Da "Margini" n. 40 -ottobre 2002
Giovanni Damiano
"Nuovi inizi. Note su Una ideologia dell'Origine. Franco Freda e la controdecadenza"
Il testo di Chiara Stellati, "Una ideologia dell'Origine. Franco
Freda e la controdecadenza", rappresenta la prima efficace
ricostruzione complessiva del pensiero politico-culturale di Franco
Giorgio Freda. Dall'anno di fondazione del Gruppo di Ar (1963) alle
vicende del Fronte Nazionale, tutto l'itinerario di Freda è
analizzato con rigore ed attenzione. Felice, inoltre, si è rivelata
la scelta metodologica, da parte dell'Autrice, di far ricorso a
interviste inedite o poco conosciute o ad altro materiale poco noto
ma non per questo meno importante (alludiamo, ad esempio, ai primi
tre numeri di Risguardo o ai vari cataloghi delle Edizioni di Ar).
In particolare, poi, vanno segnalati, del testo della Stellati,
l'intero capitolo 3° e tutta una serie di cruciali riferimenti, a
partire da quello relativo alla "Rivoluzione Conservatrice". In
effetti, a tal proposito, già Ingravalle aveva definito "La
disintegrazione del sistema" come "l'unica opera italiana realmente
rivoluzionario-conservatrice" (F. Ingravalle, "Sul mito della
rivoluzione conservatrice", in Margini, n. 34, aprile 2001).
Beninteso, la Disintegrazione era rivoluzionario-conservatrice
nell'unico modo in cui poteva e voleva esserlo, ossia avendo
consapevolezza del definitivo tramonto di quel fenomeno storico, di
matrice essenzialmente germanica, chiamato "Rivoluzione
Conservatrice" (ma va ricordato che Mohler colloca anche Evola tra i
rivoluzionario-conservatori; cfr. A. Mohler, "La Rivoluzione
Conservatrice", Napoli-Firenze, 1990, p. 19). In breve, la fedeltà
della Disintegrazione alla forma rivoluzionario-conservatrice
comportava la necessaria presa d'atto di costituire un "nuovo
inizio" e non una mera ripetizione. E tantomeno il "nuovo inizio"
andava inteso come una sorta di nostalgica neorivoluzione-
conservatrice, bensì proprio come qualcosa di completamente nuovo.
Ossia, una nuova decisione, calata in un nuovo contesto storico, in
favore di "ciò-che-sempre-è" (la "conservazione"), accompagnata
dalla dissoluzione del "sistema borghese" (la "rivoluzione").
Ma i punti di contatto non finiscono qui. A parte il fatto che anche
l'esperienza del Fronte Nazionale può essere agevolmente ricondotta,
pur con i distinguo più sopra accennati, nell'alveo
della "Rivoluzione Conservatrice"(e precisamente
nel "raggruppamento" voelkisch; cfr. A. Mohler, op.cit., pp. 145-
151), a parte l'importanza decisiva della Welt-anschauung sia per la
Rivoluzione Conservatrice (cfr. A. Mohler, op. cit., pp. 22-26) che
per Freda (per il quale essa consiste in una "originaria intuizione-
percezione-contemplazione del mondo"; cfr. la Nota premessa a J.
Evola, Orientamenti, Padova, 2000, p. 11), un aspetto sul quale è
necessario soffermarci riguarda l'idea di Origine.
Scrive Mohler che la parola "origine" era "molto usata nella
Rivoluzione Conservatrice" (A. Mohler, op. cit., p. 129). E il testo
della Stellati sin dal titolo fa capire chiaramente che tutta
l'opera di Freda è riassumibile come una "ideologia dell'Origine".
Ideologia perché ogni traduzione in chiave storica dell'Origine non
può che essere di rango inferiore e quindi appunto ideologia. Ma
perché "Origine"? Premettendo che in questa sede ovviamente non si
potrà che appena abbozzare una risposta, già l'introduzione della
Valerio mette sull'avviso: "il titolo di questo libro, Una ideologia
dell'Origine, rifiuta ogni sorta di parafrasi, anche la meno
sbiadita, che vorrebbe il termine `Tradizione' sinonimo equivalente
di `Origine' e degno di sostituirvisi" (p. 18). L'Origine è altra
cosa dalla Tradizione. Soprattutto è altra cosa da quell'idea del
tradere, della trasmissione ininterrotta, della continuità, che
innerva la Tradizione. Di fronte ad una visione "continuista", che
sfocia nello storicismo più spinto, quasi come se fosse
l'ininterrotta sopravvivenza nella storia l'unico metro, il solo
criterio atto a stabilire ciò che è tradizionale (la storia come
tribunale supremo, insomma), l'Origine irrompe imprevedibilmente
nella storia. D'altronde, lo stesso Evola, in uno dei suoi testi più
lucidi, scriveva: "le idee che possono aver formato in senso
tradizionale l'una o l'altra realtà del passato, l'una o
l'altra `materia', possono essere staccate da quella loro
contingente, più o meno perfetta e durevole incarnazione, e
concepite come quelle che possono sempre dar luogo a nuove strutture
esistenziali, strutture diverse ma omologhe a quelle di altri
periodi, senza che un qualsiasi legame storico diretto col passato
si imponga" (J. Evola, "Funzione e significato dell'idea organica",
in Id., "I testi di Ordine Nuovo", Ar, 2001, pp. 132-133). Dunque,
se il legame storico può ben essere interrotto senza per questo
intaccare, va da sé, il "nucleo" intemporale, allora è ben possibile
rinunciare all'idea, equivoca e ambigua, di "Tradizione" (ad
esempio, se ci si affida alla continuità storica non ci si può
sottrarre all'evidenza che oggi a dominare sia una "tradizione della
modernità" plurisecolare - quando non bimillenaria, se si considera
il cristianesimo - nata come rinnegamento dell'Origine) a favore
dell'idea di "Origine". Ovviamente, si potrebbe obiettare che
siffatta "tradizione della modernità" non vanterebbe alcun titolo di
legittimità davvero "tradizionale". Ma a questo punto il discorso si
allargherebbe sino al cruciale momento del passaggio
dal "paganesimo" al cristianesimo e non sarebbe certo disagevole
dimostrare come la vittoria del secondo (ossia la vittoria
dell'"antitradizione", a voler usare ancora il linguaggio vecchio
stampo) sia stata sancita col decisivo ricorso alla fattualità
storica (ammantata ex post, è appena il caso di sottolinearlo, di
giustificazionismo "provvidenzialistico"). Per inciso: con ciò non
si propugna un ritorno al paganesimo, un neopaganesimo. Il nuovo
inizio porta con sé un "nome" nuovo, non la impossibile, oltreché
astratta e sterile riproposizione/restaurazione del nome "vecchio"
(cosa che, al solito acutamente, appariva chiara già in G. Locchi,
"Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista", Roma, 1982, pp. 102, 109,
179).
Non solo: la frase evoliana sopra riportata risulta importante anche
in merito al rapporto col passato. È tempo, infatti, di uscir fuori
dalle secche del passato-che-paralizza, ovvero è indispensabile
sottrarsi ad una visione del passato meramente nostalgica e solo
capace di essere una copia malriuscita di ciò che è stato ma del
tutto impossibilitata a cogliere nel fluire della storia i segni del
nuovo inizio. Ed è tempo anche di saper rintracciare nel passato ciò
che davvero rappresentava un nuovo inizio dell'Origine
(le "strutture diverse ma omologhe" cui allude Evola) rispetto a ciò
che invece si svelava essere l'ennesimo oblio (sospensione)
dell'Origine. Passato, quindi, che lungi dall'essere smorta
successione di eventi tutti tra loro omogenei e indifferenziati,
testimonia, al contrario, come l'Origine si sia concretamente
manifestata nel corso della storia.
Per cui, noi abbiamo soprattutto nostalgia del presente e del
futuro. Nostalgia di un presente sottratto alla "vulgata" che lo
vorrebbe oramai refrattario ad ogni nuovo inizio, di un
presente "rubato" alla genia degli "adoratori della logica
dell'inevitabile" (come ebbe a scrivere lucidamente anni fa F.G.
Freda nel suo "La disintegrazione del sistema", Ar, 2000, p. 33),
ossia alla genia dei più fidati guardiani-apologeti dell'esistente.
E ancor più, nostalgia del futuro, dunque visione del futuro non già
come necessario, prevedibile e unidirezionale sviluppo dell'oggi ma
come "terra incognita" sempre aperta (la piccola porta di Benjamin
dalla quale può provenire qualsiasi cosa) a nuove soluzioni.
Ulteriore aspetto: il sottotitolo del volume della Stellati allude
all'idea di "controdecadenza". Ciò significa sottolineare la volontà
di opporsi allo "spirito dei tempi", di operare politicamente e
culturalmente affinché l'Origine possa nuovamente iniziare e così
conoscere nuove aurore. Controdecadenza significa, ancora, rifiutare
la concezione deterministica (sia essa progressiva o regressiva)
della storia. Significa ritenere che in ogni "incrocio" della storia
possa darsi la grande occasio, il kairòs che decide nuove direzioni
e differenti percorsi. Significa, infine, porsi in linea con
l'insegnamento evoliano relativo all'età eroica, insegnamento che si
divincola dalle strettoie e dalle angustie cicliche e lineari della
storia per riaffermare la sempre possibile irruzione dell'Origine in
ogni momento del procedere storico.
***
Ma la controdecadenza rischia di rivelarsi un'astrazione se non
adeguatamente accompagnata da una seria riflessione sui tempi e i
modi della "partecipazione politica" e dell'analisi politico-
culturale. In breve, la domanda che urge è: nell'epoca nostra, il
cui proscenio sembra essere interamente calcato dallo zoon
banausikon (cioè da un uomo indifferenziato e indifferente, ridotto
a mera funzione e lasciato paternalisticamente libero nel "cortile
di casa"), c'è ancora spazio per un nuovo zoon politikon? Per un
primo tentativo di risposta, rimandiamo agli scritti sulla
democrazia che appaiono su questo stesso numero di Margini ed anche
alle riflessioni svolte nel già ricordato 3° capitolo del libro
della Stellati. Però, le questioni sul tappeto sono anche altre,
attinenti in modo particolare al livello analitico, visto che solo
un buon lavoro in sede di analisi può garantire risposte politiche
all'altezza dei tempi, fermo restando l'orizzonte ultimo
metapolitico.
Al riguardo, intendo qui segnalare, schematicamente s'intende,
alcuni punti (tra loro strutturalmente collegati) meritevoli di
sviluppo da parte delle Ar, partendo dall'ovvia premessa, in linea
con tutta l'opera svolta dalle Ar sin dalla loro nascita, di rigetto
totale di ogni nostalgismo incapacitante.
1) Critica radicale del modello multirazziale in tutte le sue
versioni (compresa, quindi, quella multiculturalista) a favore di
modelli identitari. Al riguardo va notato che le critiche
all'americanizzazione non possono prescindere dal rifiuto del
modello sociale multirazziale tipico degli Usa, pena il loro
rimanere equivoche e, per così dire, ferme in mezzo al guado.
2) Continuo approfondimento delle tematiche differenzialiste e
comunitariste.
3) Analisi del modello federalistico, sia verso il basso
(etnofederalismo/federalismo localistico) sia verso l'alto
(creazione di un "grande spazio" europeo rispettoso delle differenze
infracontinentali e radicalmente alternativo all'odierna Europa
tecnocratica, intollerante, "giacobina", accentratrice e di impianto
universalistico). Insomma, il federalismo etno-linguistico di Guy
Héraud vs il federalismo mondialista di Mario Albertini. È
auspicabile, quindi, una Europa che sappia valorizzare le differenze
che la compongono e inserirle nel suo "grande spazio". Una Europa
politicamente sovrana, retta da un principio spirituale e non
governata da logiche meramente economiche. Una Europa, infine,
sottratta alla asfissiante tutela americana.
4) Continua riflessione sugli aspetti economici della
globalizzazione (in particolare, di quelli finanziari e monetari).
Ossia, sviluppare con sempre maggiore rigore il "filo rosso"
dipanato a partire dalle fondamentali ricerche della rivista delle
Ar, "L'Antibancor" (vera pietra miliare al riguardo) e dell'omonima
collana sempre delle Ar. Basti pensare che buona parte dell'odierna
crisi argentina era già anticipata nel testo di W. Beveraggi
Allende, "Teoria qualitativa della moneta", Ar, 1993.
5) Analisi dell'attuale scenario delle relazioni internazionali. Qui
l'analisi va articolata con attenzione vista la fase costituente in
cui si trova la politica internazionale. Dopo il 1989, infatti, si è
assistito ad un profondo cambiamento dell'arena internazionale che è
oggi in continua trasformazione e ridefinizione. Non a caso Danilo
Zolo aveva già individuato nella guerra contro l'Iraq del 1991 il
primo esempio di "guerra cosmopolitica". E la stessa guerra del
Kosovo-Metohija è stata una vera e propria "guerra costituente".
Dopo i fatti dell'11 settembre lo scenario ha subito ulteriori
cambiamenti (lotta globale al terrorismo, "guerra asimmetrica",
ipotesi di "scontri di civiltà", ecc.). Ed oggi si assiste ad una
accelerazione dell'interventismo globale americano in vista di un
progetto tendente a fare anche del XXI secolo un "secolo americano".
In tutto ciò l'Europa si è supinamente adeguata ai voleri Usa
(Kosovo-Metohija) e, pur con qualche (timido) dissenso sulla
ventilata aggressione all'Iraq, si è dimostrata incapace di
perseguire una politica autonoma. Certo è che lo scenario è in
costante mutamento, il che richiede un sovrappiù di attenzione
analitica (corollario scontato: vanno definitivamente abbandonate le
comode e ipersemplificanti scorciatoie "cospirazioniste". Senza
contare che le varie teorie del complotto comportano una visione
deterministica della storia che va rifiutata en bloc).
Ovviamente: i punti sopra accennati non esauriscono il ventaglio di
opzioni ma valgono come semplice indicazione di alcuni filoni di
ricerca.
Per finire: l'attenzione non va assolutamente rivolta in modo
esclusivo alla situazione presente, pena un appiattimento
sull'attualità che snaturerebbe l'essenza stessa di una impostazione
innnzitutto metapolitica. Pertanto, parallelamente all'analisi
dell'oggi, non andrà mai dimenticato il "versante" metapolitico.


Rispondi Citando


