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Discussione: Megaliti

  1. #11
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    Dal sito www.ilnuovo.it

    Stonehenge? "E' l'organo femminile"
    Secondo uno studio della British Columbia University, il cerchio disegnato dai massi del sito rappresenta l’organo sessuale femminile. Polemiche.

    LONDRA - Secoli di studi senza mai arrivare a scoprire la verita'. Gli enormi massi di Stonehenge, risalenti a piu' di quattro mila anni fa, sono stati oggetto di svariate ricerche senza mai arrivare a una risposta univoca da parte della comunita' scientifica. Secondo alcune ipotesi il sito archeologico non era altro che un osservatorio per studiare l'alternarsi delle stagioni, secondo altre un avamposto utilizzato dagli alieni. Ora pero', uno studio pubblicato sul Journal of the Royal Society of Medicine e riportato dal quotidiano Observer, sbaraglia le ipotesi gia' note con una nuova tesi: Stonehenge rappresenterebbe una vagina. Lo sostiene il ginecologo Antohony Perks. "Nell'era neolotica - scrive - la divinita' era Madre Natura. La nascina rappresentava il senso della vita. Stonehenge potrebbe rappresentare il varco attraverso il quale madre natura partorì piante e animali". Lo studioso sottolinea che nelle immediate vicinanze del sito non vi sono ne' tombe, ne' simboli di morte "come se Stonehenge fosse un luogo di nascita".

    "Se guardiamo - continua - la parte interna del cerchio, vediamo che e' composta da pilastri di roccia uniti due a due, uno liscio, l'altro no. Per un biologo questo e' il chiaro simbolo dell'incontro tra maschio e femmina". Secondo Perks e' la visione dall'alto che non lascia dubbi: la forma e' quella dell'organo sessuale della donna. "La parte centrale circondata dai massi e' vuota - spiega - perche' rappresenta l'apertura del mondo, il canale della vita".



  2. #12
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    Stonehenge, trovati i resti degli «arcieri» che trasportarono le sacre pietre

    LONDRA - Archeologi britannici hanno scoperto nei pressi di Boscombe una tomba contenente le ossa di tre adulti, un adolescente e tre bambini, che avrebbero lavorato alla costruzione del misterioso cerchio di pietre di Stonehenge. Soprannominati gli «arcieri di Boscombe», 4.300 anni fa avrebbero contribuito a trasportare massi di calcantite per un percorso di oltre 240 km fino a Stonehenge. Un’analisi chimica dei loro denti ha permesso di stabilire che i sette provenivano dalle montagne del Praseli, nel Galles occidentale, il sito dove già da tempo si ipotizzava provenissero le rocce dai riflessi blu. La scoperta, ha scritto ieri il quotidiano The Times, rappresenta la prima prova del fatto che abitanti del Galles si recarono nell’attuale contea di Wiltshire e lavorarono alla costruzione del luogo di culto. La tomba si trova a pochi chilometri di distanza da Stonehenge. «Finalmente abbiamo trovato i resti di una delle famiglie quasi certamente coinvolte in quest’opera monumentale», ha dichiarato l’archeologo che ha condotto gli scavi, Andrew Fitzpatrick. «Ci sono molte altre tombe. È probabile che molte persone abbiano preso parte al trasporto, perché era una costruzione pubblica», ha aggiunto l’archeologo. I massi di calcantite erano stati i primi ad essere portati nel luogo di culto. Gli 80 massi, del peso di 4 tonnellate l’uno, formavano la parte centrale del cerchio di pietre, ma erano stati spostati in seguito all’arrivo degli ancor più grandi massi di arenaria provenienti da Marlborough. Le calcantiti erano state poi allineate per marcare il percorso del sole dall’alba al tramonto durante il solstizio d’estate. Ieri, 21 giugno, oltre 20.000 persone si sono radunate a Stonehenge per festeggiare il solstizio d’estate intorno alle pietre che da più di 4.000 anni esprimono la reverenza dei popoli primitivi per le forze naturali e le stagioni.

    Dal Giornale di Brescia di martedì, 22 giugno 2004


  3. #13
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    EXTERNSTEINE


    Externsteine viene considerato uno dei luoghi iniziatici per eccellenza. Chiamato anche la “Stonehenge tedesca”, in quanto situato alla stessa latitudine del famoso cromlech del Wiltshire (e quindi nei due luoghi il Sole si leva al solstizio alla stessa ora), presenta un mistero reale legato alle sue caratteristiche geometriche e architettoniche. Ovunque sono presenti fori e nicchie di origine artificiale, scavati in epoca imprecisata e che non è stato possibile associare ad alcuna funzione pratica. Inoltre, esistono gradini scavati appositamente nella roccia che non conducono ad alcun luogo, mentre piattaforme e fessure si aprono in continuazione davanti al visitatore.

    Potrebbe trattarsi di una sorta di immagine di Escher, in cui lo scopo è quello di evidenziare il cammino tortuoso della vita legata alla materia che non conduce in alcun luogo, ma attrae al sito e lega a sé il viandante. Nel monolito più grande, invece, la scala aerea conduce a una camera di forma irregolare, non raggiungibile in altro modo, in cui penetra il Sole durante il solstizio d'estate, simboleggiando la necessità di una luce superiore in grado di guidare i passi verso l'alto. Chi sceglie la scala giusta, ovvero il giusto iter spirituale nel giusto momento, viene premiato dalla presenza del Sole Invitto, la luce della conoscenza segreta.

    Alla sommità della roccia più grande vi è uno spazio a base quadrata su cui si ergeva, in tempi remoti, la colonna Irminsul, rappresentante Yggdrasil, l'asse del mondo. Il palo sacro si sporgeva su uno spazio aperto ai piedi del monolito, in cui ancora oggi si celebrano le feste solstiziali, grandi kermesse di dubbio gusto in cui si incontrano esponenti del neopaganesimo germanico, cultori di musica celtica, new ager e semplici gaudenti, mentre scorrono fiumi di birra e si canta fino all'alba, per salutare il giorno della vittoria annuale del Sole sulle tenebre. Sul muro esposto a est del monolito maggiore è presente un foro da cui, nel solstizio, i primi raggi solari si insinuano, disegnando sulla parete opposta un pugnale, poi una spada e infine l'immagine di una lancia, secondo l'immaginario collettivo dei partecipanti ai raduni.

    Sembra accertato che la stanza solare in cima al monolito maggiore fosse adibita a rituali di purificazione e iniziazione in tempi precristiani. Dopo la lunga parentesi temporale in cui Externsteine fu abitata dai monaci cistercensi, durante il periodo nazista e fino al precipitare degli eventi bellici, Heinrich Himmler e i membri della sezione di ricerca SS Ahnernerbe si recarono qui per compiere studi archeologici sotto la guida del prete-mago Karl Maria Wiligut. Wiligut, in arte Weisthor, cadeva in trance di fronte alle antiche vestigia germaniche e descriveva agli archeologi visioni del passato in cui i ruderi erano nel loro massimo splendore, in un singolare e poco ortodosso metodo di ricerca che univa spiritualismo, neopaganesimo e scienza storica.


  4. #14
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    Massimo Centini

    MEGALITI FATE E FERTILITÀ

    «Nei menhir e nei dolmen definiti la Roche-aux-fées, pietre delle fate, sopravvive il ricordo della Dea Madre. La fata, con tutto il suo splendore d'incantesimo e di fiaba, non è altro che una tarda derivazione della Grande Dea. Lo rivela già la sua etimologia dal latino fatua, la vaticinatrice, e dal fate del latino popolare, la dea del destino» (F. Baumer, La grande Madre – Genova 1995, p. 70).
    L'enfatica affermazione di Franz Baumer ci conduce in direzione di una connessione molto diffusa nel folklore nordico: il legame tra megalitismo e fate. Tale connessione non dovrebbe avere origini molto antiche e può essere considerata frutto di una tradizione popolare tendente a legare aree e opere considerate anomale, diverse o pericolose.

    Il piccolo popolo, con i suoi personaggi, è spesso protagonista di tale legame, ma è soprattutto la fata a prevalere, perché?
    Le risposte possono essere più di una, ma certamente la figura mitica femminile meglio si inquadra tra gli echi di culti litici in cui prevalgono le pratiche connesse ai rituali legati alla fertilità.
    Alcuni di questi luoghi delle fate sono contrassegnati da una struttura particolarmente articolata, come la tomba megalitica costituita da due stanze circolari con una galleria di quarantacinque metri che si trova nei pressi di Arles. Vi sono poi esempi di grande suggestione come il menhir Henher-Hroech (Pietra delle fate) di Locmariaquer che misurava oltre venti metri (spezzato da un terremoto nel 1722 in quattro enormi pezzi – nota mia).


    La Pietra delle Fate di Locmariaquer (Grand menhir brisé)

    Le Pietre delle fate erano anche parte dell'ampia ritualità popolare connessa all'amore: tra Vitré e Chateaubriand, «sino a non molto tempo fa, nelle buie notti di luna nuova, i fidanzati venivano alla Roche-aux-fées per avere un responso oracolare facendo la conta dei blocchi che la compongono. Il matrimonio sarebbe stato felice solo se i due avessero ottenuto lo stesso risultato. Era tollerata una piccola differenza. Se però il numero delle pietre contate risultava troppo diverso, era consigliabile astenersi dal matrimonio» (F. Baumer, opera citata, p. 70).

    In questa pratica non sembrerebbero assenti echi di tradizioni connesse ai riti di fertilità presenti in molte culture e che hanno nella pietra un elemento catalizzatore di notevole valore simbolico. L'azione fecondatrice poteva estrinsecarsi non solo mediante pratiche divinatorie, ma attraverso veri e propri riti che coinvolgevano dilettamente il masso.
    Una tra le azioni più diffuse era la cosiddetta «scivolata» sulle pareti dei megaliti effettuata per favorire la fertilità. In altri casi troviamo le cosiddette «pietre con la pancia», massi la cui conformazione era tale da ricordare il ventre dilatato di una donna incinta: su queste pietre le giovani spose o le donne sterili si appoggiavano per ottenere magicamente una futura maternità.


    «L'idea implicita in tutti questi riti è che certi sassi possono fecondare le donne sterili, sia grazie allo spirito dell'antenato che vi abita, sia in virtù della loro forma o della loro origine. La teoria che diede origine a queste pratiche o le giustificò, non sempre si è conservata nella coscienza di chi ancora continua a osservarle. Talvolta la teoria originaria è stata sostituita o modificata da una teoria diversa; qualche volta è completamente caduta in dimenticanza, in seguito a qualche rivoluzione religiosa» (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni – Torino 1976, p. 228).




    La Roche-aux-fées di Essé (Ille-et-Vilaine)


    Altre esperienze del folklore europeo, praticate intorno e sui megaliti e inerenti la fertilità, riguardano l'accensione di piccoli fuochi nelle cavità naturali dei massi o nelle coppelle, in alcuni periodi dell'anno. In questi casi si possono scorgere delle convergenze con il calendario celtico.
    Molto diffuse erano anche le danze intorno ai menhir nei giorno dell'Ascensione, come quelle praticate a Fouventle-Haute in Haute-Saône, o quelle di Guernesey effettuate nel giorno di san Giovanni.

    Ancora nella metà del XIX secolo, intorno al grande dolmen di Poitiers, i fedeli effettuavano tre giri di danza e quindi lo baciavano: il rito aveva un ruolo protettivo e serviva per allontanare le malattie. Questo tipo di protezione era offerto anche attraverso piccole parti di pietra tratte dal megalite e conservate in casa per tutto l'anno. La pratica di prelevare frammenti di pietra da massi considerati sacri e di conseguenza provvisti di valore apotropaico è molto diffusa nel folklore di numerosi paesi.
    In certi casi, nel passato, anche le chiese locali non riuscivano a sottrarsi alla forte valenza sacrale collettivamente riconosciuta alle pietre: «Prima della Rivoluzione, il clero andava in processione al dolmen de La Madeleine, nella Charente, cristianizzato da una croce; nella stessa epoca veniva detta una messa in arca, al di sopra delle pietre druidiche che si scorgevano sotto il mare vicino a Guilvinec, nel Finistère» (P. Sèbillot, Riti precristiani nel folklore europeo – Milano 1990, pp. 209-210).

    Da "Il megalitismo - Luoghi sacri di potere" - Massimo Centini (Xenia Edizioni, pag. 112 e seguenti)

  5. #15
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    STONEHENGE UNA LOURDES NEOLITICA? SCAVI PER VERIFICARE TEORIA

    31 mar. (Ap-Apcom) - Un mistero lungo 4.500 anni, secolo più secolo meno. Almeno la data di costruzione del 'grande cerchio di pietre' presto dovrebbe essere certa. Ma gli scavi iniziati oggi - i primi dal 1964 - hanno un'ambizione maggiore, definire una volta per tutte il perché Stonehenge sia stata innalzata. Con una tesi in cerca di conferme, quella dei due ricercatori che dirigeranno fino all'11 aprile gli scavi: si tratta di "una Lourdes neolitica".

    Neolitica vista la data di fondazione. Lourdes, spiegano i professori Tim Darvill e Geoff Wainwright alla Bbc - che nello specifico è anche lo sponsor delle due settimane, fino all'11 aprile, di scavi previsti - perchè il luogo era una specie di santuario dei miracoli dell'antichità: arrivavano qui malati da ogni parte dell'isola, fiduciosi delle capacità sovrannaturali delle pietre magiche estratte da una cava gallese (a 250 chilometri di distanza) e dei druidi.

    Darvill e Wainwright hanno sviluppato la loro teoria basandosi su dati empirici, come l'esame di alcuni scheletri del neolitico recentemente scoperti, e supposizioni. Adesso hanno la possibilità di verificarla. Ma senza alzare troppa polvere: scavi limitati anche nelle dimensioni, e solo nel circolo interno della struttura.


  6. #16
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    erano ricercati da Templari ed alchimisti e gli stessi Cavalieri della Tavola Rotonda si servivano delle virtù taumaturgiche delle pietre di Stonehenge per guarire malattie, rigenerare ferite e ridare energia.

    Silvia scrive quanto sopra ma quali prove esistono che i Templari avessero ricercato le Ley Lines che non erano neanche note. Nessuna! Soprattutto si parla dei Cavalieri della Tavola Rotonda, ma questi sono una mera invenzione letteraria, non sono mai esistiti e se Artù puo essere collegato a Lucius Artorius, comandante romano, niente può essere più aggiunto oltre a questo. Si arriva a creare una fantastoria sennò!!!!!

  7. #17
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    La società e la cultura moderna presentano oggi, con nuove vesti, antichi retaggi culturali e rituali pagani, spesso assorbiti dalle attuali religioni, che però si ripresentano con forza tra le pieghe del manto tessuto proprio per nasconderli e coprirli. E' così che il vento della reminiscenza fa gonfiare questi veli facendo loro assumere le forme di una antica figura pagana la Dea Madre, divinità dai tanti nomi, Iside, Isthar, Venere, Gaia, Epona, e che oggi potremmo facilmente identificare con le numerose Vergini Nere presenti in tutto il continente.
    Per conoscere le sue reali origini e andare alla ricerca delle tracce che la mater ha lasciato nel folklore e nella cultura popolare d'Italia e d'Europa, Andrea Romanazzi si è addentrato tra le lande desolate di miti e antiche leggende.
    La dea non è mai scomparsa, essa si è solo ritirata nel profondo delle foreste e dei boschi, con il suo compagno, il Dio, apparendo nelle fiabe e nelle tradizioni popolari, lasciando come monito i suoi templi: le pietre.

    Sarà proprio il culto della roccia sacra o belitico, presente nel folklore italiano, a guidarci come mistico filo d'Arianna tra le figure di Artù e del paladino Orlando, di Teseo e il Minotauro, tra le Amazzoni e le divinità arboree, passando poi per Ulisse ed Enea alla ricerca del ramo d'oro che schiude la conoscenza, o della mistica mela dell'albero dell'Eden che tanto ricorda i pomi di Avalon o del giardino delle Esperidi. Ancora oggi si possono udire i menhir cantare e parlare all'orecchio dell'uomo, sono suoni e vibrazioni d'eternità che riescono a lacerare quel velo che oscura il nostro passato.

    Il testo consta
    di 130 pagine ripartite in quattro parti.

    Nella I parte l'Autore analizza il culto belitico o delle pietre sacre addentrandosi tra miti e leggende, ascoltando il verbo di Giacobbe o il canto di Esiodo su Zeus, la divin roccia, e la sua nutrice Amaltea. Saranno questi racconti che lo condurranno nelle "foreste di pietra" , tra menhir , dolmen e cromlech sparsi in tutta Europa.
    In iter approfondirà il reale significato di questi sacri massi affermando che "il culto delle pietre va ben oltre l'adorazione to court di menhir e dolmen, esso è legato ad una serie di rituali naturali spesso differenti tra loro ma tutti riconducibili all'idea della roccia come tramite tra le divinità", una coniuctio tra l'elemento femminile, il principio produttore, e quello maschile, il principio ingravidatore.
    L'Autore formula così una interessante ipotesi, "la roccia infissa nel terreno diventa facile metafora dell'atto di fecondazione, essa è il tramite attraverso il quale il dio può ingravidare la sua sposa e renderla fertile". In una visione microcosmica "i rituali di fertilità legati alla natura diventano riti legati alla fecondità della donna", nasce così una vera e propria "cerca", attraverso il fitto e intricato mondo delle tradizioni e del folklore italiano dalla Val d'Aosta alla Puglia, di rituali per assicurare la fertilità alle giovani donne spesso celati sotto le nuove vesti della religione Cristiana "con una vera e propria opera di sincretismo da parte dei sacerdoti…che sostituiscono la vecchia dea madre con la Vergine Maria",e la cui ricerca su tutto il territorio nazionale, porterà il lettore in luoghi e santuari "ove ancora oggi si può ascoltare la magica atmosfera di antiche tradizioni", echi di antiche reminiscenze mai sopite.
    Ecco così, nascoste dietro la Virgo del Puteo o del pozzo, il ricordo del culto delle grotte e delle sacre stalattiti, "immagine acheropita del dio stesso che, generato esso stessa dalla dea, si materializza nel ventre della sua sposa ingravidandola".

    Nella II parte, suddivisa a sua volta in tre capitoli, ci propone un mistico viaggio alla ricerca della dea tra le coste delle misteriose isole del Mediterraneo ove le sue tracce sono rimaste ben conservate per millenni a causa del naturale isolamento al quale queste zone son soggette.
    Seguendo così un invisibile filo d'Arianna il lettore partirà dall'antica Ogygia omerica, l'isola di Malta e, come novello Ulisse, incantato da una terra che ancora trasuda le magie della dea Calipso, incontrerà negli intricati antri le sacerdotesse della dea, le famose Smisurate.
    Si salperà così per nuove mete fino a fermarsi lì dove si posson guardare, usando le parole di Omero, "le opre dell'aurea Afrodite Ciprigna, che risveglia la soave brama dei numi, soggioga le stirpi mortali, gli uccelli alti in cielo e tutte le bestie". Qui tra sacrifici umani e divinità androgine l'Autore spiegherà il mistero che si cela dietro le Amazzoni e le spose di Adamo tra cui Eva, "colei che sorveglia l'albero dei pomi, lo stesso delle terre iperboree, di Avalon o del giardino delle Esperidi", la donna che poi le divinità maschili han trasformato da "grande Dea in peccatrice".
    Sempre seguendo questo mistico filo il lettore giungerà a Creta, il ventre della dea, ove come Teseo conoscerà il reale significato del labirinto "l'utero della dea madre nel cui interno dimora il toro universale".

    La III parte del testo focalizza la sua attenzione sulle divinità maschili delle foreste, gli sposi della dea che, rappresentando la ciclicità della natura, muoiono e rinascono per assicurare la fertilità della loro sposa: la Natura. Sul ricordo di antiche divinità come Dioniso, Osiride, Adone, Pan, prenderan vita una serie di rituali di smembramento, ancora oggi praticati in molte località italiane, in modo che "ogni fedele possa partecipare alla forza del dio, acquisire prima dalla pianta, poi dalla carne dell'animale e successivamente dalla reliquia il suo potere".

    La IV parte conclude lo studio effettuato soffermandosi sulle feste del "fuoco" e i particolare sulle quattro festività celtiche, tra cui la famosa Halloween, le tradizioni e il folklore contadino ad esse legate in Italia e in Europa. Sarà tra rituali ancora oggi espletati che faranno la loro comparsa divinità mai scomparse come il dio Lugh o la dea Brigit poi trasformati nei santi Antonio e Brigida, le cui memorie sono ben conservate nelle nuove immagini con le quali essi si presentano.



    da www.pinodenuzzo.com

    Andrea Romanazzi
    La Dea Madre e il Culto BetilicoAntiche conoscenze tra mito e folklore
    Levante Editori - Bari

  8. #18
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    Citazione Originariamente Scritto da Artorius Visualizza Messaggio
    erano ricercati da Templari ed alchimisti e gli stessi Cavalieri della Tavola Rotonda si servivano delle virtù taumaturgiche delle pietre di Stonehenge per guarire malattie, rigenerare ferite e ridare energia.
    Silvia scrive quanto sopra ma quali prove esistono che i Templari avessero ricercato le Ley Lines che non erano neanche note. Nessuna! Soprattutto si parla dei Cavalieri della Tavola Rotonda, ma questi sono una mera invenzione letteraria, non sono mai esistiti e se Artù puo essere collegato a Lucius Artorius, comandante romano, niente può essere più aggiunto oltre a questo. Si arriva a creare una fantastoria sennò!!!!!
    Scusami se non ho risposto prima, ma ho letto solo ora il tuo post.

    Non ho mai scritto che i Templari "ricercavano le ley lines" (che vennero individuate o, per meglio dire, intuite solo nel 1920): soggetto della frase che hai riportato non sono le ley lines, bensì i "luoghi misteriosi", i luoghi sacri, nello specifico Stonehenge, strettamente legato alla leggenda di Re Artù...




    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Le ley lines si sarebbero successivamente dilatate fino a ricoprire come un’invisibile griglia tutta la superficie del pianeta, congiungendo i luoghi misteriosi della terra e creando un sorta di geografia sacra, che faceva parte del sapere occulto custodito dagli iniziati. A questi luoghi, collegati tra loro da arterie di energia cosmotellurica, sono da sempre attribuiti poteri straordinari: erano ricercati da Templari ed alchimisti e gli stessi Cavalieri della Tavola Rotonda si servivano delle virtù taumaturgiche delle pietre di Stonehenge per guarire malattie, rigenerare ferite e ridare energia.

  9. #19
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    Ezio Savino

    STONEHENGE
    L’OROLOGIO DEI GIGANTI




    Si danno due metodi per sollevare e trasportare massi. Il primo è violento e primitivo. Il mito greco lo associa ai Giganti, brutali palestrati, figli della Terra, che aggredirono l'Olimpo lapidandolo con le rocce. Gli energumeni fecero leva sui muscoli e sulle possenti gambe a forma di serpente, radicate nella materia tellurica originaria. Furore scomposto, che Zeus, signore dell'ordine razionale, disintegrò a colpi di fulmine, sigillando gli empi nella desolazione del Tàrtaro.
    Il secondo dispositivo è poetico e sibillino. Il suo strumento non è il cordame, la sbarra o la carrucola, ma la lira, il gentile corredo dei cantori e dei maghi. Ne furono maestri i bardi, come Orfeo, che con l'energia segreta delle note smantellava monti e sradicava querce nella Tracia nativa, le obbligava alla danza, le immobilizzava in monumenti vegetali che documentavano il primato dell'arte, della mente, sul greggio vigore fisico. Quando si trattò di innalzare i baluardi di Tebe, il gagliardo Zeto, sprezzante della sua forza di atleta, sfidò il fratello Anfìone, esile, ma padrone della lira e della perizia sonora. Il musicista sfruttò, come solo lui sapeva, il potere delle onde acustiche, armonizzando i macigni nel pentagramma degli spalti al respiro di una canzone, mentre l'altro, ansimando, umiliato, ancora stentava a movimentare dalla cava il prmo cubo di sasso.

    A 137 chilometri da Londra, 13 a nord di Salisbury, nella piana ondulata e gessosa della contea del Wiltshire, attanagliata dai flutti spesso tempestosi del canale di Bristol e della Manica, il visitatore attonito contempla un'altra pietrificazione della leggenda, seppure nello sfacelo dei millenni. Il suo nome, sinonimo di inlovinello sublime, è Stonehenge, parola che secondo gli etimologisti custodisce nella prima parte, stone, la pietra, e nella seconda, henge, non si sa se lo stare sospesi» degli architravi ai pilastri sovrumani, o il «cardine» che li inchioda ai basamenti. Il sagace miurgo, qui, è Merlino di Vortigern, l'eremita della fonte dì Galabes, a Gewisseans. Nella sua Historia Regum Britanniae, il gallese Geoffrey de Monmouth, XII secolo, ci avvince con la saga. «Devi trasportare qui la Danza dei Giganti!» suggerì Merlino al re romano-bretone Aurelius Ambrosius, che lo interpellava su come edificare un sepolcro perenne ai corpi dei patrioti trafìtti nell'agguato dei Sassoni.
    La Danza dei Giganti -spiegò il fattucchiero - era un circolo di magici pietroni trasvolati dall'Africa del nord al monte Killaraus (Kildare), in Irlanda. I superuomini del passato avevano compiuto l'impresa, per sfruttare al meglio le virtù curative dei macigni. L'acqua che vi scorreva diventava miracolosa contro mali e ferite: un antidoto all'umano effìmero, tomba ideale per eroi da consacrare alla memoria del mondo. A nulla valse il diniego di Gillomanius, il sire irlandese: i cavalieri bretoni lo attaccarono e, dopo la vittoria, si rimboccarono le maniche per imbracare i massi. Fecero la magra figura di Zeto. Bicipiti gonfi, sudori, ma nessun progresso nel trasporto. Merlino sorrideva. Memore di Anfione, mobilitò l'agilità della mente, sfoderò lievi ingranaggi. Le lastre di azzurra diorite e di grigia arenaria (sarsen, da sarracen, «straniero», «pagano») ciascuna del peso di un panzer della seconda guerra mondiale (fino a 70 tonnellate), scivolarono sulle zattere via mare, poi sulle correnti dell’Avon, ed eccole lì, ancora oggi, a Stonehenge. Zavorra di incalcolabili enigmi.


    Heel Stone
    Foto Gareth & Rebekah – da www.flickr.com


    L'immaginazione popolare, deposto Merlino, vide l'artefice nel Diavolo, che caricò dall'Irlanda il mannello di blocchi, sparpagliandoli nello spiazzo come candeline su una torta, tranne la Heel Stone, menhir «del calcagno» (se pure il nome non si riaggancia a helios, il «sole» greco, dato che al solstizio d'estate l'astro lambisce la punta della pietra) con la quale azzoppò un frate petulante, e che, inclinata dalle raffiche dell'ovest, presidia ancora il viale d'accesso. In pianta, il manufatto integra la forma simbolica circolare con il ferro di cavallo. Un peristilio di trenta montanti (monoliti rastremati alti oltre 4 metri) racchiude il giro di turchesi. Dentro la corona, il perimetro arcuato di 5 triliti è accarezzato al suo interno da altre pietre azzurre, mentre una lastra adagiata, la Pietra dell'Altare, funge quasi da fulcro. In alzato, impressiona il sistema degli architravi esterni, che scalpellini specializzati sagomarono con calcolata curvatura (dall'alto il Sole, se ne era il sacro destinatario, doveva scorgere una circonferenza impeccabile), garantendo coesione verticale con tenoni sulle sommità dei pilastri, incastonati nelle mortase, e orizzontale, tra architravi successivi, con doppi incastri a sezione triangolare.

    Questo monumento, la più massiccia opera di pietra a nord delle piramidi, è coevo dei prodigi egizi, ma lo sterramento del diametro di oltre 100 metri che lo cinge è di mezzo millennio più antico. La datazione al radiocarhonio (3000 a.C. le fasi nuziali, in pieno neolitico) ha fatto giustizia delle ipotesi ingenue sul problema storico di chi, quando e perché s'impegnò in una fattura collettiva così immane. Nel 1655 John Webb e l'architetto Inigo Jones videro nel complesso un tempio romano al dio Gelo, in stile tuscanico. John Aubrey (1626-1697), che scoprì i pozzi sacri e fece le prime rilevazioni, lo attribuì ai Druidi celti, che però officiavano nei boschi, non in radure colonnate, ed entrati in Britannia nel III secolo a.C. di Stonehenge videro, se mai, dei ruderi già millenari. La scoperta di utensili dell'età del bronzo fece pensare all'epoca omonima. Oggi il metodo scientifico ha retrocesso la data, garantendo l’unica certezza: Stonehenge è il cuore di un sistema (centinaia di tumuli lineari o a rotonda, buche sacrali, allineamenti di pali preistorici) che fanno del sito di Salisbury un formicaio di cultura e ritualità neolitiche.


    Foto Gareth & Rebekah – da www.flickr.com


    Quali maestranze trascinarono i blocchi da cave lontane centinaia di chilometri? Con quali mezzi? Falliti i tentativi moderni di ripercorrere gli itinerari, decaduta l'ipotesi che la glaciazione avesse trascinato i massi erratici fino alla spianata, non resta che immaginare uno sforzo comunitario inserito in un progetto di dividendi dei profitti. Già, ma quali? Ecco il mistero principe: la funzione del cerchio magico. Religiosa? Astronomica? Accantoniamo la stravaganza di un astroporto alieno, alimentata da bagliori e avvistamenti (Warminster, istallazione missilistica nei paraggi, basta e avanza a giustificare le tracce). Stonehenge era un colossale osservatorio, stargate per dialogare con il cielo? Gli archeoastronomi hanno tracciato linee e collegamenti con sole, luna, ammassi stellari. Neopagani e neodruidi festeggiano lì il solstizio, con arpe e trombe. Ma una comunità di pastori e coloni seminomadi, che fatica con falcetti di selce e di corna di cervo, non si rompe la schiena per duemila anni allo scopo, nobile, ma troppo puro, di laurearsi in astrofìsica.
    L'ipotesi è allora che una casta sacerdotale scandisse con le pietre le attività sociali, in un tempo in cui l'unico cronografo e calendario era il firmamento, ma pochi addetti ne sapevano leggere il silente tic-tac. Anche il didascalico greco Esiodo comanda al contadino di affilare la falce, per mietere, al sorgere delle Pleiadi, e una linea d'intersezione tra i pilastri guida l'occhio alle sette mitiche sorelle, che gli dei trasformarono in lucenti colombe astrali. La poderosa stretta delle pietre sarsen sulle turchesi simboleggia forse un'alleanza politica fra tribù, o documenta una soggezione? È possibile. Anche i Romani siglarono i trionfi disseminando archi di pietra scolpita. La dioirite è vulcanica, ignea, dalla sua superficie lavorata sprizzano bagliori, anche se oggi la dilavatura secolare e il lichene hanno smorzato le scintille. L'arenaria è pietra di terra. Proiettato al cielo, in orizzonti d'aria, capace di santificare l'acqua, Stonehenge non sarà la traduzione in santuario di antiche religioni fondate sui quattro classici elementi?

    C'è chi lo interpreta come il capolinea di una processione dalla morte alla vita rinascente, perché da Woodhenge e Durrington Walls, palizzate preistoriche di tronchi, si poteva passare, tra un'alba e un tramonto, da est a ovest, ai blocchi conficcati, eterni: dalla fragilità dinamica del legname, condannato al marciume, alla staticità codificata. Che, secondo gli antropologi rimanda al culto degli antenati, il centro del mondo, il calcestruzzo della coesione tribale. La spada egea intagliata in un blocco, la maestria goniometrica, mesopotamica, orientale, necessaria a dividere una circonferenza in trenta, il «pi greco» usato per allineare diametri, tutto alimenta il mistero di Stonehenge frutto fantastico di una globalizzazione che viaggiava sulle direttrici dell'ambra e dello stagno, esportando i saperi anche alla periferia dell'impero. Alla base, l'urgenza di partire, esplorare, quel navigare necesse est da cui sgorgarono i Dedalo, i Giasone, gli Ulisse e, più tardi, i Colombo, i Vasco da Gama, i Magellano.

    Ezio Savino – da Il Giornale del 28 luglio 2007



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