di Eduardo Montagner Anguiano, studente di linguistica e letteratura ispanica, 26 anni, di Chipilo, piccolo paese dello Stato messicano di Puebla, dove, a 120 anni dalla sua colonizzazione da parte di emigrati veneti, si parla ancora il nostro dialetto. Ma le antiche tradizioni sono in pericolo

A Chipilo, il prossimo 7 ottobre, si celebrano i 120 anni di emigrazione veneta nella cittadina messicana. E’ passato tanto tempo e sono successe molte cose da quel lontano 1882, ma ancor oggi in questi luoghi batte un cuore veneto e veneti sono i modi di sentire, di parlare e di vivere.

Ciò che più inorgoglisce noi veneti di Chipilo è che qui si può ancora trovare, conservato di generazione in generazione, quel dialetto che venne portato dai nostri avi: un dialetto che ha dovuto adattarsi a una nuova forma di vita, a nuove facce, a nuove regole e razze. Oltre all’idioma, però, sono stati mantenute negli anni anche altri elementi del patrimonio veneto: i cognomi, le tradizioni, i pensieri e il carattere regionale di una volta.

I nostri progenitori che qui si insediarono, di fatto "venetizzarono" la realtà messicana e lo testimoniano certe parole che hanno subìto un cambiamento secondo le regole grammaticali venete. Ad esempio, "chile", "guarache" e "tamales", che in spagnolo sono parole maschili, diventarono "cila", "guaracia" e "tamala": si pensava, infatti, che la "e" finale fosse il plurale femminile e quindi, al singolare, non potevano che finire in "a". Solo dopo, quando furono capite le regole della lingua spagnola, queste trasformazioni non ebbero più luogo.

Un altro esempio è relativo a come gli avi denominarono loro stessi e la nuova gente che qui incontrarono: i cipilegni erano i "taliani" e il loro dialetto veneto il "taliàn", gli indigeni vennero chiamati "cici", le persone meticce e quelle di origine spagnola, ma anche soltanto quelli che abitavano nella città, erano i "messicani".

Ancora oggi esiste questa distinzione e anche quando parla in spagnolo, il cipilegno fa queste classificazioni: chiama sé stesso "italiano" e gli altri "mexicani".

Il problema non è razzistico, ma di classe, come ben dice il cronista di Chipilo, Agustìn Zago Bronca: si tratta di modi di fare differenti, di voler vivere come sempre si è vissuto, di voler vedere la faccia del figlio somigliante a quella del nonno e anche di voler parlare con loro nella stessa lingua: insomma, è la difesa di come, sin da piccoli, si è imparato a capire il mondo e la vita.

Ma la vita sta cambiando e anche a Chipilo cambiano i dialetti, i cognomi, le maniere di lavorare e di convivere. Non si può più parlare di dominio linguistico del nostro dialetto e il suo uso ha spazi sempre più limitati, ormai ristretti all’ambito familiare e ai rapporti con gli amici che si conoscono da sempre; i cognomi veneti oggi vengono messi in secondo piano oppure affiancati a un cognome non veneto; dove un tempo c’erano campi e allevamenti oggi ci sono capannoni e industrie per la lavorazione del legno, che hanno richiamato molta gente foresta che parla solo spagnolo; i chipilegni frequentano molto più di una volta amici da fuori e i matrimoni non avvengono più prevalentemente tra giovani dello stesso paese.

Molte parole venete sono state dimenticate e, con esse, anche quel "sentire veneto" che ha reso possibile l’esistenza della Chipilo di oggi. Il bilinguismo e l’originalità socioculturale veneto-cipilegna, tendono ad essere sostituite dalla monocultura spagnola o messicana che dir si voglia e questo, forse, non dovrebbe spaventare nessuno. Ma la tristezza emerge quando si pensa a questa piccola enclave in terra messicana, unica nel suo genere, che rischia di sparire per sempre e con essa le grida allegre dei bambini che crescevano con i giochi della tradizione veneta e le esperienze di vita che i "veci" trasmettevano attraverso parole comprensibili solo in questa zona dello Stato di Puebla: terra che parlava veneto e di veneti lasciata ad un futuro spagnolo, che potrà essere migliore o peggiore, ma che certamente non sarà mai quello di prima...

E’ triste pensare che quando, un giorno, l’ultimo cipilegno autentico se ne andrà, le sue ultime parole in veneto non saranno capite da nessuno di quelli che gli sono rimasti vicino fino alla fine. Già, la fine…


tratto da http://www.regione.veneto.it/videoinf/periodic/