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Discussione: Il mito delle Sirene

  1. #21
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    SIRENE: ERA IL SILENZIO IL SEGRETO DEL LORO CANTO?


    «Cosa cantavano di solito le sirene?», domandava l’imperatore Tiberio, che si divertiva a porre questioni bizzarre e impossibili agli eruditi di corte. Non conosciamo le risposte dei suoi malcapitati interlocutori, ma possiamo indovinarne l’imbarazzo. Perché quello delle sirene è, sotto tutti i profili, un mondo misterioso e ambiguo. Esse stesse creature ibride, la loro immagine si sdoppia e si moltiplica come in un infinito gioco di specchi, che inizia ai tempi di Omero. Per noi le sirene sono esseri fantastici metà donne e metà pesce, ma nella Grecia antica avevano il busto di fanciulle e il corpo di uccelli. Un po’ come le demoniache Arpie. E, come le Arpie, le sirene avevano un loro oscuro rapporto con il regno dei morti. Anche se esse sembrano appartenere un po’ a tutti i regni del creato: il mare, dove tendono agguati ai naviganti, e persino il cielo, dove Platone immagina che l’armonia delle sfere sia intonata sulle loro mirabili voci.
    La lunga avventura delle sirene, dalla Grecia a oggi, è ora condensata in un libro, scritto a quattro mani dagli antichisti Maurizio Bettini e Luigi Spina (Il mito delle Sirene, Einaudi, pagg. 268, euro 22). Bettini si è riservato la parte introduttiva, nella forma di un racconto che affronta la storia mitica da una prospettiva inedita: qui c’è Ulisse che racconta a un ragazzo misterioso cosa cantavano le sirene. A Spina, invece, è affidata la parte propriamente saggistica, il lungo viaggio sulle tracce millenarie delle sirene. Che qualcuno giurava di avere visto: l’umanista Teodoro Gaza raccontava all’amico Giovanni Pontano di come un giorno, passeggiando su una spiaggia del Peloponneso, si fosse imbattuto in una fanciulla col corpo che finiva in una coda di aragosta e l’avesse poi ributtata in mare. Mentre Cristoforo Colombo, il 9 gennaio 1493, avvistò tre sirene presso le coste americane, lamentandosi poi che «non erano così belle come le si dipinge».


    Odisseo e le Sirene (lékythos attica a figure nere, 500 a. C. circa)


    Le sirene sono da sempre creature marine. Anche quando erano mezze donne e mezze uccelli la loro postazione preferita era sempre uno scoglio o un’isola. Tutti i marinai, perciò, da Ulisse a Colombo, correvano il rischio di incrociarle nella loro rotta. Capitò anche alla nave degli Argonauti, i quali si salvarono perché avevano imbarcato con loro anche il sommo cantore Orfeo, che sfidò e batté in una gara di canto le mostruose cantatrici. Uno degli Argonauti, però, raccontava il poeta greco Apollonio Rodio, si tuffò in mare per raggiungerle. Era il giovane Butes: sarebbe morto nell’abbraccio assassino dei mostri, se Afrodite, la dea dell’amore non fosse accorsa a salvarlo. Le sirene, insomma, incarnano da sempre il fascino ambiguo delle acque, del mare che rifulge nella sua doppia luce: luogo di incanti, ma anche spazio di morte e dissoluzione.

    A volte esse appaiono come nemiche di Afrodite, che le avrebbe trasformate in mostri perché erano fanciulle testardamente attaccate alla loro verginità e ostili all’amore. Ma, altre volte, è come se rappresentassero il lato oscuro e periglioso di Afrodite. Una funzione che sembra affiorare, in forma per così dire laicizzata, nella storia che fa delle sirene delle semplici rapaci prostitute. Così scriveva per esempio il mitografo Eraclito: «Erano, in realtà, delle etère di straordinaria abilità musicale, sia con gli strumenti sia con la dolcezza della voce, bellissime, i cui clienti dilapidavano con loro le proprie sostanze». Quella delle sirene prostitute è un’immagine ricorrente nella letteratura antica. D’altra parte, Afrodite, signora dell’amore, aveva anche un rapporto speciale col mare. Dalla schiuma del mare di Cipro era nata: e proprio a Cipro, nella località di Ascalona, essa era venerata nella forma bizzarra di una divinità metà donna e metà pesce. Si capisce, dunque, come le sirene possano essere diventate gradualmente, da donne-uccello, donne-pesce. Anche se la prima testimonianza sicura su questa seconda e nuova natura delle sirene risale a un Libro dei mostri dell’inizio dell’VIII secolo.

    Creature del mare, le sirene erano anche demoni della morte. Alcune leggende narravano che fossero le ancelle di Proserpina, sposa del re dei morti. Alcuni ricollegavano il loro nome a Sirio, l’astro che porta la calura meridiana, e Roger Caillois le arruolò nella schiera di quei «demoni del mezzogiorno» che appaiono quando il sole è a picco e rubano il senno degli uomini. La loro seduzione si esercitava attraverso il canto, e perciò alcuni le consideravano figlie di una Musa. Ma, appunto, che cosa cantavano le sirene? Nell’Odissea abbiamo una parziale risposta. Esse dicono a Ulisse e gli dicono di conoscere tutte le sofferenze di greci e troiani e, ancora, «tutto quanto accade sulla terra ricca di frutti». Ma questa è una notizia parziale. In primo luogo perché è riferita dallo stesso Ulisse, unico uomo ad avere ascoltato il canto delle sirene e a esserne uscito vivo. E Ulisse, come sapevano già gli antichi, era un bugiardo. Non toglieremo al lettore il piacere di ricomporre tutti i misteri del canto delle sirene attraverso le pagine esemplari di Spina. Ma almeno bisognerà ricordare la soluzione di Franz Kafka: «Le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, ed è il loro silenzio». I mostri, in effetti, posseggono da sempre tutti i registri della sonorità, dalla voce ammaliatrice al grido orrido. Ma c’è qualcosa di più inquietante del silenzio dei mostri?

    Da Il Giornale di sabato 31 marzo 2007

  2. #22
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    Franz Kafka

    IL SILENZIO DELLE SIRENE

    (1917)



    Per dimostrare che anche mezzi insufficienti, persino puerili, possono procurare la salvezza:
    Per difendersi dalle sirene Ulisse si empì le orecchie di cera e si fece incatenare all'albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, tranne quelli che le sirene adescavano già da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene.
    Sennonché le sirene possiedono un'arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva.
    Di fatti all'arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene.
    Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall'udirle. Di sfuggita le vide girare il collo, respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, e reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, egli non sapeva più nulla di loro.
    Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse.
    Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare.
    La tradizione però aggiunge qui ancora un'appendice. Ulisse, dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare nel suo cuore. Può darsi - benché ciò non riesca comrensibile alla mente umana - che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dei la sopra descritta finzione.

  3. #23
    Zemlja i Volja
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    La Campania è stata la dimora di alcune Sirene famose: Partenope, Leucòsia e Lige, tre Sirene legare a tre rinomate località.
    Partenope ha dato il nome a Napoli, era lì la Baia dove viveva dopo essersi innamorata di Ercole (che leggenda vuole abbia fondato Ercolano, poi distrutta dal Vesuvio) e dove terminò i suoi giorni.
    Leucòsia visse presso Punta Licosa e anche questa Sirena diede il nome al posto dove visse i suoi ultimi giorni; infine, ma non meno importante, Lige che le acque del mare trasportarono sulle rocce di Punta Campanella, il promontorio che chiude il Golfo di Napoli e che in suo onore si chiama anche Ligera.





    E comunque ha ragione Kafka

    "Sennonché le sirene possiedono un'arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio".

  4. #24
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    Citazione Originariamente Scritto da Artico Visualizza Messaggio
    La Campania è stata la dimora di alcune Sirene famose: Partenope, Leucòsia e Lige, tre Sirene legare a tre rinomate località.
    Partenope ha dato il nome a Napoli, era lì la Baia dove viveva dopo essersi innamorata di Ercole (che leggenda vuole abbia fondato Ercolano, poi distrutta dal Vesuvio) e dove terminò i suoi giorni.
    Leucòsia visse presso Punta Licosa e anche questa Sirena diede il nome al posto dove visse i suoi ultimi giorni; infine, ma non meno importante, Lige che le acque del mare trasportarono sulle rocce di Punta Campanella, il promontorio che chiude il Golfo di Napoli e che in suo onore si chiama anche Ligera.

    Sono le tre Sirene suicide di cui raccontava Licofrone nell'Alessandra. A metà circa del poemetto, accanto al nome di Odisseo, una visione inequivocabile:

    Ucciderà poi le tre figlie del figlio di Teti,
    che improntavano il loro canto alla voce melodiosa della madre:
    verranno giù dall'alto scoglio con un salto suicida
    e con le ali s'immergeranno nel mare Tirreno,
    dove le trascinerà l'amaro filare del fato.


    Le Sirene saranno poi sballottate dai flutti e finiranno in tre località diverse della costa tirrenica, dove saranno onorate con culti particolari.


    Una di loro, rigettata dai flutti,
    l'accoglieranno la città di Falero e il Glanio,
    che con le sue correnti ne bagna la terra.
    Là gli abitanti, costruita la tomba della fanciulla,
    con libagioni e sacrifici di buoi ogni anno
    renderanno onore a Partenope, dea uccello.
    Sul promontorio Enipeo, scagliata con violenza,
    Leucosia occuperà per molto tempo lo scoglio col suo nome,
    dove il rapido Is ed il vicino Lari versano le loro acque.
    Ligea, poi, sarà gettata sulla riva a Terina,
    sputando acqua di mare, i naviganti le faranno una tomba
    con i sassi sulla spiaggia, vicino ai vortici dell'Ocinaro.
    Bagnerà la tomba con le sue correnti Ares corna-di-toro,
    purificando con le acque il monumento della fanciulla-uccello.


    (Licofrone, Alessandra - vv. 712-731)

  5. #25
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    Predefinito La sirena come mito medioevale e sessuale

    La città di Pienza che prende il nome da Enea Silvio Piccolonimi, quando che poi eletto papa scelse di Pio II. tutt'ora la città originaria è manenuta viva e carica,quella preesistente e conserva alle pendici della ciittà"nuova". Il monumento straordinario e ancora intatto e visitabile l'antica pieve di Corsignano, Enea Piccolomini nacque in questo borgo. I turisti disattenti arrivano a Pienza e visitano in fretta e furia la città "rinascimentale" senza minimamente preoccuparsi di cosa era presente prima. A pochi minuti della città "Nuova" di Pienza si può visitare l'antica pieve solitaria e colma di fascino. Ora chi arriva in quel luogo romito ,tanto caro a Zolla che negli ultimi tempi della sua vita passava ore nel sagrato antistante, rivive emozioni uniche.
    Quattro sono i simboli dionisiaci: la vite, la donna(sirena),il
    serpente e il toro.
    Ricorrente è il simbolo della sirena unita alla luna, sottolineo
    che nella lingua russa lo stesso termine indica sia la luna,
    il mese ed il mestruo, ancora le parole mese misura mestruazione derivano tutte dalle medesima radice sanscrita “MR” che indica la luna, ma anche il rito, una perdita di sangue non legata alla morte bensì alla fertilità perciò alla vita.
    Nero è uguale luna nera o meglio la grande madre nera ,la pietra di
    Selinunte, la Vergine nera che e in procinto di partorire sotto
    terra.Portato alle estreme conseguenze il concetto possiamo paragonare il nero alla dea ebraica Lilith ,prima moglie di Adamo paragonabile alla greca Ecate (raffigurata con tre teste vicina a mercurio) o alla stessa Kali
    Per riprendere la sirena, simbolo cristiano sino al 1000 d.C.(ne esiste una anche nella bellissima chiesa di San Giovanni in Valle a Verona)
    volutamente dimenticato forse perché insistentemente ricorre
    nel mondo etrusco,e vicino come simbolo all’Abraxas gnostico.Il simbolo della sirena lo troviamo nelle necropoli etrusche sia laziali che toscane,oltre che nella cattedrale di Modena (molto simile a quella di Corsignano nonché della tomba della sirena a Sorano)
    poi è presente nei piccoli oggetti etruschi ed è inoltre simile
    ad una dea fenicia.
    La città di Pienza che prende il nome da Enea Silvio Piccolonimi, quando che poi eletto papa scelse di Pio II. tutt'ora la città originaria è manenuta viva e carica,quella preesistente e conserva alle pendici della ciittà"nuova". Il monumento straordinario e ancora intatto e visitabile l'antica pieve di Corsignano, Enea Piccolomini nacque in questo borgo. I turisti disattenti arrivano a Pienza e visitano in fretta e furia la città "rinascimentale" senza minimamente preoccuparsi di cosa era presente prima. A pochi minuti della città "Nuova" di Pienza si può visitare l'antica pieve solitaria e colma di fascino. Ora chi arriva in quel luogo romito ,tanto caro a Zolla che negli ultimi tempi della sua vita passava ore nel sagrato antistante, rivive emozioni uniche.
    Nella pieve di Corsignano la sirena troneggia sopra
    all'entrata,impugna le proprie pinne divaricate, ostentando
    l'inguine bene inciso.Nella dea pagana Sheelah-na-gig incisa sulla parete sud est della chiesa normanna di Kilpeck,nei pressi di Ereford in Inghilterra è ben in evidenza la sua vulva a forma di ru. Questo simbolo lo troveremo per tutto il medioevo nei portali delle cattedrali ed è la “mandorla mistica” che avvolge il Cristo come la Maria, è il passaggio della nascita il pertugio che permette a tutto l’umanita di passare da un mondo all’altro, una porta che i mistici o gli “avatar” riescono a percorrerla a ritroso, quasi riassorbiti dalla grande madre,
    Ritornando alla sirena della Pieve di Corsignano con due code ,come in questo caso,
    trattenute dalle mani e il pube in evidenza rappresenta la fecondità
    come antidoto alla morte ,il ritorno all'utero materno,alla sacra ferita,al caos
    primordiale,per poi uscire e così rinascere.

    . Concludendo la Pieve di Corsignano attraverso il sinbolismo della Sirena sottolinea la sessualità legata al femminile, alle acque, al mestruo, al ciclo lunare. Chiese lontane dalla religiosità post rinascimentale, legate al paganesinìmo del medioevo con radici precristiane e addirittura preromane. Le concezioni esaltate nel mondo estruscho, di esseri che aiutano la comprensione dell'immortalità come atto di credenza e devozione vera. Una porta verso l'eterno. La spiritualità cristiana di fronte alle antiche civiltà italiche è miseria e supeficiale.

  6. #26
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    Tralaltro dopo circa 40 anni, il gruppo scultoreo in marmo ( 8 metri per 5) raffigurante la Sirena Partenope, recentemente restaurato, tornerà a far bella mostra di sè sul frontone del Teatro San Carlo di Napoli.

    Nel 1969 l'opera fu sbriciolata da un fulmine che colpi' il frontone ed è stata col tempo ricostruita, pezzettino dopo pezzettino, usando come riferimento i disegni originali del progettista Niccolini e le foto d'epoca dell'archivio Alinari.

  7. #27
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    Predefinito Un simbolo arcaico di immortalità, Rettifica per errori

    Quattro sono i simboli dionisiaci: la vite, la donna(sirena),il
    serpente e il toro.

    Ricorrente è il simbolo della sirena unita alla luna, sottolineo
    che nella lingua russa lo stesso termine indica sia la luna,
    il mese ed il mestruo, ancora le parole mese misura mestruazione derivano tutte dalle medesima radice sanscrita “MR” che indica la luna, ma anche il rito, una perdita di sangue non legata alla morte bensì alla fertilità perciò alla vita.
    Nero è uguale luna nera o meglio la grande madre nera ,la pietra di
    Selinunte, la Vergine nera che e in procinto di partorire sotto
    terra.Portato alle estreme conseguenze il concetto possiamo paragonare il nero alla dea ebraica Lilith ,prima moglie di Adamo paragonabile alla greca Ecate (raffigurata con tre teste vicina a mercurio) o alla stessa Kali
    Per riprendere la sirena, simbolo cristiano sino al 1000 d.C.(ne esiste una anche nella bellissima chiesa di San Giovanni in Valle a Verona)
    volutamente dimenticato forse perché insistentemente ricorre
    nel mondo etrusco,e vicino come simbolo all’Abraxas gnostico.Il simbolo della sirena lo troviamo nelle necropoli etrusche sia laziali che toscane,oltre che nella cattedrale di Modena (molto simile a quella di Corsignano nonché della tomba della sirena a Sorano)
    poi è presente nei piccoli oggetti etruschi ed è inoltre simile
    ad una dea fenicia.
    La città di Pienza che prende il nome da Enea Silvio Piccolonimi, quando che poi eletto papa scelse di Pio II. tutt'ora la città originaria è manenuta viva e carica,quella preesistente e conserva alle pendici della ciittà"nuova". Il monumento straordinario e ancora intatto e visitabile l'antica pieve di Corsignano, Enea Piccolomini nacque in questo borgo. I turisti disattenti arrivano a Pienza e visitano in fretta e furia la città "rinascimentale" senza minimamente preoccuparsi di cosa era presente prima. A pochi minuti della città "Nuova" di Pienza si può visitare l'antica pieve solitaria e colma di fascino. Ora chi arriva in quel luogo romito ,tanto caro a Zolla che negli ultimi tempi della sua vita passava ore nel sagrato antistante, rivive emozioni uniche.
    Nella pieve di Corsignano la sirena troneggia sopra
    all'entrata,impugna le proprie pinne divaricate, ostentando
    l'inguine bene inciso.Nella dea pagana Sheelah-na-gig incisa sulla parete sud est della chiesa normanna di Kilpeck,nei pressi di Ereford in Inghilterra è ben in evidenza la sua vulva a forma di ru. Questo simbolo lo troveremo per tutto il medioevo nei portali delle cattedrali ed è la “mandorla mistica” che avvolge il Cristo come la Maria, è il passaggio della nascita il pertugio che permette a tutto l’umanita di passare da un mondo all’altro, una porta che i mistici o gli “avatar” riescono a percorrerla a ritroso, quasi riassorbiti dalla grande madre,
    Ritornando alla sirena della Pieve di Corsignano con due code ,come in questo caso,
    trattenute dalle mani e il pube in evidenza rappresenta la fecondità
    come antidoto alla morte ,il ritorno all'utero materno,alla sacra ferita,al caos
    primordiale,per poi uscire e così rinascere.

    . Concludendo la Pieve di Corsignano attraverso il sinbolismo della Sirena sottolinea la sessualità legata al femminile, alle acque, al mestruo, al ciclo lunare. Chiese lontane dalla religiosità post rinascimentale, legate al paganesinìmo del medioevo con radici precristiane e addirittura preromane. Le concezioni esaltate nel mondo estruscho, di esseri che aiutano la comprensione dell'immortalità come atto di credenza e devozione vera. Una porta verso l'eterno. La spiritualità cristiana di fronte alle antiche civiltà italiche è miseria e supeficiale.

  8. #28
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    "Li Galli" e il mito delle Sirene

    Il culto delle Sirene risale al periodo greco. La presenza di queste entità è sempre localizzata nei pressi di scogli e rupi sporgenti sul mare: di qui infatti nasce il mito che caratterizza queste figure.
    Le rupi o gli scogli rappresentavano in lontananza un punto di riferimento per i naviganti anche se, quando le imbarcazioni vi giungevano nelle vicinanze, erano spesso sopraffatti dalle correnti, che in queste zone si generano e le imbarcazioni finivano per infrangersi sugli scogli.
    Dunque con il culto delle sirene, viste come esseri che attiravano ammaliando i navigatori per poi ucciderli, si propiziava la buona riuscita del passaggio attraverso gli insidiosi ostacoli che si incontravano durante la navigazione.
    Tutta la zona risente del culto di queste divinità, basta osservare i nomi di alcune località: la più celebre, Parthenope, si narra sia sepolta a Pizzofalcone; a sud abbiamo la presenza di Licosa, da cui prende il nome Punta Licosa; a nord Ligea, che risiedeva a Punta Campanella.
    Le isolette de "Li Galli" sono tre: Isola del Gallo Lungo, Castelluccio e La Rotonda. Devono il loro nome al culto delle sirene e propriamente alla loro iconografia: infatti, le sirene, nell'arte figurativa greca arcaica, erano rappresentate come delle creature dalle sembianze in parte umane ed in parte animali, ma l'animale in questione non era un pesce, com'è giunto a noi dalle affascinanti immagini medievali, bensì un pennuto con solo il volto di donna. Da qui il nome "Li Galli", perché l'immagine dell'uccello era facilmente riconoscibile.
    In letteratura sono molte le citazioni, i brani ed i passi che ricordano il culto delle sirene e la loro ubicazione presso "Li Galli": menzioniamo i termini Sirenai o Sirenusai, che indicano sia le sirene vere e proprie, sia la loro dimora e nel I secolo a.C. ce ne parla Strabone, geografo greco e poi Stratone di Sardi nel 120 d.C.
    E' facile intuire che nell'antichità molte imbarcazioni siano naufragate nei pressi della sede delle sirene e l'abilità di Ulisse, in Omero, di resistere al loro canto ammaliatore e alle loro tentazioni è, in effetti, la trasposizione in chiave mitologia dei progressi della navigazione e di come fosse possibile superare tali ostacoli con una buona conoscenza del mare e delle sue correnti.

  9. #29
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Sono le tre Sirene suicide di cui raccontava Licofrone nell'Alessandra. A metà circa del poemetto, accanto al nome di Odisseo, una visione inequivocabile:

    Ucciderà poi le tre figlie del figlio di Teti,
    che improntavano il loro canto alla voce melodiosa della madre:
    verranno giù dall'alto scoglio con un salto suicida
    e con le ali s'immergeranno nel mare Tirreno,
    dove le trascinerà l'amaro filare del fato.


    Le Sirene saranno poi sballottate dai flutti e finiranno in tre località diverse della costa tirrenica, dove saranno onorate con culti particolari.


    Una di loro, rigettata dai flutti,
    l'accoglieranno la città di Falero e il Glanio,
    che con le sue correnti ne bagna la terra.
    Là gli abitanti, costruita la tomba della fanciulla,
    con libagioni e sacrifici di buoi ogni anno
    renderanno onore a Partenope, dea uccello.
    Sul promontorio Enipeo, scagliata con violenza,
    Leucosia occuperà per molto tempo lo scoglio col suo nome,
    dove il rapido Is ed il vicino Lari versano le loro acque.
    Ligea, poi, sarà gettata sulla riva a Terina,
    sputando acqua di mare, i naviganti le faranno una tomba
    con i sassi sulla spiaggia, vicino ai vortici dell'Ocinaro.
    Bagnerà la tomba con le sue correnti Ares corna-di-toro,
    purificando con le acque il monumento della fanciulla-uccello.


    (Licofrone, Alessandra - vv. 712-731)

    No. E' troppo triste.

    Preferisco questa:
    E' facile intuire che nell'antichità molte imbarcazioni siano naufragate nei pressi della sede delle sirene e l'abilità di Ulisse, in Omero, di resistere al loro canto ammaliatore e alle loro tentazioni è, in effetti, la trasposizione in chiave mitologia dei progressi della navigazione e di come fosse possibile superare tali ostacoli con una buona conoscenza del mare e delle sue correnti.
    "Fatti non foste a viver come bruti
    ma per seguir virtute e canoscenza".

    Magari è una visione un pò troppo "progressista" e buonista?

    Mah?

    Il sommo poeta però lo sbatte all'Inferno a Ulisse.
    E forse se lo meritava pure.
    Dove passava faceva danni.
    E rendeva infelici le fanciulle che lo conoscevano.
    Ma nel suo cuore c'era solo Penelope e la sua Itaca.
    E questo un pò gli fa onore.


    E son finito irrimediabilmente in O.T.
    A parlare delle Sirene spesso si finisce per tirare in mezzo anche Ulisse.


  10. #30
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    Citazione Originariamente Scritto da Artico Visualizza Messaggio
    No. E' troppo triste.
    Forse. Ma la morte in un mito non è mai la morte di un mito. E quello delle sirene credo sia il più tenace e affascinante, perché unisce due misteri, il canto e la seduzione, con il laccio impenetrabile della morte.


    E son finito irrimediabilmente in O.T.
    A parlare delle Sirene spesso si finisce per tirare in mezzo anche Ulisse.
    Inevitabile...

 

 
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