Da la Repubblica, 6/4/2002, pagina 1 e 17.
Il dovere di amare lo Stato di Israele
di ADRIANO SOFRI
Cari congressisti di Rifondazione, perché lo Stato di Israele non è amato da tante persone di sinistra? Infatti Israele non è amato, ed è spesso odiato. Ora bisogna chiederselo daccapo. Fra le cose abiette che non avremmo più creduto possibili nell'arco della nostra vita, restava la più abietta: la minaccia rinnovata dell'antisemitismo in Europa e della distruzione di Israele. Sono l'ordine del giorno. Nei giorni scorsi c'era stata a Roma una grande manifestazione di solidarietà con la Palestina: mentre si svolgeva -ordinatamente, e con troppe parole d'ordine avventate- i giovani e le persone del ghetto vigilavano sul loro quartiere. (Vent'anni fa un corteo sindacale di sinistra aveva depositato, per solidarietà coi palestinesi, una bara davanti alla sinagoga romana). L'altro giorno, qualche centinaio di romani ebrei ha creduto di venire a protestare malamente in favore di Israele sotto la direzione romana del vostro partito. Sono episodi amarissimi. Esasperati? Non so. La domanda comunque resta: perché Israele non è amato? La nefanda dittatura che si impadronì dell'Europa nei primi decenni del secolo scorso (scorso?) e precipitò nell'abisso della guerra, ebbe il proposito supremo di sterminare gli ebrei. La sinistra uscita da quell'abisso fece del ripudio di quella infamia, anche con una vasta misura di autoinganno, la propria bandiera più nobile. L'Urss, nei cui capi l'inganno fu molto più vasto e deliberato, rivendicò quella bandiera. Riconobbe per prima lo Stato di Israele. Durò poco. La vena antisemita che era durata dentro il potere sovietico emerse, mascherandosi appena dietro la lotta contro il "cosmopolitismo" e contro il "sionismo", tramutato in sinonimo di complotto imperialista ebraico. Intanto gli ebrei scampati alla Shoah tornavano stentatamente in patria, se ce l'avevano ancora, a tacere la loro vicissitudine e a fare la fila per i posti rubati, oppure partivano per il mondo, oppure andavano rischiosamente in Israele, in cerca di una patria per sé, e di un destino che non li lasciasse più inermi all'annientamento. In credito irrisarcibile con l'Europa tutta, contrassero un debito con la popolazione araba di Palestina. Quel debito si è trascinato fin qui, anzi ingigantito dagli interessi passivi di più di mezzo secolo, con una responsabilità spartita fra i due popoli nemici su una sola terra, e assai più grave nei regimi arabi della regione. L'Europa, e le stesse sue sinistre, assecondarono in fretta l'amputazione della vita, la cultura, lo stile ebraico, e la usarono per autoassolversi, per ridurre il rapporto con l'ebraismo a quello con Israele, e alla distinzione di comodo fra antisemitismo e antisionismo. Dopo esser stato il luogo della speranza per la miglior sinistra europea, socialista e laica e cooperativa e pionieristica, Israele diventò rapidamente la bestia nera della sinistra maggioritaria, la testa di ponte dell'imperialismo americano nel mondo arabo, il nemico tracotante e militarista delle indipendenze nazionali, incarnate dalle teocrazie islamiste o dai socialismi nazionali arabi. I quali, esenti dall'a utto deforme e squisito dell'Europa cristiana, della somiglianza e dell'invidia) e semiti a loro volta, per il niente che vale una simile formula, seppero suscitare dalle proprie viscere un odio implacabile e fantastico per il "sionismo", e un desiderio furioso di distruzione di Israele. Nella "sinistra" di quei regimi furono accolti alla rinfusa marxismi-leninismi e culti nazisti, Protocolli di Sion e teorie sulla satanica cospirazione giudaica. Autore, consapevole, di una parte di usurpazione della terra in cui si era insediato - in nome magari di retaggi millenari importanti per il sentimento dei loro credenti, ma irrilevanti per la sostanza del diritto e della convivenza- Israele era uno Stato democratico e laico, con liberi partiti, elezioni, mezzi di comunicazione, opinione pubblica e costume civile, a cominciare dalla libertà delle donne. Una minuscola isola democratica in un'enorme regione variamente retta, e con sanguinari conflitti interni, ma univocamente dispotica. La natura democratica di Israele lo mutò, agli occhi di una nostra sinistra autoritaria e nemica della "democrazia formale", in un avamposto imperialista; e trasfigurò i suoi nemici in combattenti per il socialismo o comunque per l'antimperialismo. Israele non era amato. Un altro retaggio della discendenza dalla Shoah, l'abnegazione e il valore combattente, il mito di David, passò presto agli occhi di tanta sinistra per arroganza e brutalità militarista. Nel 1967 (anch'io cedevo allora a questo fraintendimento) l'Israele dei kibbutzim si rovesciò definitivamente agli occhi della sinistra nell'Israele bellicoso ed espansionista. Così i caratteri che Israele mutuava tormentosamente dalla memoria della Shoah diventavano le ragioni peculiari dell'avversione della nostra sinistra, quando non dell'odio, per Israele. Di Israele non succedeva solo che lo si confondesse con "gli ebrei", ma anche che si confondesse Stato e governo: confusione impensabile per altri stati democratici. Confusione secondaria quando la sopravvivenza di Israele sembrò meno minacciata, e micidiale quando, come oggi di nuovo, l'ostilità a Israele tornava a investire non un suo governo e una sua politica, ma la sua esistenza di Stato. Voi cari congressisti, non pensate di aver visto riaccendersi nei dirigenti e nelle folle palestinesi la persuasione di poter mirare alla eliminazione di Israele dalla carta geografica del Vicino oriente? Di "buttare a mare gli ebrei"? Quel desiderio era caduto, benché non del tutto, benché non per tutti, benché a malincuore, fra i firmatari dell'accordo di Oslo. In larga parte della nostra sinistra non sento il riconoscimento di questa terribile retrocessione. Considero la politica del governo israeliano accecata e sciagurata. Essa sta macchiando con atti criminali l'invasione di territori in cui già ordinariamente la gente palestinese viene umiliata ed esasperata. Mi sarei augurato e mi auguro il coraggio di ritirarsi unilateralmente dai territori occupati e di avviare lo smantellamento delle colonie. Chi ha la provvisoria superiorità delle armi non deve affidarsi alle armi. (Altre condizioni - il "ritorno dei profughi" - sono viceversa mere mascherature del programma di estinzione di Israele). E' comunque un fatto che oggi, nella nostra sinistra, la solidarietà con la Palestina e la critica del governo di Israele non mostrano di sentire il pericolo rinnovato, reale e incombente, che al contrario i cittadini ebrei israeliani sentono così cupamente. Questo enorme cambiamento si traduce nella sequela degli attentatori suicidi - enorme mutazione umana, che solo la paura e la stupidità possono indurci a pensare come esotica e impensabile altrove, compresi i nostri spensierati paesi e i nostri ragazzi -. Esso surclassa rivolte delle pietre e lotte armate tradizionali e digiuni mortali, riequilibra il conto delle vittime, frustra dialogo e repressione. (Dissuadete con la morte, o la pena di morte, la ragazza che va a farsi esplodere in un bar di ragazzi nemici). Mai Israele - lo Stato di Israele, il paese di Israele - è stato debole e vulnerabile come oggi, quando sembra dispiegare la più schiacciante e odiosa superiorità militare, e si mostra al mondo, senza riuscire ad accorgersene e a capacitarsene, come un Golia tinese. Nel linguaggio comune di tanta sinistra, nei cortei di solidarietà con la Palestina, o fra i dirigenti politici e fra i maestri di opinione, si impiegano correntemente nei confronti di Israele parole come "nazisti", come "genocidio". Saramago ha speso la parola: "Auschwitz". La Chiesa cattolica ha speso la parola: "sterminio" (voce dal sen fuggita?). Questo è, prima che spaventosamente sbagliato, disperantemente triste. Uno sbaglio come questo non sarebbe possibile senza una forte dose di ignoranza e di smemoratezza, ma ancor meno senza una fortissima dose di odio per Israele. Il mondo è cambiato davvero dopo l'11 settembre, e anche un po' prima. Un po' prima a Durban un consesso che aspirava a rappresentare il mondo, il sussiego delle sue istituzioni ufficiali e la nobiltà dei suoi volontari, avrebbe dichiarato Israele "razzista", senza il dissenso americano, e nella viltà degli europei. L'11 settembre è stata notificata una guerra universale che agli Stati Uniti rinfacciava come colpa prima una complicità con Israele. C'è una sordida somiglianza fra l'interpretazione invalsa senz'altro nell'intero mondo islamico sull'11 settembre come attentato sionista (gli ebrei che non si presentarono alle Torri quella mattina.!) e l'udienza, marginale ma comunque madornale, che l'interpretazione complottista dell'11 settembre ha trovato nelle sinistre italiane ed europee, giovani e ingenue e anziane e smaliziate. Quando David Pearl, giornalista americano, è stato rapito e ammazzato in Pakistan, gli assassini si sono premurati di far sapere che aveva un padre ebreo, e non se ne vergognava - come col vecchio Leon Klinghoffer, l'unico ammazzato dell'Achille Lauro. Ora si bruciano sinagoghe, si violano cimiteri: è odioso, ma non è il punto. Razzisti farabutti o ottusi non erano mancati neanche per un momento. Quello che è mancato, e manca fatalmente oggi, è l'attaccamento a Israele. Il sentimento che quanto di meglio noi abbiamo ereditato, e per cui non dobbiamo pagare una tassa di successione - se non altro per il luogo e l'anno in cui ci è avvenuto di nascere - è legato, come una mano all'aquilone, a quel cuore dell'Europa scampato ed espulso all'Europa che è Israele. Non possiamo confidare nell'Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un'espressione come "amare uno Stato") e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un'altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione. Il suo popolo, indotto oggi a non vedere via d'uscita, e a stringersi nella trincea cui la forza una minaccia mortale. Senza di che, temo che non si possa nemmeno amare la Palestina e la sua gente, umiliata, coraggiosa e spaventata. Salvo che si faccia dell'amore per gli uni un grato pretesto per continuare ad odiare gli altri, senza ammetterlo neanche con se stessi. Stralunata distorsione è quella che esige dagli ebrei europei una speciale responsabilità morale. Io parlo del debito speciale di amore per Israele che compete a noi, europei non ebrei.


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