era ebraica In quella terra – battezzata nel 1902 dallo storico americano Alfred Thayez Mahan "Middle East" – alle soglie del primo conflitto mondiale erano giunte decine di migliaia di persone provenienti dall’Europa orientale per sfuggire ai pogrom che, nella cattolicissima Polonia e nell’ortodossa Russia, venivano perpetrati contro le popolazioni ebraiche. Non solo, ma agli ebrei di Palestina era stato riconosciuto un ruolo ufficiale avendo partecipato, insieme agli inglesi, con una brigata alla seconda guerra mondiale mentre gli arabi, com’è noto, stavano dall’altra parte.
    Il passato, benché sommariamente ricordato, ci dà il senso di una legittimità storica come un qualcosa che precede quella legale e ne costituisce l’indispensabile presupposto: E questo per rimanere agli ultimi due secoli; senza, cioè scomodare il passato più passato, quello risalente alla tradizione biblica, all’insediamento dei patriarchi in Erez Israel ed a quello del popolo d’Israel in Canaan ossia nella Terra d’Israele.
    Giustamente Piero Ostellino ha osservato “che Israele è il solo Paese al mondo cui sia stato chiesto di ritirarsi dal territori conquistati a seguito di una guerra. Mi piacerebbe sapere perché, accettata la buona tesi che l’Unione Sovietica non si è ritirata dai territori (di mezza Europa) conquistati dall’Armata Rossa nella Seconda guerra mondiale per ragioni di sicurezza, non si riconoscano a Israele, che ha subito tutta una serie di aggressioni le stesse ragioni. In buona sostanza, i palestinesi non hanno mai avuto un loro Stato, sono in qualche modo equiparabili alle popolazioni della Prussica orientale (Pomerania), ora ‘occupata’ dalla Polonia cui nessuno chiede di restituirla”1. E la Pomerania era uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Non solo, quindi, il popolo palestinese ha mai avuto nella sua storia uno Stato, ma, come si è accennato, nella zona palestinesi ed ebrei si trovano de facto su un livello paritario – naturalmente ci riferiamo non al rapporto numerico, bensì alla legittimità di presenza – quando, caduto l’Impero ottomano, l’occupazione britannica si trasforma in un mandato. Tre quarti del territorio riguarda la Transgiordania che, nel 1921, gli inglesi affidano agli arabi sotto il governo degli Hashemiti. Nel febbraio 1947 gli ebrei sono 630.000 e gli arabi 1.310.000 gli inglesi, incapaci di dominare la situazione, chiedono all’ONU di occuparsene. Viene costituita, così, una commissione internazionale, l’UNSCOP, che elabora due piani. Quello approvato dalla maggioranza prevede la nascita di due Stati, uno arabo e l’altro israeliano, con Gerusalemme come entità distinta. Il piano della minoranza prevede, invece, la creazione di uno Stato federale. Il 29 novembre 1947 l’assemblea generale dell’ONU approva il piano della maggioranza con il voto favorevole anche dell’URSS; quando, poi, il 15 maggio 1948 nascerà ufficialmente lo Stato di Israele, l’URSS lo riconoscerà subito insieme agli USA.
    La suddivisione del territorio si presenta sicuramente assai complessa e parte dal fatto che si tratta, come si è già notato, di un popolo dentro l’altro; essa si articola in quattro zone collegate da passaggi assai minuscoli; l’intento, comunque, è quello di far sì che le due realtà cooperino. La decisione del 1947 coglie con precisione una questione valida ancora oggi; che le due realtà sono costrette, per poter essere, a cooperare tra loro. La ribellione degli arabi alla decisione che sancisce e legittima l’assetto della Palestina dopo il mandato britannico porta ad una prima guerra, bloccata dall’ONU nel 1949 con una serie di accordi armistiziali tra Israele ed i paesi vicini. A conflitto terminato cambia, però, la ripartizione territoriale ormai diversa da quella prevista dalla risoluzione del 29 novembre 1947 avendo Israele guadagnato migliaia di chilometri quadrati di territorio. Infatti, il piano della commissione UNSCOP prevedeva che il 62% del territorio dovesse andare allo Stato israeliano ed il 32% a quello palestinese e la risoluzione del 1947 prevedeva, addirittura, che la parte spettante ad Israele si riducesse al 55%, mentre alla fine della guerra Israele si trova ad occupare l’80%% dei 27.000 kmq. che compongono la Palestina. È la Giordania che si impadronisce della parte più consistente del territorio destinato ai palestinesi ed infatti, qualche mese dopo la guerra, il regno hashemita procederà ad annettere tali territori, circa 6.500 kmq.; la striscia di Gaza viene occupata dall’Egitto ed, in seguito, da Israele con il conflitto del 1967. Gerusalemme viene divisa fra la Giordania nella parte orientale ed Israele che la elegge a propria capitale nel 1949.
    Ecco il ricorso alla memoria. Abbiamo voluto ricordare dei fatti che sono la verità della storia e che danno cognizione della legittimità d’Israele e di come l’imbuto tragico dei palestinesi sia dovuto non ad Israele, ma ad un’originaria politica dei paesi loro fratelli.
    Gli altri eventi sono più presenti: il secondo conflitto del 1956, a seguito della decisione di Nasser di proibire il transito della navi israeliane del Canale di Suez, comporta l’occupazione israeliana del Sinai e di Gaza. Quello del 1967, la guerra dei sei giorni, in cui Israele minacciata da Egitto, Giordania e Siria, occupa la Cisgiordania, Gaza, le alture del Golan, il Sinai fin oltre Suez ed unifica Gerusalemme. Poi viene la guerra del Kippur del 1973, quando Israele è nuovamente attaccata da Siria ed Egitto; mantiene il controllo del Golan e del Sinai ed attraversa di nuovo Suez.
    La storia, insomma, ci dice che Israele ha fatto la guerra solo per difendersi e quando, nel 1978, scoppia la pace con l’Egitto a partire dall’anno successivo, restituisce in due fasi il Sinai agli egiziani; il 13 settembre 1993, con la firma degli accordi di pace contrattati ad Oslo, avviene il riconoscimento reciproco di Israele e dell’OLP ed Israele ritira le truppe dalla Cisgiordania e da Gaza. Il resto è storia di oggi.
    Già la memoria, ragionando su questi fatti, ci dovrebbe ricordare come, nel corso dei secoli, attraverso la legittimazione di passaggi politici fondamentali, quella che si poneva come un’aspirazione di discendenza biblica del popolo ebraico ad avere un proprio Stato in Palestina sia diventato, a nostro avviso, un diritto che si accompagna all’altro diritto di uno Stato per i palestinesi. Questo ci sembra il portato della questione se ricondotta nei suoi parametri storici il che non significa, ma è banale il solo ricordarlo, che non tutte le scelte politiche attuate nel corso degli anni dallo Stato di Israele siano condivisibili o giustificabili. Tuttavia, al di là della matrice, non si può definire lo Stato israeliano come ebraico con l’intento di sottolinearne una intrinseca alterità; quasi una singolarità che non si capisce, però, rispetto a che cosa se si considera che, al di là del fattore religioso, quello ebraico è un popolo e ci sono moltissimi suoi appartenenti che non sono né credenti né religiosi, ma non per questo non sono ebrei. Un popolo, quello ebraico, con una storia particolare drammaticamente segnata dal pregiudizio razziale degli altri. Un popolo, quindi, come tutti gli altri popoli della terra con in più che, mentre molti altri stentano ad essere nazione il caso arabo, al proposito, ci sembra esemplare; ma anche capire cosa sia la nazione italiana non è impresa di poco conto ﷓ quello ebraico, a nostro avviso, si configura anche come una vera e propria nazione per unità culturale, valori identitari e destino comune.
    Dobbiamo, però, trovandoci di fronte ad una questione qual è ogni questione che concerne, direttamente od indirettamente, la malta dell’ebraismo ﷓ sempre fare i conti con il rischio dell’odio razziale, della ripresa dell’antisemitismo, del risvegliarsi di quel mostro orribile che la vecchia e civile Europa ha incubato, visto esplodere e sublimarsi nella Shoah. Un mostro che non si è riusciti a debellare. Dobbiamo, così, stare molto attenti a non generare un’equazione che non solo è sbagliata, ma altamente pericolosa. Infatti, se si rappresenta la realtà mediorientale come caratterizzata dal fatto che è Israele a non volere la convivenza, ecco che non solo si formula un giudizio storico e politico sbagliato e che pure non cancella, lo ripetiamo, gli sbagli politici di Israele come quello degli insediamenti in territori che non gli appartengono ma esso si scioglie subito in un sottile dato culturale riguardante l’alterità ebraica e così, anche attraverso canali o molto rozzi o molto sofisticati, ma entrambi frutto di un pregiudizio metabolizzato, si alimenta insofferenza o vero e proprio antisemitismo.
    I segni in tal senso sono assai estesi e seriamente preoccupanti, in Europa e fuori d’Europa, tanto da dire che il ripristino della verità storica torna il tema della memoria riguardante Israele è fondamentale al di là delle stesse sorti del conflitto poiché l’intifada terroristica, che ha attaccato al cuore la convivenza e la sicurezza di Israele, anche in Italia, anche in Europa, anche nel resto del mondo ha colpito, ridando fiato ed iniziativa all’odio verso gli ebrei. Ovvero ha ridato fiato alla più grande, drammatica, sconvolgente e turpe provocazione che l’uomo ha perpetrato verso se stesso ed i propri simili.
    Alla fine, perciò, sono molte le questioni che richiedono attenzione, conoscenza, memoria intendendo questa volta, con il termine, senso della storia e valore della civiltà.
    Qui, su tale aspetto, sarebbe interessante andare a fondo dei tanti silenzi, delle tante omissioni, dei troppi elaborati distinguo, dei vuoti che hanno fatto gridare, e quel grido lo comprendiamo e lo condividiamo, al fatto che Israele è stato abbandonato2.
    Ci limitiamo a citare un’espressione recente di Michael Walzer, filosofo ebreo- americano, una personalità culturale eminente dei nostri tempi. In una recente intervista sulla situazione mediorientale, Walzer ha espresso un giudizio di metodo prima di entrare nel merito, osservando che “nessuna azione politica decente è possibile senza un senso di solidarietà...”3.
    In riferimento a quanto di cui abbiamo parlato la solidarietà, naturalmente parliamo per i gentili, non può discendere da personali simpatie o propensioni. La solidarietà, visto che ci troviamo di fronte ad un problema che è storico e che implica una risposta politica che non è solo attualità diplomatica e che comporta, a sua volta, consapevolezza culturale per la specificità del problema, richiama il fattore operante della memoria, ora intesa come conoscenza storica e cifra politico-culturale.
    Una memoria necessaria perché ogni uomo libero si trova in fondo, volente o nolente, a fare i conti con quanto deriva da quella situazione. Infatti la battaglia perché ad Israele sia riconosciuto quanto gli spetta riguarda la civiltà del mondo e dei suoi popoli se si vuole operare secondo i principi della libertà e del diritto. Chi a suo tempo si è battuto per la libertà del Vietnam, pur senza essere comunista, oggi sa che Israele ed il popolo ebraico tutto non possono essere lasciati soli.
    La dichiarazione dei principi sottoscritta nel 1993 da Arafat e da Rabin parlava di una “pace giusta, duratura e globale” e chiudeva facendo appello ad una “riconciliazione storica” da attuarsi attraverso il processo politico che si era convenuto.
    Ora più che mai è giunto il momento della riconciliazione storica con la memoria nel nome della verità e della civiltà. Solo così si potrà arrivare ad una pace e ad una convivenza che già la comunità internazionale aveva legittimato cinquantasette anni orsono.

    Paolo Bagnoli

    ------------------------------------------------------------

    tratto da il sito del......:
    <a href="http://www.domusmazziniana.it/ami/">Il Pensiero Mazziniano</a>

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    Predefinito tratto da LIBERAZIONE 25 giugno 2002

    Oggi le conclusioni del congresso dell'Ucei.
    Dove va la Comunità ebraica?


    Guido Caldiron

    La politica italiana letta con gli occhi di Israele
    Apparentemente il IV congresso dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che si è aperto domenica a Roma e si concluderà domani con l'elezione dei vertici dell'ebraismo del nostro paese, non sta riservando particolari sorprese. Mente alla vigilia l'emergere di due aree distinte, che si sono affrontate anche per le elezioni comunitarie che hanno designato una larga parte dei delegati per l'assise di questi giorni, aveva fatto parlare di una frattura destra/sinistra (simboleggiata dalle due liste guidate rispettivamente da Fiamma Nirenstein e Gad Lerner), le cose appaiono ora meno nette e il dissidio meno visibile. Questo però, lo si diceva già, solo in apparenza, fermandosi alla superficie di quanto visto e ascolato fin qui tra il centinaio di partecipanti al congresso. In realtà le cose appaiono più complesse, e lo stesso possibile esito finale del confronto tra i rappresentanti dei circa 25000 ebrei iscritti alle 21 Comunità del paese, dovrà essere letto tenendo conto fino in fondo di questa complessità e del clima che si respira oggi nell'ebraismo italiano e più in generale in quello di tutte le Comunità della diaspora.

    Sguardo al Medioriente

    Un primo elemento, che è sotto gli occhi di tutti, è che mai come in questa occasione al centro dell'attenzione dell'Ucei vi sono la situazione del Medioriente e in particolare quella dello Stato di Israele. In questo senso quanto è emerso nel corso degli ultimi mesi nella Comunità ebraica italiana trova ora nel Congresso una ulteriore conferma. Con tutti i rischi del caso, e cioè che l'ebraismo che nel nostro paese può contare su una lunga tradizione di partecipazione alle principali battaglie democratiche e che anzi di queste battaglie è stato una componente determinate e visibile, dalla Resistenza fino al riconoscimento dei diritti di tutte le minoranze, finisca per identificarsi esclusivamente con quanto accade a Tel Aviv e Gerusalemme, dimenticandosi o non volendo vedere quanto succede, nel frattempo, in Italia. Non solo, questo farsi "risucchiare" totalmente dalla condizione di Israele - stato d'animo comprensibile sul piano delle emozioni per chi conta legami e affetti laggiù o per chi guarda a quello Stato come a un pezzo importante dell'identità ebraica, ma decisamente fuori fuoco quando finisce per far vedere "con gli occhi" di Israele qualunque vicenda - contiene diversi pericoli. Il primo, lo si è già visto in queste ultime settimane (dalla violenta protesta sotto la sede nazionale di Rifondazione fino all'aggressione di cui è stato vittima Vittorio Agnoletto al Portico d'Ottavia) è quello, agitato dai settori più oltranzisti della Comunità, di identificare che si oppone alla politica di Sharon con un nemico tout-court di Israele, se non addirittura con un antisemita. L'altro, simmetrico, rischio è che in virtù delle cose che dicono su Israele, si valuti la "bontà" o meno dei politici italiani, e questo senza tener conto della loro identità o della cultura da cui provengono. Così, ad esempio, sembra ci si dimentichi della natura profonda di Alleanza Nazionale (le radici nel Ventennio e a Salò prima e nel Msi poi, la tradizione del "razzismo spiritualista" di Julius Evola, il revisionismo storico elevato a stile politico, ecc) solo in funzione delle parole dette da Fini a favore di Israele. Una attenzione questa, rivolta alle parole del Polo italiano sul Medioriente, che ha fatto parlare di una vera svolta a destra dell'ebraismo italiano e che sembra anticipare un'epilogo in questa direzione del congresso dell'Ucei.

    Di questa situazione, in realtà, l'assise romana ha offerto però fino ad ora un'immagine meno netta del previsto. Perché se è vero che i riferimenti a Israele, e alla sua situazione attuale, hanno attraversato tutti gli interventi dei delegati, è altrettanto vero che si è parlato anche d'altro, e in modo piuttosto chiaro. Amos Luzzatto, il presidente uscente dell'Unione che con ogni probabilità sarà riconfermato domani nel suo incarico, ha tenuto a ribadire nella sua relazione introduttiva la «chiara impronta antifascista» della Comunità italiana, rivendicando per l'ebraismo il ruolo di "portabandiera" dei diritti delle minoranze e indicando nella «lotta ai razzismi» una delle linee guida dell'Ucei. Lo stesso Luzzatto aveva anche chiarito, rispetto alle sue "aperture" all'indirizzo di Fini, come sia «difficile affermare che An come partito non abbia nulla a che fare con il fascismo. Vi sono certamente in quel partito esponenti che rivendicano ancora con orgoglio questa continuità...».

    Contro tutti i razzismi

    Questo mentre ieri è stata presentata da Gad Lerner una mozione che annuncia che se passerà la legge sulle impronte digitali per gli immigrati, gli ebrei andranno nei commissariati a presentare le proprie. Come a dire che gli ebrei italiani sono tutto tranne che inconsapevoli di quanto sta accadendo intorno a loro, nel loro paese.

    Le riflessioni sul razzismo che accompagnano i lavori del congresso e hanno attraversato anche l'intervento di Luzzatto, si sono poi focalizzate sul pericoloso ritorno dell'antisemitismo in Europa. In particolare il presidente dell'Ucei ha delineato il rischio che l'antisemitismo riaffiori nel nostro paese anche sulla scorta delle vicende mediorientali e trovi spazio, sulle radici dell'antigiudaismo cattolico, nella Chiesa e anche a sinistra. A queste parole ha risposto ieri il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che è intervenuto al congresso come rappresentante istituzionale, dichiarando: «Non mi convince il fatto che si sollevi la questione dell'antisemitismo in Italia, rispetto a critiche rivolte alla politica di Israele». Inoltre Casini si è detto convinto che «in Italia la malapianta dell'antisemitismo abbia minori probabilità di attecchire. Può essere espressione di schegge impazzite e criminali della società, ma non certo fenomeno di massa né espressione di odio verso un'intera popolazione, verso un'intera fede e un'intera cultura». Secca la replica di Luzzatto. «Casini - ha detto il presidente dell'Ucei - è stato troppo ottimista sui reali pericoli dell'antisemitismo (...) Non sono ottimista sulla capacità che si riesca a fermare il diffondersi dell'antisemitismo. Quand'ero bambino sentivo dire che non ci sarebbe stato pericolo in Italia, ma poi sono venute le leggi razziali e dopo le deportazioni».

    In precedenza Luzzatto si era rivolto anche da uomo di sinistra alla sinistra, chiedendo che sulle vicende del Medioriente si torni «all'analisi gramsciana delle dinamiche sociali», piuttosto che limitarsi ad atteggiamenti istintivi e emozionali.

    In questo specchio, che vede oggi ebrei e sinistra osservarsi a volte senza riconoscersi davvero, ci si dovrà tornare a guardare da dopodomani, a congresso finito, traendo il bilancio di questi giorni di dibattito nell'ebraismo italiano.

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    Predefinito dalla GAZZETTA DI PARMA 25 giugno 2002

    Casini: Criticare Israele non è antisemitismo
    Berlusconi agli ebrei italiani: Siete un baluardo contro l'intolleranza

    ROMA
    Le Comunità ebraiche italiane «costituiscono un baluardo della democrazia e hanno il merito di mettere in allerta verso ogni forma di intolleranza e di minaccia alla libertà». E' quanto scrive il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al quarto congresso dell'Unione delle comunità ebraiche italiane.
    Berlusconi, nel messaggio letto dal presidente dell'Ucei, Amos Luzzatto, sottolinea che il congresso si svolge in un momento importante, «quando la tensione non accenna a diminuire in Medio Oriente e quando sembra che niente possa opporsi al terrorismo che minaccia le nostre società e la civile convivenza». «Al terrorismo - prosegue il premier - dobbiamo opporre la speranza della cultura della vita che, pur nelle condizioni più difficili e disperate, permette sempre una via d'uscita e considerare la dignità dell'uomo, di ogni uomo, sacra e inviolabile».

    «La storia del popolo di Israele - si legge ancora nel messaggio di Berlusconi - testimonia che neppure l'olocausto è riuscito a cancellare la speranza di vivere in un mondo migliore e più giusto. Le Comunità ebraiche italiane hanno concorso storicamente a difendere la libertà e la democrazia contro il fascismo e contro ogni forma di totalitarismo. Anche oggi esse costituiscono - conclude il premier - un baluardo della democrazia e hanno il merito di mettere in allerta verso ogni forma di intolleranza e di minaccia alla libertà».

    Al congresso è intervenuto anche il presidente della Camera Pierferdinando Casini: «Non mi convince il fatto che si sollevi la questione dell'antisemitismo in Italia, rispetto a critiche rivolte alla politica di Israele». Nel suo discorso, Casini ha anche affermato che la relazione del presidente delle comunità, Amos Luzzatto, «è stata forse un po' troppo severa con il nostro Paese» a proposito del rinascere dell'antisemitismo «in alcune forze politiche o nella Chiesa cattolica». Casini ha affermato di voler usare «il linguaggio della sincerità» e non quello della «compiacenza o convenienza».

    Il presidente della Camera ha ricordato che tra Italia e Israele, anche grazie al contributo delle comunità ebraiche italiane, «c'è un ampio nucleo di valori condivisi» nonché «una pratica costante di cooperazione istituzionale».

    In questa cornice «di amicizia e fiducia», Casini ha ribadito quanto affermato in altre situazioni, e cioè «la necessità che la comunità internazionale e l'Europa si assumano l'onere di garantire il diritto dello Stato di Israele di esistere entro confini sicuri, e il diritto dei palestinesi di avere un proprio territorio e un proprio governo».

    «La mia convinzione - ha proseguito Casini - è che la sicurezza di Israele non sia necessariamente incompatibile con il riconoscimento di uno Stato anche per i palestinesi». E' questa la tradizionale linea dell'Italia, «costruita sul principio dei due popoli e dei due Stati».

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    L'Europa di Massimo D'Alema

    Massimo D'Alema, che peraltro consideriamo l'uomo più lucido del sempre più variopinto schieramento di sinistra, ha criticato di recente la posizione assunta dal Presidente del Consiglio all'ONU e nell'incontro con Bush - Silvio Berlusconi - sostiene D'Alema - ha schierato l'Italia con gli Stati Uniti invece che con l'Europa.

    Critica analoga, d'altro canto, è stata risolta più o meno esplicitamente al governo italiano durante la Conferenza di Johannesburg degli esponenti verdi che erano presenti nella città sudafricana.

    A questi critici - ma soprattutto a Massimo D'Alema - chiediamo allora se la Gran Bretagna, la Spagna, la Danimarca e tutti gli altri paesi europei che hanno posizioni analoghe a quelle del governo italiano siano o meno da considerare parte dell'Unione. Probabilmente al Presidente dei DS è sfuggito che la diplomazia inglese accusa il governo tedesco di impedire - con il suo atteggiamento rigido - la definizione di una comune linea europea sulla questione irakena.

    Il punto di fondo, in realtà, è un altro. D'Alema - e in genere la sinistra italiana - identificano l'Europa con il governo rosso-verde della Germania e più in generale con la socialdemocrazia, sempre più condizionata peraltro dai postcomunisti che sono entrati nell'Internazionale socialista e dai verdi che con essa sono al governo o all'opposizione.

    Ma la Germania di Schroeder e la socialdemocrazia non sono l'Europa, e neppure la maggioranza in Europa. Mentre i liberali, i conservatori e i laburisti inglesi (che non sono condizionati né dai verdi né dai postcomunisti) hanno una concezione "atlantica" della politica estera europea - e quindi collocano al centro delle loro scelte il rapporto con gli Stati Uniti -, la socialdemocrazia e il governo rosso-verde in Germania lavorano guardando velletariamente ad un'Europa distinta e magari distinta e magari distante dall'altra sponda dell'Atlantico.

    E non è certo un caso che il cancelliere Schroeder, con un'economia in forte crisi e a corto di altri argomenti elettorali, abbia imboccato la via del pacifismo, ottenendo sull'immediato un risultato tattico ma aprendo una voragine strategica nel rapporto con gli Stati Uniti.

    Perché allora la posizione del governo italiano e di Berlusconi non sarebbe stata, all'ONU, una posizione "europea"? E' stata invece la posizione di quelle forze politiche che oggi governano nella maggioranza dei paesi europei. Noi repubblicani, che la condividiamo fino in fondo, abbiamo l'impressione che sia proprio la politica estera a rappresentare in futuro, in Italia come in Europa, la principale linea di demarcazione tra i grandi schieramenti.

    Roma, 17 settembre 2002

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    Predefinito CORRIERE DELLA SERA 28 novembre 2002

    MOMBASA (KENYA) - Duplice attentato anti-israeliano in Kenya. Nel primo un'automobile guidata da kamikaze è esplosa in un albergo di un centro balneare nei pressi di Mombasa, e ha provocato morti e feriti tra i numerosi turisti israeliani presenti nell'hotel. Nel secondo attentato, avvenuto a pochi minuti di distanza, due missili hanno sfiorato un aereo charter israeliano diretto da Mombasa a Tel Aviv.

    DUE ARRESTI - Due persone sono state arrestate dopo l'attentato di stamattina a Mombasa. Lo ha detto la polizia keniana.
    Un gruppo finora ignoto, l'Esercito della Palestina, ha rivendicato la responsabilità sia dell'attentato all'abergo che al volo charter.

    STRAGE ALL'HOTEL «PARADISE»
    - Un fuoristrada, carico di esplosivo, guidato da tre kamikaze di origine araba, è entrato a gran velocità all'interno del Paradise hotel a Mombasa in Kenia, distruggendolo completamente. Ci sarebbero almeno 15 morti, tra cui due bambini israeliani e i tre attentatori e almeno 80 feriti quasi tutti di nazionalità israeliana visto che oltre alle persone presenti nell'albergo una folta comitiva di turisti israeliani stava arrivando in quel momento a bordo di tre autobus. L'esplosione ha investito in pieno la sala da pranzo dove erano presenti in prevalenza turisti israeliani e cittadini keniani.
    L'ambasciatore keniota a Tel Aviv ha dichiarato che l'attentato potrebbe essere ricondotto ad Al Qaeda.

    IDENTIFICATI DUE DEI TRE ATTENTATORI
    - Sarebbero stati identificati due dei tre attentatori morti nell'attentato. Lo ha riferito la radio militare israeliana. Secondo l'emittente uno degli attentatori - che sono rimasti uccisi - si chiamava Fahed Ali Hassan, ed era un cittadino del Kenya. Il secondo si chiamava Abdallah Ahmed Abdallah, cittadino egiziano.


    ALBERGO IN FIAMME
    - «Ci sono fiamme e molto fumo», ha detto un residente fuori dal Paradise Hotel, di proprietà israeliana, frequentato da turisti stranieri di varie nazionalità, tra cui gli israeliani. Le ambulanze sono accorse sul posto trovandosi davanti ad uno scenario infernale: feriti, corpi smembrati e tanto panico. Una donna che ha detto di chiamarsi Neima ha raccontato che era appena arrivata al Paradise Hotel con un gruppo di turisti giunti da Israele, quando la hall dell'albergo è stata scossa dall'esplosione. «Gente con gambe spezzate, braccia e corpi a pezzi ovunque. Tutto è stato poi avvolto dalle fiamme», ha detto al telefono a Radio Israele. «Quasi tutti gli ospiti dell'hotel sono israeliani. Anche qualche kenyano è stato ferito, ma si tratta per lo più di israeliani».

    DUE MISSILI CONTRO AEREO ISRAELIANO
    - In precedenza un pilota della compagnia israeliana Arkia aveva denunciato che uno o due razzi erano stati lanciato stamane contro il suo aereo dopo
    il decollo da un aeroporto del Kenya. L'aereo, che in un primo tempo sembrava essere stato costretto ad un'atterraggio di emergenza a Nairobi, perchè colpito da un missile, ha proseguito per la sua destinazione finale, Tel Aviv dove è atterrato senza alcun problema. L'aereo della Arkia è stato infatti solo sfiorato da uno dei due razzi Strela sparati nella sua direzione. A bordo dell'aereo c'erano 260 passeggeri e 10 membri di equipaggio, ma nessuno è rimasto ferito. Secondo un dirigente della Arkia, citato dalla radio militare, il volo 582 è decollato da Mombasa, una città turistica del Kenya, alla volta di Tel Aviv intorno alle 07.00, ora locale e italiana. Poco dopo il decollo, il pilota ha notato un bagliore (forse due) caratteristico del lancio di un razzo nella sua direzione.
    Le autorità israeliane hanno bloccato tutti i voli El Al in partenza da aereoporti stranieri.

    NETANYAHU: «PERICOLOSA ESCALATION TERRORISMO
    » - I due attentati contro obiettivi israeliani in Kenya rappresentano «una pericolosa escalation di terrorismo». A sostenerlo, è il ministro degli Esteri israeliano Benjamin Netanyahu. «L'attentato implica che le organizzazioni terroristiche e i regimi che le sostengono sono in grado di procurarsi armi che producano perdite di massa ovunque e in qualunque momento» ha dichiarato Netanyahu. «Oggi, sparano missili contro aerei israeliani, - ha aggiunto Netanyahu - domani spareranno missili contro aerei statunitensi, britannici, contro aerei provenienti da qualsiasi Paese. Di conseguenza, non può esserci alcun compromesso con il terrore».




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