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Sant’Efisio 2002.
La responsabilità e le emozioni nascoste del consigliere Giandomenico Sabiu
L’Alter Nos, un giorno da viceré
È sceso da cavallo solo per salutare i disabili in tribuna
«Deppiressi su sindigu». «Cittirì, è s’assessori». «No, uno consillieri». Dialogo dietro le transenne fra tre signore accaldate quando Giandomenico Sabiu in sella a un sauro di 16 anni di nome «Immenso» lascia via Azuni ed entra tutto impettito nel Largo.Un accenno di piccolo trotto e un gesto quasi teatrale per levarsi il cilindro. Gli applausi scattano puntuali. Ecco l’Alter nos, il viceré di maggio.
Prima che arrivi il Santo accompagnato dalle launeddas e dalle preghiere, il suo passaggio è l’ultima sequenza della processione-spettacolo. «Io questo lo capisco e cerco di fare la migliore figura possibile, ma i momenti più belli della sagra non sono di sicuro questi».
Trentotto anni, avvocato, consigliere comunale di An, è per la seconda volta rappresentante della municipalità chiamata a sciogliere il voto a Sant’Efisio. Per quattro giorni segue il simulacro nel suo pellegrinaggio fino a Pula, è presente a tutte i riti, indossando la fascia tricolore il medaglione d’oro, il Toson d’oro: pesante catena dal valore inestimabile regalata dai re spagnoli alla città di Cagliari.
«Attura attentu, chi ci funti brigantis»gli ha detto scherzando il sindaco Emilio Floris subito dopo aver recitato la formula di rito di buon mattino nel suo studio al Municipio. È il momento dell’investitura, primo atto di un cerimoniale rigido che tutti i protagonisti seguono con grande partecipazione.
Giandomenico Sabiu si infila nel ruolo e lo recita alla perfezione: frac («L’ho fatto cucire su misura due anni fa»), marsina, guanti bianchi e cilindro, cappello un po’ démodé che cercherà di indossare il meno possibile («Col cilindro in testa mi sento un po’ ridicolo»), preferendo agitarlo quando vuole chiamare gli applausi della gente.
A ogni svolta del percorso lascia andare avanti i quattro vigili - cavalieri in alta uniforme che lo precedono e si lancia al piccolo trotto per qualche decina di metri. Poi si ferma, si avvicina alla transenna da cui è partito un battimani più caloroso degli altri, si inchina e se ne va.
Emozionato? «Quest’anno sono più cosciente di due anni fa» - racconta mentre aspetta nella sede dell’Arciconfraternita del Gonfalone a Stampace che inizi la messa: la prima pausa di una giornata da viceré che non gli darà respiro. Ma anche per riposare c’è un cerimoniale molto preciso.
Tanto per cominciare la foto-ricordo con la Guardiania, col terzo guardiano Gino Pinna, custode dello stendardo, Gianfranco Deiosso, rappresentante del capitolo metropolitano. Poi il rinfresco è a suo modo un rituale, da fare in famiglia: il cerimoniere Ignazio Costantino manda via dalla ”stanza delle adunate” tutti i fotografi e i cameramen mentre sul tavolo si materializzano pasticcini e un bottiglione di vernaccia. «Io non bevo però», dice Sabiu perché sa che è il primo di una lunga serie di ”inviti” lungo tutti i quattro giorni della sagra.
Nella sfilata ufficiale lo accompagnano due mazzieri in uniforme settecentesca, Salvatore Sanna e Sebastiano Tiralongo che l’altra mattina ha dovuto faticare non poco per tenere a bada ”Rodos” un baio piuttosto nervosetto in mezzo alla gente.
Sono le guardie del corpo dell’Alter Nos: lo scortano a cavallo fino alla Plaia dove vengono sostituiti da un collega in abiti civili incaricato di vigilare sull’Alter nos. Lo riprenderanno -sempre alla Playa - al rientro. «Èd è quello il momento, secondo me, più bello della festa - confessa Sabiu - : per esempio, quando saliamo in via Giommaria Angioy, e non c’è nessuno. C’è silenzio, si sente solo il rumore degli zoccoli e dei campanacci. Sono attimi davvero commoventi che mi porterò dietro per tutta la vita».
Non c’è la mondanità delle tribune che gli hanno fatto festa anche per il portamento elegante a cavallo. Ne è sceso soltanto per una sosta fuori programma: quando si è fatto consegnare da due ragazze cinque rose gialle e le ha distribuite ai disabili della loro tribunetta poco prima della stazione ferroviaria. Un gesto di solidarietà applauditissimo dal pubblico e sfuggito alle telecamere impegnate in quel momento sul cocchio del santo.
Come è sfuggito il finale in viale Giorgino dove L’Alter Nos è sceso a cavallo e con tutta la Guardiania ha atteso in fila sul marciapiede l’arrivo di del carro trainato dai buoi. Al passaggio di Sant’Efisio lo ha salutato levandosi il cilindro, ma stavolta non cercava applausi.«Ogni volta che passa mi vengno i brividi come quando ero bambino» Le launeddas avevano smesso di suonare, si sentivano solo i campanacci dei buoi e il rosario recitato ad alta voce. [Antonio Martis]




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