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Risultati da 51 a 60 di 103

Discussione: Il thread dei tributi

  1. #51
    Ospite

    Predefinito Charlie "Bird" Parker (3)

    Prima di lasciare la California riuscì comunque ad effettuare per la Dial altre due sedute di incisione: la prima col trio di Errol Gardner da cui Cool Blues e Bird’s Nest, la seconda con McGhee da cui Cheers, Carvin’ The Bird, Stupendous e Relaxin’ At Camarillo.

    Tornato a New York costituì subito un quintetto con Davis, Jordan, Potter e Roach. Esordì al Three Deuces e un paio di mesi più tardi incise le sue prime tracce per la Savoy: Donna Lee, Chasin’ The Bird, Cheryl & Buzzy.

    In settembre la Carnegie Hall ospitò lo storico ritorno di Bird e Dizzy insieme sul palco.

    Più che un incontro fu uno scontro, un duello che mandò in visibilio gli Hipsters.

    Gli ultimi mesi del ’47 videro Parker attivissimo per la Dial, il cui titolare aveva ritenuto opportuno (conoscendo le "stravaganze" della sua star esclusiva) trasferirsi a New York.

    Tra ottobre e novembre Charlie registrò: Bongo Bop, Dexterity, Bird Of Paradise, Scrapple From The Apple, Out Of Nowhere, Klactoveesedstene, Don’t Blame Me, Embraceable You,. In dicembre Quasimodo, Bird Feathres e Crazeology.

    Ormai Charlie poteva fare a meno della Dial: gli facevano la corte quelli dei dischi Savoy e Norman Granz per la Mercury.



    Nell’aprile del ’48 Bird prese parte, col suo quintetto, alla sua ultima seduta di registrazione per la Savoy incidendo un magistrale blues intitolato Parker’s Mood, oltre a Barbados e Ah-leu-cha.

    Norman Granz invece sovrappose il suo sax ad un complesso arrangiamento scritto da Neal Hefti ed eseguito da una grande formazione. Si realizzarono così Repetition e The Bird.

    Alla fine del ’48 nel corso di una scrittura al Royal Roost, gli uomini del quintetto di Parker incominciarono a sentire il peso dell’arroganza del loro leader.

    Davis uscì bruscamente dalla formazione insieme a Roach e i rimpiazzi furono deludenti.

    Mesi dopo, nel maggio del ’49, Bird fece la sua prima apparizione in Europa invitato da Charles Delaunay, organizzatore del famoso e prestigioso festival di jazz di Parigi, alla Salle Pleyel.

    Negli Stati Uniti si parlava di grande successo, per la Francia Parker aveva suonato male e si era comportato peggio.

    Al ritorno in patria, Charlie si trovò senza lavoro a causa della chiusura del Royal Roost, ma alla fine di agosto nacque un nuovo tempio del jazz: il Birdland, in onore di Charlie Parker.

    Tuttavia all’inaugurazione del Birdland il tempo d’oro del bop poteva considerarsi chiuso. Ora si preferiva parlare di cool-jazz, che sostanzialmente era un bop addolcito e arricchito.

    Anche Bird era visto come un dispensatore di musica cool, e cioè quieta, fresca, carezzevole.

    Da qui l’idea di Granz e di Billy Shaw (l’agente di Parker) di presentare Charlie, su disco e anche in concerto, con un’orchestra in cui gli archi dominavano.

    A novembre per la Mercury, le prime registrazioni di famose ballads: April In Paris, Summertime, Everything Happens To Me e Just Friends.

    Più che il quintetto, che Parker momentaneamente non sciolse, al grosso pubblico piaceva l’orchestra d’archi, con cui Bird diede una serie di concerti nella prima metà del 1950, finché non se ne stancò. Il fatto è che, a differenza della quasi totalità dei musicisti di jazz negri, Parker ascoltava spesso, e ammirava sinceramente, la musica da camera e sinfonica europea.

    Aveva una particolare predilezione per Debussy e Stravinsky, amava Schönberg, Hindemith, Bartók, Šostakovic.



    La sua segreta ambizione era evadere dai limiti della musica del ghetto nero, e anzitutto da quelli, per lui troppo ristretti, del suo strumento.

    Nonostante venisse considerato un artista di serie A, ciò non gli impedì di mancare una data a Parigi per Delaunay. La sera stessa con grande disappunto il pubblico parigino venne a sapere che Charlie era tornato in America senza dire niente a nessuno.

    I veri guai per Charlie cominciarono quando la polizia gli ritirò la cabaret-card. Il suo quintetto cominciò a lavorare ad intermittenza e ad avere delle difficoltà, fino allo scioglimento che avvenne poco dopo.

    La verità è che Parker non era più il geniale solista che aveva incantato pubblico e musicisti al Finale e al Royal Roost, era spremuto, annoiato, frustrato.

    La schiavitù della droga gli consentiva soltanto brevi periodi di serenità. Questi momenti erano dovuti a Chan, a cui si era definitivamente unito, e che lo aiutò molto a ricondurre una vita quasi normale, regalandogli anche due figli: Pree e Baird.

    Ma la tranquillità era destinata a durare poco.

    All’inizio del 1954, Charlie fu richiamato in California, a sostituire Stan Getz in un importante tournée in cui figuravano l’orchestra di Stan Kenton e, come solisti ospiti, Dizzy Gillespie e Errol Garner.

    Quando si concluse la tournèe, Parker rimase in California facendo importanti amicizie: il poeta Kenneth Rexroth e la scultrice Julie MacDonald ed era a casa di quest’ultima quando giunse la notizia della morte della sua figlioletta Pree, stroncata da una polmonite.

    Per Charlie fu il delirio. Cominciò a bombardare Chan di telegrammi, in un crescendo di disperazione, ormai prossimo alla follia.

    Dopo che tornò a New York, riprese per qualche tempo la vita di sempre, suonando dove capitava, e causando spesso molti fastidi a chi utilizzava i suoi servigi, al punto di farsi definitivamente cacciare dal Birdland con la promessa (fatta da Oscar Goodstein, padrone del locale che consacrò la grandezza di Bird) di non essere mai più scritturato.

    Il giorno stesso lo trovarono in casa in stato comatoso: aveva tentato di suicidarsi bevendo una bottiglietta di tintura di iodio e inghiottendo numerose pastiglie di aspirina.

    Fu ricoverato al Bellevue Hospital, dove rimase alcuni giorni.

    Apparentemente ristabilito, ricomparve in settembre alla Carnegie Hall sotto l’insegna del Jazz at the Philarmonic.

    Tre giorni dopo era di nuovo al Bellevue: si era ripresentato volontariamente, dichiarando di sentirsi molto depresso e di temere per la propria incolumità.

    Si giunse a un compromesso: Charlie fu dimesso, ma si impegnò a presentarsi regolarmente all’ospedale per le necessarie cure psichiatriche. Per un po’ mantenne la promessa. Si trasferì a New Hope in Pennsylvania, nella piccola fattoria della madre di Chan, e si recò tutti i giorni al Bellevue a New York. Ma era troppo tardi per rimettere in sesto un uomo quasi distrutto come lui.

    Dopo poco non si parlava più di New Hope e non si parlava neanche più di di Chan, da cui si era separato. Le scritture si erano fatte più rare e brevi, e la sua vita era più irregolare che mai. Dormiva in alloggi di fortuna e un amico non credette ai suoi occhi quando lo incontrò a Times Square: era insieme a Bud Powell, e come lui stendeva la mano ai passanti.



    Ci fu un’ultima scrittura al Birdland, il 4 e 5 marzo. Con Parker si esibivano Powell, anch’egli in preda alla follia e ubriaco, Charlie Mingus, Art Blakey, Kenny Dorham. Era una All Star Band, che prometteva dell’ottimo jazz, ma offrì invece uno spettacolo triste e deprimente. Lo stesso Mingus si scusò personalmente col pubblico per la patetica esibizione dei suoi musicisti.

    Qualche giorno dopo, Charlie decise di far visita a una ricca amica, amante del jazz e protettrice di tanti jazzmen famosi, la baronessa Nica Rothschild de Koenigswarter, che viveva nella quinta Avenue.

    Charlie stava male e fu chiamato un medico, che tentò di persuaderlo a farsi ricoverare in ospedale, ma senza successo. Dopo tre giorni, all’improvviso, il 12 marzo 1955, Parker chiuse gli occhi per sempre.

    Aveva 35 anni.

    E’ vano sperare di intendere l’artista Parker senza conoscere il dramma che lo dilaniò e infine lo distrusse, il conflitto fra gli istinti dell’uomo debole e vizioso e l’anelito alla purezza che, sempre, l’artista vagheggiò da lontano, e che fin dal principio ritenne per sé irraggiungibile. Fu quell’anelito che in Bird si trasformò in un’esigenza estetica, senza impegni morali di sorta.

    A questo punto ne dovremmo inquadrare lo stile solistico nel tempo e nello spazio, trovandogli, com’è di rigore, delle parentele più o meno vaghe. Ma l’impresa questa volta si rivela disperata, perché, ricordato l’antecedente di Laster Young, va riconosciuto che Parker ha detto nel jazz una parola assolutamente personale, con la stessa naturalezza con cui Armstrong aveva detto la sua più di vent’anni prima. Come Armstrong infatti Parker fu un artista istintivo, che espresse tutto se stesso con un linguaggio che fu logica espressione della sua condizione umana.

    Si direbbe che la sua musica provenisse dalle torbide regioni del subconscio. E’ una musica privata, scontrosa: una musica in equilibrio tra delirio e coscienza, a volte angolosa, gelida, urtante, a volte morbidamente melodica e carezzevole.

    Dal punto di vista formale Bird si distingue da ogni altro solista che lo precedette per la straordinaria ricchezza del vocabolario, per la duttilità del linguaggio, per l’imprevedibilità delle soluzioni, ma soprattutto per la capacità di conciliare fra loro estrosissime, spericolate invenzioni e rigorosa logica compositiva.

    Benché molti guardassero a lui come ad un eroe, a un leader spirituale, Bird fu, a ben vedere, un isolato, un solitario: un musicista che non collaborò mai, nel pieno senso del termine, con altri musicisti. Per lui gli altri jazzmen furono soltanto dei compagni di strada, le cui voci si giustapposero alla sua e da questa furono condizionate e pesantemente influenzate. Solo in questo senso Parker può essere considerato un caporchestra.

    Di lui George Reisner ha scritto: "Fu una delle persone più difficili che abbia mai incontrato. Era soave, astuto, cortese, affascinante e, in generale, luciferino. Troppo luciferino. Mi adulava, mi metteva quieto, e poi tac!, il grande tradimento." E ancora: "Bird fu l’hipster per eccellenza. Si era fatto le sue proprie leggi. La sua arroganza era enorme, la sua umiltà profonda."

    Faccio concludere a Leonardo Sciascia:

    "E’ stato detto, ed è vero: "il genio è per tre quarti memoria." Ma quando la memoria si fa come l’occhio presbite, quando va alle cose lontane e svanisce sulle vicine, è come di un vino che si decanta. Il genio è allo stato puro: si fa più forte e più trasparente."

    Diego Frazzi

  2. #52
    Ospite

    Predefinito The "Bird"


  3. #53
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    Predefinito Imponente

    ... l'hai scritta tu?

  4. #54
    Ospite

    Predefinito Re: Imponente

    Originally posted by Hicks
    ... l'hai scritta tu?
    Mi piacerebbe averlo fatto, ma è solo un banale copia e incolla. Se guardi in fondo al terzo post-malloppo, troverai il nome dell'autore: Diego Frazzi. Lo sai che mi piace navigare dappertutto: si capisce anche dal mio avatar.
    Ho mandato la biografia perchè ho pensato che la vita di "Bird" ti sarebbe piaciuta: era un bello e dannato come Syd Barrett

  5. #55
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    Predefinito Re: Re: Imponente

    Originally posted by gdr
    ...
    Se guardi in fondo al terzo post-malloppo, troverai il nome dell'autore: Diego Frazzi.
    ...
    E così la prossima volta starò attento a leggere prima di fare domande

    <center></center>
    <center>"La sua arroganza era enorme, la sua umiltà profonda"</center>
    <center>A me pare che se la tiri un po' </center>

  6. #56
    Ospite

    Predefinito

    Tu dici che se la tirava? Beh un genio se lo può permettere

  7. #57
    Ospite

    Predefinito Re: Un tributo a Rossini gastronomo...

    Originally posted by Hicks
    <center>Er mejo...
    Gioacchino Rossini
    (Pesaro 1792 - Passy, Parigi 1868)
    </center>





    <center></center>



    Narra Giuseppe Radiciotti, autorevole biografo di Gioachino Rossini, che una sera, al termine di un concerto a cui il compositore aveva assistito, gli si avvicinò una signora: "Oh, Maestro! Posso finalmente contemplare quel volto geniale, che non conoscevo se non nei ritratti! Non si puo sbagliare: avete nel cranio proprio il bernoccolo della musica; eccolo là"."E che ve ne pare di questaltro, signora?", rispose Rossini battendosi il ventre. "Non potete negare che sia ancor più visibile e sviluppato. E infatti il mio vero bernoccolo è quello della gola".

    Un personaggio simile, quando arrivò la prima volta a Parigi, nel 1823, preceduto dalla fama di genio, non poteva essere impreparato a prendere parte al dibattito culturale che impegnava sulla gastronomia molti intellettuali francesi.

    Il giudice Anthelme Brillat-Savarin stava ultimando "La fisiologia del gusto", che avrebbe posto le basi dell'estetica gastronomica; Balthazar Grimod de la Reyniere, autore del "Manuale degli anfitrioni" sull'arte di ricevere con stile, affermava che "il gusto è quello, tra tutti i nostri sensi, che ci mette in contatto con i corpi saporosi, attraverso la sensazione da essi prodotta sull'organo destinato ad apprezzarli".

    Alexandre Dumas padre si cimentava in ricette fantasiose ed esotiche che avrebbe raccolto nel suo "Le grand Dictionnaire de Cuisine". Cene e banchetti erano quasi quotidiani e Rossini, che era un bel giovane di prestante corporatura incominciò allora irreparabilmente a ingrassare.

    E fra questi personaggi ne eccelleva pure un altro, il divino Careme, che dopo aver lavorato per i più importanti personaggi del suo tempo, gestiva le cucine dei Rothschild, e proprio in casa Rothschild Rossini lo conobbe.

    Fu certamente un incontro che segnò la vita dei due personaggi e fece nascere fra di loro un forte senso di stima e di affetto. Ogni volta che Rossini era invitato a casa dei Rotshchild, passava prima in cucina a salutare Antonin Careme, il quale ricambiava i saluti consigliandogli i piatti più prelibati del menu e sconsigliandogli gli altri non degni di chi avrebbe dovuto giudicarli. Quando Rossini lasciò Parigi per Bologna, Careme ne fu molto dispiaciuto, perché aveva perduto non solo un amico, ma anche un appassionato estimatore del suo talento gastronomico, "il solo" - come egli stesso diceva - " che laveva saputo comprendere".

    A Bologna, Careme, sapendo di fargli cosa oltremodo gradita, gli mandò per un corriere del banchiere un fagiano tartufato; sulla scatola c'era scritto semplicemente: "Da Careme a Rossini". Il Maestro rispose con una composizione musicale indirizzata: "Da Rossini a Careme". Questa profonda amicizia e stima, ci è anche rivelata dallo stesso Careme che in una sua lettera scrive:

    "Egli mi disse un giorno di aver avuto un invito per recarsi negli Stati Uniti. "Andrei senzaltro, soggiunse, se anche voi decideste di trasferirvi in America". Chi mi parlava così era un grande musicista italiano. Si chiamava Gioachino Rossini".

    Diversi sono gli aneddoti narrati dal Radiciotti su Rossini Gourmet, ad esempio:

    "Egli vinse una volta, per una scommessa riuscitagli favorevole un tacchino ripieno di tartufi: ma il perditore durò un pezzo a fare lo smemorato. Un giorno il Rossini gli va incontro e gli dice:

    "Ebbene? Questo famoso tacchino quando si mangia?"

    "Vi dirò, Maestro: non è ancora propizia la stagione per i tartufi di prima qualità"

    "Niente, niente! Cotesta è una falsa notizia, che, per non farsi riempire, mettono apposta in giro i tacchini".

    Nel 1864 il barone Rotschild gli mandò in dono della splendida uva delle sue serre e n'ebbe questa risposta:

    "Grazie! La vostra uva è eccellente, ma poco mi piace il vino in pillole".

    Il barone capì l'antifona; anzi, gustò tanto lo spiritoso biglietto che fece subito spedire al Maestro un barilotto del suo migliore Chateau-Lafitte.

    Il compositore Alberto Lavignac, conoscendo il debole del Rossini, gli regalava di tanto in tanto una dozzina di royaux, deliziose sardine, che si pescano nel golfo di Guascogna. "Amico mio," - gli disse un giorno il Maestro - "non mi portate questa roba di sabato: il sabato ho molta gente a tavola, ed io, quando ho delle royaux, desidero di mangiarmele da solo, a mio agio e senza chiacchierare. Però, da buon marito, ne offro sempre una ad Olimpia". E visto che in questo aneddoto Rossini ci parla dei suoi sabati musicali vediamo un po di capire cosa fossero.

    Di tali sabati ci è giunta una vivace descrizione ad opera di Filippo Filippi in "Musica e Musicisti- Critiche, biografie ed escursioni". I1 sabato era per lui una giornata eccezionale, avendo la possibilità di invitare a cena sedici persone , mentre altre ne sarebbero arrivate più tardi . Gli invitati dovevano presentarsi in abito da sera e cravatta bianca, mentre Rossini non rinunciava mai al suo bel zimarrone e alla cravatta a più giri tenuta ferma dalla tradizionale spilla col medaglione di Handel". Possedeva l'arte ed il gusto dell'ospitalità ed i suoi pranzi erano rinomati, oltre che per le primizie e le specialità culinarie, anche per la raffinatezza dell'argenteria, del vasellame e delle guarnizioni della tavola. Ogni rango sociale era rappresentato, ma occorrevano , come scrive Francis Toye "tre visti sul passaporto d'entrata: capacità di interessare o divertire Rossini, estrema deferenza verso la signora Olimpia (e questo era indispensabile), essersi distinti in questo o in quel campo". Curiosiamo nella sala da pranzo attraverso lo sguardo di Arnaldo Fraccaroli che nel libro dedicato al Maestro, così racconta:

    "Fra i commensali, grande varietà, ma tutti nel "tono sopracuto" della rinomanza: artisti e principi, uomini di stato e letterati , signore possibilmente belle e scienziati, gente di teatro e gente del cosidetto gran rnondo parigino c internazionale. Vi passano l'ineffabile fedelissimo maestro Carafa (veramente Carafa non vi passa: vi resta. è inamovibile e presente a ogni pranzo), i maestri Meyerbeer, Auber, Thomas, Saint-Saens, Giuseppe Verdi quando si trova a Parigi di passaggio o per l'allestimento di qualche opera sua; Auber e Saint-Saens conversatori brillanti, Giuseppe Verdi taciturno; il principe Poniatowski, l'amico dei giorni fiorentini: Alessandro Dumas che ha allora passato la cinquantina ed è sempre vulcanico, divertentissimo, originalissimo, carico di gloria, di idee e di debiti, nonostante i favolosi guadagni; Gustavo Doré, il grande disegnatore che é anche conversatore spiritoso e ottimo cantante; l' amico Michotte che ha la specialità dei concerti sull'orlo dei bicchieri; il suonatore di corno Vivier, impagabile animatore di scenette umoristiche; l'abbondante primadonna Maria Alboni, abbondante di voce e di curve; Giulietta Grisi, la Borghi-Mamo, la Fodor; la famosissima Maria Taglioni, la figlia del danzatore milanese Filippo, colei che a furia di ballare sulle punte si era elevata fino a contessa, contessa Gilbert de Voisins: aveva ormai cinquant'anni, ma di quando in quando, si lasciava ancora convincere a accennare qualche passo di danza in casa Rossini; Adelina Patti, tutta sorrisetti, graziette, capriccetti e trilli; il violinista genovese Camillo Sivori che segue le orme dell'irraggiungibile Paganini; i cantanti Mario, Tamburini, Tamberlick, Badiali, il giovanissimo Arrigo Boito col suo compagno di studi Franco Faccio, l'editore Ricordi, il maestro Florimo , l'amico fraterno, il confidente di Vincenzo Bellini, il barone Rothschild , il barone Haussmann che sta cambiando la fisionomia architettonica di Parigi , il cantante e critico Scudo . . .

    Presiede il Maestro, con la solennità di un patriarca, rna la solennita è soltanto nella figura prelatizia perchè subito egli si lascia andare alla più agile e divertente e spiritosa conversazione, eccitando e trascinando lo spirito degli altri col suo brio, la vivezza delle trovate e la inesauribile vena. Olimpia assiste con sussiego e ha la mania e la pretesa di venire onorata come il Maestro e qualche disattento che non le rivolga complimenti bastevoli, viene radiato dalla lista dei frequentatori". Nei pranzi del sabato, Rossini non badava certo ad economie, ma pare che la signora Olimpia non fosse dello stesso parere.

    A tal proposito si racconta un buffo aneddoto: splendidi vassoi, ricolmi di invitante frutta fresca, figuravano, di norma, in mezzo alla tavola da pranzo, ma in casa Rossini non si arrivava quasi mai alla frutta, perché succedeva sempre qualcosa o la signora Olimpia veniva colta da malessere improvviso ed allora, alzatasi da tavola, tutti facevano la stessa cosa o giungeva l'annuncio di una visita imprevista e l'attenzione veniva rivolta altrove. Una sera, il maestro Florimo, da buon napoletano volle andare in fondo alla questione e, allungata una mancia al cameriere, gli chiese spiegazione su quanto normalmente accadeva. "La ragione e semplice - ammiccò questi - madama prende la frutta a nolo e poi deve restituirla"

    Oltre che buongustaio era anche eccellente cuoco, e si dice che fosse inarrivabile nel cucinare i maccheroni, di cui era appassionatissimo, come era appassionatissimo per un certo pasticcio di pollo con gamberi al burro e la ricetta dei suoi "macaroni" ci e pervenuta tramite il suo amico Antonin Careme, che nel suo trattato sulle minestre italiane la descrive:

    Faites selon la règle une farce à quenelles de deux perdreaux rouges , en y melant un peu de Parmesan rapé; puis vous faites rotir deux autres perdreaux rouges pour en confectionner une purée de gibier de la manière accoutumée (Voir le premier chapitre des potages.); ensuite vous faites réduire de moitié le consomme empotage ainsi que nous l'avons demontre pour le potage de macaroni à la napolitaine, en y joignant toutefois les carcasses des perdreaux et une pointe de mignonnette; maintenant vous faites blanchir a l'eau bouillante douze onces de petit macaroni de Naples, égouttez-le, et faites-le mijoter vingt-cinq minutes dans la moitie du consommé reduit, avec un peu de mignonnette et quatre onces de beurre; au moment de servir, vous pochez les petites quenelles de perdreaux dans du consommé, et les égouttez, ainsi que le macaroni, que vous sautez deux ou trois fois dans un plat à sauter, en y melant la purée de perdreaux préparée à cet effet, et chauffée au bain-marie; masquez le fond de la soupière de macaroni, semez dessus un peu de Parmesan rapé (quatre onces ); ajoutez un lit de petites quenelles, un peu de Parmesan, du macaroni, du Parmesan et des quenelles; donnez les nemes soins pour achever de garnir le potage en le masquant de Parmesan et en l'arrosant du fond de macaroni et dun peu de consomme, dont vous servez le reste dans une casserole d' argent. Ce potage est digne de l'illustre musicien gastronome.

    Poche sono le ricette dedicate ad una personalità, che dimostrano un tale rispetto della sua competenza gastronomica, e Rossini grazie alle sue non comuni doti si meritò questa stupenda dedica da parte di Careme.

    PS: per i moderatori: se non sono "in tema", e vi ho "sporcato" il thread, cancellatemi tranquillamente il post o spostatemelo sul fondoscala.


    gabriella

  8. #58
    † 24/2/1979 - 4/5/2002 †
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    Predefinito

    Originally posted by gdr
    PS: per i moderatori: se non sono "in tema", e vi ho "sporcato" il thread, cancellatemi tranquillamente il post o spostatemelo sul fondoscala.

    gabriella [/B]
    Non sei fuori tema, naturalmente.
    Grazie per il pezzo, l'ho letto volentieri

  9. #59
    Ospite

    Predefinito Quando e come hai scoperto Rossini?

    Io non saprei rispondere a questa domanda. Fin da quando ero piccolissima, cioè fino a quando posso ricordare, mi sembra di averlo ascoltato sempre. Mio padre era un appassionato di Rossini e ci svegliavamo la mattina con "Il barbiere di Siviglia" e andavamo a dormire con l'ouverture della "Gazza ladra".

  10. #60
    Diabolik
    Ospite

    Predefinito

    Augusto Daolio 18/2/1947 - 7/10/1992


    Augusto era il cantante dei Nomadi, e` stato un elemento importantissimo nella storia di questo gruppo, ma soprattutto viene ricordato da tutti come un grande Uomo, un Uomo che si e` sempre schierato contro le ingiustizie, le guerre, per costruire un mondo migliore. Cio` che caratterizzava questo grande Uomo era la sua semplicita`, la sua voglia di vivere, il suo amore per il suo paese, per il mondo, per gli amici e per il suo pubblico. Per capire meglio il suo carattere e il suo amore per la musica occorre raccontare un episodio: i concerti dei Nomadi negli anni novanta erano la disperazione degli organizzatori, una volta a Bologna le forze dell'ordine staccano la corrente al gruppo, perche` il gruppo non smetteva di suonare, Augusto dice che sono stati dei maleducati e il manager dei Nomadi ride di gusto, pensando che non aveva mai visto persone cosi` attaccate al loro lavoro e al loro pubblico. Era un grande Uomo, modesto, tanto che non si sapeva spiegare il successo che il gruppo aveva ottenuto perche` sosteneva di non conoscere le tecniche canore, lui cantava con l'anima, con l'istinto, lui non era un cantante. Le canzoni dei Nomadi hanno sempre tenuto come tema di fondo la lotta all'intolleranza ("Bianchi e neri"), la contrarieta` alla guerra ("C'e` un re", "Uno come noi"), il no alla droga ("Marta", "Aiutala", "Il serpente piumato", "Santina"), tutti temi radicati nel profondo del cuore di questo grande artista. Non era solamente un ottimo musicista e un grande cantante, Augusto era un artista completo, era un pittore e un poeta, tutte queste sue attivita` erano al pari della sua musica. E` difficile descrivere Augusto, Lui era un amico, un fratello, un maestro, un allievo, posso solo dire che Lui e` con noi, nelle sue canzoni, in ogni attimo della nostra vita, in tutte le pagine di questo sito, come dice una canzone dei Nomadi noi siamo "..fili di sogni, fili di te.."; ecco perche` e` difficile descrivere un grande Uomo, la semplicita` e` difficile da descrivere, in piu` e` difficile poter parlare di una persona cosi` grande.






    "Sono nato il diciotto Febbraio millenovecentoquarantasette a Novellara di Reggio Emilia, nel cuore della notte mentre freddo e brina duellavano con rami secchi di pioppi e tigli.
    Sono nato al caldo e mi hanno chiamato Augusto, come un nonno che non ho mai conosciuto. Il cognome Daolio mi è stato dato da un uomo semplice e a suo modo dolce e complice.
    Dall'età di sedici anni canto in un gruppo che si chiama Nomadi, scrivo canzoni e giro il mondo. C'è un altro mondo dentro di me che racconto con il disegno e la pittura, lo faccio da parecchi anni e alberi, rocce, cieli, lune, ombre e altro popolano questi miei racconti. Ho esposto in giro per l'Italia, ho illustrato dischi, libri, cartoline, manifesti. Non disegno per riempire un vuoto ma per vuotare un pieno che è dentro di me e preme. Una specie di confessione, prima ad uno spazio bianco, poi ad occhi che guarderanno. Ho lo studio a Novellara in via De Amicis, il numero credo sia il quarantaquattro, non ho il telefono ma montagne di libri e di oggetti"


    "..Mi chiedono che effetto fa essere continuamente conosciuti ovunque si vada: nessuno. Il dialogo con chi incontri mi e` sempre piaciuto, il rischio di essere troppo famosi e` che la gente ti mittizzi, non riesca ad avere con te un rapporto paritetico; cio` sarebbe deleterio. Noi siamo persone normalissime con i nostri pregi e i nostri difetti, amiamo condurre un'esistenza fatta di cose concrete, di piccole soddisfazioni quotidiane, di musica. Mi infastidiscono parecchio gli adulatori. I complimenti falsi li sento come un eccesso.."


    Le poesie



    Non farti più incantare
    da maestri da parole
    ognuno ha la sua voce
    solo quella devi seguire.

    (E quella è la tua croce)

    Non devi imitare
    neppure idolatrare
    dentro ti devi guardare
    e anche un po' pensare.

    Non sarai mai libero
    davvero libero
    se lascerai
    che qualcun altro
    pensi per te
    non saprai mai chi sei.


    --------------------------------


    A me la morte
    fa una gran paura
    si lasciano troppe cose
    che non si vedranno più,
    gli amici, la famiglia
    le piante del parco
    che hanno quell'odore buono
    di resina
    la gente che ho visto
    anche solo una volta.

    A me la morte
    fa una gran paura
    si lasciano troppi sorrisi
    troppe mani troppi occhi
    i treni, le strade
    quei sentieri di montagna
    che portano ai rifugi,
    i mari che ho visto
    e non ho mai
    attraversato.


    -----------------------------

    Un giorno quando la terra
    ritornerà giovane
    verrà cantata una canzone
    che chiamerà che canterà
    insieme al vento
    che soffia tra le colline.

    La guerra è finita
    gocce di rugiada
    cadranno gentilmente
    dall'aria alla terra
    dalle nuvole al mare
    e diventerà di nuovo
    pioggia.

    Un giorno quando il tempo
    sarà passato
    e il genere umano
    sarà tutto estinto
    non ci saranno
    più parole
    solo il vento
    che soffia tra le colline

    -----------------------------------


    Mi è stato promesso in giorni di sole malato
    il sapore amaro della morte, ma io
    non lo conosco ancora.
    Conosco però
    l'impotente bestemmia rabbiosa, lacrimosa
    che sale da dentro per ognuno che parte
    così, all'improvviso senza lasciare indirizzo.
    Dietro le spalle solo stanze grandi
    vuote, lunghe, troppo alte, troppo buie.
    Io non lo conosco ancora
    questo viaggio che immagino faticoso
    e senza speranza,
    e vedo ogni giorno che passa
    ogni ora,
    piena di luce e colori:
    non può morire la luce
    e finche il sole si alza sul mondo
    il mondo fiorisce di bellissimi pensieri
    che sono fiori.
    Tra le musiche della vita
    milioni e milioni di musiche.
    La morte è la musica più straziante
    più forte, prepotente, cattiva;
    brucia il foglio della partitura
    in grigia cenere e in fiamma
    tutto riduce.
    Muore chi ama, chi ha amato
    chi canta, chi ha cantato
    chi suona, chi ha suonato.
    Sapore amaro quello della morte
    sparita è la luce appena venuta
    piccola luce, giovane luce
    che piano piano cresceva, senza fretta
    e illuminava noi e i nostri gesti,
    non luce accecante
    che sfoca i contorni delle cose
    ma buona semplice dolce,
    che le cose accarezza.
    Sparita è la tua luce
    come passa via la nebbia dalle nostre parti,
    ognuno grida ma la foschia non si dirada.
    Grido muto di disperazione.
    Sei arrivato al tuo porto
    hai abbandonato il tuo remo
    Principe Desiderio
    ombra senza età



    http://digilander.iol.it/ilsuonodelleidee/ago.htm

    http://web.quipo.it/solonomadi/AGO.html

 

 
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