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Discussione: Recensione

  1. #1
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito Recensione

    Da "Margini" n. 40 -ottobre 2002

    Giovanni Damiano


    "Nuovi inizi. Note su Una ideologia dell'Origine. Franco Freda e la controdecadenza"



    Il testo di Chiara Stellati, "Una ideologia dell'Origine. Franco
    Freda e la controdecadenza", rappresenta la prima efficace
    ricostruzione complessiva del pensiero politico-culturale di Franco
    Giorgio Freda. Dall'anno di fondazione del Gruppo di Ar (1963) alle
    vicende del Fronte Nazionale, tutto l'itinerario di Freda è
    analizzato con rigore ed attenzione. Felice, inoltre, si è rivelata
    la scelta metodologica, da parte dell'Autrice, di far ricorso a
    interviste inedite o poco conosciute o ad altro materiale poco noto
    ma non per questo meno importante (alludiamo, ad esempio, ai primi
    tre numeri di Risguardo o ai vari cataloghi delle Edizioni di Ar).
    In particolare, poi, vanno segnalati, del testo della Stellati,
    l'intero capitolo 3° e tutta una serie di cruciali riferimenti, a
    partire da quello relativo alla "Rivoluzione Conservatrice". In
    effetti, a tal proposito, già Ingravalle aveva definito "La
    disintegrazione del sistema" come "l'unica opera italiana realmente
    rivoluzionario-conservatrice" (F. Ingravalle, "Sul mito della
    rivoluzione conservatrice", in Margini, n. 34, aprile 2001).
    Beninteso, la Disintegrazione era rivoluzionario-conservatrice
    nell'unico modo in cui poteva e voleva esserlo, ossia avendo
    consapevolezza del definitivo tramonto di quel fenomeno storico, di
    matrice essenzialmente germanica, chiamato "Rivoluzione
    Conservatrice" (ma va ricordato che Mohler colloca anche Evola tra i
    rivoluzionario-conservatori; cfr. A. Mohler, "La Rivoluzione
    Conservatrice", Napoli-Firenze, 1990, p. 19). In breve, la fedeltà
    della Disintegrazione alla forma rivoluzionario-conservatrice
    comportava la necessaria presa d'atto di costituire un "nuovo
    inizio" e non una mera ripetizione. E tantomeno il "nuovo inizio"
    andava inteso come una sorta di nostalgica neorivoluzione-
    conservatrice, bensì proprio come qualcosa di completamente nuovo.
    Ossia, una nuova decisione, calata in un nuovo contesto storico, in
    favore di "ciò-che-sempre-è" (la "conservazione"), accompagnata
    dalla dissoluzione del "sistema borghese" (la "rivoluzione").
    Ma i punti di contatto non finiscono qui. A parte il fatto che anche
    l'esperienza del Fronte Nazionale può essere agevolmente ricondotta,
    pur con i distinguo più sopra accennati, nell'alveo
    della "Rivoluzione Conservatrice"(e precisamente
    nel "raggruppamento" voelkisch; cfr. A. Mohler, op.cit., pp. 145-
    151), a parte l'importanza decisiva della Welt-anschauung sia per la
    Rivoluzione Conservatrice (cfr. A. Mohler, op. cit., pp. 22-26) che
    per Freda (per il quale essa consiste in una "originaria intuizione-
    percezione-contemplazione del mondo"; cfr. la Nota premessa a J.
    Evola, Orientamenti, Padova, 2000, p. 11), un aspetto sul quale è
    necessario soffermarci riguarda l'idea di Origine.
    Scrive Mohler che la parola "origine" era "molto usata nella
    Rivoluzione Conservatrice" (A. Mohler, op. cit., p. 129). E il testo
    della Stellati sin dal titolo fa capire chiaramente che tutta
    l'opera di Freda è riassumibile come una "ideologia dell'Origine".
    Ideologia perché ogni traduzione in chiave storica dell'Origine non
    può che essere di rango inferiore e quindi appunto ideologia. Ma
    perché "Origine"? Premettendo che in questa sede ovviamente non si
    potrà che appena abbozzare una risposta, già l'introduzione della
    Valerio mette sull'avviso: "il titolo di questo libro, Una ideologia
    dell'Origine, rifiuta ogni sorta di parafrasi, anche la meno
    sbiadita, che vorrebbe il termine `Tradizione' sinonimo equivalente
    di `Origine' e degno di sostituirvisi" (p. 18). L'Origine è altra
    cosa dalla Tradizione. Soprattutto è altra cosa da quell'idea del
    tradere, della trasmissione ininterrotta, della continuità, che
    innerva la Tradizione. Di fronte ad una visione "continuista", che
    sfocia nello storicismo più spinto, quasi come se fosse
    l'ininterrotta sopravvivenza nella storia l'unico metro, il solo
    criterio atto a stabilire ciò che è tradizionale (la storia come
    tribunale supremo, insomma), l'Origine irrompe imprevedibilmente
    nella storia. D'altronde, lo stesso Evola, in uno dei suoi testi più
    lucidi, scriveva: "le idee che possono aver formato in senso
    tradizionale l'una o l'altra realtà del passato, l'una o
    l'altra `materia', possono essere staccate da quella loro
    contingente, più o meno perfetta e durevole incarnazione, e
    concepite come quelle che possono sempre dar luogo a nuove strutture
    esistenziali, strutture diverse ma omologhe a quelle di altri
    periodi, senza che un qualsiasi legame storico diretto col passato
    si imponga" (J. Evola, "Funzione e significato dell'idea organica",
    in Id., "I testi di Ordine Nuovo", Ar, 2001, pp. 132-133). Dunque,
    se il legame storico può ben essere interrotto senza per questo
    intaccare, va da sé, il "nucleo" intemporale, allora è ben possibile
    rinunciare all'idea, equivoca e ambigua, di "Tradizione" (ad
    esempio, se ci si affida alla continuità storica non ci si può
    sottrarre all'evidenza che oggi a dominare sia una "tradizione della
    modernità" plurisecolare - quando non bimillenaria, se si considera
    il cristianesimo - nata come rinnegamento dell'Origine) a favore
    dell'idea di "Origine". Ovviamente, si potrebbe obiettare che
    siffatta "tradizione della modernità" non vanterebbe alcun titolo di
    legittimità davvero "tradizionale". Ma a questo punto il discorso si
    allargherebbe sino al cruciale momento del passaggio
    dal "paganesimo" al cristianesimo e non sarebbe certo disagevole
    dimostrare come la vittoria del secondo (ossia la vittoria
    dell'"antitradizione", a voler usare ancora il linguaggio vecchio
    stampo) sia stata sancita col decisivo ricorso alla fattualità
    storica (ammantata ex post, è appena il caso di sottolinearlo, di
    giustificazionismo "provvidenzialistico"). Per inciso: con ciò non
    si propugna un ritorno al paganesimo, un neopaganesimo. Il nuovo
    inizio porta con sé un "nome" nuovo, non la impossibile, oltreché
    astratta e sterile riproposizione/restaurazione del nome "vecchio"
    (cosa che, al solito acutamente, appariva chiara già in G. Locchi,
    "Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista", Roma, 1982, pp. 102, 109,
    179).
    Non solo: la frase evoliana sopra riportata risulta importante anche
    in merito al rapporto col passato. È tempo, infatti, di uscir fuori
    dalle secche del passato-che-paralizza, ovvero è indispensabile
    sottrarsi ad una visione del passato meramente nostalgica e solo
    capace di essere una copia malriuscita di ciò che è stato ma del
    tutto impossibilitata a cogliere nel fluire della storia i segni del
    nuovo inizio. Ed è tempo anche di saper rintracciare nel passato ciò
    che davvero rappresentava un nuovo inizio dell'Origine
    (le "strutture diverse ma omologhe" cui allude Evola) rispetto a ciò
    che invece si svelava essere l'ennesimo oblio (sospensione)
    dell'Origine. Passato, quindi, che lungi dall'essere smorta
    successione di eventi tutti tra loro omogenei e indifferenziati,
    testimonia, al contrario, come l'Origine si sia concretamente
    manifestata nel corso della storia.
    Per cui, noi abbiamo soprattutto nostalgia del presente e del
    futuro. Nostalgia di un presente sottratto alla "vulgata" che lo
    vorrebbe oramai refrattario ad ogni nuovo inizio, di un
    presente "rubato" alla genia degli "adoratori della logica
    dell'inevitabile" (come ebbe a scrivere lucidamente anni fa F.G.
    Freda nel suo "La disintegrazione del sistema", Ar, 2000, p. 33),
    ossia alla genia dei più fidati guardiani-apologeti dell'esistente.
    E ancor più, nostalgia del futuro, dunque visione del futuro non già
    come necessario, prevedibile e unidirezionale sviluppo dell'oggi ma
    come "terra incognita" sempre aperta (la piccola porta di Benjamin
    dalla quale può provenire qualsiasi cosa) a nuove soluzioni.
    Ulteriore aspetto: il sottotitolo del volume della Stellati allude
    all'idea di "controdecadenza". Ciò significa sottolineare la volontà
    di opporsi allo "spirito dei tempi", di operare politicamente e
    culturalmente affinché l'Origine possa nuovamente iniziare e così
    conoscere nuove aurore. Controdecadenza significa, ancora, rifiutare
    la concezione deterministica (sia essa progressiva o regressiva)
    della storia. Significa ritenere che in ogni "incrocio" della storia
    possa darsi la grande occasio, il kairòs che decide nuove direzioni
    e differenti percorsi. Significa, infine, porsi in linea con
    l'insegnamento evoliano relativo all'età eroica, insegnamento che si
    divincola dalle strettoie e dalle angustie cicliche e lineari della
    storia per riaffermare la sempre possibile irruzione dell'Origine in
    ogni momento del procedere storico.


    ***
    Ma la controdecadenza rischia di rivelarsi un'astrazione se non
    adeguatamente accompagnata da una seria riflessione sui tempi e i
    modi della "partecipazione politica" e dell'analisi politico-
    culturale. In breve, la domanda che urge è: nell'epoca nostra, il
    cui proscenio sembra essere interamente calcato dallo zoon
    banausikon (cioè da un uomo indifferenziato e indifferente, ridotto
    a mera funzione e lasciato paternalisticamente libero nel "cortile
    di casa"), c'è ancora spazio per un nuovo zoon politikon? Per un
    primo tentativo di risposta, rimandiamo agli scritti sulla
    democrazia che appaiono su questo stesso numero di Margini ed anche
    alle riflessioni svolte nel già ricordato 3° capitolo del libro
    della Stellati. Però, le questioni sul tappeto sono anche altre,
    attinenti in modo particolare al livello analitico, visto che solo
    un buon lavoro in sede di analisi può garantire risposte politiche
    all'altezza dei tempi, fermo restando l'orizzonte ultimo
    metapolitico.
    Al riguardo, intendo qui segnalare, schematicamente s'intende,
    alcuni punti (tra loro strutturalmente collegati) meritevoli di
    sviluppo da parte delle Ar, partendo dall'ovvia premessa, in linea
    con tutta l'opera svolta dalle Ar sin dalla loro nascita, di rigetto
    totale di ogni nostalgismo incapacitante.
    1) Critica radicale del modello multirazziale in tutte le sue
    versioni (compresa, quindi, quella multiculturalista) a favore di
    modelli identitari. Al riguardo va notato che le critiche
    all'americanizzazione non possono prescindere dal rifiuto del
    modello sociale multirazziale tipico degli Usa, pena il loro
    rimanere equivoche e, per così dire, ferme in mezzo al guado.
    2) Continuo approfondimento delle tematiche differenzialiste e
    comunitariste.
    3) Analisi del modello federalistico, sia verso il basso
    (etnofederalismo/federalismo localistico) sia verso l'alto
    (creazione di un "grande spazio" europeo rispettoso delle differenze
    infracontinentali e radicalmente alternativo all'odierna Europa
    tecnocratica, intollerante, "giacobina", accentratrice e di impianto
    universalistico). Insomma, il federalismo etno-linguistico di Guy
    Héraud vs il federalismo mondialista di Mario Albertini. È
    auspicabile, quindi, una Europa che sappia valorizzare le differenze
    che la compongono e inserirle nel suo "grande spazio". Una Europa
    politicamente sovrana, retta da un principio spirituale e non
    governata da logiche meramente economiche. Una Europa, infine,
    sottratta alla asfissiante tutela americana.
    4) Continua riflessione sugli aspetti economici della
    globalizzazione (in particolare, di quelli finanziari e monetari).
    Ossia, sviluppare con sempre maggiore rigore il "filo rosso"
    dipanato a partire dalle fondamentali ricerche della rivista delle
    Ar, "L'Antibancor" (vera pietra miliare al riguardo) e dell'omonima
    collana sempre delle Ar. Basti pensare che buona parte dell'odierna
    crisi argentina era già anticipata nel testo di W. Beveraggi
    Allende, "Teoria qualitativa della moneta", Ar, 1993.
    5) Analisi dell'attuale scenario delle relazioni internazionali. Qui
    l'analisi va articolata con attenzione vista la fase costituente in
    cui si trova la politica internazionale. Dopo il 1989, infatti, si è
    assistito ad un profondo cambiamento dell'arena internazionale che è
    oggi in continua trasformazione e ridefinizione. Non a caso Danilo
    Zolo aveva già individuato nella guerra contro l'Iraq del 1991 il
    primo esempio di "guerra cosmopolitica". E la stessa guerra del
    Kosovo-Metohija è stata una vera e propria "guerra costituente".
    Dopo i fatti dell'11 settembre lo scenario ha subito ulteriori
    cambiamenti (lotta globale al terrorismo, "guerra asimmetrica",
    ipotesi di "scontri di civiltà", ecc.). Ed oggi si assiste ad una
    accelerazione dell'interventismo globale americano in vista di un
    progetto tendente a fare anche del XXI secolo un "secolo americano".
    In tutto ciò l'Europa si è supinamente adeguata ai voleri Usa
    (Kosovo-Metohija) e, pur con qualche (timido) dissenso sulla
    ventilata aggressione all'Iraq, si è dimostrata incapace di
    perseguire una politica autonoma. Certo è che lo scenario è in
    costante mutamento, il che richiede un sovrappiù di attenzione
    analitica (corollario scontato: vanno definitivamente abbandonate le
    comode e ipersemplificanti scorciatoie "cospirazioniste". Senza
    contare che le varie teorie del complotto comportano una visione
    deterministica della storia che va rifiutata en bloc).
    Ovviamente: i punti sopra accennati non esauriscono il ventaglio di
    opzioni ma valgono come semplice indicazione di alcuni filoni di
    ricerca.
    Per finire: l'attenzione non va assolutamente rivolta in modo
    esclusivo alla situazione presente, pena un appiattimento
    sull'attualità che snaturerebbe l'essenza stessa di una impostazione
    innnzitutto metapolitica. Pertanto, parallelamente all'analisi
    dell'oggi, non andrà mai dimenticato il "versante" metapolitico.

  2. #2
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    Up! Riportiamo in alto questo scritto, eccellente come tutti quelli di Damiano...

  3. #3
    boh...
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    In origine postato da Tomás de Torquemada
    Up! Riportiamo in alto questo scritto, eccellente come tutti quelli di Damiano...
    Personalmente non l'ho ancora comprato, ma mi e' stato vivamente consigliato da chi lo ha gia' letto.......
    Boia chi molla!!!!!

  4. #4
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito

    Il testo della Stellati, in origine una tesi di laurea discussa all'università di Perugia, è davvero un ottimo testo che mi permetto di consigliare.

    Saluti

  5. #5
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Recensione

    In origine postato da Paul Atreides
    Da "Margini" n. 40 -ottobre 2002

    Giovanni Damiano


    "Nuovi inizi. Note su Una ideologia dell'Origine. Franco Freda e la controdecadenza"



    Il testo di Chiara Stellati, "Una ideologia dell'Origine. Franco
    Freda e la controdecadenza", rappresenta la prima efficace
    ricostruzione complessiva del pensiero politico-culturale di Franco
    Giorgio Freda. Dall'anno di fondazione del Gruppo di Ar (1963) alle
    vicende del Fronte Nazionale, tutto l'itinerario di Freda è
    analizzato con rigore ed attenzione. Felice, inoltre, si è rivelata
    la scelta metodologica, da parte dell'Autrice, di far ricorso a
    interviste inedite o poco conosciute o ad altro materiale poco noto
    ma non per questo meno importante (alludiamo, ad esempio, ai primi
    tre numeri di Risguardo o ai vari cataloghi delle Edizioni di Ar).
    In particolare, poi, vanno segnalati, del testo della Stellati,
    l'intero capitolo 3° e tutta una serie di cruciali riferimenti, a
    partire da quello relativo alla "Rivoluzione Conservatrice". In
    effetti, a tal proposito, già Ingravalle aveva definito "La
    disintegrazione del sistema" come "l'unica opera italiana realmente
    rivoluzionario-conservatrice" (F. Ingravalle, "Sul mito della
    rivoluzione conservatrice", in Margini, n. 34, aprile 2001).
    Beninteso, la Disintegrazione era rivoluzionario-conservatrice
    nell'unico modo in cui poteva e voleva esserlo, ossia avendo
    consapevolezza del definitivo tramonto di quel fenomeno storico, di
    matrice essenzialmente germanica, chiamato "Rivoluzione
    Conservatrice" (ma va ricordato che Mohler colloca anche Evola tra i
    rivoluzionario-conservatori; cfr. A. Mohler, "La Rivoluzione
    Conservatrice", Napoli-Firenze, 1990, p. 19). In breve, la fedeltà
    della Disintegrazione alla forma rivoluzionario-conservatrice
    comportava la necessaria presa d'atto di costituire un "nuovo
    inizio" e non una mera ripetizione. E tantomeno il "nuovo inizio"
    andava inteso come una sorta di nostalgica neorivoluzione-
    conservatrice, bensì proprio come qualcosa di completamente nuovo.
    Ossia, una nuova decisione, calata in un nuovo contesto storico, in
    favore di "ciò-che-sempre-è" (la "conservazione"), accompagnata
    dalla dissoluzione del "sistema borghese" (la "rivoluzione").
    Ma i punti di contatto non finiscono qui. A parte il fatto che anche
    l'esperienza del Fronte Nazionale può essere agevolmente ricondotta,
    pur con i distinguo più sopra accennati, nell'alveo
    della "Rivoluzione Conservatrice"(e precisamente
    nel "raggruppamento" voelkisch; cfr. A. Mohler, op.cit., pp. 145-
    151), a parte l'importanza decisiva della Welt-anschauung sia per la
    Rivoluzione Conservatrice (cfr. A. Mohler, op. cit., pp. 22-26) che
    per Freda (per il quale essa consiste in una "originaria intuizione-
    percezione-contemplazione del mondo"; cfr. la Nota premessa a J.
    Evola, Orientamenti, Padova, 2000, p. 11), un aspetto sul quale è
    necessario soffermarci riguarda l'idea di Origine.
    Scrive Mohler che la parola "origine" era "molto usata nella
    Rivoluzione Conservatrice" (A. Mohler, op. cit., p. 129). E il testo
    della Stellati sin dal titolo fa capire chiaramente che tutta
    l'opera di Freda è riassumibile come una "ideologia dell'Origine".
    Ideologia perché ogni traduzione in chiave storica dell'Origine non
    può che essere di rango inferiore e quindi appunto ideologia. Ma
    perché "Origine"? Premettendo che in questa sede ovviamente non si
    potrà che appena abbozzare una risposta, già l'introduzione della
    Valerio mette sull'avviso: "il titolo di questo libro, Una ideologia
    dell'Origine, rifiuta ogni sorta di parafrasi, anche la meno
    sbiadita, che vorrebbe il termine `Tradizione' sinonimo equivalente
    di `Origine' e degno di sostituirvisi" (p. 18). L'Origine è altra
    cosa dalla Tradizione. Soprattutto è altra cosa da quell'idea del
    tradere, della trasmissione ininterrotta, della continuità, che
    innerva la Tradizione. Di fronte ad una visione "continuista", che
    sfocia nello storicismo più spinto, quasi come se fosse
    l'ininterrotta sopravvivenza nella storia l'unico metro, il solo
    criterio atto a stabilire ciò che è tradizionale (la storia come
    tribunale supremo, insomma), l'Origine irrompe imprevedibilmente
    nella storia. D'altronde, lo stesso Evola, in uno dei suoi testi più
    lucidi, scriveva: "le idee che possono aver formato in senso
    tradizionale l'una o l'altra realtà del passato, l'una o
    l'altra `materia', possono essere staccate da quella loro
    contingente, più o meno perfetta e durevole incarnazione, e
    concepite come quelle che possono sempre dar luogo a nuove strutture
    esistenziali, strutture diverse ma omologhe a quelle di altri
    periodi, senza che un qualsiasi legame storico diretto col passato
    si imponga" (J. Evola, "Funzione e significato dell'idea organica",
    in Id., "I testi di Ordine Nuovo", Ar, 2001, pp. 132-133). Dunque,
    se il legame storico può ben essere interrotto senza per questo
    intaccare, va da sé, il "nucleo" intemporale, allora è ben possibile
    rinunciare all'idea, equivoca e ambigua, di "Tradizione" (ad
    esempio, se ci si affida alla continuità storica non ci si può
    sottrarre all'evidenza che oggi a dominare sia una "tradizione della
    modernità" plurisecolare - quando non bimillenaria, se si considera
    il cristianesimo - nata come rinnegamento dell'Origine) a favore
    dell'idea di "Origine". Ovviamente, si potrebbe obiettare che
    siffatta "tradizione della modernità" non vanterebbe alcun titolo di
    legittimità davvero "tradizionale". Ma a questo punto il discorso si
    allargherebbe sino al cruciale momento del passaggio
    dal "paganesimo" al cristianesimo e non sarebbe certo disagevole
    dimostrare come la vittoria del secondo (ossia la vittoria
    dell'"antitradizione", a voler usare ancora il linguaggio vecchio
    stampo) sia stata sancita col decisivo ricorso alla fattualità
    storica (ammantata ex post, è appena il caso di sottolinearlo, di
    giustificazionismo "provvidenzialistico"). Per inciso: con ciò non
    si propugna un ritorno al paganesimo, un neopaganesimo. Il nuovo
    inizio porta con sé un "nome" nuovo, non la impossibile, oltreché
    astratta e sterile riproposizione/restaurazione del nome "vecchio"
    (cosa che, al solito acutamente, appariva chiara già in G. Locchi,
    "Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista", Roma, 1982, pp. 102, 109,
    179).
    Non solo: la frase evoliana sopra riportata risulta importante anche
    in merito al rapporto col passato. È tempo, infatti, di uscir fuori
    dalle secche del passato-che-paralizza, ovvero è indispensabile
    sottrarsi ad una visione del passato meramente nostalgica e solo
    capace di essere una copia malriuscita di ciò che è stato ma del
    tutto impossibilitata a cogliere nel fluire della storia i segni del
    nuovo inizio. Ed è tempo anche di saper rintracciare nel passato ciò
    che davvero rappresentava un nuovo inizio dell'Origine
    (le "strutture diverse ma omologhe" cui allude Evola) rispetto a ciò
    che invece si svelava essere l'ennesimo oblio (sospensione)
    dell'Origine. Passato, quindi, che lungi dall'essere smorta
    successione di eventi tutti tra loro omogenei e indifferenziati,
    testimonia, al contrario, come l'Origine si sia concretamente
    manifestata nel corso della storia.
    Per cui, noi abbiamo soprattutto nostalgia del presente e del
    futuro. Nostalgia di un presente sottratto alla "vulgata" che lo
    vorrebbe oramai refrattario ad ogni nuovo inizio, di un
    presente "rubato" alla genia degli "adoratori della logica
    dell'inevitabile" (come ebbe a scrivere lucidamente anni fa F.G.
    Freda nel suo "La disintegrazione del sistema", Ar, 2000, p. 33),
    ossia alla genia dei più fidati guardiani-apologeti dell'esistente.
    E ancor più, nostalgia del futuro, dunque visione del futuro non già
    come necessario, prevedibile e unidirezionale sviluppo dell'oggi ma
    come "terra incognita" sempre aperta (la piccola porta di Benjamin
    dalla quale può provenire qualsiasi cosa) a nuove soluzioni.
    Ulteriore aspetto: il sottotitolo del volume della Stellati allude
    all'idea di "controdecadenza". Ciò significa sottolineare la volontà
    di opporsi allo "spirito dei tempi", di operare politicamente e
    culturalmente affinché l'Origine possa nuovamente iniziare e così
    conoscere nuove aurore. Controdecadenza significa, ancora, rifiutare
    la concezione deterministica (sia essa progressiva o regressiva)
    della storia. Significa ritenere che in ogni "incrocio" della storia
    possa darsi la grande occasio, il kairòs che decide nuove direzioni
    e differenti percorsi. Significa, infine, porsi in linea con
    l'insegnamento evoliano relativo all'età eroica, insegnamento che si
    divincola dalle strettoie e dalle angustie cicliche e lineari della
    storia per riaffermare la sempre possibile irruzione dell'Origine in
    ogni momento del procedere storico.


    ***
    Ma la controdecadenza rischia di rivelarsi un'astrazione se non
    adeguatamente accompagnata da una seria riflessione sui tempi e i
    modi della "partecipazione politica" e dell'analisi politico-
    culturale. In breve, la domanda che urge è: nell'epoca nostra, il
    cui proscenio sembra essere interamente calcato dallo zoon
    banausikon (cioè da un uomo indifferenziato e indifferente, ridotto
    a mera funzione e lasciato paternalisticamente libero nel "cortile
    di casa"), c'è ancora spazio per un nuovo zoon politikon? Per un
    primo tentativo di risposta, rimandiamo agli scritti sulla
    democrazia che appaiono su questo stesso numero di Margini ed anche
    alle riflessioni svolte nel già ricordato 3° capitolo del libro
    della Stellati. Però, le questioni sul tappeto sono anche altre,
    attinenti in modo particolare al livello analitico, visto che solo
    un buon lavoro in sede di analisi può garantire risposte politiche
    all'altezza dei tempi, fermo restando l'orizzonte ultimo
    metapolitico.
    Al riguardo, intendo qui segnalare, schematicamente s'intende,
    alcuni punti (tra loro strutturalmente collegati) meritevoli di
    sviluppo da parte delle Ar, partendo dall'ovvia premessa, in linea
    con tutta l'opera svolta dalle Ar sin dalla loro nascita, di rigetto
    totale di ogni nostalgismo incapacitante.
    1) Critica radicale del modello multirazziale in tutte le sue
    versioni (compresa, quindi, quella multiculturalista) a favore di
    modelli identitari. Al riguardo va notato che le critiche
    all'americanizzazione non possono prescindere dal rifiuto del
    modello sociale multirazziale tipico degli Usa, pena il loro
    rimanere equivoche e, per così dire, ferme in mezzo al guado.
    2) Continuo approfondimento delle tematiche differenzialiste e
    comunitariste.
    3) Analisi del modello federalistico, sia verso il basso
    (etnofederalismo/federalismo localistico) sia verso l'alto
    (creazione di un "grande spazio" europeo rispettoso delle differenze
    infracontinentali e radicalmente alternativo all'odierna Europa
    tecnocratica, intollerante, "giacobina", accentratrice e di impianto
    universalistico). Insomma, il federalismo etno-linguistico di Guy
    Héraud vs il federalismo mondialista di Mario Albertini. È
    auspicabile, quindi, una Europa che sappia valorizzare le differenze
    che la compongono e inserirle nel suo "grande spazio". Una Europa
    politicamente sovrana, retta da un principio spirituale e non
    governata da logiche meramente economiche. Una Europa, infine,
    sottratta alla asfissiante tutela americana.
    4) Continua riflessione sugli aspetti economici della
    globalizzazione (in particolare, di quelli finanziari e monetari).
    Ossia, sviluppare con sempre maggiore rigore il "filo rosso"
    dipanato a partire dalle fondamentali ricerche della rivista delle
    Ar, "L'Antibancor" (vera pietra miliare al riguardo) e dell'omonima
    collana sempre delle Ar. Basti pensare che buona parte dell'odierna
    crisi argentina era già anticipata nel testo di W. Beveraggi
    Allende, "Teoria qualitativa della moneta", Ar, 1993.
    5) Analisi dell'attuale scenario delle relazioni internazionali. Qui
    l'analisi va articolata con attenzione vista la fase costituente in
    cui si trova la politica internazionale. Dopo il 1989, infatti, si è
    assistito ad un profondo cambiamento dell'arena internazionale che è
    oggi in continua trasformazione e ridefinizione. Non a caso Danilo
    Zolo aveva già individuato nella guerra contro l'Iraq del 1991 il
    primo esempio di "guerra cosmopolitica". E la stessa guerra del
    Kosovo-Metohija è stata una vera e propria "guerra costituente".
    Dopo i fatti dell'11 settembre lo scenario ha subito ulteriori
    cambiamenti (lotta globale al terrorismo, "guerra asimmetrica",
    ipotesi di "scontri di civiltà", ecc.). Ed oggi si assiste ad una
    accelerazione dell'interventismo globale americano in vista di un
    progetto tendente a fare anche del XXI secolo un "secolo americano".
    In tutto ciò l'Europa si è supinamente adeguata ai voleri Usa
    (Kosovo-Metohija) e, pur con qualche (timido) dissenso sulla
    ventilata aggressione all'Iraq, si è dimostrata incapace di
    perseguire una politica autonoma. Certo è che lo scenario è in
    costante mutamento, il che richiede un sovrappiù di attenzione
    analitica (corollario scontato: vanno definitivamente abbandonate le
    comode e ipersemplificanti scorciatoie "cospirazioniste". Senza
    contare che le varie teorie del complotto comportano una visione
    deterministica della storia che va rifiutata en bloc).
    Ovviamente: i punti sopra accennati non esauriscono il ventaglio di
    opzioni ma valgono come semplice indicazione di alcuni filoni di
    ricerca.
    Per finire: l'attenzione non va assolutamente rivolta in modo
    esclusivo alla situazione presente, pena un appiattimento
    sull'attualità che snaturerebbe l'essenza stessa di una impostazione
    innnzitutto metapolitica. Pertanto, parallelamente all'analisi
    dell'oggi, non andrà mai dimenticato il "versante" metapolitico.


    Le leggi delle Dodici Tavole dei Romai del 200 a.C. zoon d'origine dei pagani pelasgi , sono identiche alle Tavole del Sinai del 1200 a. C. zoo d'origine dei semiti .

    Il codice di Hammurabi dell' 8° secolo a.C zoo d'origine codificato dei popoli orientali è lo stesso del codice del Sinai .
    Da buon intenditor , poche parole .

  6. #6
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Recensione

    In origine postato da Affus
    Le leggi delle Dodici Tavole dei Romai del 200 a.C. zoon d'origine dei pagani pelasgi , sono identiche alle Tavole del Sinai del 1200 a. C. zoo d'origine dei semiti .

    Il codice di Hammurabi dell' 8° secolo a.C zoo d'origine codificato dei popoli orientali è lo stesso del codice del Sinai .
    Da buon intenditor , poche parole .

    lo stesso Evola, in uno dei suoi testi più
    lucidi, scriveva: "le idee che possono aver formato in senso
    tradizionale l'una o l'altra realtà del passato, l'una o
    l'altra `materia', possono essere staccate da quella loro
    contingente, più o meno perfetta e durevole incarnazione, e
    concepite come quelle che possono sempre dar luogo a nuove strutture
    esistenziali, strutture diverse ma omologhe a quelle di altri
    periodi, senza che un qualsiasi legame storico diretto col passato
    si imponga" (J. Evola)


    Mio caro Affus tu sai bene che non sono i poemi omerici ,
    le tragedie , i canti poetici , gli epitalami o gli apigrammi a dirci
    con precisione di che cosa viveva un popolo e come si regolava
    nel profondo delle sue tradizioni e della sua vita reale .
    Il cuore di un popolo non sta nei suoi canti epici ma nei suoi codici
    giuridici . Li c'è la sua vita vera ! Per un caso strano questi codici di ieri, ci accorgiamo , sono gli stessi di oggi . Si tratta di prendere l'idea eterna che ad essi soggiace e dar luogo a nuove strutture e nuove incarnazioni .
    La nuova destra ha una missione storica da compiere oggi .

 

 

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