Finalmente la storia di Israel Zoller (1881-1956), ebreo
polacco scomodo, esce dall'oscurità per trovare vivida
luce nelle pagine di Judith Cabaud, israelita di Brooklyn,
anche lei, come il protagonista del suo libro, convertita
al cattolicesimo.
Zoller: una figura colpita dalla damnatio memoriae dei
suoi correligionari, che lo considerano - come ricorda
Vittorio Messori nella prefazione - un meshummad
(apostata, rinnegato), e dall'imbarazzato silenzio di un
certo mondo cattolico che crede, sulla scorta di un
ecumenismo male inteso, di dover evitare qualsiasi tema
che possa turbare le buone relazioni con gli appartenenti
ad altre fedi.
Proprio lo squarcio di questa coltre di silenzio rappresenta
il merito maggiore della piccola opera divulgativa di Cabaud,
edita in Francia con notevole successo e oggi approdata in
Italia: Il rabbino che si arrese a Cristo (Edizioni San
Paolo, Milano 2002, pp. 120, euro 12,50).
L'autrice, che vive in Francia e ha nove figli, il primo
dei quali sacerdote, scrive, da non professionista, pagine
nelle quali la descrizione del personaggio si avvale della
sensibilità derivante dal comune itinerario spirituale che
ha condotto l'uno e l'altra, attraverso il battesimo, in seno
alla Chiesa cattolica, apostolica, romana.
Un itinerario che secondo Zoller non è di apostasia ma molto
più semplicemente di riconoscimento del legame profondo che
unisce Antico e Nuovo Testamento, ossia l'inveramento della
promessa messianica della venuta di Cristo, vero Dio e vero
uomo.
Israel Zoller, nato in una famiglia benestante, conosce presto
le ristrettezze economiche quando l'impero russo decide di
confiscare, senza alcun indennizzo, la fabbrica del padre.
A ventitré anni lascia la Polonia per Vienna e poi per
l'Italia, dove diverrà gran rabbino di Trieste.
Nel 1940, cioè dopo che le leggi razziali lo avevano costretto
a italianizzare il suo nome in Italo Zolli, diviene rabbino
capo di Roma.
Sono gli anni duri della guerra, delle persecuzioni
nazionalsocialiste dei fratelli ebrei in Germania e negli
altri paesi invasi dalle divisioni tedesche, delle incomprensioni
con la comunità romana, lacerata al proprio interno, delle
difficoltà di far intendere alla dirigenza ebraica i rischi del
nuovo clima creatosi, nel settembre 1943, con la caduta di
Mussolini e con l'occupazione militare della Città Eterna ad
opera dei tedeschi.
E' allora che Zolli, già sulla via di Cristo, si dà da fare
per salvare gli israeliti romani cercando di disperderli, di
nasconderli, di allontanarli verso zone e paesi più sicuri.
In quest'opera trova il prezioso aiuto di Eugenio Pacelli, Papa
Pio XII, il quale ordina ai conventi e ai monasteri, anche
quelli di clausura, di ospitare clandestinamente gli ebrei
romani.
E' così che si salvano in tanti, con l'aiuto di frati,
sacerdoti, suore, monache ma anche delle molte famiglie
cattoliche che, a proprio rischio e pericolo, vengono in
aiuto dei fratelli ebrei.
Nel 1945, quando più nessuno avrebbe potuto interpretarlo come
un atto di viltà per sfuggire alla persecuzione, Israel entra
nella comunione della Chiesa cattolica con il nome di Eugenio.
Una scelta che meglio e più di ogni altro atto testimonia il
ruolo fondamentale svolto a favore degli ebrei da Pio XII,
oggi ignobilmente attaccato da quanti, colpendo lui, vogliono
colpire la stessa Chiesa.
Eugenio Zolli, già gran rabbino di Roma, paga successivamente
quest'atto con l'ostracismo della sua comunità: resta solo con
la sua famiglia che lo seguirà nella fede cattolica dopo poco.
Vive con dignità le difficoltà economiche, divenute nel
frattempo gravissime, affidandosi alla misericordia e alla
volontà di quel Signore che pazientemente aveva guidato i suoi
passi sino al battesimo nella Basilica di S. Maria degli
Angeli.
Negli anni successivi scrive molto soprattutto sul filo che
lega indissolubilmente ebraismo e cristianesimo.
Si ritira in un piccolo appartamento vicino a quello della
figlia, dove muore il 2 marzo 1956, primo venerdì del mese.
Poco prima di morire dice a chi pietosamente lo assiste:
«Quando sento il fardello della mia esistenza, quando sono
cosciente delle lacrime trattenute, delle bellezze non viste,
piango sul Cristo crocifisso per me e in me [...]. Non
possiamo che confidare nella misericordia di Dio, nella
pietà di Cristo che muore perché l'umanità non sa vivere in
Lui».
Un messaggio tragicamente attuale in queste ore che vedono
contrapposte le genti israeliane e quelle palestinesi in un
conflitto che con le sue atrocità dimentica la sacralità dei
luoghi dove visse il fondatore della Chiesa e prima di Lui
quei profeti del popolo eletto che ne avevano preannunciato
la venuta.
Agostino Carloni
Il Corriere del Sud n. 11/2002 - Anno XI - 1 giugno/15 giugno




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