di MARISA MUSU
La lettera di Gad Lerner rivolta a Bettin, Morgantini e Redaelli mi ha spinto ad approfondire la riflessione su un tema che Lerner pone con molta forza e che è certamente centrale nell'attuale tragica situazione del Medio Oriente. Lerner è convinto che noi (noi democratici solidali con la lotta del popolo palestinese contro l'occupazione) non comprendiamo il terrore nel quale vivono gli israeliani a causa del terrorismo suicida e non troviamo quindi in noi stessi il coraggio di gridare che «i martiri assassini non sono eroi ma criminali». Poiché condivido appieno la maggior parte della lettera di Lerner, sento con particolare disagio la «lontananza» che ci divide su questo punto senza dubbio essenziale in questo momento. Sono stata partigiana, in particolare gappista, e quindi ho compiuto in prima persona azioni contro cose e persone con armi e bombe. Non mi considero una terrorista né penso che tale mi giudichi Lerner. Come antifascisti, partigiani e, nel mio caso specifico come comunista, abbiamo sempre condannato con forza il terrorismo. Abbiamo sempre, nelle nostre azioni, avuto cura, spesso mettendo a rischio la nostra vita, di non colpire civili: è verissimo l'episodio di Pasquale Balsamo, un compagno gappista, che a via Rasella allontanò dei bambini che giocavano a calcio, lanciando lontanissima la palla sicché i piccoli non venissero coinvolti nell'esplosione, come veri sono decine di casi in cui abbiamo rinunciato ad accendere una miccia o a lanciare una bomba per evitare danni a passanti inermi.
Ciò detto, però, non riesco a considerare assassini criminali i giovani e le ragazze suicide di Palestina. Non li considero neppure eroi, se per eroe si intende un esempio da esaltare e seguire, ma mi pare che limitare una discussione a delle espressioni linguistiche in un fenomeno così complesso e tragico come quello dei suicidi palestinesi sia una scappatoia che offriamo a noi stessi per non affrontare alle radici il problema. Chiedo a Lerner se definirebbe oggi, non in sede storica ma politica, «assassini criminali» gli aviatori che sganciarono sulla popolazione civile di Dresda a guerra praticamente finita una pioggia di bombe che sterminò oltre 35.000 donne, bambini, vecchi (a Dresda non c'erano postazioni militari). E criminali assassini definirebbe gli aviatori statunitensi che, anch'essi a guerra ormai alla fine, bombardarono con l'atomica Hiroshima e Nagasaki? Certamente io, e forse anche Lerner, definirei criminali assassini i comandanti e i politici che decisero a tavolino gli stermini di Dresda, Hiroshima e Nagasaki, ma non coinvolgerei in una condanna morale altrettanto pesante gli equipaggi di quei bombardieri. Non tanto perché ubbidivano a un comando, quanto perché ignoravano i calcoli cinici che presiedevano a quegli ordini e probabilmente erano convinti che uccidere dei civili era un sanguinoso ma necessario tributo all'abbreviazione della guerra e quindi alla conquista della pace.
Mettendo da parte le convinzioni religiose dei giovani islamici suicidi (io, non credente, non so neppure avvicinarmi all'idea di una morte salvifica), mi chiedo se abbiamo il diritto di privare questi giovani del rispetto che si deve a chi è convinto di servire una causa giusta. Essi, penso, vogliono che il popolo palestinese viva libero nella propria patria e vedono nella fine dell'occupazione israeliana l'unica via di pace e di libertà per la propria gente: non c'è niente di criminale in questo. Né è crimine cadere vittima - ed io vittime li considero - di chi di essi si serve cinicamente.
Credo che con Lerner potremmo essere d'accordo per «gridare» contro i criminali assassini che mandano questi giovani alla morte e che di essi si servono per massacrare gli inermi, sempre però - ma credo che Lerner non abbia obiezioni - che consideriamo criminali assassini anche Sharon e chi manda i giovani israeliani a uccidere bambini, donne e vecchi nei Territori occupati.
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