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    Il tricolore, bandiera massonica




    Il 1 settembre 1904 alla Camera francese si verificò un acceso dibattito tra i deputati. Gli incidenti verbali furono provocati da un'affermazione pubblica del marchese di Rosando, il quale, rivolto verso i colleghi della sinistra, aveva esclamato: "La Framassoneria ha lavorato in sordina, ma in modo costante, a preparare la Rivoluzione!". Il deputato Jumel aveva immediatamente replicato: "E' un effetto di cui ci vantiamo!". Lo seguirono a ruota, in un crescendo di attacchi enfatici, Alessandro Zevaes ("E' il più grande elogio che potreste farci!") ed Enrico Michel ("È la ragione per la quale voi ed i vostri amici la detestate!"). Rosando rispose subito: "Siamo quindi perfettamente d'accordo su questo punto, cioè che la Massoneria è stata la sola autrice della Rivoluzione, egli applausi che io raccolgo da sinistra, ed ai quali sono poco abituato, provano. signori, che voi riconoscete con me che essa ha fatto la Rivoluzione francese". E Jumel, di rimando: "Facciamo più che riconoscerlo, lo proclamiamo!". E così, con questa fiera proclama-zione si chiariva definitivamente un evento storico: e cioè che era stata la Massoneria a volere, finanziare e preparare la Rivoluzione francese. Rivoluzione che oltre a portarci le delizie delle teste mozzate dallo strumento del dottor Guillotin, escogitò e ci impose lo stesso vessillo dietro cui si nascondeva la rabbia sanculotta: la bandiera dei tre colori. Come ben si sa, le armate rivoluzionarie, grazie poi al confratello Napoleone Bonaparte (iniziato ai «misteri» massonici sin da quando era semplice tenente ) portarono il proprio emblema multicolore in ogni parte della vecchia Europa, sotto il comando di generali come Ney, Cambronne, Lefebre Bemadotte, tutti affiliati alle logge massoniche. Sul sangue dei Lazzari napoletani, dei montanari di Andreas Hofer, dei guerrilleros spagnoli si piantava l' albero della Libertè con in cima la coccarda tricolore.

    In Italia fu lo stesso Bonaparte a consegnare il primo stendardo tricolorato (al blù fu sostituito il verde, colore classico delle logge massoniche) ad un corpo di volontari della Legione Lombarda, i «Cacciatori delle Alpi» che, si badi bene, alla faccia dell'indipendenza italica, erano inquadrati nell'Annata francese. Tanto è vero che al centro di questa bandiera campeggiava il simbolo stesso dei giacobini francesi: il berretto grigio. Inoltre, per mantenere questo suo Corpo di italiani «infrancesati», Napoleone non seppe far di meglio che saccheggiare e profanare tutte le chiese della penisola che si trovavano sfortunatamente sul suo cammino.

    II tricolore venne comunque adottato ufficialmente come bandiera di Stato dalla Repubblica Cispadana (altra invenzione napoleonica), riunita a Reggio Emilia il 7gennaio 1797. Ma la Repubblica Cispadana ( così come quella Cisalpina) tutto poteva essere tranne che una difesa di «italianità». Era una repubblica massonica a perfetta imitazione di quella francese, da cui dipendeva in tutto e per tutto.

    Marziano Brignoli, direttore delle Raccolte Storiche del Comune di Milano (Museo del Risorgimento e Museo di Storia Contemporanea), non sospetto di simpatie «reazionarie», ha affermato che "è chiaro che la nostra bandiera è nata ad imitazione di quella francese". Per Brignoli "i nostri tre colori provengono dall'insegna di una setta massonica ". Sarà forse un caso, ma è certo che il bianco, il rosso e il verde erano anche i colori della setta di affiliazione massonica del ro-magnolo Giuseppe Compagnoni, il segretario della Repubblica Cispadana che a Reggio Emilia propose di adottare il tricolore come bandiera del nuovo Stato.

    Dalla Repubblica Cispadana, seguendo la dominazione francese, il tricolore passò poi a quella Cisalpina (12 maggio 1797). Alla caduta della dittatura bonapartista, nel 1814, il tricolore non solo scomparve ovunque, ma fu generalmente considerato come emblema dei collaborazionisti con gli invasori francesi. Si arriverà poi al 1848 ed ai «moti risorgimentali» per vedere suscitare il vessillo pluricolorato, grazie alla complicità delle stesse dinastie anti-bonapartiste (come quella dei Savoia) che si «adeguavano» ai tempi, e con il Re Travicello

    (Carlo Alberto), grande protettore di sette e di logge, rivestendosi coi colori cispadani. Come si sa, giunse poi l'ora dei «fratelli d'Italia». «Fratello» massone era infatti Goffredo Mameli (al quale fu addirittura intitolata una Loggia), e come lui massoni di rango furono tutti i vari «artefici» del «risorgimento» (voluto da un Piemonte in cui si parlava più francese che italiano): da Garibaldi (nominato nel 1862 Gran Maestro e Primo Massone d'ltalia ), a Bixio, a Cavour , a Costantino Nigra, a Bettino Ricasoli, a Ludovico Frapolli, e via dicendo. Ora, tutti questi fatti non potevano essere certo sconosciuti a due appassionati risorgimentalisti come Spadolini e Craxi. Perche, allora, i due governanti "filocisalpini" progettarono di istituire per il 12 maggio la «Festa del Tricolore» invece che per il 7 gennaio, come giustamente rivendicato dalla "cispadana" Reggio Emilia ? Possibile che i due politici in questione erano tanto malaccorti da incorrere in un «infortunio culturale» di tale calibro? Certo che no. La verità è che Craxi e Spadolini tentarono di giocare la carta del 12 maggio, per un fatto culturalmente (e laicisticamente) molto più rilevante. Il 12 maggio è infatti la grande data del laicismo trionfante: quella per cui nel 1974 le forze radical-massoniche sconfissero quelle cattoliche nel referendum sul divorzio. Questo è infatti il vero motivo per cui l'accoppiata Craxi-Spadolini era più filo-cisalpina che filo-cispadana. Dietro la maschera della Repubblica tricolorita, le lobby laiciste nascondevano il volto della repubblica divorzista. A questo occulto progetto, i cattolici ( o almeno, alcuni cattolici) non solo non seppero opporsi, ma addirittura accondiscesero con entusiasmo. A costoro ricordiamo che nel 1871 il Conte di Chambord rifiutò di sedere sul trono di Francia, non accettando l'adozione del tricolore come bandiera dello Stato francese. «Se il vostro tricolore e un simbolo e voi ci tenete tanto come simbolo, allora non si tratta più di riforma, ma di abiura» disse il buon Henry di Chambord ai politici del compromesso. Ha proprio ragione Ploncard d'Assac quando scrive che "una delle più grandi abilità della Rivoluzione sta nel trasformare i conflitti d'idee in scontri simbolici'). Ed è proprio su questo che devono riflettere i vari portabandiere delle cosiddette “meditazioni culturali”.



    Pino Tosca
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #22
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    L'influenza della Massoneria
    Una notevole spinta all'unificazione italiana fu data dalla massoneria (10), che si muoveva contro la Chiesa Romana. Il documento qui di seguito spiega come andarono i fatti.

    [...]bisogna richiamare alla memoria quanto stampa, libri di testo e saggi storiografici hanno da tempo smesso di raccontare. Si tratta di ricordare perché la Massoneria ha voluto la scomparsa dello Stato della Chiesa (e di conseguenza l'unità della penisola) e la riduzione di Roma da caput mundi a caput Italiae. L'unico modo per farlo è analizzare le fonti dell'epoca.

    La visione del mondo della massoneria ottocentesca (se e in che misura questa sia cambiata è questione che qui non interessa) è interamente costruita intorno a due presupposti. Il primo è che la Rivelazione non esiste: rifiutando la Rivelazione i massoni ritengono spetti all'uomo in totale autonomia e col solo aiuto della ragione stabilire quali siano le leggi della morale e del vivere civile. Questo è anzi il compito che i massoni ritengono loro proprio ed esclusivo: ancora il 10 febbraio 1996 una pagina intera di pubblicità sul Corriere della Sera ricorda che i massoni "hanno la responsabilità morale e materiale di essere guida di altri uomini".

    Il secondo presupposto è che la natura dell'uomo (della specie umana, non del singolo) è costantemente perfettibile: si tratta del mito del Progresso che induce a ritenere possibile il raggiungimento su questa terra della felicità (il diritto alla felicità tanto solennemente iscritto nella Costituzione americana) conseguito attraverso il pieno sviluppo di tutte le potenzialità umane.

    Una strana tolleranza

    La massoneria ritiene dunque possibile raggiungere la tangenza uomo-dio con le sole forze della ragione, e cioè per natura, mentre nega che per partecipare alla natura divina ci sia bisogno della grazia, concessa da Dio per i meriti di Suo Figlio Gesù Cristo a coloro che si pentono e si convertono. Gli aspetti di satanismo che colorano tante posizioni massoniche derivano da questa convinzione: nel Libro della Genesi quando Satana si rivolge a Eva lo fa per insinuarle il desiderio di diventare Dio come se ciò fosse possibile in forza di un semplice atto di volontà: "Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio" (Gn 3, 5). Tanto per restare in Italia, è in questo contesto teorico che Giosuè Carducci compone l'Inno a Satana ("Salute, o Satana, \ O ribellione, \ O forza vindice \ De la ragione! ").

    Dal momento che la massoneria ritiene suo compito specifico tracciare la distinzione tra bene e male, quale ruolo attribuisce alle religioni positive? Praticamente nessuno. Le ritiene tutte superstizioni locali buone per il volgo, utili solo ancora per qualche tempo: il tempo necessario perché tutti gli uomini imparino a usare la ragione e cioè diventino massoni. Il luminare della massoneria francese J. M. Ragon che scrive con l'esplicita approvazione del Grande Oriente di Francia, sostiene che la massoneria apre i suoi templi agli uomini "per liberarli dai pregiudizi dei loro paesi o dagli errori delle religioni dei loro padri" e afferma che l'Ordine "non riceve la legge ma la stabilisce (elle ne reçoit pas la loi, elle la donne) dal momento che la sua morale, una ed immutabile, è più estesa e più universale di quelle delle religioni native, sempre esclusive" [Cfr Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes e modernes, Parigi 1853, pp. 18, 38]. La massoneria italiana è perfettamente allineata su questa posizione. La Costituente che si riunisce nel maggio del 1863, dopo aver precisato che la massoneria "non prescrive nessuna professione particolare di fede religiosa, e non esclude se non le credenze che imponessero l'intolleranza delle credenze altrui", precisa (art. 3) che i princìpi massonici debbono gradualmente divenire "legge effettiva e suprema di tutti gli atti della vita individuale, domestica e civile" e specifica (art. 8) che fine ultimo dell'Ordine è "raccogliere tutti gli uomini liberi in una gran famiglia, la quale possa e debba a poco a poco succedere a tutte le chiese, fondate sulla fede cieca e l'autorità teocratica, a tutti i culti superstiziosi, intolleranti e nemici tra loro, per costruire la vera e sola chiesa dell'Umanità" [Cfr L. PARASCANDOLO, La Framassoneria, IV, Napoli 1869, p. 120]. La convinzione che tutte le religioni debbano col tempo cedere il passo alla verità (quella che la massoneria definisce tale), viene espressa dall'Ordine con la magica parola di tolleranza. Definendo se stessa tollerante e pacifica, la massoneria definisce intolleranti e violenti coloro che massoni non sono né vogliono diventare ("Non esclude se non le credenze che imponessero l'intolleranza delle credenze altrui").

    Se questo è il discrimine tra tolleranza e intolleranza è chiaro che l'istituzione più intollerante di tutte è la Chiesa cattolica: la Chiesa afferma infatti di possedere la verità e di possederla per intero grazie a un intervento esplicito e definitivo di Dio. Afferma per di più (Pio IX sa quello che fa quando proclama il dogma dell'infallibilità pontificia nel 1870) che il papa, vicario di Cristo, quando si esprime in materia di fede e di morale lo fa in termini buoni in assoluto, perché perfetti e veri.

    Con la sua stessa presenza, insomma, la Chiesa cattolica è la negazione della bontà e verità (nonché praticabilità) del credo massonico. È chiaro pertanto che, al di là delle parole, il papa e la Chiesa sono i nemici naturali e mortali di ogni massone: "La massoneria avrà la gloria di debellare l'idea terribile del papato, piantandovi sulla fossa il suo vessillo secolare - verità, amore" [Cfr Bollettino del Grande Oriente della Massoneria in Italia, 1869, p 328].

    Mobilitazione internazionale

    L'appoggio internazionale all'unificazione italiana (appoggio che non consiste solo nella copertura politica data ai Savoia, ma anche in concretissimi prestiti e ingenti fondi investiti nell'impresa) è da vedersi principalmente in relazione all'obiettivo prioritario della massoneria: la lotta al papato romano e quindi, nella convinzione che la fine del potere temporale avrebbe fatalmente comportato anche quella del potere spirituale, la guerra allo Stato della Chiesa. Il Bollettino esprime questa realtà con molta chiarezza nell'aprile del 1865: "Le nazioni riconoscevano nell'Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l'altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la massoneria si propone; al quale da secoli lavora, attraverso ogni genere di ostacoli e di pericoli".

    "A Roma sta il gran nemico della luce. Lo attaccarlo ivi di fronte, direi quasi a corpo a corpo, è dover nostro" [Cfr Gran Maestro Mazzoni, Rivista della Massoneria Italiana, 1872, n 1]: dall'attacco alla Roma pontificia la comunione massonica italiana si ripropone, oltre all'obiettivo comune a tutto l'ordine, il raggiungimento di un suo fine particolare. I massoni italiani si ripromettono infatti di far risorgere la potenza e la forza della Roma pagana e imperiale: è il mito della Terza Roma tanto cara a Mazzini (da questo punto di vista Mussolini trova il terreno ben preparato). Ma lasciamo la parola alla Rivista dell'Ordine: "Il sodalizio massonico in Italia ha combattuto accanitamente e quasi debellato con le armi della ragione, la parte degenere ed imputridita del cristianesimo, ed ha molto cooperato a tagliare le unghie sanguinose alla immonda arpia, che della città più grande e più gloriosa del mondo avea fatto semenzaio di superstizione e propugnacolo contro ad ogni umano incivilimento"; "Facciamo sì che dalla Eterna Città nostra la luce si diffonda per l'Universo, che il mondo ammiri a canto del nero ed avvilito Gesuita, il libero gigante potere della massoneria" [Cfr Rivista della Massoneria Italiana, 1872, n. 1 e n. 3]. [...]

    Penso che sia abbastanza, ed evito di riportare interamente il documento (che comunque analizza la questione dal punto di vita cattolico), tratto da Studi Cattolici, 440, ottobre 1997.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #23
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    La massoneria causa della fine della Serenissima


    "[...] marzo 1797: il Doge Ludovico Manin, pavido, fiacco nella persona e roso dai vizi, non volle difendere la Repubblica Veneta dall’invasione francese.

    C’era ottima truppa, ottimi capitani, ottimo armamento e la possibilità di trasferire il governo in Dalmazia.

    Ma la determinazione di quel Doge ******, decretò la fine della Repubblica Veneta.

    La famiglia Manin ( il vero cognome è Manini, essendo di origine toscana ) era massone.

    Il disegno della Massoneria italiana consiste nell’unificare gli Stati con una lingua in comune al fine di realizzare il massimo vantaggio economico da spartire tra gli aderenti ...

    ... e la più parte dei nobili e dei notabili veneti e friulani, per acquisire vantaggi economici personali, aderiva al disegno della massoneria italiana. [...]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  4. #24
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    L'occupazione dei massoni
    Con decreto n° 3064 dell’1 agosto 1866: negli uffici di Polizia Veneti e Friulani si insediarono i Commissari mandati dall’Italia e da questo momento una quantità di gente che apparteneva alla massoneria, dall’Italia ( principalmente dall’ex Regno delle due Sicilie e dall’ex Stato Pontificio ) veniva a sostituire i Veneti ed i Friulani nei loro impieghi pubblici!
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  6. #26
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  7. #27
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    Documentazione sulla Rivoluzione nella Chiesa

    http://www.marcel-lefebvre-tam.com/index_ita.htm
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  8. #28
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    La sinistra al potere dimostra ignoranza nell’interpretare
    perché si arrivò all’unificazione italiana
    Lo scopo del Risorgimento?
    Distruggere la Chiesa cattolica
    di Francesco Mario Agnoli

    Non molto tempo fa Arturo Doilo su la Padania ha efficacemente affrontato l’argomento della recente Mostra sul Risorgimento organizzata (ho avuto il piacere e l’onore di esserne il coordinatore, oltre che estensore di alcuni testi) nell’ambito del meeting per l’amicizia fra i popoli svoltosi come ogni anno a Rimini per iniziativa di Cl e delle reazioni dei vari Scalfari, Colombo, Montanelli e degli altri risorgimentalisti duri e puri. Attaccatissimi i più anziani (lo dico a loro scusante) alle bugie apprese sui banchi della scuola pubblica (e, quindi, legate ai ricordi dei tempi felici dell’infanzia e della prima giovinezza), pervicaci sostenitori gli altri, assai più che dell’unità politica dell’Italia (della quale, come indicato a chiare lettere nella presentazione, la mostra metteva in discussione solo la forma e le modalità di realizzazione), allo stato centralista di stampo giacobino.
    In realtà, forse ancor più di quelle di giornalisti e intellettuali o invecchiati nel culto di antichi miti o condizionati dalla necessità di difendere il piccolo orticello al sole ottenuto dopo vari fallimenti, risultano significative le reazioni dei politici, in particolare di quelli di base, meno culturalmente attrezzati e quindi, più istintivi dei loro colleghi di maggior rango, che, nell’ansia di distinguersi nel ruolo di primi della classe, hanno rilevato, oltre alla propria ignoranza della storia, quanto siano strumentali e sostanzialmente false le dichiarazioni di fede federalista e le proclamazioni di intenti in ordine allo smantellamento (sempre invocato e mai attuato) delle strutture dello Stato centralista.
    La tesi della mostra riminese (se di tesi si può parlare nei confronti di chi si è limitato a riportare alla luce fatti, eventi, dichiarazioni, che si è sì cercato, per convenienza, di cancellare o di alterare, ma la cui realtà ancora oggi nessuno ha potuto, nemmeno per amore di polemica, negare) era sostanzialmente che l’unità politica italiana venne realizzata, scartando le proposte confederali e federali, che avevano tenuto il campo fino al 1848, in forme rigidamente centraliste, perché queste erano le sole che consentissero di raggiungere il principale risultato perseguito dai gruppi riusciti ad impadronirsi, grazie anche all’aiuto del protestantesimo europeo e in particolare dell’Inghilterra (all’epoca ancora visceralmente antipapista) delle leve di comando del processo unitario: la distruzione della Chiesa cattolica e del cattolicesimo.
    Questa scelta favorì, attraverso l’accantonamento, oltre che di quelli federali dei progetti repubblicani (molti fra questi erano federalisti convinti), una momentanea alleanza (probabilmente con molte riserve mentali di entrambe le parti per il futuro) con Casa Savoia, che da tempo inseguiva il sogno di allargare i propri tradizionali possedimenti dinastici, mangiandosi, una dopo l’altra come le foglie di un carciofo, le diverse regioni italiane. Ma non solo privò il Risorgimento del sostegno delle popolazioni, attaccate alla loro religione, alle loro tradizioni, ai loro costumi, alle loro particolarità, frutto non del caso, ma di innegabili ed ineliminabili differenze storiche e geografiche, ma lo trasformò in un processo antipopolare, nel “paradosso di un’unità che disunì”, come suona il sottotitolo di un libro pubblicato ancora nel 1988 (Un popolo diviso di Giuseppe Orlandi-Antonio Achille), che, nonostante alcune, del resto scusabili, ingenuità, avrebbe meritato maggiore diffusione ed attenzione.
    Tutte cose riuscite perfettamente chiare ai numerosissimi e attenti visitatori della Mostra, non pochi dei quali hanno avuto l’occasione, forse per la prima volta (certamente per colpa non loro, ma dei programmi ministeriali della scuola pubblica, che da centocinquant’anni in qua hanno trasformato lo studio della storia in occasione di indottrinamento ideologico) di scoprire il clamoroso inganno dei cosiddetti plebisciti a favore dell’annessione o di leggere, attraverso gli scritti dei giornali ufficiosi dell’epoca come Il Diritto, e le dichiarazioni di parlamentari come Petrucelli della Gattina, i programmi di quanti ritenevano che fine principale del Risorgimento, considerato fase ulteriore della rivoluzione francese, fosse la distruzione «dell’ultimo resto del medioevo: il cattolicesimo».
    Presentando al pubblico del meeting la mostra, ho ricordato come molti dei problemi dell’Italia di oggi riescano incomprensibili e, quindi, di ardua o impossibile soluzione se non si risale alle loro radici risorgimentaliste, al modo in cui la borghesia liberale volle fare l’Italia unita, e come ancora più sventurato di un popolo senza tradizioni e senza passato, sia un popolo con un passato falso, costruito e mistificato a tavolino dai propagandisti del regime.
    Torniamo ai politici di secondo piano di cui sopra e precisamente ai componenti del consiglio provinciale riminese, che il 29 agosto hanno votato un ordine del giorno per accusare la mostra e gli organizzatori del meeting di nostalgie reazionarie per il Papa Re (evidente anche la puntata polemica nei confronti della Chiesa, in procinto, in quei giorni, di elevare agli onori degli altari l’ultimo Papa Re, Pio IX) e per il regno borbonico e proclamare la loro inconcussa fede laica col grido finale: “Viva l’Italia repubblicana e risorgimentale”.
    Dal momento che il Risorgimento sfociò, consenziente Garibaldi, non nella repubblica auspicata da Mazzini, ma nella monarchia sabauda, primo e forse unico esempio storico di monarchia giacobina, e che la Mostra, senza toccare la repubblica, si chiude col 1898 e la sanguinosa repressione dei moti milanesi (“le cinque giornate di Milano alla rovescia” lamentate dal convertito monarchico Carducci) ad opera del generale Bava Beccaris, poi, per tanta impresa, decorato e premiato da Umberto II. Ciò che i consiglieri provinciali riminesi vogliono in realtà difendere, con un proclama che in uno sferzante articoletto pubblicato dal Resto del Carlino lo storico Franco Cardini paragona a quello murattiano dato sempre a Rimini nel 1815, sono le radici dell’Italia giacobina e centralista. Sempre Franco Cardini ricorda agli estensori del proclama, laici e di sinistra, che la mostra riminese si è mostrata nella sua rivisitazione risorgimentale assai meno feroce di Antonio Gramsci, che definì i protagonisti del Risorgimento “una banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore, che dopo aver fatto l’Italia l’hanno divorata». Il fatto è che la sinistra ha avuto una cultura finché è rimasta all’opposizione (una condizione cessata già, di fatto, negli anni ’60) e vicina alle sue origini popolari, ma andata alla deriva di una crassa e supponente ignoranza dopo l’ingresso nella stanza dei bottoni e l’ammissione alla cogestione del potere, pagata con l’acritica omologazione ai miti di quella borghesia massonica e laicista, che ha utilizzato l’unificazione politica italiana come strumento per l’obiettivo, in gran parte fallito (ma, nonostante le apparenze, non vi si è rinunciato), della distruzione della Chiesa cattolica e quello, coronato da pieno successo, dell’incremento delle proprie fortune economiche (attraverso la confisca dei beni ecclesiastici, che tanto concorse ad aggravare la miseria delle popolazioni contadine, i due fini erano spesso strettamente congiunti).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    LIBRI La storica Pellicciari ha riletto una pagina
    controversa del nostro passato
    Non fu Risorgimento ma guerra di religione
    di Paolo Gulisano

    Ancora Risorgimento: ancora un libro coraggioso, la cui autrice è la studiosa marchigiana Angela Pellicciari, che già si era occupata di fare dell’ottima “controstoria”, che aiuta a liberarsi dalla caterva di menzogne sulla rivoluzione italiana che portò alla nascita dello Stato Unitario all’ombra del Tricolore e delle baionette dei bersaglieri propinateci prima dalla storiografia liberale nell’800, poi dal Fascismo col suo tronfio imperialismo latino e infine dalla cultura del consociativismo clericoprogressista nel secondo dopoguerra. La chiave di lettura offerta dalla Pellicciari in “L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata” (Edizioni Piemme) per interpretare le gesta rivoluzionarie di Garibaldi, Mazzini, Cavour e soci è quella della guerra contro la religione.
    In una lettera al cardinale Fornari scritta il 19 giugno 1852, il grande filosofo spagnolo Donoso Cortés scriveva che la Rivoluzione è, essenzialmente, un fenomeno teologico. Le rivoluzioni degli ultimi due secoli hanno pienamente confermato questa affermazione: dai giacobini francesi ai comunisti sovietici, transitando per nazionalismi vari fino al nazionalsocialismo, non c’è stata ideologia che non abbia avuto un substrato teologico, una visione impazzita del sacro e del divino. Ciò vale anche per il risorgimento italiano; anzi, la caduta del potere temporale del papa fu un evento molto più sovversivo e rivoluzionario dell’abbattimento nel 1789 della decadente dinastia borbonica francese. Contro questo immane disastro sociale e umano provocato dalla rivoluzione risorgimentale, che la Pellicciari documenta ampiamente e in modo inconfutabile (si può discutere una teoria, ma come rispondere ai fatti, ai dati, ai numeri?) l’opposizione di chi difendeva le antiche libertà e le antiche autonomie, nonché le ragioni di un cristianesimo ferocemente perseguitato proprio nelle terre dei vari San Francesco d’Assisi, San Benedetto da Norcia, Sant’Antonio da Padova e Sant’Ambrogio, venne schiacciata ferocemente dal nuovo potere giacobino. Il cosiddetto “moderato” Cavour promulgò a partire dal 1855 le leggi che cancellavano gli ordini religiosi (considerati “inutili” e “dannosi”). Ecco dunque il vero volto del Risorgimento, quello che mette da parte i velleitarismi di Garibaldi e Mazzini ma che con il Cavour mette fuori legge gli ordini religiosi, imprigiona sacerdoti, manda in esilio i vescovi. Lo Stato sabaudo proclamava: «Non sono più riconosciuti nello Stato gli Ordini, le Corporazioni, le Congregazioni religiose regolari e secolari, e i Conservatori e i Ritiri anzidetti che importino vita comune, e abbiano carattere ecclesiastico. Pertanto, le case e i fabbricati appartenenti agli Ordini, alle Congregazioni, ai Conservatori e Ritiri anzidetti, sono soppressi». La legge colpì 1.793 conventi e monasteri, mettendo con la forza sulla strada oltre 22mila religiosi e religiose, e i loro beni incamerati dallo Stato. E se malgrado tutto, nonostante gli attacchi che le vennero portati nel periodo risorgimentale e che assunsero fino alla Prima Guerra Mondiale una dimensione particolarmente terribile, la Chiesa non è stata sconfitta dai propri nemici, la memoria di quello scontro epocale si è persa non solo nei libri di scuola, ma anche nella memoria collettiva dei cattolici, generando quei tragici cedimenti di fronte agli errori e agli orrori della Modernità a cui abbiamo assistito in anni recenti. Opere come quella della Pellicciari ci aiutano così a recuperare il senso della nostra identità oggi sottoposta a non meno pericolosi attacchi. Angela Pellicciari, “L’altro Risorgimento. Una guerra di religione dimenticata”, Piemme, Casale Monferrato, 2000, pp. 288, lire 30mila.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Norberto Bobbio accusa i cattolici “revisionisti”
    di essere di destra. Ma la verità è un’altra
    “Patrioti” e massoni, uniti contro la Chiesa
    di Angela Pellicciari

    “La Stampa” del 2 dicembre pubblica il testo dell’intervento inviato da Norberto Bobbio al convegno “Il cosiddetto revisionismo” promosso a Roma dalla Fondazione Nenni. Dopo aver distinto fra “revisione” (necessaria “per uno storico serio”) e “revisionismo” (tipo di “ideologia” con funzione “eminentemente pratica”), Bobbio accenna ad uno degli ultimi esempi di riscrittura ideologica della storia, quella del Risorgimento, proposta “con grande strepito” da parte di “gruppi cattolici militanti”. Si tratta, secondo Bobbio, di «una interpretazione che non esiterei a chiamare di destra, secondo cui il Risorgimento è stato un movimento guidato da élites anticlericali, per non dire addirittura massoniche, il cui scopo ultimo era l’abbattimento del potere temporale dei Papi».
    Per giudicare del coinvolgimento massonico nel processo risorgimentale conviene partire dalle affermazioni dei diretti interessati. Nel 1988 il Gran Maestro Armando Corona, tirando le conclusioni del convegno organizzato sul tema La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, afferma: «La liberazione d’Italia – opera eminentemente massonica – fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’oltralpe». La Massoneria «fu il vero ispiratore e motore» del Risorgimento, «perché sua era l’idea guida della liberazione dei popoli». Sulla paternità massonica dell’unificazione italiana non hanno dubbi né i vertici del Grande Oriente d’Italia di palazzo Giustiniani, né quelli di Piazza del Gesù, vale a dire le due più rappresentative comunioni massoniche italiane. Ecco cosa scrive nell’ottobre del 1977 «Il libero muratore» (rivista di Piazza del Gesù) commemorando i 107 anni della presa di Roma: «Accadimento voluto dalle forze massoniche». La rivista riporta poi una citazione di Giuseppe Mazzoni, Gran Maestro dell’epoca: «La falange massonica, oggi, dopo essere stata ispiratrice ed iniziatrice dei movimenti che resero la Patria libera ed una, si colloca da Roma alla custodia dei diritti rivendicati». Per venire a giorni più recenti, il massone dichiarato Augusto Comba scrive in Valdesi e Massoneria di recente pubblicazione: «va detto che dopo aver contribuito con la partecipazione attiva dei suoi uomini, primo fra tutti Garibaldi, al Risorgimento come realtà, dagli anni 1880 in poi la massoneria contribuì a costruirne il mito, quel mito che è simboleggiato dal tricolore. E ciò non solo con i discorsi di Crispi, le poesie di Carducci e Pascoli, i racconti di De Amicis, le statue di Ettore Ferrari, ma anche localmente la toponomastica, la museografia, la monetazione ecc., insomma i minuti accorgimenti che quel mito hanno stampato durevolmente nella mente degli italiani». L’abbattimento del potere temporale dei papi, cui accenna Bobbio, non è certo il principale obiettivo dell’élite risorgimentale: a leggere quello che le fonti del secolo scorso scrivono (sia di parte massonica che cattolica), il Risorgimento mira alla pura e semplice scomparsa del cattolicesimo. I liberali sono convinti che per far crollare il potere spirituale dei papi sia sufficiente la scomparsa del papa re: per controllare la veridicità di questa affermazione basta leggere, da parte cattolica, l’intero magistero dei papi spettatori del Risorgimento (Pio IX e Leone XIII che, non a caso, definisce il risorgimento “risorgimento del paganesimo”), e, da parte liberale, la quasi totalità della letteratura risorgimentale a cominciare dal Bollettino del Grande Oriente. Alcuni esempi, fra i più significativi. E’ del 1818 un interessantissimo documento noto col nome di Istruzione permanente; l’Alta Vendita della carboneria scrive: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della Rivoluzione Francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana». Nel 1832 Mazzini così si rivolge Ai lettori italiani: «Il papato starà finché non lo rovesci dal seggio ov’ei dorme l’Italia rinata. In Italia sta dunque il nodo della questione europea». «Da Roma sola –continua Mazzini- può muovere per la terza volta la parola dell’unità moderna, perché da Roma sola può partire la distruzione assoluta della vecchia unità». Sulla stessa linea, nel 1865, il Bollettino del Grande Oriente Italiano scrive: «le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la Massoneria si propone; al quale da secoli lavora». Che (in nome della libertà e della costituzione) il Risorgimento realizzi la più grande persecuzione dopo Costantino (e che quindi l’élite liberale non sia anticlericale ma anticattolica) è scritto nei fatti. Lo Statuto albertino dichiara, nell’articolo primo, la «religione cattolica unica religione di stato»? Subito dopo la sua approvazione, il Parlamento decide la soppressione dei gesuiti e degli ordini definiti “gesuitanti”, nonché l’incameramento di tutti i loro beni. In nome della libertà e dello Statuto i liberali sopprimono uno dopo l’altro tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato buttando sulla strada 57.492 persone (i membri degli ordini religiosi) ed appropriandosi per due lire del loro patrimonio (archivi, biblioteche e oggetti d’arte compresi). L’1% della popolazione diventa anche proprietario di circa due milioni e mezzo di ettari di terra (le proprietà della chiesa unite a quelle demaniali), come documenta Emilio Sereni, storico di sinistra doc. Siamo sicuri che la riscrittura delRisorgimento sia una interpretazione “di destra”, e cioè di parte?
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    Der Wehrwolf

 

 
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