Ricevo ed inoltro, una ricerca inviatami da un mio amico, che si basa sulle analisi di grandissimi intellettuali e storici, nonchè della stessa Bibbia, sulla leggittimità della "terra promessa".

1. Il mito della "promessa":
terra promessa o terra conquistata?



"Io dò alla tua progenie questa terra, dal torrente d'Egitto, fino al gran
fiume, l'Eufrate".
Genesi, XV, 18




La lettura integralista del sionismo politico

"Se si possiede la Bibbia, se ci si considera come il popolo della Bibbia,
bisogna possedere tutte le terre bibliche".

Generale Moshe Dayan, "Jerusalem Post", 10 agosto 1967

Il 25 febbraio 1994 il dottor Baruch Goldstein massacra degli arabi in
preghiera sulle tombe dei patriarchi.

Il 4 novembre 1995 Ygal Amir assassina Isaac Rabin, "su ordine di Dio" e del
suo gruppo di "guerrieri d'Israele" di eliminare chiunque ceda agli arabi la
"terra promessa" di "Giudea e Samaria" (l'attuale Cisgiordania).


L'esegesi cristiana

Albert de Pury, professore incaricato di Vecchio Testamento alla facoltà di
teologia protestante dell'università di Ginevra, riassume così la sua tesi
di dottorato Promesse divine et légende cultuelle dans le cycle de Jacob
(Parigi, Gabalda, 2 voll., 1975), nella quale integra, discute e continua le
ricerche dei più grandi storici ed esegeti contemporanei specificamente di
Albrecht Alt e Martin Noth (vedere: Histoire d'Israël di M. Noth, Parigi,
Payot, 1954; Théologie de l'Ancien Testament, 1971, Ginevra, Labor et Fides,
a cura di Von Rad; Histoire ancienne d'Israël, 2 volumi, Parigi,
Lecoffre-Gabalda, 1971, di padre R. de Vaux).

"Il tema biblico del dono del paese ha origine nella "promessa patriarcale",
cioè nella promessa divina, fatta, secondo la tradizione della Genesi, al
patriarca Abramo. I racconti della Genesi ci riferiscono, a più riprese e in
forme svariate, che Dio ha promesso ai patriarchi e ai loro discendenti il
possesso del paese nel quale stavano per stabilirsi. Pronunciata a Sichem
(Gn., XII, 7), a Bet-el (Gn., XIII, 14-16; XXVIII, 13-15; XXXV, 11-12) e a
Mamré (vicino a Ebron, Gn., XV, 18-21, e XVII, 4-8), quindi ai santuari
principali di Samaria e di Giudea, questa promessa sembra si applichi prima
di tutto alle regioni dell'attuale Cisgiordania.

"I narratori biblici ci presentano la storia delle origini d'Israele come un
susseguirsi di epoche ben delimitate. Tutti i ricordi, le storie, le
leggende, i poemi che sono loro pervenuti, tramandati oralmente, sono
inseriti in un quadro genealogico e cronologico preciso. Come convengono
quasi tutti gli esegeti moderni, questo schema storico è estremamente
fittizio.

"I lavori di Albrecht Alt e di Martin Noth hanno dimostrato, in particolare,
che la divisione in epoche successive (patriarchi schiavitù in Egitto
conquista di Canaan) è falsa".

Fonti: A. Alt, Der Gott der Väter (1929), in A. Alt,
Kleine Schriften zur Geschichte des Volkes Israel, I,
Monaco, 1953 (=1963), pp. 1-78
(trad. ingl. in Essays on old Testament History and Religion,


Oxford, Blackwell, 1966, pp. 1-77); Id., Die Landnahme der
Israeliten In Palästina (1925), in Kleine Schriften zur Geschichte
des Volkes Israel, cit., pp. 89-125 (trad. ingl. cit. pp. 133-169)


Riassumendo, d'accordo con la tesi di Albert de Pury, i lavori dell'esegesi
contemporanea, Françoise Smyth, decana della facoltà di teologia protestante
di Parigi, scrive: "La recente ricerca storica ha ridotto a livello di
fiction le rappresentazioni classiche dell'esodo dall'Egitto, della
conquista di Canaan, dell'unità nazionale israelitica prima dell'esilio,
delle frontiere precise; la storiografia biblica non informa su quello che
racconta, ma su coloro che la elaborarono: i teologi giunti a un pensiero
monoteista e allo stesso tempo etnocentrico, alla fine dell'esilio (VI
secolo a.C.)".

Fonte: Françoise Smyth, Les protestants, la Bible et Israël depuis 1948
"La Lettre", n. 313, novembre 1984, p. 23


Françoise Smyth-Florentin ha realizzato una messa a punto rigorosa sul mito
della promessa nel libro Les mythes illégitimes. Essai sur la "terre
promise", Ginevra, Labor et Fides, 1994.

Albert de Pury afferma:

"La maggior parte degli esegeti hanno considerato e considerano la promessa
patriarcale nella sua espressione classica (cfr., per esempio, Gn, 13/14-17
o 15/18-21) per una legittimazione post eventum della conquista israelitica
della Palestina o, più concretamente ancora, dell'estensione della sovranità
israelitica sul regno di Davide. In altre parole, la promessa sarebbe stata
introdotta nei racconti patriarcali con lo scopo di fare di questa "epopea
ancestrale" un preludio e un annuncio dell'età d'oro davidica e salomonica.

"Ora possiamo circoscrivere in forma sommaria le origini della promessa
patriarcale:

"1. La promessa della terra, intesa come una promessa di seden-tarizzazione,
è stata fatta in un primo tempo a gruppi di nomadi legati al regime di
transumanza e che aspiravano a stanziarsi in qualcuna delle regioni abitate.
Considerata sotto questo aspetto, la promessa ha potuto far parte del
patrimonio religioso e narrativo di differenti gruppi tribali[*].


_______________



[*] La lettura dei testi sacri del Medio Oriente ci mostra che tutti i
popoli vi hanno ricevuto promesse simili riguardanti il dono della terra da
parte del loro dio, dalla Mesopotamia all'Egitto, passando per gli ittiti.
In Egitto, sulla stele di Karnak, elevata da Tutmosis III (tra il 1480 e il
1475 a.C.) per celebrare le vittorie che aveva conseguito a Gaza, Megiddo,
Qadesh e Karkemish (sull'Eufrate) si legge che il dio dichiara: "Io ti
assegno per decreto, tutta la terra che vedi. Sono venuto e ti incarico di
schiacciare la terra d'Occidente".

All'altro estremo del Crescente fertile, in Mesopotamia, il dio Marduk nella
sesta tavoletta del Poema babilonese della creazione "assegna a ciascuno il
suo lotto" (versetto 46) e "per suggellare l'Alleanza ordina di costruire
Babilonia e il suo tempio" (Les religions du Proche-Orient , a cura di René
Labet, Parigi, Fayard, 1970, p. 60).

Quanto agli ittiti, essi cantano in lode di Arinna, dea solare: "Tu vegli
sulla sicurezza dei cieli e della terra / Tu stabilisci le frontiere del
paese" (op. cit., p. 557).

Se anche gli ebrei non avessero ricevuto una promessa del genere, allora
costituirebbero veramente un'eccezione! (Sulla promessa si veda la tesi del
padre Landouzies, Le don de la terre de Palestine, Istituto cattolico di
Parigi, 1974, pp. 10-15).

"2. La promessa riguardante i nomadi non aveva come fine la conquista
politica e militare di una regione o di tutto un paese, bensì la
sedentarizzazione in un territorio limitato.

"3. Originariamente la promessa patriarcale, di cui ci parla la Ge-nesi, non
è stata fatta da Jahvè (il dio che è entrato in Palestina con il "gruppo
dell'Esodo"), ma dal dio cananeo Elohim, in una delle sue ipostasi locali.
Solo un dio locale, possessore del territorio, poteva concedere a dei nomadi
la sedentarizzazione sulle proprie terre.

"4. Più tardi, quando i clan nomadi sedentarizzati si sono uniti ad altre
tribù per formare il "popolo d'Israele", le antiche promesse hanno assunto
una nuova dimensione. Raggiunto l'obiettivo della sedentarizzazione, la
promessa prendeva ormai un significato politico, militare e "nazionale".
Così reinterpretata, la promessa fu intesa come la prefigurazione della
conquista definitiva della Palestina, come l'annuncio e la legittimazione
dell'impero davidico".

Fonte: A. de Pury, conferenza del 10 febbraio 1975 a Cret-Bérard (Svizzera)
durante un colloquio sulle interpretazioni del conflitto arabo-israeliano,
"Études théologiques et religieuses", n. 3, 1976 (Montpellier)




Il contenuto della promessa patriarcale

"Mentre la promessa "nomade", mirante alla sedentarizzazione di un clan di
pastori, risale senza dubbio a un'origine ante eventum, la stessa cosa non
si verifica per ciò che riguarda la promessa fatta alle dimensioni
"nazionali". Dato che le tribù "israelitiche" non si sono unite che dopo la
loro installazione in Palestina, la reinterpretazione della promessa nomade
come una promessa di sovranità politica, deve essersi attuata post eventum.
Così la promessa della Gn., XV, 18-21, che prospetta la sovranità del popolo
eletto su tutte le regioni situate tra "il torrente d'Egitto e il grande
fiume, l'Eufrate" e su tutti i popoli che vi abitano, è manifestamente un
vaticinio ex eventum ispirato alle conquiste davidiche.

"Le ricerche esegetiche hanno permesso di stabilire che l'ampliamento della
promessa "nomade" in promessa "nazionale" è stato fatto precedentemente alla
prima scrittura dei racconti patriarcali.

"Lo jahvista, che può essere considerato il primo grande narratore (o,
piuttosto, editore di racconti) dell'Antico Testamento, è vissuto all'epoca
di Salomone. Di conseguenza è stato contemporaneo e testimone di quei pochi
decenni in cui la promessa patriarcale, reinterpretata alla maniera di
Davide, sembrò realizzarsi al di là di ogni speranza. Il passaggio della
Gn., XII, 3 è uno dei documenti chiave per la comprensione dell'opera dello
jahvista. In seguito a questo testo la benedizione d'Israele ebbe per
corollario la benedizione di tutti i "clan della terra (adámah)". Essi sono,
in principio, tutte le popolazioni che dividono la Palestina e la
Transgiordania con Israele.

"Così noi non siamo in grado di affermare che in un certo momento, nella
storia, Dio si sia presentato davanti a un personaggio storico chiamato
Abramo e che gli abbia conferito i titoli legali per il possesso del paese
di Canaan. Da un punto di vista giuridico, non abbiamo in mano nessun atto
di donazione firmato "Dio" e abbiamo anche delle buone ragioni per credere
che la scena della Gn., XII, 1-8, e XIII, 14-18, per esempio, non sia il
riflesso di un avvenimento storico.

"Pertanto, è possibile "attualizzare" la promessa patriarcale? Se
realizzarla significa servirsene come di un atto di proprietà o metterla al
servizio di una rivendicazione politica, allora certamente no. Nessuna
politica ha il diritto di rivendicare per se stessa la cauzione della
promessa. Non ci si può collegare in alcun modo a coloro che, tra i
cristiani, considerano le promesse dell'Antico Testamento come una
legittimazione delle attuali rivendicazioni territoriali dello Stato
d'Israele".

Fonte: Albert de Pury, conf. cit.




L'esegesi profetica ebraica

Il rabbino Elmer Berger, ex presidente della Lega per l'ebraismo affermava:

"È inammissibile per chiunque pretendere che l'insediamento attuale dello
Stato d'Israele sia il compimento di una profezia biblica e che, di
conseguenza, tutte le manovre realizzate dagli israeliani per instaurare il
loro Stato e per conservarlo siano, a priori, ratificate da Dio.

"L'attuale politica israeliana ha distrutto o, quanto meno, oscurato il
significato spirituale d'Israele

"Mi propongo di esaminare due elementi fondamentali della tradizione
profetica.

"a Innanzitutto, quando i profeti hanno evocato la restaurazione di Sion,
non era la terra ad avere di per sé un carattere sacro. Il criterio assoluto
e indiscutibile della concezione profetica della redenzione era la
restaurazione dell'Alleanza con Dio, che era stata infranta dal re e dal suo
popolo.

"Michea disse loro in tutta chiarezza: "Ascoltate, o principi di Giacobbe, o
magistrati d'Israele, non è forse vostro compito sapere ciò che è giusto?
Invece voi odiate il bene e amate il male [...] edificate Sion col sangue e
Gerusalemme con l'iniquità [...]. Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme
diverrà un cumulo di pietre e il monte del Tempio un colle ricoperto di
piante" (Michea, III, 1-12) .

"Sion è santa solo se vi regna la legge di Dio. E questo non significa che
tutte le leggi emanate a Gerusalemme siano sante.

"b Non è solamente la terra a dipendere dall'osservanza e dalla fedeltà
all'Alleanza: il popolo stabilitosi a Sion è tenuto al rispetto delle stesse
esigenze di giustizia, di dirittura e di fedeltà all'Alleanza con Dio.

"Sion non poteva aspettarsi la restaurazione di un popolo basandosi su dei
trattati, delle alleanze, dei rapporti di forza militari o su una gerarchia
militare che cercasse di affermare la sua superiorità sui vicini d'Israele.

"La tradizione profetica mostra chiaramente che la santità di una terra non
dipende dal suolo, così come quella del suo popolo non dipende dalla sola
presenza di esso in quel territorio.

"La sola ad essere sacra e degna di Sion è l'Alleanza divina, che si esprime
nel comportamento del suo popolo.

"Ora, l'attuale Stato d'Israele non ha alcun diritto di reclamare la
realizzazione di un progetto divino per un'era messianica [...].

"È pura demagogia del suolo e del sangue.

"Né il popolo né la terra sono sacri e non meritano alcun privilegio
spirituale al mondo.

"Il totalitarismo sionista che cerca di sottomettere tutto il popolo
ebraico, anche con la violenza e la forza, ne fa un popolo come gli altri,
tra gli altri".

Fonte: Rabbi Elmer Berger, Prophecy, Zionism and the State of Israel,
American jewish alternatives to zionism, conferenza tenuta
all'Università di Leida il 20 marzo 1968




* * *

Ygal Amir, l'assassino di Isaac Rabin, non è un teppista e nemmeno un folle,
ma una volta di più il prodotto dell'educazione sionista. Figlio di un
rabbino, studente modello dell'università clericale di Bar Ilan vicino a Tel
Aviv, infarcito degli insegnamenti delle scuole talmudiche, soldato d'élite
nel Golan, aveva nella sua biblioteca la biografia di Baruch Goldstein
(colui che assassinò, qualche mese fa, a Ebron, 27 arabi in preghiera presso
le tombe dei patriarchi). Egli aveva potuto vedere alla televisione
ufficiale israeliana il reportage sul gruppo Eyal (Guerrieri di Israele) che
giuravano, sulla tomba del fondatore del sionismo politico, Theodor Herzl,
di "uccidere chiunque cedesse agli arabi la "terra promessa" di Giudea e
Samaria" (l'attuale Cisgiordania).

L'assassinio del presidente Rabin (come quello commesso da Goldstein)
s'inscrive nella stretta logica della mitologia degli integralisti sionisti:
l'ordine di uccidere, dice Ygal Amir "viene da Dio", come ai tempi di
Giosuè.

Fonte: "Le Monde" (AFP), 8 novembre 1995

Non si tratta di un fatto marginale della società israeliana: il giorno
dell'assassinio di Rabin, i coloni di Kiryat Arba e di Ebron danzavano di
gioia recitando salmi di Davide intorno al mausoleo eretto in onore di
Baruch Goldstein.

Fonte: "El Pais", 7 novembre 1995, p. 4

Isaac Rabin era un bersaglio simbolico, non perché, come ha sostenuto Bill
Clinton alle sue esequie, "aveva combattuto tutta la vita per la pace" (al
comando delle truppe d'occupazione agli inizi dell'Intifada Rabin diede
ordine di "spaccare le ossa delle braccia" ai bambini palestinesi che non
disponevano di altre armi se non le vecchie pietre del loro paese per
difendere la terra dei loro antenati).

Ma Rabin, realisticamente, aveva compreso (come gli americani in Vietnam o i
francesi in Algeria) che nessuna soluzione militare definitiva è possibile
quando un esercito si scontra non con un altro esercito, ma con un intero
popolo.

Egli si era, quindi, impegnato con Yasser Arafat sulla via di un
compromesso: aveva concesso un'autonomia amministrativa a una parte dei
territori la cui occupazione era stata condannata dalle Nazioni Unite,
mantenendo comunque la protezione militare israeliana per le colonie
insediate contro gli autoctoni e diventate, come a Ebron, dei seminari di
odio.

Era già troppo per gli integralisti, che beneficiavano di questo
colonialismo: essi hanno creato, contro Rabin che consideravano un
traditore, il clima che ha condotto all'infamia del suo assassinio.

Isaac Rabin è stato vittima, come migliaia di palestinesi, del mito della
"terra promessa", pretesto millenario di sanguinosi colonialismi.

Questo assassinio fanatico mostra, una volta di più, che una vera pace tra
lo Stato d'Israele, al sicuro entro le frontiere fissate dalla spartizione
del 1947, e uno Stato palestinese del tutto indipendente esige
l'eliminazione radicale dell'attuale colonialismo, cioè di tutti i
possedimenti che, all'interno di un futuro Stato palestinese, sarebbero una
fonte incessante di provocazione e perciò si trasformerebbero in altrettanti
detonatori di guerre future.