sostengo entrambi i popoli , ovviamente preferisco quello che ha uno stato a rappresentarli...


sostengo entrambi i popoli , ovviamente preferisco quello che ha uno stato a rappresentarli...


Gerusalemme nel cuore/Parla Anav presidente della Comunità ebraica italiana in Israele
La speranza della pace, la quotidianità della guerra
di Riccardo Bruno
Vito Anav è il presidente della comunità ebraica italiana in Israele. Ha 48 anni, "romano de Roma", la stazza di uno che da ragazzo è stato nelle unità combattenti di Tzahal. Mantiene ancora la vitalità di un paracadutista in battaglia: accompagna la delegazione del Pri dal primo momento che è sbarcata all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e ci mette alla frusta per tutto il soggiorno. Il suo eloquio è interminabile, conosce il territorio israeliano come il palmo della sua mano e ogni tanto non trattiene un "ammazza" ed un "ahò", retaggio di una infanzia romana che non si è perduta del tutto.
"Per anni ho cercato di strapparmi la pelle di dosso per essere solamente un israeliano, poi un giorno ho capito che essere italiano non comporta nessuna contraddizione con lo stato religioso e nazionale che viviamo. Anzi, semmai lo completa e lo arricchisce"
E così che è iniziata la tua attività all'interno della comunità?
Sì, nel senso che il tempio della comunità italiana ebraica di Gerusalemme era quello che frequentavo anche perché era nel mio quartiere. (Vito ne è orgogliosissimo e te lo fa girare in ogni angolo per mostrartelo). E' del 500. Non era in queste condizioni ottimali trent'anni fa. Lo dobbiamo alla dedizione degli amici della comunità. Con olio di gomito e tanti sacrifici sono riusciti a rimetterlo a posto. Guarda che splendore! Mogano, broccati, intarsi. Una biblioteca che è una delle più preziose in tutto il mondo ebraico.
Ma a parte vantarsi della propria bellezza, quali funzioni svolge la comunità?
(Vito finge solo per un attimo di impermalosirsi) A parte quello di accompagnarvi per tutto il vostro percorso in lungo ed in largo e di mantenere i contatti con la comunità ebraica italiana e tutte le nostre delegazioni che arrivano in Israele, noi svolgiamo una funzione che bisogna considerare molto importante, e cioè quella di "pontiere".
Cioè?
Significa che la nostra comunità non accetta la divaricazione che si sta creando nell'ebraismo, fra laici e ortodossi. I due campi si radicalizzano e noi svolgiamo una mediazione. L'ebraismo italiano, con la sua lunga tradizione di ortodossia da un lato, ed apertura umanistica dall'altro, può svolgere e svolge la funzione di ponte tra gli Ebrei Laici e gli Ebrei ortodossi, accettandoli entrambi, e cercando di coinvolgere entrambi. Cerchiamo i punti comuni e non le differenze.
Quindi c'è una preoccupazione alla base di questo vostro ruolo?
Sì, perché capita che, se un ortodosso rispetta il digiuno del kippur, un laico si metta a cucinargli la carne sul terrazzo di fronte alla sua abitazione. E a sua volta può avvenire che la parti si invertano. Non ci possiamo permettere provocazioni nel nostro campo, non siamo nelle condizioni di alimentare divisioni. Israele è sempre minacciata e la sicurezza militare non è sufficiente. Occorre che il popolo sia unito.
Siamo stati a Sderot, lì certo l'impressione è che il processo di pace sia piuttosto lontano.
Hai visto come si vive a Sderot, no? Qualche anno fa i missili avevano una testata di un chilo e mezzo. E che volete che sia, ci dicevano. Oggi sono già di dieci chili. Il raggio dei qassam era di pochi chilometri, oggi supera i diciotto. A volte non ci si ricorda come Israele sia un paese piccolo, poco più della nostra Sicilia. Ci vuole poco per sentirsi presi in trappola.
Ma secondo te è una sensazione dominante della popolazione?
(Vito non mi risponde, guarda il suo grosso orologio militare e mi dice): Sbrigati, che dobbiamo andare al museo dell'Olocausto e siamo già in ritardo. Butta via quel panino, perdinci, stai sempre a mangiare! (Per la verità è il primo boccone di cibo dalle sei del mattino alle 15 e nemmeno l'ho finito tutto, ma non importa. Yad Vashem fa uno strano effetto. Arriviamo che siamo affiancati da un plotone dell'esercito. Entriamo e ne troviamo un altro. Cento metri ed eccone almeno altri due. Ci saranno almeno tre reggimenti).
Sono dei ragazzini!
Sì e fra tre mesi saranno in grado di essere impegnati in guerra e mostrarsi dei soldati eccellenti. Sono già tutti pratici della morte. Tre anni fa un amico di mio figlio di dodici anni è saltato su un bus. Ed io ero desolato anche per il mio ragazzo che aveva perso il suo compagno di giochi preferito. Quando siamo andati al funerale, mi ha detto semplicemente: non ti preoccupare, succede. Ecco, ora questi soldati hanno solo qualche anno più di mio figlio e pure la stessa esperienza. Combatteranno, se occorre, e si faranno onore perché sanno che o si muore combattendo o si viene ammazzati come cani, come ad Auschwitz, a Buchenwald. Guarda le scarpe. (Vito indica sotto una teca di vetro migliaia di scarpe annerite seppellite nel pavimento del museo, quello che resta delle vittime dei forni crematori). Meglio morire battendosi, no?
Ma alla pace non ci credi?
A chiunque piacerebbe credere alla pace, è ovvio. Ma quando apri il telegiornale e oramai hai fatto il callo ad Hamas, ai missili lanciati su Sderot, al conflitto libanese - che non è affatto finito, vedrete - e ti senti il presidente iraniano che dice che Israele deve essere cancellata dalle mappe, beh, senti, puoi credere alla pace finché ti pare, ma dammi retta, preparati lo stesso alla guerra. Le culture sono diverse, l'atteggiamento ed il rispetto per la vita umana è differente. La pace in Medioriente. si ottiene solo da una posizione di forza e di sicurezza da parte di Israele.
tratto da http://www.pri.it/20%20Dicembre%2020...emmeInterv.htm


Kadima e il Pri
I primi incontri ufficiali avvenuti alla Knesset
Kadima ha solo due anni di vita. Ha perso di fatto il contributo del suo principale ideatore, Ariel Sharon, caduto in coma cerebrale poco prima di poter vedere spiccare il volo alla sua creatura. Ha trovato una leadership messa a dura prova dall'azione militare in Libano e tuttora contestata all'interno del governo e dello stesso partito. In parallelo anche il Pri sembrava destinato ad esaurirsi, ma si è visto che invece ebbe una nuova fioritura. E Yoel Hasson, responsabile dell'ufficio internazionale e numero due del partito, non si preoccupa minimamente per il futuro della formazione, che pure potrebbe rivelare qualche incrinatura. Yoel Hasson è il primo esponente di Kadima ad incontrare la segreteria nazionale del Pri a Gerusalemme e ad inaugurare quello che contiamo di far diventare un rapporto politico solido e fruttifero fra due partiti che, nonostante le differenze ambientali, si assomigliano e - si è subito capito - anche si intendono. La società israeliana nelle sue condizioni particolarissime è tra le più dinamiche e soggette ai mutamenti. E' difficile perfino che lo stesso corpo elettorale riesca a confermare il suo voto per un partito politico per più di due tornate. Israele ha colto prima di ogni altro paese occidentale ed orientale il senso del tracollo ideologico avvenuto alla fine degli anni '80. E ha cercato soluzioni diverse, utili a fronteggiare quello che poi è il principale problema dello Stato ebraico, la sicurezza dei suoi confini.
Il Likud ed il Partito laburista, nella loro contrapposizione storica, non sembravano più in grado di cercare una strada percorribile per Israele. I laburisti, perché troppo disponibili ad ottenere la pace con il mondo arabo, il Likud, perché ossessionato dalla necessità di non rinunciare ai territori conquistati. Entrambi avevano fallito, Barak prima, Netanyahu poi. L'opinione pubblica israeliana, di fronte agli attentati suicidi, all'arenarsi della trattativa con i palestinesi, era come smarrita e scossa. Qui l'intuizione di Sharon di un nuovo partito, componendo le istanze laburiste e conservatrici che erano disposte ad una linea pragmatica, e dunque isolando le posizione più radicali. Per cui, ecco il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza, a costo di scontrarsi violentemente, come si è verificato, per l'appunto, con i settler, e quasi contemporaneamente l'edificazione della barriera difensiva.
Due mosse azzeccate perché, anche se è vero che ora i territori della striscia di Gaza restituiti consentono nuovi attacchi contro Israele da una posizione più avanzata, è anche vero che la comunità internazionale è costretta a prendere atto della buona volontà e della determinazione dello Stato ebraico. Nello stesso tempo la linea difensiva, che ha fatto storcere il naso alla sinistra laburista per la sua vaga memoria con il muro berlinese, è servita a contenere gli attacchi kamikaze. Questo era quello che voleva Sharon quando lanciò il suo progetto ed è quello che, nonostante le difficoltà, si sta realizzando. E che offre un miglioramento sostanziale dei rapporti tra l'Europa ed Israele.
Sia Hasson che, successivamente, il presidente della Commissione esteri della Knesset Hanegby, hanno sottolineato come dal segretario del Pri Francesco Nucara e dalla sua delegazione abbiano avuto una solidarietà politica con toni che ancora in Europa non si sentono. Ma non disperano: pensano che le cose si stiano muovendo anche se i repubblicani sono i soli, insieme ai radicali, ad avere a cuore le sorti di Israele e lo sviluppo del suo principale partito.
tratto da http://www.pri.it/21%20Dicembre%202007/PrKadima.htm


Tragedia incombente
Europa e Stati Uniti devono impedire un nuovo Olocausto
"Scappare non è una soluzione". In poche parole il sindaco di Sderot, la cittadina su cui si sono abbattuti negli ultimi sette anni cinquemila missili qassam e dove quasi tutti i bambini sono affetti da sindromi post-traumatiche, sintetizza la situazione degli israeliani. Che non è sola e non è propria del suo comune, ma appartiene all'intero Stato.
Se ne ha una conferma visitando il Museo dell'Olocausto. Un monito per l'intero popolo ebraico. Solo difendendosi tutti insieme sarà possibile evitare in futuro un'altra tragedia collettiva. Schiere di giovani soldati - ragazzi e ragazze - sfilano per i corridoi cercando nel drammatico destino dei loro nonni una motivazione per il loro ruolo presente; per capire la ragione che li spinge a sacrificare una parte della loro vita, e qualche volta la vita stessa.
Questa è la cornice in cui va letta e interpretata la politica dello Stato di Israele. Di un popolo che è passato attraverso le umiliazioni e la barbarie dei campi di sterminio e delle periodiche emarginazioni sociali, che è deciso a difendere fino in fondo la sua sopravvivenza e la sua libertà o a morire combattendo.
Senza la consapevolezza di questa condizione estrema, tutti i problemi del Medioriente diventano incomprensibili; e di fatto lo sono per molti, troppi europei intenti alla difesa egoistica del loro benessere e pronti a chiudere gli occhi sui drammi della storia.
Per lo Stato di Israele c'è una tragedia incombente: è l'arma atomica iraniana. In tutti i colloqui, nei contatti informali come in quelli ufficiali, questo punto appare chiaro. Il Presidente della Repubblica islamica dell'Iran può consentirsi tutte le sbruffonate che vuole; l'importante è che il resto del mondo - e l'Occidente in particolare - gli impedisca di mettere in atto le sue minacce, di passare dalle parole ai fatti. E se non dovesse farlo il resto del mondo, se non dovesse provvedere l'Occidente, dovrà pensarci Israele. Perché è in gioco la sua sopravvivenza. La distruzione dei sistemi di difesa forniti alla Siria proprio dall'Iran, di cui si è saputo con molto ritardo, non è che un primo passo di questa strategia.
Sull'impegno americano non hanno dubbi. Ne hanno, e molti, su quello dell'Europa. Anche se avvertono negli ultimi tempi, soprattutto dopo la vittoria di Sarkozy in Francia, un clima in parte diverso, una maggiore disponibilità a comprendere la reale pericolosità di un Iran con la bomba atomica e ad adottare le misure necessarie per impedirlo. Ed invece su questo problema - che per loro è "il" problema - non riscontrano una adeguata consapevolezza proprio nel governo italiano, al quale attribuiscono almeno in parte le resistenze che tuttora si incontrano in Europa.
E pure il tempo stringe, non è più il caso di rifugiarsi - come fa il nostro Ministro degli Esteri - dietro i rinvii procedurali. Forse è il caso di ricordare all'onorevole Massimo D'Alema, che per qualche tempo ebbe a civettare anche con la storia e la cultura repubblicana, quanto Ugo La Malfa era solito ripetere: "La libertà dell'Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme".
di Italico Santoro
Roma, 20 dicembre 2007
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4592


Essere a fianco di Israele, senza se e senza ma, è un dovere per chiunque abbia a cuore la democrazia e la libertà. Condividere e comprendere le ragioni dello Stato democratico di Israele, non significa essere contro i diritti del popolo palestinese, ma anzi, al contrario, per un'emancipazione dei palestinesi dal terrorismo criminale di Hamas e dalle sue lotte fratricide contro Al Fatah.
Un plauso al Foglio, alla delegazione del PRI recatasi in visita in Israele e a tutti coloro che, indipendentemente dagli schieramenti politici, si spendono ogni giorno a favore della causa della sicurezza ed esistenza dello Stato di Israele.


Gli equilibri saltati
Quando è necessario ricorrere all'uso della forza per difendersi
Non ci siamo mai fatti grandi illusioni sul processo di pace di Annapolis, e quindi siamo forse coloro che sono meno sorpresi per la strage avvenuta alla scuola rabbinica di Gerusalemme. Siamo stati a Sderot nel dicembre scorso: di tutto abbiamo avuto l'impressione, fuorché che la pace fosse dietro l'angolo.
Quando uno Stato è bersagliato costantemente dal lancio di ordigni bellici all'interno dei suoi confini, non c'è una risposta commisurata. C'è solo una reazione inevitabile, con tutto quello che ne segue.
Lo abbiamo visto in questi giorni nella Striscia di Gaza. Ma è chiaro che un conto è colpire Israele con i qassam lanciati dalle terre da cui Sharon fece ritirare a forza i coloni ebrei; uno ben diverso l'aggressione al cuore religioso di Gerusalemme. Questa città, dopo la costruzione della barriera difensiva, era tornata sicura; l'azione di cui è stata teatro appare, come ha notato Arrigo Levi, di tipo militare prima che terroristico. A tutti gli effetti è un'azione di guerra che ricorda come le prospettive di convivenza e di tolleranza fra religioni e popoli diversi siano poggiate su una speranza dalle gambe gracili.
Israele ha molti nemici, tutti a ridosso dei suoi confini e tutti molto poco ragionevoli. Hamas, l'Iran degli ayatollah, Hezbollah, la Siria - che oggi gioca un ruolo minore, ma non bisogna mai sottovalutarla – e, su tutti, ovviamente al Qaeda. Un negoziato con Abu Mazen non impegna nessuno di questi altri soggetti e lo stesso Abu Mazen appare debolissimo se rapportato ad un contesto così complicato. E' importante che Israele dimostri la sua ostinata volontà di dialogo con chiunque è disponibile. Ma è talmente debole il povero Abu Mazen, rispetto alle realtà che lo circondano, che non si possono nutrire illusioni.
Perché con lui si può ottenere qualunque accordo; purtroppo, il resto del mondo arabo ed islamico non è detto che voglia rispettarlo. Per ogni statista disposto a dialogare con Israele, mille abitanti del suo paese sono pronti alla clandestinità e alla lotta armata. E per organizzare un attentato terroristico, un raid militare o lanciare un qassam bastano poche decine di persone. Questa è la matassa che bisogna districare.
Si è pensato ad una presenza internazionale sulla Striscia per evitare il lancio dei qassam, più o meno sul modello della forza militare di interdizione che è stata sperimentata, con successo fino ad ora, in Libano. Ma temiamo che si mandino i soldati in un vespaio e pensiamo che la tranquillità del Libano sia in realtà riequilibrata dalla convulsione di Gaza; tuttavia non abbiamo nulla in contrario ad un'operazione di vasta scala promossa dalla comunità internazionale. Anzi. In ogni caso, mentre la comunità internazionale decide quali passi compiere (o se vuole compiere dei passi), Israele si deve difendere come meglio ritiene opportuno.
Soprattutto vorremmo che ci fosse evitato lo spettacolo miserando di ministri europei che si appellano ad un ricorso equilibrato della forza. Quando si ricorre all'uso della forza, va da sé che ogni equilibrio è già saltato. In Israele il salto è avvenuto da molto tempo. E' l'Europa che non se ne è accorta.
Roma, 7 marzo 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4778


Europa, Usa, Israele
Una politica estera pienamente legata all'Occidente
Con tutto il rispetto, vorremmo dire ad Aldo Rizzo - il cui fondo sulla "Stampa" ha un titolo ("Se il Cavaliere dimentica l'Europa") che è tutto un programma - che non ci ricordiamo un governo più polemico con la Ue del governo Prodi. Dopo nemmeno un anno di vita era riuscito a battibeccare pubblicamente con il commissario economico europeo, mentre c'erano ministri che avevano invitato la Commissione a farsi gli affari propri.
Non ci ricordiamo particolari preoccupazioni espresse allora degli osservatori internazionali (come Aldo Rizzo), ma forse eravamo distratti.
E' vero invece che il governo Berlusconi segnò una distanza politica dalla Francia di Chirac e dalla Germania di Schroeder durante il suo secondo mandato, dal 2001 al 2005. Ma perchè l'Europa si era divisa da sé sulla questione irachena, non certo perché l'aveva divisa il governo Berlusconi, la cui scelta di partecipare alla missione militare in Iraq (ma non alla guerra) era dettata dalla necessità di gettare un ponte fra gli Usa e il vecchio Continente.
Crediamo che in parte ci sia riuscito, tanto è vero che oggi quei paesi, che allora avevano aperto un solco con gli Usa, hanno cambiato linea politica. Sarkozy è il primo neogollista filostatunitense, così come è buona amica degli americani la signora Merkel. E' vero che Zapatero ha contraddistinto la sua politica con il ritiro del contingente spagnolo dall'Iraq, ma questo non ha creato un contenzioso di Madrid con Washington paragonabile a quello che ebbero Parigi e Berlino. Non c'è nemmeno bisogno di sottolineare come il governo Berlusconi fosse più vicino alla politica estera del governo laburista britannico di quanto lo sia stata l'Unione di centrosinistra di Prodi.
E siamo tuttora convinti che se la Francia e la Germania avessero mostrato sufficiente durezza nei confronti dell'Iraq al momento opportuno, la guerra si sarebbe potuta evitare. Saddam, sapendo di non poter contare sul loro appoggio diplomatico, si sarebbe piegato. Nella storia abbiamo visto come la determinazione sia fondamentale per evitare le guerre; ed è importante che il ministro degli esteri francesi Kouchner abbia subito affrontato la questione del nucleare iraniano ricordando che la Francia sarebbe stata pronta anche alla forza. Parigi ha appreso la lezione che aveva trascurato dopo l'11 settembre del 2001.
Considerata dunque l'evoluzione positiva dell'Europa sull'asse della politica internazionale sostenuta da Berlusconi e Blair nel 2001, perchè mai preoccuparsi - come fa Rizzo - del fatto che, come prima uscita internazionale, dopo l'incontro con Putin, il futuro premier italiano non si rechi subito a rendere omaggio alle istituzioni europee ma voglia fare un viaggio in Israele? Forse Rizzo non si accorge che Berlusconi ha dietro di sé l'Occidente e che fa bene a rassicurare la democrazia israeliana rispetto a quella indecente linea dell'"equivicinanza" predicata e praticata dalla Farnesina nell'ultimo periodo (per fortuna, breve). Lo stesso dialogo con Putin nasce da un'esigenza europea di relazioni più strette dopo le difficoltà del vertice Nato di Bucarest. Berlusconi è perfettamente integrato in questo contesto continentale. Era Prodi, con il suo ministro degli Esteri, a non esserlo più.
Roma, 23 aprile 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4935


Passo importante all'Onu
I Paesi occidentali respingono le provocazioni libiche
Il segretario del Pri Francesco Nucara si è congratulato vivamente con l'ambasciatore italiano all'Onu Marcello Spatafora, che ha chiesto la sospensione della riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite appena il rappresentante libico ha equiparato le operazioni militari effettuate a Gaza ai campi di sterminio nazisti.
( Marcello Spatafora, ambasciatore italiano alle Nazioni Unite )
Più esattamente, per il rappresentante della Libia, le prime sarebbero peggiori dei secondi. E' molto rilevante che gli altri rappresentanti occidentali del Consiglio di sicurezza, udita una tale nefandezza, abbiano abbandonato immediatamente la riunione, consentendo così all'ambasciatore italiano di chiederne la sospensione. La situazione di Gaza, lo vogliamo dire una volta per tutte con chiarezza, è una vergogna per il popolo palestinese che, a fronte di una disponibilità israeliana molto generosa - considerando le vittorie militari conseguite sul campo - finalizzata alla costruzione di due Stati vicini e con buoni rapporti, ha preferito l'Intifada. Altrettanto vergognoso è che, davanti al ritiro della colonizzazione israeliana in Cisgiordania, si sia risposto spostando in avanti la linea del fuoco contro i confini israeliani. Una vergogna, lo ripetiamo, è che non ci si renda conto di questa situazione che perdura da decenni, dove Israele è un piccolo territorio e i suoi abitanti una minoranza rispetto alle masse arabe e alla stessa popolazione palestinese, se si effettuasse il rimpatrio.
Come oggi nel mondo arabo, gli ebrei erano una minoranza nel 1930 in Germania, nonché nel complesso dei paesi europei in cui vivevano. La sola differenza autentica che vi è fra la Germania nazista e il mondo arabo nei confronti della questione ebraica, è che gli ebrei in Medioriente oggi sono armati e coesi nella difesa di un loro Stato, tanto da dimostrarsi capaci di tenere testa a qualsiasi aggressione. Se qualcuno avesse dei dubbi, il diritto ad una loro nazione nasce dal fatto che gli Stati europei, di cui pure erano cittadini a tutti gli effetti, non li hanno difesi nel momento del bisogno, anzi li hanno lasciati nelle mani dei loro carnefici nella prima metà del secolo scorso. E il loro Stato è Israele, perché sotto la spianata delle moschee di Gerusalemme ci sono le rovine delle mura della città di re David.
Il rappresentante della diplomazia libica può ignorare anche tutto questo, ma non può ignorare che, se non fossero colpiti i confini israeliani dalle milizie integraliste di Hamas, Gaza vivrebbe in pace e potrebbe prosperare. Perché non è interesse di Israele opprimere nessuno, al contrario dei regimi arabi (incluso quello libico), che sull'oppressione hanno eretto il loro potere. Israele ha invece come solo interesse la sua sicurezza: e l'Onu ha finalmente dato il segno tangibile di volersene preoccupare, considerando non solo la minaccia rappresentata di Hamas, ma anche quella atomica iraniana. Giudichiamo, quello avvenuto alle Nazioni Unite, un passo avanti importante. Vogliamo sperare che la Farnesina non solo sostenga con il dovuto riconoscimento l'ambasciatore Spatafora, ma chieda anche al governo libico i necessari chiarimenti e pretenda le scuse nei confronti di Israele e dei paesi che gli sono vicini ed amici.
Roma, 25 aprile 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4942


Porteremo noi la bandiera di Israele a Torino
1/05/2008 - Porteremo noi a Torino la bandiera di Israele che il prefetto ha vietato. Il Riformista uscirà l’8 maggio incartato dalla bandiera con la stella di David, in occasione dell’apertura della Fiera del libro di Torino dedicata a Israele, e per festeggiare i sessant’anni della nascita dello stato ebraico. Avevamo già preso questa decisione per ricordare il sessantesimo di Israele. Ma è tanto più giusto e necessario farlo adesso, dopo la decisione del prefetto di Torino che, vietando i cortei organizzati contro Israele, ha anche vietato le bandiere israeliane che l’associazione «Appuntamento a Gerusalemme» voleva esporre nel corso di un presidio, per salutare la presenza alla Fiera del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.
tratto da http://www.ilriformista.it/news/rif_...4&id_news=3003


A Torino, Italia
Bene bene bene. Mentre in Israele stavamo assistendo, col cuore gonfio e la gola chiusa dalle lacrime, alla cerimonia in Memoria delle vittime del nazifascismo ... Mentre sei sopravvissuti, dopo aver raccontato la loro storia, accendevano le sei torce e il fuoco si alzava verso il cielo per riscaldare sei milioni di anime senza pace ....
Mentre in Israele guardavamo con orrore e immutata disperazione le immagini del genocidio di sei milioni di ebrei in Europa....
Mentre....in Israele....
.....In Italia, durante la trasmissione dell'Infedele condotta da un signore ebreo a nome Gad Lerner, di professione giornalista, un ospite della trasmissione, di professione "filosofo", portatore di sentimenti di odio pari a quelli degli assassini dei sei milioni di ebrei di cui celebravamo la Memoria, dava a Fiamma Nirenstein della "fascista", anzi della "piu' che fascista" e questo insulto e' stato lasciato cadere nel vuoto dal padrone di casa, il signore ebreo a nome Gad Lerner.
Il giornalista che non ha mai nascosto , da bravo ex militante di Lotta Continua, i suoi sentimenti antiisraeliani, ha permesso a un disgustoso esponente della sinistra estremista italiana di diffamare un' ebrea, figlia di un sopravvissuto della Shoa' scomparso recentemente, senza dire una sola parola, senza batter ciglio, senza un solo gesto di protesta o di schifo, senza l'educazione che obbliga un padrone di casa a difendere gli assenti dalle ingiurie dei presenti .
Complimenti, Gad lerner.
Quel "la Nirenstein e' fascista, anzi e' piu' che fascista", di Vattimo, e mi scuso con chi legge di dover scrivere il nome di un simile personaggio, riassume la vergogna italiana, della sinistra italiana, della violenza italiana, della criminalita' politica italiana.
Quelle parole sono il quadro del pensiero debole del personaggio Vattimo, isterico di odio, ignorante di tutto quanto riguarda Israele, completamente imbevuto di propaganda palestino-goebbelsiana-nazicomunista.
Quelle parole fanno provare grande vergogna e il silenzio di Lerner aumenta la vergogna e il disagio di appartenere a un paese che permette a simili odiatori di esrpimere le proprie opinioni malate nel silenzio generale (l'unico a protestare e' stato Maurizio Molinari, in collegamento da New York) di gentucola vigliacca e pavida.
Naturalmente, ancora una volta, tutta la mia solidarieta' a Fiamma Nirenstein, una solidarieta' che e' bagnata da lacrime di rabbia impotente per tutto quello che questi nauseabondi personaggi riescono a dire e a fare, insozzando la Memoria dei nostri morti in Europa per mano dei nazifascisti di ogni paese europeo e la Memoria dei nostri morti in Israele per mano dei nazifascisti arabi.
Lo scandalo e la vergogna non si sono conclusi mercoledi sera nel salotto antiisraeliano di Gad Lerner, no!
Mentre in Israele giovedi mattina, Yom HaShoa', le sirene suonavano per due minuti, fermando tutto il Paese.....
Mentre in Israele stavamo tutti in piedi, cinque milioni di israeliani, a capo chino, attraversati nel piu' profondo dell'anima, come una spada di fuoco, dal grido straziante delle sirene.....
Mentre durante quei due lunghissimi minuti si poteva soltanto pensare, tremando di emozione, MAI PIU' MAI PIU' ....MAI PIU'...
Mentre in Israele.....
...A Torino, Italia, i discendenti dei carnefici nazifascisti, amici e simpatizzanti di
chi , oggi, vuole e reclama una seconda Shoa', hanno trasformato la citta' piu' elegante d'Italia, in una dependance di Gaza, urlando, bruciando bandiere di Israele e degli USA, tappezzando il "salotto d'Italia" di bandiere palestinesi e slogan di morte a Israele.
Sono stati arrestati?
Naturalmente no.
Perche' no?
Forse in nome di quella "liberta' di espressione" che loro, i nazicomunisti bruciabandiere, vogliono negare agli israeliani.
Forse in nome di quella democrazia malata e virulenta che permettera' loro di manifestare al Salone del Libro, contro l'Ospite d'Onore Israele, l'odiato paese di cui vogliono l'eliminazione dal consesso umano.
Forse in nome di non si sa che ma che nulla ha di buono e di democratico...
Sono previsti pullman e treni speciali che porteranno a Torino migliaia di schifosi teppisti.
Sono previste manifestazioni contro una Democrazia che ha dato a tutto il mondo il bene della scienza e l'esempio di come chi ama il proprio Popolo e il proprio Paese sia in grado di fare miracoli.
Sono previsti roghi di bandiere biancoazzurre per alzare in alto altre bandiere, quelle degli autobus esplosi, quelle di Morte a Israele, quelle della barbarie, quelle del buio della incivilta', quelle della vergogna.
No, gli europei non sono cambiati, sono gli stessi che guardavano indifferenti i treni merci pieni di ebrei: amici, vicini di casa, esseri umani, condotti nei campi della morte.
Sono gli stessi che, respirando l'odore di carne bruciata, non vedevano e non sentivano.
Sono gli stessi che facevano si che le madri ebree, nella speranza che i loro cuccioli si salvassero, legassero al collo dei loro bambini dei bigliettini, messaggi di un ultimo, disperato e definitivo atto di amore:
"questo bambino si chiama David.... ha 6 anni, prego chi lo trovasse di amarlo e di crescerlo come un buon ebreo".
Si, sono gli stessi.
Deborah Fait
http://www.informazionecorretta.com/
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4966