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Discussione: Il mito delle Sirene

  1. #11
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    LE SEDUZIONI DELLE SIRENE
    di Meri Lao (terza parte)

    Abbiamo considerato fin qui le Sirene classiche, seguendole sino alle ultime propaggini, senza fare attenzione all'altro tipo emerso nel frattempo e destinato ad avere un tale successo da soppiantare il tipo antico, e cioè le Sirene pesciformi. Scomparse le penne del volatile, la parte inferiore dell' ibrido si correda di pinne: una o due pinne caudali in bella mostra. Non è da escludere che a questo stupefacente cambiamento di specie zoologica abbia concorso anche una confusione linguistica dovuta a omofonia o paronimia. "Ala" e "pinna", in greco, si designano infatti con la stessa parola: pterùghion. E in latino, tra pennis e pinnis c'è appena una vocale di differenza. Occorre richiamare l' attenzione sull' eccezionalità del caso. Una mutazione così radicale non ha mai investito altre creature del genere come centauri, sfingi o draghi. Questa doppia raffigurazione delle Sirene viene a suffragio dell' insistente duplicità della loro simbologia. Questa loro forma cangiante, disposta ad accogliere le sembianze più inedite, parla di non comuni qualità di metamorfosi che si esplicano nel tempo. Sussiste molta confusione per quel che riguarda le antenate femminili delle Sirene-pesce. Di solito, esse si fanno risalire a certe divinità ben note all'epoca di Alessandro, venerate poi nel tempio di Bel a Palmira durante il periodo tiberino. Da lì, una lunga sequela di associazioni approssimative, se non arbitrarie. Sia come sia, le antenate sotto ogni aspetto delle Sirene pesciformi provengono dalla stessa culla che ha dato i natali a quelle alate. Due reperti del tutto eccezionali, l'autenticità dei quali è definitivamente suffragata, ne danno prova: un vaso di Megara del II secolo a.C., conservato al Museo Nazionale di Atene e una lampada romana del I-II secolo d.C., conservata al Royal Museum di Canterbury. Il soggetto rappresentato è quello di Ulisse e le Sirene, ma queste, invece di uccelli, sono donne dalla coda di delfino che emergono tra i flutti. E' il caso di affermare, dunque, che anche il tipo tardo è di matrice mediterranea. Come se i cromosomi della forma idrodinamica fossero stati congelati per oltre un millennio e poi spuntassero le code rigogliose... Ancora oggi, nel santuario di Tanagra, la mummia di un enorme pesce dalla testa mozza sta a ricordare il tritone ubriaco che perseguitava le donne della Beozia. Pausania ( II secolo d.C. ) è fra i primi a darne notizia, fornendo anche qualche particolare realistico sui tritoni osservati fra le curiosità romane; pure per lui i capelli aggrovigliati, del colore del muschio delle paludi, sono oggetto di stupore. Per il resto, questi ibridi sono provvisti di : "Squame sottili e ruvide come una lima, branchie sotto le orecchie, naso d' uomo, ma con la bocca molto più larga e denti di bestia feroce; occhi verdi come il mare, a quanto mi è parso; mani, dita e unghie che sembrano il guscio delle conchiglie bivalve; sotto il petto e il ventre, al posto dei piedi, pinne natatorie simili a quelle del delfino". Altrettanto plastiche, le Sirene-pesce non tarderanno a presentarsi come il corrispettivo femminile dei tritoni. Non solo morfologicamente. Alla pari dei tritoni, grandi amatori del mare come i satiri della terraferma, le nostre sono ormai pregne di erotismo. Non mancano di ancorarle alle Nereidi, che Properzio ( 47? - 15? a.C. ) aveva studiato in maniera particolare, stabilendo che erano in numero di cento - il doppio di quanto aveva calcolato a suo tempo Esiodo - e che possedevano, come tratti distintivi, i capelli verdi e la coda di pesce. Tuttavia, la data ufficiale delle nuove Sirene, sia nell' aspetto, sia nella funzione, viene registrata da un manoscritto anglosassone composto tra l' VIII e il IX secolo, il Liber Monstrorum. "Le Sirene sono giovanette marine che seducono i marinai con le loro splendide forme e col miele del canto. Dal capo a metà del tronco hanno corpo femminile, e in tutto e per tutto sono identiche alle donne : però hanno le code squamose dei pesci, che tengono ben nascoste sott' acqua fra le onde". Una tale disinvolta spiegazione viene però inficiata qualche pagina avanti, alla voce Scilla. A questo punto il Liber monstrorum annota che la fanciulla trasformata da Circe in mostro marino per amore di Glauco "se ne stava fra l' Italia e la Sicilia, a quanto raccontano i Gentili", e che "lì divorava i marinai". Dopo aver ricalcato la descrizione di Virgilio, il Liber torna a riferirsi alle Sirene, con palese imbarazzo, giacché sente che si impone una distinzione. "Scilla aveva il petto e la testa di ragazza, come le Sirene; però il ventre era da lupa, e la coda da delfino. Un' altra qualità distingue il carattere delle Sirene da quello di Scilla: le prime fanno razzia di marinai grazie al loro canto assassino, mentre quest' ultima, secondo le testimonianze, squartava con la violenza della sua forza fisica i relitti e i resti degli sventurati naufraghi, circondata da foche e da cani marini". Nondimeno, in segno dell' antica regalità difficile da far sopprimere, queste Sirene vengono frequentemente rappresentate con in capo una corona.

    Dal sito: http://members.xoom.virgilio.it/bestialbhv/index.htm



    Bruxelles, Bibliothèque Royale, MS. 10066-77 (2a metà sec. X)

  2. #12
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    Predefinito Re: Il mito delle Sirene

    Già, è vero, i pesci sono muti....

  3. #13
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    scilla ha la stessa radice linguistica di squid. è possibile si trattasse di un calamaro gigante o di una piovra (che talvolta si trovano morte sulle spiagge).
    oppure di una grossa foce o di un 'otaria.

  4. #14
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    Originally posted by shambler
    scilla ha la stessa radice linguistica di squid. è possibile si trattasse di un calamaro gigante o di una piovra (che talvolta si trovano morte sulle spiagge).
    oppure di una grossa foce o di un 'otaria.
    E’ l’ultima teoria shambleriana? Davvero molto interessante… tanto interessante che, per ricambiare, ti svelo un segreto…

    Scilla era una bellissima fanciulla trasformata da Circe in un orribile mostro, che terrorizzava gli incauti naviganti (quelli che osavano attraversare il “suo” tratto di mare) afferrandoli con i colli a forma di serpente di cui erano dotati i suoi cani e divorandoli con le possenti mascelle. Eppure esisteva una creatura (l’unica, pare) assolutamente incapace di provare orrore per lei: era lo Xiphias gladius, meglio conosciuto come pesce-spada, che durante la stagione degli amori raggiungeva in grossi branchi questo tratto di mare proprio per corteggiare Scilla. Da qui l’abbondanza di pesce-spada lungo lo Stretto di Messina. Scommetto che non lo sapevi…


  5. #15
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    no. l'ho letto su un libro di criptozoologia (pieno di stupidate) comprato da ragazzo.
    la descrizione coincide perfettamente con un polpo o un calamaro.

  6. #16
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    Con un pizzico di campanilismo (riferito al passato storico-artistico, non certo al presente... ), ecco un'altra Scilla abbastanza nota...

    http://digilander.libero.it/messinas...%20Nettuno.htm

  7. #17
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    LA SIRENA ROMANICA: RIVISITAZIONE DI UN MITO

    Uno degli aspetti più sorprendenti delle multiformi e spesso enigmatiche decorazioni scultoree delle chiese romaniche è costituito dalla straordinaria diffusione di un repertorio di temi e di soggetti che fu strumento di un lessico figurativo in qualche modo divenuto patrimonio comune della cultura religiosa dell’epoca.
    La frequente rappresentazione della Sirena, che a tale repertorio appartiene, non dovrebbe dunque stupire più di tanto, se non fosse per la singolare puntualità con cui questo soggetto si affaccia, pressoché in ogni edificio religioso, da capitelli, architravi, pilastri, pavimenti, quasi misterioso emblema di un allusivo racconto. E dunque, se sotto gli apparati decorativi romanici si dirama, occultato (o, se si vuole, svelato) dal linguaggio cifrato del simbolo, un reticolo di temi teologici e morali, pare corretto concludere che ai significati della Sirena erano attribuite tali peculiarità e rilevanza da rendere quasi ineludibile la presenza di questo soggetto.

    Un primo percorso utile a definire le tematiche della Sirena nell’iconografia romanica e a coglierne i motivi salienti è quello che muove dall’identificazione dei caratteri connotativi con i quali questa figura pervenne, dalla cultura antica, al pensiero e all’immaginario del tempo. Una ricerca, peraltro, solo in parte efficace: se, per un verso, il fervore dottrinale e letterario del cristianesimo dei secoli XI e XII consente di ripercorrere le tracce nitide di una tradizione che risale alla lettura in chiave etica dei Padri, è innegabile, nelle molte ambiguità della Sirena raffigurata, di un elemento di alterità e di mistero che sfugge ad un’interpretazione meramente catechistica del soggetto.
    L’idea di una seduzione che si fa strumento di morte non sempre emerge chiaramente dalle raffigurazioni romaniche della fascinosa creatura marina. Né, d'altronde, questo è l'unico significato assegnatole, per esempio, dalla stessa letteratura religiosa dell'epoca. E' forse a causa della pluralità e di certa indeterminatezza, se non addirittura di instabilità, del significato di questa figura, che gli studi ad essa dedicati spesso rivelano, oltre a sensibili disomogeneità d’approccio, una singolare molteplicità d’interpretazioni.


    Girona (Catalunya) - Sant Pere de Galligants
    (capitello del chiostro)


    La Sirena seduttrice
    Alcuni antichi testi, assai noti e diffusi nei secoli XI e XII, ebbero un ruolo di particolare rilevanza nella trasmissione del tema della Sirena, e di questo certamente contribuirono ad indirizzare le successive elaborazioni sia sul piano concettuale sia su quello figurativo.Tra questi, vi fu il cosiddetto Physiologus, una piccola opera del II secolo, della scuola greca di Alessandria: attuale, e di gran successo, durante tutta l’età medievale, diede luogo a varie imitazioni ed a traduzioni in diverse lingue. In una delle sue versioni, la "Redazione I", la Sirena è descritta nel modo seguente:

    Ci sono nel mare degli animali detti sirene, che simili a muse cantano armoniosamente con le loro voci, e i naviganti che passano di là, quando odono il loro canto si gettano nel mare e periscono. Per metà del loro corpo, fino all'ombelico, hanno forma umana, per la restante metà, d'oca. Allo stesso modo, anche gli ippocentauri per metà hanno forma umana, e per metà, dal petto in giù, di cavallo.Così anche ogni uomo indeciso, incostante in tutti i suoi disegni. Ci sono alcuni che si radunano in Chiesa e hanno le apparenze della pietà, ma rinnegano ciò che ne è la forza, e in Chiesa sono come uomini, ma quando invece se ne allontanano, si mutano in bestie. Costoro sono simili alle sirene e agli ippocentauri: infatti «con le loro parole dolci e seducenti», come le sirene, «ingannano i cuori dei semplici» (Rom., 16.18). Perché «le cattive conversazioni corrompono i buoni costumi» (Cor., 15.33).

    Assai diffuse furono anche le Etymologiae, un ampio trattato in venti libri composto nel VII secolo da Isidoro di Siviglia (570 circa – 636). La fortuna di questo testo si protrasse per oltre sei secoli: l’opera è sostanzialmente «… una ricostruzione della lingua latina in funzione politica e cristiana, ricostruzione che trascina con sé il patrimonio delle conoscenze antiche ordinate secondo i termini». La versione di Isidoro è la seguente:

    ...Si racconta che le Sirene fossero tre, per metà fanciulle e per metà uccelli, e che avessero ali e artigli. Di esse, una cantava, un’altra suonava il flauto, la terza suonava la cetra.
    Attiravano i marinai con la loro musica, e li facevano naufragare. Ma in realtà si trattava di prostitute che riducevano in miseria gli uomini che si trovavano a passare di là: questi fecero poi credere di essere stati indotti al naufragio. Avevano ali e artigli, perché l’amore vola e ferisce.
    Si dice poi che stessero tra i flutti, per il fatto che Venere era nata dalle onde del mare....


    Quanto al suo aspetto, la Sirena, sopravvissuta all’oscuramento del mondo mitologico della classicità, sembra conservare ancora la forma di donna-uccello assegnatale dal mito. E tuttavia, nel medesimo VII secolo, compare nel Liber Monstrorum la descrizione della Sirena-pesce, che finirà con l’acquistare nell'iconografia romanica una larga prevalenza rispetto alla precedente…

    ... fanciulle marine che ingannano i naviganti con la loro bellezza ed il canto dolcissimo; dalla testa all'ombelico hanno il corpo di giovane donna, ma possiedono la coda squamosa dei pesci con la quale restano nel mare.

    Il moltiplicarsi delle tipologie della Sirena, effetto di combinazioni della parte superiore femminile con elementi di svariati animali, sembra trovare nei Bestiari catalani del '300 il punto di arrivo del processo modificativo. Qui si parla di tre tipi di Sirene: donne nelle parti superiori, in quelle inferiori sono pesce, o uccello, o cavallo. Traspare, in questo diversificarsi degli ibridi, l'intendimento di rappresentare tutte le specie del mondo animale, da quelle terrestri a quelle che abitano il mare e l’aria.
    Di fatto, il progressivo attestarsi nell'epoca altomedievale di un’anatomia non univoca e, come si è visto, spesso diversa rispetto a quello del mito non sembra comportare un’alterazione dei tradizionali caratteri della Sirena, né sul piano etico, né su quello simbolico.

    Se ne ha una conferma confrontando tra loro i testi citati ed enucleando gli elementi che, comuni alle rispettive strutture narrative, si configurano come gli aspetti connotativi della figura e del suo agire:

    * la duplice natura: nella Sirena coesistono due distinte nature, quella umana e quella animale;

    * la seduzione: ciò che nella Sirena appartiene alla natura umana è di sesso femminile e, in quanto tale, implica un’attitudine alla trasgressione seduttiva ( );

    * l'inganno: per realizzare il suo progetto la Sirena si serve di uno stratagemma;

    * l’illusorietà dei sensi: quando nell'animo umano dominano le pulsioni dell’istinto, apparenza e realtà si confondono tra loro;

    * il suono: la Sirena esercita la sua attrazione mediante il canto, la musica, la parola;

    * la morte: chi cede alla seduzione precipita verso un inesorabile destino di morte;

    * il mare: la Sirena è una creatura marina.

    Si potrebbe dunque osservare che i testi tardoantichi ed altomedievali già citati non introducono granché di nuovo rispetto, ad esempio, allo stesso racconto omerico.
    Ma nella prima metà del XII secolo, Onorio di Autun (prima metà del XII sec.) propone in una sua raccolta di sermoni per l’anno liturgico, lo Speculum Ecclesiae, una singolare ed ampia lettura della figura della Sirena in chiave allegorica, che lascia trasparire sia la descrizione di Isidoro sia le notazioni moralistiche dell’antico Physiologus. Onorio esordisce così:

    Tra i pagani, dei sapienti scrivono che su di un’isola nel mare c’erano tre Sirene che con strumenti diversi suonavano una melodia dolcissima. Una usava la propria voce, un’altra il flauto e la terza la cetra. Avevano l’aspetto di donne, ma artigli ed ali di uccello. Con la soavità del loro canto trattenevano tutte le navi che si trovavano a passare di là, sbranavano i naviganti vinti dal sonno e facevano inabissare le navi tra i flutti. Un condottiero, tale Ulisse, costretto a navigare in quel braccio di mare, ordinò che lo si legasse all’albero della nave e che ai suoi compagni fossero tappati gli orecchi con la cera: in tal modo sfuggì indenne al pericolo e fece precipitare le Sirene tra le onde.
    In questi racconti, carissimi, ancorché scritti da uomini ostili a Cristo, sono rivelati argomenti di fede (il passo completo qui).

    Ogni Sirena impersona una passione umana: «Le tre Sirene, che accarezzando i marinai con il dolce canto li fanno addormentare, sono i tre piaceri che rendono gli animi degli uomini inermi di fronte ai vizi e li portano al sonno della morte» e si distinguono l’una dall’altra per ciò che vanno promettendo ai malcapitati ascoltatori.
    L’avaritia è rappresentata dalla Sirena che canta, la jactantia da quella che suona il flauto, mentre la Sirena con la cetra è la luxuria. Nel gioco dell’allegoria e nella differenziazione delle delectationes, Onorio recupera la distinzione isidoriana delle tre Sirene basata sugli strumenti musicali, ciascuno dei quali diventa così elemento distintivo e identificativo di un atteggiamento trasgressivo.
    L’autore si richiama esplicitamente alla tradizione omerica, fonte indiscutibile, ancorché priva, per la sua estrazione pagana, dell’auctoritas che è propria delle Scritture, ed appare subito evidente come, nel fervore speculativo e didattico del cristianesimo dell’età romanica, l'elaborazione catechistica si sia ormai impadronita della figura della Sirena e delle tematiche ad essa collegate, portandone a compimento una trasposizione sul piano etico. Un processo evolutivo che i testi più antichi si erano limitati a prospettare.

    Che l’iconografia, dal canto suo, colga pienamente il senso del proprio ruolo in questo contesto interpretativo lo confermano le raffigurazioni nelle quali la Sirena sta lacerando il corpo della propria vittima, o compare in prossimità di un acrobata o di un danzatore, tradizionalmente oggetto di riprovazione, oppure, caso peraltro non frequente, impersona esplicitamente il vizio.
    L. Charbonneau-Lassay individua nella Sirena-pesce la rappresentazione dell'«antitesi del Cristo pescatore» poiché essa «... al contrario di Cristo, trascina la sua preda negli abissi per un destino fatto di infelicità permanente».
    La minaccia di un pericolo mortale, che qui costituisce il concetto intorno al quale si dispiega l’allegoria, è uno dei motivi ricorrenti che accompagnano l’immagine letteraria della Sirena. Ma anche altri caratteri, già individuati come connotativi del soggetto, diventano materia di singolari elaborazioni sul piano figurativo e iconologico per una rappresentazione in chiave etica: l’aspetto seducente è solo uno dei motivi conduttori, non più significativo, ad esempio, di quello della duplice natura umana e animale, o dell’insidia mortale stessa.
    L’iconografia romanica sembra così percorrere alcune sue proprie linee di sviluppo del tema e spesso travalicare, come apparirà evidente più oltre, i coevi contenuti letterari. Al punto che questa appropriazione delle potenzialità espressive insite nella figura darà talvolta luogo ad interpretazioni nelle quali il ruolo della Sirena, evolvendo verso valori indeterminati del simbolo, risulterà assai meno esplicitamente ed univocamente negativo di quanto non lo avesse disegnato Onorio nei suoi sermoni.

    Dal sito http://romanico.clab.it/index.htm


    Ferrara - Cattedrale (portale centrale)

  8. #18
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    Scilla, Cariddi e le tre lingue

    Ci son pur giunti due gran rottami dell'egiziache antichità. De' quali l'uno è che gli egizi riducevano tutto il tempo del mondo a tre età: età degli Dèi, età degli eroi, ed età degli uomini. L'altro, che per queste tre età si fussero parlate tre lingue: la lingua geroglifica, ovvero sacra, la lingua simbolica o per somiglianze, qual'è l'eroica, e la pistolare o sia volgare degli uomini.

    (G.B. Vico, Scienza Nuova,XXVIII)





    Con la classificazione egizia delle lingue citata da Giambattista Vico, concorda anche Omero che, sia nell'Iliade che nell'Odissea, fa menzione di una lingua più antica della sua - che è certamente da considerarsi una lingua "eroica" - e la chiama "lingua degli Dèi".
    Nel Canto I dell'Iliade, il mostro centìmano è chiamato Briarèo nella lingua degli Dèi ed Egeone in quella degli uomini:
    "[...] il gran Centìmano,
    che dagli Dei nomato è Brïarèo,
    da' mortali Egeóne[...]"


    E nel Canto XX, si cita invece
    "[...]il vorticoso fiume
    dai mortali Scamandro e dagli Dei
    Xanto nomato[...]


    Nell'Odissea, Canto XII, Circe descrive a Ulisse i pericoli che lo aspettano e chiama Scilla e Cariddi con il loro nome nella lingua degli Dèi, "le Rupi Erranti" :
    "Vedrai da un lato discoscese rupi
    Sovra l'onde pendenti, a cui rimbomba
    Dell'azzurra Anfitrite il salso fiotto.
    Gl'Iddii beati nella lor favella
    Chiàmanle Erranti"


    Scilla e Cariddi, nella lingua degli Dèi si chiamano dunque " plagtai petrai", ovvero "Scogli erranti" dove il termine "errante" assume il doppio significato di "vagante" e "che fa errare", "ingannatore".
    La lingua degli Dèi, evocativa e ambigua come si conviene alla divinità; la lingua degli Eroi, sonora e onomatopeica come si addice ad un canto epico.
    Infine la lingua degli uomini: una banale "Marina grande" e una altrettanto insulsa "Chianalea" indicano oggi le Rupi Erranti di Scilla e Cariddi e al tempo stesso segnano il decadimento delle lingue nel discendere all'età degli uomini.
    Ma non disprezziamo troppo nemmeno questa terza lingua; presto forse una quarta lingua, quella dei burocrati e degli ingegneri, le ribattezzerà in "Cantiere Opere Straordinarie ai sensi del DLG xxxx del yy/yy/yyyy..."

  9. #19
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    IL RICHIAMO EROTICO

    E' il Medioevo il periodo in cui la Sirena conosce la sua maggior fortuna, come dimostra la notevolissima diffusione della sua iconografia nelle cattedrali romaniche.

    La Sirena impersona l'erotismo, l'indefinibile, enigmatica femminilità: un volto rotondo, lunghi capelli e la nudità dei seni. La componente seduttiva trova negli atteggiamenti sessuofobici del cristianesimo altomedievale un terreno fertile dove radicarsi ed evolversi e la Sirena fornisce, già pronta, la sua immagine alle “attitudini lascive” che una propensione alla misoginia le attribuisce, senza possibilità di scampo. Il coinvolgimento, tra l'ispirato e il compiaciuto, dei disegnatori e degli scultori, spesso monaci, è in qualche caso evidente. Esemplare è l’interpretazione di Otranto, dove la scioltezza della tecnica musiva consente all’artefice di disegnare un sorriso, o i raffinati orecchini: sotto una piccola corona i capelli si arricciano e si intrecciano a sottili nastri che ricadono ai lati della figura.


    E nella figura della Sirena è condensata tutta una concezione pessimistica relativa alla donna (la sua caducità fisica, la sua fragilità morale), comune presso la maggior parte degli autori monastici medievali. Lo specchio che ha talvolta in mano, al posto dei consueti strumenti musicali, allude alle parvenze che ingannano i sensi, seducono gli occhi e irretiscono gli uomini nelle maglie del peccato.

    San Bernardo di Clairvaux così si esprime: ”La donna è lo strumento di Satana. Questa ti incanta con allettamenti mondani e ti indica la scorciatoia del diavolo… È simile alla sirena marina; bellissima, dall’ombelico in su ha l’aspetto di una vergine formosa; dall’ombelico in giù è simile ad un pesce… canta dolcemente. Come la sirena inganna i marinai con dolci melodie, così la donna che vive nel mondo, con i suoi inganni trascina alla perdizione i servi di Cristo.” ( )

    La conformazione stessa della Sirena, nella sua frequente versione bicaudata, in qualche modo suggerisce la linea delle gambe, significativa appendice dell’anatomia femminile. Il deciso richiamo all’elemento erotico prospetta la capacità seduttiva del male, considerata in tutte le sue manifestazioni, come dotata di una energia così straordinaria da risultare quasi irresistibile.

    Eppure nel racconto omerico non c'è traccia di un'esplicita componente erotico-sessuale. E neppure nel Physiologus che, pur estraneo alle implicazioni della narrazione omerica, riconduce ancora al canto armonioso il potere seduttivo delle Sirene. Né forse sarebbe altrimenti in Isidoro di Siviglia, se questi non introducesse indirettamente l'elemento trasgressivo sessuale associando la Sirena alla prostituzione. Ed è proprio al tempo di Isidoro che la Sirena, senza rinunciare del tutto alla sua forma di donna-uccello, comincia ad assumere sempre più frequentemente l'aspetto di donna-pesce, quasi che la comparsa di una connotazione erotica della seduzione venisse cronologicamente a coincidere con il prevalere di questa diversa morfologia.

    La Sirena-uccello non scompare, neppure nel pieno dell’età romanica, ma è la Sirena-pesce che rivela la presenza di un versante sessuale nel significato della figura. Non c’è dubbio, ad esempio, che all’intendimento di sottolineare tale componente siano da ricondurre alcune raffigurazioni nelle quali il punto di divaricazione delle code è coperto da una foglia, come a nascondere il sesso.


  10. #20
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    Nel corso del tempo, le sirene cambiano forma. Il loro primo storico, il rapsodo del dodicesimo libro dell’Odissea, non ci dice com’erano; per Ovidio sono uccelli di piumaggio rossiccio e volto di vergine; per Apollonio Rodio, dalla vita in su sono donne e dalla vita in giù uccelli marini; per il maestro Tirso de Molina (e per l’araldica), «mezzo donne e mezzo pesci». Non meno discutibile è il loro genere; il Dizionario classico di Lemprière intende che sono ninfe, quello di Quicherat che sono mostri, e quello di Grimal che sono demoni. Abitano un’isola del Ponente, non lontano dall’isola di Circe; ma il cadavere d’una di loro, Partenope, fu trovato in Campania, e dette il suo nome alla famosa città che ora porta quello di Napoli; e il geografo Strabone vide la sua tomba e assistette alle gare ginniche che periodicamente si disputavano per celebrare la sua memoria.
    L’Odissea riferisce che le sirene attiravano e perdevano i naviganti, e che Ulisse, per udire il loro canto e non perire, turate con cera le orecchie dei compagni, si fece legare all’albero della nave. Per tentarlo, le sirene gli offrirono la conoscenza di tutte le cose del mondo:

    … Poiché nessuno di qui passò mai, in nera nave,
    Senza fermarsi in ascolto, al miele della nostra voce;
    Ma sempre il nocchiero ne gode, e prosegue fatto più esperto.
    Tutto infatti sappiamo: quanti affanni durarono
    In Ilio spaziosa, per volontà degli dèi, Argivi e Troiani;
    E tutto quello che avviene, per tutta la terra feconda…

    Una tradizione accolta da Apollodoro, il mitologo, nella sua Biblioteca, narra che Orfeo, dalla nave degli Argonauti, cantò con piú dolcezza delle sirene, e che queste si precipitarono in mare e trasformarono in rocce: perché la loro legge era di morire, se qualcuno non avesse subito il loro fascino. Anche la sfinge si precipitò dalla rupe, quando le indovinarono l'enigma.
    Nel secolo VI, una sirena fu catturata e battezzata nel Galles settentrionale, e figurò come santa in certi almanacchi antichi, sotto il nome di Murgen. Un'altra, nel 1403, passò per la breccia di una diga, e abitò in Haarlem fino al giorno della sua morte. Nessuno la capiva; ma le insegnarono a filare, e venerava per istinto la croce. Un cronista del secolo XVI ragionò che non era pesce, perché sapeva filare, e non era donna perché poteva vivere nell'acqua.
    L'inglese distingue la sirena classica (siren) da quelle che hanno coda di pesce (mermaids). Sulla formazione di quest'ultima immagine avranno influito per analogia i tritoni, divinità del seguito di Poseidone.
    Nel decimo libro della Repubblica, otto sirene presiedono alla rivoluzione degli otto cieli concentrici.
    «Sirena: preteso animale marino», leggiamo in un dizionario brutale.

    (Jorge Luis Borges, Manuale di zoologia fantastica - traduzione di Franco Lucentini, Einaudi)


    British Library, Harley MS 4751, Folio 47v

 

 
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