Prima di lasciare la California riuscì comunque ad effettuare per la Dial altre due sedute di incisione: la prima col trio di Errol Gardner da cui Cool Blues e Bird’s Nest, la seconda con McGhee da cui Cheers, Carvin’ The Bird, Stupendous e Relaxin’ At Camarillo.
Tornato a New York costituì subito un quintetto con Davis, Jordan, Potter e Roach. Esordì al Three Deuces e un paio di mesi più tardi incise le sue prime tracce per la Savoy: Donna Lee, Chasin’ The Bird, Cheryl & Buzzy.
In settembre la Carnegie Hall ospitò lo storico ritorno di Bird e Dizzy insieme sul palco.
Più che un incontro fu uno scontro, un duello che mandò in visibilio gli Hipsters.
Gli ultimi mesi del ’47 videro Parker attivissimo per la Dial, il cui titolare aveva ritenuto opportuno (conoscendo le "stravaganze" della sua star esclusiva) trasferirsi a New York.
Tra ottobre e novembre Charlie registrò: Bongo Bop, Dexterity, Bird Of Paradise, Scrapple From The Apple, Out Of Nowhere, Klactoveesedstene, Don’t Blame Me, Embraceable You,. In dicembre Quasimodo, Bird Feathres e Crazeology.
Ormai Charlie poteva fare a meno della Dial: gli facevano la corte quelli dei dischi Savoy e Norman Granz per la Mercury.
Nell’aprile del ’48 Bird prese parte, col suo quintetto, alla sua ultima seduta di registrazione per la Savoy incidendo un magistrale blues intitolato Parker’s Mood, oltre a Barbados e Ah-leu-cha.
Norman Granz invece sovrappose il suo sax ad un complesso arrangiamento scritto da Neal Hefti ed eseguito da una grande formazione. Si realizzarono così Repetition e The Bird.
Alla fine del ’48 nel corso di una scrittura al Royal Roost, gli uomini del quintetto di Parker incominciarono a sentire il peso dell’arroganza del loro leader.
Davis uscì bruscamente dalla formazione insieme a Roach e i rimpiazzi furono deludenti.
Mesi dopo, nel maggio del ’49, Bird fece la sua prima apparizione in Europa invitato da Charles Delaunay, organizzatore del famoso e prestigioso festival di jazz di Parigi, alla Salle Pleyel.
Negli Stati Uniti si parlava di grande successo, per la Francia Parker aveva suonato male e si era comportato peggio.
Al ritorno in patria, Charlie si trovò senza lavoro a causa della chiusura del Royal Roost, ma alla fine di agosto nacque un nuovo tempio del jazz: il Birdland, in onore di Charlie Parker.
Tuttavia all’inaugurazione del Birdland il tempo d’oro del bop poteva considerarsi chiuso. Ora si preferiva parlare di cool-jazz, che sostanzialmente era un bop addolcito e arricchito.
Anche Bird era visto come un dispensatore di musica cool, e cioè quieta, fresca, carezzevole.
Da qui l’idea di Granz e di Billy Shaw (l’agente di Parker) di presentare Charlie, su disco e anche in concerto, con un’orchestra in cui gli archi dominavano.
A novembre per la Mercury, le prime registrazioni di famose ballads: April In Paris, Summertime, Everything Happens To Me e Just Friends.
Più che il quintetto, che Parker momentaneamente non sciolse, al grosso pubblico piaceva l’orchestra d’archi, con cui Bird diede una serie di concerti nella prima metà del 1950, finché non se ne stancò. Il fatto è che, a differenza della quasi totalità dei musicisti di jazz negri, Parker ascoltava spesso, e ammirava sinceramente, la musica da camera e sinfonica europea.
Aveva una particolare predilezione per Debussy e Stravinsky, amava Schönberg, Hindemith, Bartók, Šostakovic.
La sua segreta ambizione era evadere dai limiti della musica del ghetto nero, e anzitutto da quelli, per lui troppo ristretti, del suo strumento.
Nonostante venisse considerato un artista di serie A, ciò non gli impedì di mancare una data a Parigi per Delaunay. La sera stessa con grande disappunto il pubblico parigino venne a sapere che Charlie era tornato in America senza dire niente a nessuno.
I veri guai per Charlie cominciarono quando la polizia gli ritirò la cabaret-card. Il suo quintetto cominciò a lavorare ad intermittenza e ad avere delle difficoltà, fino allo scioglimento che avvenne poco dopo.
La verità è che Parker non era più il geniale solista che aveva incantato pubblico e musicisti al Finale e al Royal Roost, era spremuto, annoiato, frustrato.
La schiavitù della droga gli consentiva soltanto brevi periodi di serenità. Questi momenti erano dovuti a Chan, a cui si era definitivamente unito, e che lo aiutò molto a ricondurre una vita quasi normale, regalandogli anche due figli: Pree e Baird.
Ma la tranquillità era destinata a durare poco.
All’inizio del 1954, Charlie fu richiamato in California, a sostituire Stan Getz in un importante tournée in cui figuravano l’orchestra di Stan Kenton e, come solisti ospiti, Dizzy Gillespie e Errol Garner.
Quando si concluse la tournèe, Parker rimase in California facendo importanti amicizie: il poeta Kenneth Rexroth e la scultrice Julie MacDonald ed era a casa di quest’ultima quando giunse la notizia della morte della sua figlioletta Pree, stroncata da una polmonite.
Per Charlie fu il delirio. Cominciò a bombardare Chan di telegrammi, in un crescendo di disperazione, ormai prossimo alla follia.
Dopo che tornò a New York, riprese per qualche tempo la vita di sempre, suonando dove capitava, e causando spesso molti fastidi a chi utilizzava i suoi servigi, al punto di farsi definitivamente cacciare dal Birdland con la promessa (fatta da Oscar Goodstein, padrone del locale che consacrò la grandezza di Bird) di non essere mai più scritturato.
Il giorno stesso lo trovarono in casa in stato comatoso: aveva tentato di suicidarsi bevendo una bottiglietta di tintura di iodio e inghiottendo numerose pastiglie di aspirina.
Fu ricoverato al Bellevue Hospital, dove rimase alcuni giorni.
Apparentemente ristabilito, ricomparve in settembre alla Carnegie Hall sotto l’insegna del Jazz at the Philarmonic.
Tre giorni dopo era di nuovo al Bellevue: si era ripresentato volontariamente, dichiarando di sentirsi molto depresso e di temere per la propria incolumità.
Si giunse a un compromesso: Charlie fu dimesso, ma si impegnò a presentarsi regolarmente all’ospedale per le necessarie cure psichiatriche. Per un po’ mantenne la promessa. Si trasferì a New Hope in Pennsylvania, nella piccola fattoria della madre di Chan, e si recò tutti i giorni al Bellevue a New York. Ma era troppo tardi per rimettere in sesto un uomo quasi distrutto come lui.
Dopo poco non si parlava più di New Hope e non si parlava neanche più di di Chan, da cui si era separato. Le scritture si erano fatte più rare e brevi, e la sua vita era più irregolare che mai. Dormiva in alloggi di fortuna e un amico non credette ai suoi occhi quando lo incontrò a Times Square: era insieme a Bud Powell, e come lui stendeva la mano ai passanti.
Ci fu un’ultima scrittura al Birdland, il 4 e 5 marzo. Con Parker si esibivano Powell, anch’egli in preda alla follia e ubriaco, Charlie Mingus, Art Blakey, Kenny Dorham. Era una All Star Band, che prometteva dell’ottimo jazz, ma offrì invece uno spettacolo triste e deprimente. Lo stesso Mingus si scusò personalmente col pubblico per la patetica esibizione dei suoi musicisti.
Qualche giorno dopo, Charlie decise di far visita a una ricca amica, amante del jazz e protettrice di tanti jazzmen famosi, la baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter, che viveva nella quinta Avenue.
Charlie stava male e fu chiamato un medico, che tentò di persuaderlo a farsi ricoverare in ospedale, ma senza successo. Dopo tre giorni, all’improvviso, il 12 marzo 1955, Parker chiuse gli occhi per sempre.
Aveva 35 anni.
E’ vano sperare di intendere l’artista Parker senza conoscere il dramma che lo dilaniò e infine lo distrusse, il conflitto fra gli istinti dell’uomo debole e vizioso e l’anelito alla purezza che, sempre, l’artista vagheggiò da lontano, e che fin dal principio ritenne per sé irraggiungibile. Fu quell’anelito che in Bird si trasformò in un’esigenza estetica, senza impegni morali di sorta.
A questo punto ne dovremmo inquadrare lo stile solistico nel tempo e nello spazio, trovandogli, com’è di rigore, delle parentele più o meno vaghe. Ma l’impresa questa volta si rivela disperata, perché, ricordato l’antecedente di Laster Young, va riconosciuto che Parker ha detto nel jazz una parola assolutamente personale, con la stessa naturalezza con cui Armstrong aveva detto la sua più di vent’anni prima. Come Armstrong infatti Parker fu un artista istintivo, che espresse tutto se stesso con un linguaggio che fu logica espressione della sua condizione umana.
Si direbbe che la sua musica provenisse dalle torbide regioni del subconscio. E’ una musica privata, scontrosa: una musica in equilibrio tra delirio e coscienza, a volte angolosa, gelida, urtante, a volte morbidamente melodica e carezzevole.
Dal punto di vista formale Bird si distingue da ogni altro solista che lo precedette per la straordinaria ricchezza del vocabolario, per la duttilità del linguaggio, per l’imprevedibilità delle soluzioni, ma soprattutto per la capacità di conciliare fra loro estrosissime, spericolate invenzioni e rigorosa logica compositiva.
Benché molti guardassero a lui come ad un eroe, a un leader spirituale, Bird fu, a ben vedere, un isolato, un solitario: un musicista che non collaborò mai, nel pieno senso del termine, con altri musicisti. Per lui gli altri jazzmen furono soltanto dei compagni di strada, le cui voci si giustapposero alla sua e da questa furono condizionate e pesantemente influenzate. Solo in questo senso Parker può essere considerato un caporchestra.
Di lui George Reisner ha scritto: "Fu una delle persone più difficili che abbia mai incontrato. Era soave, astuto, cortese, affascinante e, in generale, luciferino. Troppo luciferino. Mi adulava, mi metteva quieto, e poi tac!, il grande tradimento." E ancora: "Bird fu l’hipster per eccellenza. Si era fatto le sue proprie leggi. La sua arroganza era enorme, la sua umiltà profonda."
Faccio concludere a Leonardo Sciascia:
"E’ stato detto, ed è vero: "il genio è per tre quarti memoria." Ma quando la memoria si fa come l’occhio presbite, quando va alle cose lontane e svanisce sulle vicine, è come di un vino che si decanta. Il genio è allo stato puro: si fa più forte e più trasparente."
Diego Frazzi


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