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Discussione: Clowns e Pagliacci

  1. #1
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    Predefinito Clowns e Pagliacci

    Clown sarà Lei
    di Gianni Vattimo

    Il mondo rovesciato, non c'è un altro termine che venga in mente. Il padrone del partito di Bossi e Sgarbi, oltre che delle televisioni, il raccontatore di barzellette e il «cornificatore» di foto di gruppo di statisti, lui chiama gli intellettuali di sinistra italiani una banda di clown. Lui che ha fatto più di chiunque altro per confermare e intensificare in tutto il mondo l'immagine buffonesca della società e della politica italiana, e che gli italiani stessi che lo votano considerano prima di tutto un simpatico briccone, lui ci chiama clown. Anche solo questa spudoratezza verbale basterebbe a far capire quale modello di libero dialogo sociale Berlusconi persegua. Tutto a rovescio: vuole limitare la libertà sindacale e le garanzie del lavoro, ma dice e fa credere che sia per difendere i diritti dei giovani e creare nuova occupazione.
    Vuole difendersi dai processi, ma dice di fare la riforma della giustizia. Vuole rimanere padrone di mezza (?) Italia, ma sostiene di aver fatto la migliore possibile legge sul conflitto di interessi. Si vanta persino di rispettare e affermare con la sua politica le ragioni dei deboli e i valori della famiglia.
    Comprereste mai un'auto usata da un personaggio simile? La domanda che si faceva polemicamente ai tempi di Nixon e del suo Watergate si attaglia perfetamente al nostro indigeno tricky Dick. Ogni volta che sentiamo parlare forzisti in buona fede (ce ne sono, anche se fatichiamo a crederlo), per esempio quando sentiamo l'appassionata perorazione di Renato Brunetta a Suscià a proposito dell'articolo 18, ci rimproveriamo di non esaminare con più distacco e obiettività le ragioni pro e contro la riforma, come dicono del «mercato del lavoro». Ma come dimenticare chi è che comanda tutto questo gioco, come prender sul serio l'archetipo del bugiardo che occupa la poltrona di capo del governo? E come prender sul serio coloro che ci invitano a prenderlo sul serio? Non c'è nessun moralismo eccessivo, nessuna spocchia intellettuale in tutto questo. L'odio che Berlusconi ci rimprovera di nutrire nei suoio confronti è solo elementare e prudentissima diffidenza, giustificata da quel (poco, invero) che sappiamo di lui. Mettiamo pure che sia una pregiudiziale, come lo stralcio dell'articolo 18. Perché la destra italiana, se c'è qualcosa che possa chiamarsi tale al di là dell'azienda del Cavaliere, non prende atto che il vero ostacolo al «cambiare l'Italia», a liberare il mercato del lavoro, a porre le basi di una democrazia più autentica, è per l'appunto Berlusconi stesso? Quello di cui ci si sta rendendo conto in questi mesi - attraverso l'inaspettata rinascita della «piazza» politica e sindacale italiana, ma anche attraverso le sempre più evidenti smagliature del sistema di potere berlusconiano, i contrasti tra i Pera e Casini da un lato,i Bossi, i Tremonti e Martino dall'altro - è che anche le riforme più accettabili sognate dalla destra non si potranno fare in un'Italia minacciata dall'imporsi di uno stato patrimoniale, dal ritorno all'identità tra sovrano politico e padrone. Raccontano che l'avvocato Agnelli abbia detto, anni fa (ora non sembra crederci più), che in Italia una politica di destra può farla solo un governo di sinistra. Non l'intenderemmo proprio così: ma il senso accettabile della battuta è che, sicuramente, questa destra italiana, se non si libera dal suo (e nostro, sempre più) padrone, non produrrà se non sconquassi, lacerazioni del tessuto sociale, crescita di una opposizione anche violenta. Il superclown Bossi, invece, crede che il terrorismo rinasca per colpa dei sindacati; si guardi piuttosto in casa, se vuol capire qualcosa di ciò che succede.

  2. #2
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    Predefinito Re: Clowns e Pagliacci

    Originally posted by MrBojangles
    Clown sarà Lei
    di Gianni Vattimo

    Il mondo rovesciato, non c'è un altro termine che venga in mente. Il padrone del partito di Bossi e Sgarbi, oltre che delle televisioni, il raccontatore di barzellette e il «cornificatore» di foto di gruppo di statisti, lui chiama gli intellettuali di sinistra italiani una banda di clown. Lui che ha fatto più di chiunque altro per confermare e intensificare in tutto il mondo l'immagine buffonesca della società e della politica italiana, e che gli italiani stessi che lo votano considerano prima di tutto un simpatico briccone, lui ci chiama clown. Anche solo questa spudoratezza verbale basterebbe a far capire quale modello di libero dialogo sociale Berlusconi persegua. Tutto a rovescio: vuole limitare la libertà sindacale e le garanzie del lavoro, ma dice e fa credere che sia per difendere i diritti dei giovani e creare nuova occupazione.
    Vuole difendersi dai processi, ma dice di fare la riforma della giustizia. Vuole rimanere padrone di mezza (?) Italia, ma sostiene di aver fatto la migliore possibile legge sul conflitto di interessi. Si vanta persino di rispettare e affermare con la sua politica le ragioni dei deboli e i valori della famiglia.
    Comprereste mai un'auto usata da un personaggio simile? La domanda che si faceva polemicamente ai tempi di Nixon e del suo Watergate si attaglia perfetamente al nostro indigeno tricky Dick. Ogni volta che sentiamo parlare forzisti in buona fede (ce ne sono, anche se fatichiamo a crederlo), per esempio quando sentiamo l'appassionata perorazione di Renato Brunetta a Suscià a proposito dell'articolo 18, ci rimproveriamo di non esaminare con più distacco e obiettività le ragioni pro e contro la riforma, come dicono del «mercato del lavoro». Ma come dimenticare chi è che comanda tutto questo gioco, come prender sul serio l'archetipo del bugiardo che occupa la poltrona di capo del governo? E come prender sul serio coloro che ci invitano a prenderlo sul serio? Non c'è nessun moralismo eccessivo, nessuna spocchia intellettuale in tutto questo. L'odio che Berlusconi ci rimprovera di nutrire nei suoio confronti è solo elementare e prudentissima diffidenza, giustificata da quel (poco, invero) che sappiamo di lui. Mettiamo pure che sia una pregiudiziale, come lo stralcio dell'articolo 18. Perché la destra italiana, se c'è qualcosa che possa chiamarsi tale al di là dell'azienda del Cavaliere, non prende atto che il vero ostacolo al «cambiare l'Italia», a liberare il mercato del lavoro, a porre le basi di una democrazia più autentica, è per l'appunto Berlusconi stesso? Quello di cui ci si sta rendendo conto in questi mesi - attraverso l'inaspettata rinascita della «piazza» politica e sindacale italiana, ma anche attraverso le sempre più evidenti smagliature del sistema di potere berlusconiano, i contrasti tra i Pera e Casini da un lato,i Bossi, i Tremonti e Martino dall'altro - è che anche le riforme più accettabili sognate dalla destra non si potranno fare in un'Italia minacciata dall'imporsi di uno stato patrimoniale, dal ritorno all'identità tra sovrano politico e padrone. Raccontano che l'avvocato Agnelli abbia detto, anni fa (ora non sembra crederci più), che in Italia una politica di destra può farla solo un governo di sinistra. Non l'intenderemmo proprio così: ma il senso accettabile della battuta è che, sicuramente, questa destra italiana, se non si libera dal suo (e nostro, sempre più) padrone, non produrrà se non sconquassi, lacerazioni del tessuto sociale, crescita di una opposizione anche violenta. Il superclown Bossi, invece, crede che il terrorismo rinasca per colpa dei sindacati; si guardi piuttosto in casa, se vuol capire qualcosa di ciò che succede.
    Spettacolare!!!

    Un mondo migliore è possibile



    ...E ti diranno parole rosse come il sangue, o come la notte
    ma non è vero ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte
    Io conosco poeti che spostano il fiume con il pensiero
    e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo...

  3. #3
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    L'ho messo in cornice in salotto; vicino al "Contratto con gli italiani".

  4. #4
    email non funzionante
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    vattimo è un buffone, e pure frocio. Un tipico esponente della banda di istrioni autodenominati "intellettuali". A conferma di quanto detto dal primo ministro, onorevole Silvio Berlusconi...

  5. #5
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    Originally posted by Felix
    vattimo è un buffone, e pure frocio. Un tipico esponente della banda di istrioni autodenominati "intellettuali". A conferma di quanto detto dal primo ministro, onorevole Silvio Berlusconi...

    Buffone..e pure frocio?
    Ma a parte confermare quanto detto dall'onorevole Silvio Berusconi, tu, sai spiegare perchè Vattimo è un buffone... con parole tue?
    E sai spiegare perchè è interessante per te entrare nella vita privata ed intima della gente? e delle loro scelte/o inclinazioni personali?


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  6. #6
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    Originally posted by Felix
    vattimo è un buffone, e pure frocio. Un tipico esponente della banda di istrioni autodenominati "intellettuali". A conferma di quanto detto dal primo ministro, onorevole Silvio Berlusconi...
    Noto che hai letto con MOLTA attenzione.......LE PRIME DUE RIGHE DEL TESTO.


  7. #7
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    Il capocomico ha perso il copione
    di Nando Dalla Chiesa

    Ora è ufficiale: chi urlava contro il teatrino della politica era il capocomico. Sì, lui, Silvio Berlusconi. Dopo avere scagliato per anni sdegno e contumelie contro la politica fatta di rituali e liturgie, di mosse e contromosse in un universo perfettamente prevedibile, il capo del governo è uscito allo scoperto. Ha svelato agli italiani che l'esecrando teatrino era il suo habitat naturale, anzi l'unico suo habitat possibile; e che il segreto stava nel recitarci sopra facendo finta di essere da un'altra parte. Era bello, e anche produttivo, navigare in quella vasca da bagno fatta di ritocchi fotografici, di slogan, di promesse impossibili, di calze di nylon sulla telecamera, di cartelloni pubblicitari, di tivù servizievoli, di comunicati stampa. Bello e anche produttivo navigare in quella vasca da bagno fatta di soliloqui da Vespa e da Costanzo, di sviolinate da Fede e compagnia.
    Di mirabolanti contratti con gli italiani, di sondaggi trasformati in programmi elettorali, di dichiarazioni provvidenziali di banchieri o confindustriali o presidenti emeriti. Ogni cosa era al suo posto, come in un copione da recitare mille volte, nella parte, più visibile per tutti, del capocomico di talento. Con i testi scritti da sceneggiatori anche loro di talento e perfino di cultura. Anche l'avversario stava scolpito nel copione. Un bel comunista pronto a trattare, così da godersi due piccioni con una fava (il passato comunista e la disponibilità a negoziare); e accanto a lui un comunista duro e puro, non disposto a negoziare ma dispostissimo a criticare l'ex comunista e a far parlare bene dei comunisti di un tempo, che erano più seri e più idealisti (ma naturalmente sempre comunisti). Varianti del canovaccio: un grappolo di ex democristiani «amici dei comunisti» e comunque espressione «della prima Repubblica»; i magistrati, tutti integranti (con sforzi sempre più erculei, in verità) lo stereotipo della toga rossa. Perfetto. Tutto si teneva. Anche grazie agli altri attori, che qualche sintonia con il capocomico comunque la provavano. In parlamento vince chi ha più mani da alzare. E lui, avendo vinto le elezioni, ne aveva di più. Quelle che si alzavano più spesso le decorava pure con un orologio natalizio. Era il teatrino della politica in cui Berlusconi sapeva sempre cosa dire e cosa fare.
    Poi un bel giorno, poco tempo fa, l'Italia non è stata più un teatrino. Il popolo, questa entità vista dal teatrino, da tutto il teatrino, come un immenso pubblico di spettatori, si è alzato dalla platea e ha incominciato a recitare pure lui. Migliaia, poi decine di migliaia, poi centinaia di migliaia, poi milioni di persone, hanno incominciato a muoversi in lungo e in largo per il paese. Manifestazioni, comizi, girotondi (ma sì, girotondi), marce, spettacoli, convegni. Spesso per iniziativa di cittadini qualunque. Tante volte assecondando la fantasia di donne - giovani e non - senza alcuna esperienza. Addirittura senza che si vedesse una bandiera rossa; e anzi con fischi per chiunque intendesse piantare sui raduni un qualsiasi vessillo di partito. Uno scenario pazzesco, totalmente imprevisto dal catechismo del perfetto Berlusconi.
    Il capocomico ha avuto all'inizio il sostegno degli altri attori, che al teatrino erano e sono (per la maggior parte) molto affezionati. Ulivo in pezzi, sinistra in crisi e allo sbando, infantilismi privi di senso, settarismi e massimalismi. Il paese vivo ha rotto gli argini. Le tivù e le questure hanno ridotto i numeri dei partecipanti, qualche primario quotidiano ha ingoiato perfino pressioni per ridurre e rimpicciolire le foto aeree degli assembramenti. Ci si sono messi (indisturbati) anche i terroristi. Niente, non è servito a niente. Sindacati uniti, partiti costretti ad abbozzare, i giovani che dilagano e senza più tute bianche alla testa dei cortei.
    Il capocomico non ha saputo più che fare. Conferenze stampa a reti pubbliche unificate e megashow sulle sue reti private. Senza copione ha detto cose da pazzi. Farneticanti anche se lucide, come venivano definiti i volantini bierre di venticinque anni fa. Ha straparlato di piazze e di pistole. H
    a trattato i suoi ministri come degli scimuniti. Ha ricordato, il nuovo De Gasperi, il glorioso 18 aprile del '46 (quando si dice l'ignoranza al potere). Ma, al di là delle parole folli, neanche inondare il video gli servirà. Usa le tivù per dominare? I cittadini usciti di platea, questi screanzati, già gli preparano l'affronto più atroce: lo «sciopero delle tivù» del 20 aprile. Perciò il capocomico annaspa e rivorrebbe tanto il suo teatrino.
    Quel che è incredibile, in questo panorama effervescente, è che il teatrino vogliano ansiosamente restituirglielo proprio alcuni dei suoi avversari. I quali si affannano a gettar dubbi e diffidenza sui movimenti civili e sociali in corso. Verità assolutamente ovvie - ad esempio che occorrono proposte politiche in grado di dare sbocco alla protesta - vengono calate sulla testa dei manifestanti con una spocchia che vorrebbe declassarli, per quel loro rumoreggiare, a pietosi anche se volonterosi dilettanti, sostenuti da politici altrettanto dilettanti. Insomma: il genio politico contro l'assenza di strategia. Come se la strategia, il fulcro della nuova strategia non fosse stato proprio quello di uscire dal teatrino che asfissiava, e su questa scelta ricostruire identità, progetti, linguaggi, alleanze e processi politici. Diciamo le cose come stanno. L'alternativa non è tra pensiero e piazza, ma tra piazza e teatrino. L'alternativa non è tra progetto e indignazione, ma tra indignazione e rassegnazione. E viste le tante clamorose assenze dalle aule parlamentari, l'alternativa non è nemmeno tra istituzioni e piazza, ma tra presenza e assenza. La «piazza», questa vita di popolo che fluisce e arriva e parla ovunque, non nega infatti né il progetto né le istituzioni. Può esserne anzi la nuova linfa. Semplicemente il copione non c'è più. Qui è Rodi, qui salta. E questo vale per tutti.

  8. #8
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    Originally posted by MrBojangles
    Il capocomico ha perso il copione
    di Nando Dalla Chiesa

    Ora è ufficiale: chi urlava contro il teatrino della politica era il capocomico. Sì, lui, Silvio Berlusconi. Dopo avere scagliato per anni sdegno e contumelie contro la politica fatta di rituali e liturgie, di mosse e contromosse in un universo perfettamente prevedibile, il capo del governo è uscito allo scoperto. Ha svelato agli italiani che l'esecrando teatrino era il suo habitat naturale, anzi l'unico suo habitat possibile; e che il segreto stava nel recitarci sopra facendo finta di essere da un'altra parte. Era bello, e anche produttivo, navigare in quella vasca da bagno fatta di ritocchi fotografici, di slogan, di promesse impossibili, di calze di nylon sulla telecamera, di cartelloni pubblicitari, di tivù servizievoli, di comunicati stampa. Bello e anche produttivo navigare in quella vasca da bagno fatta di soliloqui da Vespa e da Costanzo, di sviolinate da Fede e compagnia.
    Di mirabolanti contratti con gli italiani, di sondaggi trasformati in programmi elettorali, di dichiarazioni provvidenziali di banchieri o confindustriali o presidenti emeriti. Ogni cosa era al suo posto, come in un copione da recitare mille volte, nella parte, più visibile per tutti, del capocomico di talento. Con i testi scritti da sceneggiatori anche loro di talento e perfino di cultura. Anche l'avversario stava scolpito nel copione. Un bel comunista pronto a trattare, così da godersi due piccioni con una fava (il passato comunista e la disponibilità a negoziare); e accanto a lui un comunista duro e puro, non disposto a negoziare ma dispostissimo a criticare l'ex comunista e a far parlare bene dei comunisti di un tempo, che erano più seri e più idealisti (ma naturalmente sempre comunisti). Varianti del canovaccio: un grappolo di ex democristiani «amici dei comunisti» e comunque espressione «della prima Repubblica»; i magistrati, tutti integranti (con sforzi sempre più erculei, in verità) lo stereotipo della toga rossa. Perfetto. Tutto si teneva. Anche grazie agli altri attori, che qualche sintonia con il capocomico comunque la provavano. In parlamento vince chi ha più mani da alzare. E lui, avendo vinto le elezioni, ne aveva di più. Quelle che si alzavano più spesso le decorava pure con un orologio natalizio. Era il teatrino della politica in cui Berlusconi sapeva sempre cosa dire e cosa fare.
    Poi un bel giorno, poco tempo fa, l'Italia non è stata più un teatrino. Il popolo, questa entità vista dal teatrino, da tutto il teatrino, come un immenso pubblico di spettatori, si è alzato dalla platea e ha incominciato a recitare pure lui. Migliaia, poi decine di migliaia, poi centinaia di migliaia, poi milioni di persone, hanno incominciato a muoversi in lungo e in largo per il paese. Manifestazioni, comizi, girotondi (ma sì, girotondi), marce, spettacoli, convegni. Spesso per iniziativa di cittadini qualunque. Tante volte assecondando la fantasia di donne - giovani e non - senza alcuna esperienza. Addirittura senza che si vedesse una bandiera rossa; e anzi con fischi per chiunque intendesse piantare sui raduni un qualsiasi vessillo di partito. Uno scenario pazzesco, totalmente imprevisto dal catechismo del perfetto Berlusconi.
    Il capocomico ha avuto all'inizio il sostegno degli altri attori, che al teatrino erano e sono (per la maggior parte) molto affezionati. Ulivo in pezzi, sinistra in crisi e allo sbando, infantilismi privi di senso, settarismi e massimalismi. Il paese vivo ha rotto gli argini. Le tivù e le questure hanno ridotto i numeri dei partecipanti, qualche primario quotidiano ha ingoiato perfino pressioni per ridurre e rimpicciolire le foto aeree degli assembramenti. Ci si sono messi (indisturbati) anche i terroristi. Niente, non è servito a niente. Sindacati uniti, partiti costretti ad abbozzare, i giovani che dilagano e senza più tute bianche alla testa dei cortei.
    Il capocomico non ha saputo più che fare. Conferenze stampa a reti pubbliche unificate e megashow sulle sue reti private. Senza copione ha detto cose da pazzi. Farneticanti anche se lucide, come venivano definiti i volantini bierre di venticinque anni fa. Ha straparlato di piazze e di pistole. H
    a trattato i suoi ministri come degli scimuniti. Ha ricordato, il nuovo De Gasperi, il glorioso 18 aprile del '46 (quando si dice l'ignoranza al potere). Ma, al di là delle parole folli, neanche inondare il video gli servirà. Usa le tivù per dominare? I cittadini usciti di platea, questi screanzati, già gli preparano l'affronto più atroce: lo «sciopero delle tivù» del 20 aprile. Perciò il capocomico annaspa e rivorrebbe tanto il suo teatrino.
    Quel che è incredibile, in questo panorama effervescente, è che il teatrino vogliano ansiosamente restituirglielo proprio alcuni dei suoi avversari. I quali si affannano a gettar dubbi e diffidenza sui movimenti civili e sociali in corso. Verità assolutamente ovvie - ad esempio che occorrono proposte politiche in grado di dare sbocco alla protesta - vengono calate sulla testa dei manifestanti con una spocchia che vorrebbe declassarli, per quel loro rumoreggiare, a pietosi anche se volonterosi dilettanti, sostenuti da politici altrettanto dilettanti. Insomma: il genio politico contro l'assenza di strategia. Come se la strategia, il fulcro della nuova strategia non fosse stato proprio quello di uscire dal teatrino che asfissiava, e su questa scelta ricostruire identità, progetti, linguaggi, alleanze e processi politici. Diciamo le cose come stanno. L'alternativa non è tra pensiero e piazza, ma tra piazza e teatrino. L'alternativa non è tra progetto e indignazione, ma tra indignazione e rassegnazione. E viste le tante clamorose assenze dalle aule parlamentari, l'alternativa non è nemmeno tra istituzioni e piazza, ma tra presenza e assenza. La «piazza», questa vita di popolo che fluisce e arriva e parla ovunque, non nega infatti né il progetto né le istituzioni. Può esserne anzi la nuova linfa. Semplicemente il copione non c'è più. Qui è Rodi, qui salta. E questo vale per tutti.
    Libertà è partecipazione.
    Le piazze si sono riempite di uomini liberi.
    Il capocomico resterà da solo nel teatrino della politica che lui conosce avendone frequentato anticamere e i segreti per diventare l'uomo che più di tutti DEVE allo statalismo.

    Berlusconi è UN DIPENDENTE STATALE, imprenditore fasullo di un mercato fasullo con regole fasulle inventate per lui.


    Un mondo migliore è possibile



    ...E ti diranno parole rosse come il sangue, o come la notte
    ma non è vero ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte
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    Ecco.....

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    SOGNA RAGAZZO SOGNA

    di ROBERTO VECCHIONI


    E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
    ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte:
    io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,
    e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo.

    Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
    stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento;
    copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello:
    a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo.

    Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
    quando un uomo vive per le sue parole o non vive più;
    sogna, ragazzo, sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo,
    non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu ...

    Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita,
    quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu;
    sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone
    non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu ...

    Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre:
    perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente;
    passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita:
    nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

    E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere;
    la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
    la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
    pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

    Sogna, ragazzo, sogna, quando lei si volta, quando lei non torna.
    quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più:
    sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà 1'amore,
    passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu.

    Sogna, ragazzo, sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria.
    tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più;
    sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania.
    manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.



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