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    Qui si fa l’Italia. Massonica
    Nel Risorgimento trionfa il disegno di sottomettere la Chiesa allo Stato
    di Elena Benini

    Non si sono ancora spente le recenti polemiche sul Risorgimento e il Consiglio della III Circoscrizione di Como ha voluto promuovere una serata per riflettere sull’argomento, oggi alle ore 21, nella Sala civica di Camerlata (in via Varesina 3 a Como). Fra gli invitati c’è Paolo Gulisano, autore del volume O Roma o morte! recentemente apparso nelle librerie. Il libro ha messo in discussione la versione ufficiale della storia del ’900 italiano rivelando, con molta e precisa documentazione, alcune verità manipolate o cancellate dai libri di storia.
    Oggi, grazie ai documenti procurati da studiosi come Gulisano, possiamo provare che il “Risorgimento”, termine che vuole esprimere una grottesca parodia laica del concetto cristiano di Resurrezione, fu l’espressione di una ideologia di origine illuministica e massonica che impose una forzata e violenta unificazione delle diverse realtà nazionali e statali presenti nella penisola, e che aveva anche come ulteriore obiettivo la sottomissione del potere temporale del papa a quello dello Stato. Un sogno che corrispondeva ad un’antica aspirazione della Massoneria, all’utopia più coltivata: distruggere il Cristianesimo e sostituirlo con un culto neo-gnostico, con aspetti esoterici per gli iniziati e con una dimensione essoterica, pubblica, per il popolo. Il grande scontro che ebbe luogo nell’Italia dell’Ottocento non avvenne solo per dar vita ad una nuova entità statale, un paese dalla media importanza strategica proteso nel Mediterraneo, ma era una battaglia preparata da lungo tempo contro la Chiesa di Cristo. L’Italia infatti, caso unico nella storia, venne a crearsi come nazione in opposizione alla religione.
    Da sempre il senso dell’appartenenza ad una patria (intesa letteralmente come “terra dei padri”) era andata di pari passo con l’appartenenza ad una fede; il focolare e l’altare erano sempre stati, nella storia dei popoli, una cosa sola. L’identità nazionale si fonda, oltre che su una comunità linguistica ed etnica, sull’elemento religioso. La nascita delle grandi nazioni medievali, come la Francia, l’Inghilterra, la Germania, vede come protagonisti santi chiamati a battezzare i popoli e ad unirli in una comunità di destino: San Bonifacio in Germania, Sant’Agostino di Canterbury in Inghilterra, Clodoveo in Francia, Stefano in Ungheria, Adalberto e Boleslao in Boemia e in Polonia. La Spagna della Reconquista unisce realtà locali molto diverse per lingua e tradizioni sotto l’egida della fede minacciata dall’avanzata islamica.
    Da sempre dunque il senso di appartenenza di un popolo ha trovato fondamento nel senso religioso. Fa eccezione il caso italiano, dove una nazione viene assemblata dando come orientamento politico l’ostilità alla religione, individuando come nemico il capo della Chiesa, il Vicario di Cristo, creando uno Stato senza fondamenta religiose, che confidava di creare un tessuto sociale con riferimenti all’etica massonica del buon cittadino.
    Mentre le utopie rivoluzionarie teorizzavano l’abbattimento dei tiranni e la liberazione degli individui dalle catene dell’ignoranza e della superstizione, la realtà fu che gli uomini vennero ridotti ad anonimi fattori di produzione, destinati ad essere “materiale umano” a basso prezzo sul mercato del lavoro, buono per essere sfruttato senza scrupoli nel quadro della rivoluzione industriale. La quale doveva sostenere i sogni scientisti e prometeici di inebrianti avventure tecnologiche. Col risultato di sradicare milioni di persone dalla loro terra, dai loro usi e costumi e dalle loro tradizioni, specialmente religiose, stipandoli in condizioni subumane in degradanti periferie. Questo disegno valse pienamente anche per l’Italia.
    L’unità fu una guerra civile cui seguì uno Stato di polizia fra i peggiori d’Europa. Questa era la Rivoluzione italiana, che, nonostante quasi tutti gli storici ritengano che il processo unitario fosse una soluzione dovuta ed inevitabile, poteva non essere affatto una via obbligata: il progetto di unificazione nazionale così come si stava realizzando era in palese, totale contrasto con le tradizioni storiche di una penisola che per secoli aveva conosciuto solo l’universalismo religioso e il federalismo politico.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #32
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    Il 3 settembre il Pontefice sarà beatificato. Una figura da rivalutare
    Pio IX e i falsi miti del Risorgimento italiano
    di Paolo Gulisano

    Il prossimo 3 settembre papa Pio IX salirà alla gloria degli altari, essendo state riconosciute dalla Chiesa le sue virtù di santità attraverso un processo scrupolosissimo durato quasi un secolo. Un papa la cui figura ha giganteggiato nell’800, il secolo terribile delle rivoluzioni liberali e nazionaliste, del positivismo e dell’assolutismo scientista, il laboratorio da cui sono scaturiti gli orrori del Ventesimo secolo, alcuni dei quali, come la manipolazione genetica con le sue inquietanti pretese di onnipotenza, ci minacciano ancora. Chi scrive ha voluto rendere omaggio con un libro a questo grande pontefice, che il mondo cristiano intero guardò con ammirazione e che solo l’ideologia italiana liberalmassonica condannò all’esecrazione perpetua per essersi opposto risolutamente all’unificazione forzata dei liberi e sovrani stati della Penisola. Il solo fatto di aver parlato bene di questo pontefice ha procurato a me e agli amici e colleghi dell’Associazione culturale Identità Europea che hanno realizzato al Meeting di Rimini la Mostra “Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano” la condanna aprioristica, intollerante e senza discussioni della cultura giacobina italiana, sia di destra che di sinistra: da Montanelli a Scalfari sono fioccati gli editoriali indignati, gli insulti ineleganti, persino gli “avvertimenti” a chi di dovere perché cose del genere non accadano più. Subito è scattata la parola fatidica – revisionismo!- per cercare di chiudere la bocca a chi cercava semplicemente di aprire un dibattito sui problemi innescati dalla rivoluzione risorgimentale e che rimangono attualissimi, come il federalismo, il rispetto delle identità locali, la difesa delle libertà fondamentali, prima delle quali quella religiosa.
    L’UNITÀ: SCELTA NON OBBLIGATA
    Non si è voluto minimamente prendere in considerazione la documentazione, le testimonianze, le prove che abbiamo portato per dimostrare che l’unificazione d’Italia, come venne a realizzarsi, non era affatto una scelta obbligata, non era l’unica soluzione possibile e doverosa come insegnano i libri di scuola, ma era anzi la via peggiore, quella che portò allo Stato centralista, all’occupazione militare e al controllo poliziesco delle comunità locali, alla cancellazione degli antichi usi civici, delle lingue e delle culture locali, alla devastazione delle economie di intere regioni. Il Veneto e il Friuli, ad esempio, fiorenti sotto l’amministrazione asburgica, divennero le vittime di una spoliazione che le ridusse a terra desolata e che innescò un processo drammatico fino ad allora assolutamente sconosciuto: l’emigrazione di massa. Pio IX condusse una battaglia in difesa del patrimonio di Fede minacciato da quella che era un’autentica guerra contro la religione voluta dalle forze laiche e giacobine, una esigua minoranza forte solo del potere delle Logge e dell’appoggio determinante del Governo britannico. L’Italia unita fu voluta, infatti, da un’Inghilterra che mirava ad avere come utile alleato un paese strategicamente proteso nel Mediterraneo, e l’oro inglese servì a finanziare la spedizione dei Mille e la conquista del sud. Alle ragioni di interesse geopolitico si aggiungeva un odio ideologico per il cattolicesimo: il ministro degli interessi britannico Lord Russell paragonò la “rivoluzione italiana” alla Glorious Revolution inglese e Vittorio Emanuele a Guglielmo d’Orange, ovvero il simbolo stesso dell’estremismo anticattolico. Forse che Pio IX avrebbe dovuto accettare e avvallare tutto questo, davanti allo spettacolo delle fucilazioni di massa, dei vescovi imprigionati, dei monasteri chiusi a forza? Il Papa aveva davanti a sé lo spettacolo di una persecuzione religiosa e di una aggressione politica che si reggevano sulla truffa e sull’inganno: le annessioni dei vari Stati venivano sancite infatti con dei plebisciti farseschi dove il voto a favore dell’unità era platealmente coatto.
    UNA PROPOSTA LUNGIMIRANTE
    Pio IX si era a lungo impegnato, con tutta la diplomazia pontificia e col supporto di grandi figure come Antonio Rosmini e Don Bosco perché fosse garantita la libertà a quelli che, con un significativo plurale, chiamava “i popoli italiani”. Quel Papa condannato implacabilmente come reazionario aveva invece una soluzione che oggi, a distanza di tanti anni, sembra l’unica veramente compatibile con le diverse realtà storiche, culturali e sociali italiane: la Confederazione. La Santa Sede si impegnò per arrivare ad un tale assetto politico attraverso contatti e colloqui che, mentre sembravano essere destinati al successo, vennero vanificati dalla scelta sabauda, pilotata da Cavour, del nazionalismo ad oltranza, dello stato centralista. Uno stato che, proprio in odio alla Fede e per umiliare il cattolicesimo, volle conquistare a sé Roma, il centro della Cristianità, città sacra seconda solo a Gerusalemme in ordine di importanza, per farne l’imborghesita capitale di un mediocre regno di secondo piano nel panorama internazionale, benché animato dai furori visionari di chi voleva rilanciare le antiche ambizioni imperiali avventurandosi nelle follie belliche e coloniali. Si volle sradicare l’anima cristiana di Roma per imporle il laicismo mazziniano, si volle cancellare l’eredità della tradizione cattolica per restaurare il paganesimo antico-romano idolatrante l’elmo di Scipio. Si voleva che Pio IX fosse l’ultimo papa, e a questo doveva servire l’assalto del 20 settembre 1870: sconfiggere definitivamente il cattolicesimo. In quegli anni erano accorsi a Roma in difesa del pontefice migliaia di volontari provenienti dall’Europa migliore: dall’Irlanda, dalla Scozia, dalla Bretagna, dalla Vandea, dal Tirolo, dalla Svizzera, e perfino da oltreoceano, dal Québec e dalla Louisiana; venivano dalle piccole patrie perseguitate per difendere la Grande patria della Fede, e le pagine della vicenda di coloro che vennero definiti “mercenari” dal potere italiano sono degne di essere ricordate con commozione. Pio IX sconfitto, umiliato, offeso, maledetto dalla storiografia ufficiale giacobina, resta invece oggi come un gigante della storia cristiana e come un profeta, modello per chi vuole salvaguardare la libertà dei popoli e della Fede.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #33
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    Quando la loggia fece la Rivoluzione giacobina
    Gian Pio Mattogno indaga i retroscena dell’evento

    di Gianluca Savoini

    Il tema dell’influenza massonica sulle idee e sugli eventi della Rivoluzione Francese venne affrontato, all’inizio, dagli scrittori controrivoluzionari tra il 1792 e il 1798: F. Lefranc, J. Robinson, A. Barruel. In seguito, i più celebri storici della Rivoluzione hanno teso per lo più a riconoscere la realtà di una presenza socioculturale della massoneria negli avvenimenti rivoluzionari, ma ne hanno generalmente escluso una presenza di carattere politico. La storiografia più recente (Agulhon, Vovelle, Roche, Furet) ha riproposto il problema, sicché la discussione è tuttora in corso. Gian Pio Mattogno ha già al suo attivo una ricerca su La rivoluzione borghese in Italia, che indaga i retroscena del movimento unitario nei vari Stati della penisola; di tale ricerca sono usciti presso le Edizioni all’insegna del Veltro due volumi: il primo che va dal 1700 al 1815, il secondo che va dalla Restaurazione fino ai moti del 1831.Ora Gian Pio Mattogno si inserisce nel dibattito sulla massoneria in Francia con questo saggio intitolato La Massoneria e la Rivoluzione Francese. La prima parte del saggio, che ripropone in sostanza il testo di una conferenza tenuta dall’Autore in occasione del bicentenario della Rivoluzione, approda alle seguenti conclusioni: 1) la Massoneria ha contribuito alla preparazione intellettuale della Rivoluzione, 2) la Massoneria ha lanciato in Francia il mito della rivoluzione vittoriosa con Franklin e Lafayette, 3) la Massoneria ha svolto un ruolo determinante nelle agitazioni che hanno condotto alla presa della Bastiglia, 4) la Massoneria ha partecipato attivamente agli eventi rivoluzionari successivi, 5) i massoni hanno operato come rivoluzionari e come massoni. La seconda parte contiene esaurienti orientamenti bibliografici che fanno il punto sul dibattito storiografico e saranno certamente di grande utilità per ulteriori approfondimenti. In appendice, infine, uno scritto su Encyclopèdie e massoneria, nel quale viene evidenziata la funzione svolta dall’Enciclopedia nella disgregazione dell’ancien règime. Gian Pio Mattogno, La Massoneria e la Rivoluzione Francese, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma (viale Osacca 13), pp.110, lire 15mila.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  4. #34
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    Un illuminante testo di Bernard Fay
    Grand’Oriente di Francia, ecco chi
    nel fatidico 1789 ribaltò il mondo

    di Gianluca Savoini

    Bernard Fay (1893-1978) fu uno dei più brillanti storici della sua generazione. Cattolico, specialista del XVIII secolo, fu docente di letteratura francese al Collége de France. Nel 1940 fu nominato direttore della Biblioteca nazionale e in questa veste fece in modo che gli archivi del Grande Oriente di Francia (la massoneria francese) fossero trasferiti alla Biblioteca nazionale per esservi esaminati. I "liberatori" non gli perdonarono l’anticonformismo accademico e la fermezza con la quale aveva condotto la sua battaglia culturale. Benchè non si fosse macchiato di alcun crimine, fu arrestato, malmenato, processato e condannato ai lavori forzati, alla confisca dei beni e alla degradazione nazionale. Il libro che presentiamo (La Franc-maçonnerie et la Révolution intellectuelle du XVIIIe siècle) fu pubblicato nel 1935 e per la prima volta è stato tradotto in italiano dalle Edizioni di Ar. L’opera (301 pagine), al di là delle suggestioni e del conformismo della storiografia dominante, indaga i veri retroscena delle rivoluzioni del Settecento, da quelle intellettuali a quelle politiche che sfociarono nella Rivoluzione Francese- la "Grande Rivoluzione". Con la sua opera Bernard Fay documenta il ruolo determinante della massoneria - arma "formidable" - nelle diffusione delle nuove idee illuministiche e nelle preparazione del 1789. Egli offre in questo modo un importante contributo al dibattito storiografico sulle origini della Rivoluzione francese (ma anche americana), inserendosi a pieno titolo nel filone della migliore storiografia controrivoluzionaria che ebbe nell’abate Augustin Barruel il padre incontrastato.
    Bernard Fay, La Franc-maçonnerie et la Révolution intellectuelle du XVIIIe siècle, trad. it., Edizioni di Ar (tel. 0338-7438409), pp.301.
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  5. #35
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    La colpa è della tradizione abbandonata»
    Per Don Buzzi, seguace di Lefebvre, questa tragedia era persino prevedibile

    di Gianluca Savoini
    «La Chiesa di Roma ha ormai spalancato le porte al mondo, deviando dal suo ruolo fondamentale, quindi non c'è da meravigliarsi se accadono orribili episodi persino all'interno del Vaticano». Don Fausto Buzzi, responsabile della Fraternità sacerdotale San Pio X di Montalenghe (gruppo di cattolici tradizionalisti seguaci di Mons. Lefebvre e quindi ostili alla svolta modernista e "massonica" delle gerarchie ecclesiastiche romane), è rimasto scosso dalla tragedia dell'altra notte e si augura che presto la Santa Sede possa scacciare il "fumo di Satana" che da tempo è entrato in Vaticano.Don Fausto, i fedeli non sanno più cosa pensare delle gerarchie cattoliche attuali: affarismo, delitti, ecumenismo spinto, interventi politici. «È la tragica conseguenza dell'abbandono della Tradizione. Anche la moralità dei prelati risente di questa decadenza. Ripeto, non ci si dovrebbe lasciare corrompere dalla mondanità, ma rilanciare la spiritualità, la parola di Dio. Invece ci sono troppi interessi che con la Fede non hanno nulla a che fare».Ad esempio?«Girano troppi soldi. Pensiamo, come caso eclatante, allo Ior, a Marcinkus, alla fine di Calvi. La stessa morte di Papa Luciani è avvolta nel mistero. C'è tanta corruzione ovunque, alimentata da un nemico ben preciso».Quale nemico?«La Massoneria. Si è infiltrata ad altissimo livello anche all'interno della Chiesa. Vent'anni fa la rivista OP del massone Pecorelli, poi eliminato fisicamente, aveva pubblicato un impressionante elenco di alti prelati iscritti alla massoneria, la famosa "loggia San Pietro". Non tutti saranno stati Figli della Vedova, ma alcuni sicuramente.Da sempre i "Fratelli" hanno l'interesse a corrompere il cuore della Cristianità, per edificare la loro tanto amata Repubblica Universale, illuminata dal Grande Architetto dell'Universo».Ci risiamo ancora con la vecchia storia del complotto massonico?«Sappiamo bene che a toccare simili tasti si passa per matti o esaltati. È quello che vogliono i fautori dell'unificazione mondialista. Il fatto che, ogni qual volta si parla di questi argomenti, si levano voci assordanti ed influenti tese a minimizzare e a smentire, dimostra che si colpisce nel segno. Altro che fantasie di pazzi... Ma la cosa grave, il simbolo di decadenza della Chiesa attuale, è un altro».Ovvero, don Buzzi?«L'ecumenismo. Voler disorientare tutti i cattolici, mescolando insieme religioni diverse, in una sorta di cocktail senza gusto e assolutamente velenoso. Dal punto di vista politico le sinistre in Europa incarnano perfettamente questa mentalità di relativismo etico, morale e religioso. Non per nulla l'appoggio di vescovi e alti porporati viene dato ai partiti di sinistra. Il rischio sarà quello di avere un'Europa socialdemocratica in tempi brevissimi. Un'Europa scristianizzata schiava del progetto globalizzante e materialista».Tornando alle questioni della Chiesa, lei spera in una prossima inversione di tendenza?«Guai se così non fosse. Le Scritture lo dicono comunque apertamente. Dopo la grande crisi, ritornerà il sereno. Da umili fedeli, attendiamo il bel tempo. Sicuri che le porte dell'inferno non prevarranno».
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    Der Wehrwolf

  6. #36
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    Un simbolo di libertà da proporre al posto dell’anonimo vessillo
    azzurro a stelle che sa tanto di massoneria
    La vera bandiera d’Europa? Sventolò a Lepanto
    Fu issata a difesa di Costantinopoli, all’assedio
    di Vienna e contro l’invasore islamico
    di Brenno

    In tutte le più note rappresentazioni pittoriche della battaglia di Lepanto, le navi della flotta cristiana si distinguono per i vessilli che inalberano che si riferiscono alla loro provenienza (il più frequente è il Leone di San Marco: più di metà delle navi erano state messe in mare dalla Serenissima) ma anche alla alleanza di cui facevano parte. L’intera flotta cristiana si era infatti dotata di almeno due segni di riconoscimento che erano comuni a tutti i vascelli: lo stendardo di San Giorgio (croce passante rossa in campo argento-bianco) che era l’antico segno dei Crociati (e il glorioso vessillo di Genova e della Padania), e la bandiera imperiale: l’aquila bicipite nera su campo giallo-oro (o, in alcune varianti marinare in campo argento-bianco).
    Si tratta di un simbolo antichissimo che è strettamente legato alla comunità dei popoli d’Europa. Era stato Carlomagno a riprendere l’antico segno imperiale dell’aquila che aveva però “germanizzato” nel disegno e nei colori. Già a partire dal XIII secolo l’aquila viene sempre più di frequente rappresentata con due teste a significare il potere temporale e quello spirituale. E’ però solo nel 1401 che l’imperatore Sigismondo ne ha ufficializzato l’utilizzo: l’aquila imperiale aveva due teste per differenziarsi da tutte le altre - utilizzate da re, città e nobili - che erano considerate ad essa soggette. Nello stesso periodo anche l’Impero d’Oriente aveva cominciato a utilizzare lo stesso simbolo, prima oro in campo rosso, poi con altre varianti cromatiche fino a diventare uguale a quella dell’Impero d’Occidente, nera su campo oro. Questo utilizzo da parte di Bisanzio ha fatto ipotizzare agli studiosi un altro significato simbolico per le due teste: l’Occidente e l’Oriente d’Europa.
    Come simbolo dell’Europa cristiana il vessillo dell’aquila bicipite ha comunque sventolato a difesa di Costantinopoli, all’assedio di Vienna, in testa alle armate imperiali e a tutti gli eserciti che combattevano contro l’invasore islamico. Esso ha continuato ad essere impiegato fino alla caduta degli Imperi Asburgico e Russo che avevano raccolto l’eredità dei troni di Occidente e di Oriente.
    Oggi l’aquila imperiale è massicciamente presente nell’araldica comunale di tutta Europa (da Arnhem, Nimega e Groninga in Olanda, a Krems e Vienna in Austria, da Brno e Tabor in Moravia, a Ginevra, da Görlitz e Lubecca in Polonia, a Krasnodar e Poltava in Russia, da Norimberga alla spagnola Toledo), nelle bandiere dell’Albania (di Skander Beg, combattente contro i Turchi) e del Monte Santo dell’Ortodossia e nei simboli più amati di alcune grandi nazioni (la Russia, la Serbia, l’Austria). Per tutti questi motivi, oggi che l’Europa dei popoli sta ritrovando vigore e che si devono rialzare gli antichi vessilli per la lotta contro l’Islam risorgente è più che opportuno riscoprire l’antico vessillo imperiale cristiano come simbolo “vero” d’Europa. La bandiera attualmente utilizzata dalla Comunità non ha storia né forza simbolica: forse essa è effettivamente nata da una idea di Schumann che si era ispirato al manto della Vergine ma l’utilizzo di stelle a cinque punte (del tutto assenti nell’iconografia tradizionale europea) non può non ricordare i pentagramma massonici e socialisti. Giova anche ricordare che la disposizione a cerchio di stelle gialle in campo azzurro faceva parte delle prime edizioni della bandiera americana.
    E’ perciò del tutto condivisibile la scelta di tornare a sventolare la “Bandiera di Lepanto” per tutti i suoi significati simbolici e anche per la sua bellezza estetica.
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  7. #37
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    Grazie ....non occorreva...lo sapevamo che Mazzini,Garibaldi,Cavour,i Savoia erano TUTTI affiliati alla massoneria inglese e che il tricuolore è un simbolo massonico, che l'inno italiano è un inno massonico ("fratelli d'Italia"=massoni), che l'unità di i-taglia fu voluta dalla massoneria inglese contro gli Imperi Centrali (Austrungheria e Germania) e l'Impero dello Zar....
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    Il Mondialismo
    di Maurizio Lattanzio

    "Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che produce gli avvenimenti; un gruppo un poco più numeroso che vigila alla loro esecuzione e ne segue il compimento, e infine, una stragrande maggioranza che non conosce mai ciò che si è prodotto in realtà".




    Il termine 'mondialismo' si riferisce ad una concezione politico-culturale di cui si fanno portatori e diffusori potenti gruppi tecnocratico-plutocratici occulti o, quanto meno, 'defilati', non esposti alle luci dei 'riflettori' &endash; cioè dei mass-media sapientemente manovrati &endash; che 'illuminano' la grande ribalta politica internazionale. Costoro operano tramite istituzioni parimenti occulte o, se si preferisce, semi-pubbliche (Trilateral Commision, Bildeberg Group, Council on Foreign Relations, Pilgrims Society, sistema bancario internazionale ecc.), con l'obiettivo di giungere alla realizzazione di un progetto che prevede l'instaurazione di un unico Governo Mondiale, depositario del potere economico, politico, culturale e religioso. Le articolazioni strutturali di un simile progetto &endash; già in via di attuazione, si pensi solo al M.E.C. &endash; sono fondate sulla integrazione dei grandi insiemi (USA &endash; in posizione preminente &endash; Europa Occidentale, Giappone, Russia e relativi "satelliti", Cina Popolare, Terzo Mondo), che saranno sottoposti al dominio dei tecnocrati funzionari dell'apparato di potere plutocratico installato nei consigli di amministrazione delle banche e delle multinazionali. Sono le strutture operative del comando oligarchico dal quale l'Alta Finanza internazionale pianifica e concretizza l'asservimento dei popoli mediante i diabolici meccanismi della Grande Usura.(1)



    La manifesta aspirazione a fare dell'ordine di valori di cui si è portatori il centro di gravità di un processo di unificazione mondiale, è stata sempre caratteristica costante di ogni forma tradizionale, di ogni religione e, più ampiamente, di ogni movimento di Idee ispirato ai valori della tradizione. E' la 'ordinato ad unum', l'universalità &endash; cioè il progetto di integrazione dei popoli nel quadro di un ordine gerarchico a contenuto etico-spirituale, modellato sui valori dell'Essere e culminante nella dimensione metafisica o Unità Principale. Ciò avviene all'interno di differenziate e organiche forme tradizionali conformi alle vocazioni spirituali e alle conformazioni etiche delle diverse comunità umane.



    Il mondialismo, invece, è la 'scimmia' dell'universalità; è la contraffazione antitradizionale delle idealità universali che hanno omogeneamente permeato le costruzioni politiche ed hanno ispirato le vicende storiche delle Civiltà tradizionali. L'universalità è un sistema di gerarchi ontologiche che configurano un ordine piramidale 'ascendente' lungo un asse 'cosmico' verticale, mentre il mondialismo, al contrario, è la materializzazione e la decomposizione internazionalistica in senso 'orizzontale' dell'idea-forma universalistica. E' la 'reductio ad unum', un processo dissolutivo 'discendente', il cui tratto distintivo è il riduzionismo, cioè la degradazione dell'umanità ad una poltiglia indifferenziata, secondo i perversi ritmi scanditi da condizionanti e alienanti dinamiche massificatorie. Punto d'arrivo è la serie degli individui-robot che ripetono demenzialmente uno stesso tipo dalle bestiali caratteristiche di tesaurizzatore, trafficante e consumatore di cose materiali. Questo obiettivo 'tattico' è perseguito dall'oligarchia mondialista in funzione di una strategia di dominio planetario. Religione e politica, nazione e razza, cultura e costume, diventeranno puri nomi carenti di qualsivoglia contenuto; rappresentazioni 'multicolori' da immettere nei mercantili e cosmopoliti circuiti della società mondiale dello 'spettacolo'; allucinazioni collettive che surrogano la realtà, estraendo da ogni organico rapporto di interazione con il mondo interiore dell'uomo, il quale, del resto, dovrà essere ed è sostituito da una 'scatola vuota' riempita, anzi, meglio: 'ingozzata' dai falsi bisogni &endash; ci sono anche idioti che le chiamano 'aspirazioni'(sic!) &endash; indotti dall'alienazione consumistica a fini di conservazione e di potenziamento del sistema capitalistico internazionale. Ridotto il valore ad interesse, l'individuo diventa schiavo della ricchezza e, conseguentemente, di coloro che la 'creano', la controllano e se ne servono con diabolica perizia.



    L'istituzione mondialista è occulta, o, se si preferisce, per dirla con Bordiot, "discreta". E' quindi necessario l'uso di una metodologia interpretativa storico-politico e sociologico-giuridica che miri alla individuazione di due oggetti o, meglio, di due 'aree' di indagine situate in dimensione diverse: quella dell'istituzionalità pubblica e quella dell'istituzionalità occulta. Queste due nozioni sono meri rilievi descrittivi; per quanto riguarda l'aspetto sostanziale, è più appropriato parlare, rispettivamente, di società "strumentalizzate" e di società "strumentalizzanti".

    Il complesso istituzionale pubblico è il quadro di riferimento giuridico-costituzionale nel cui ambito si 'snoda' la vita politica 'ufficiale' delle nazioni (governi e parlamenti, partiti e sindacati, dichiarazioni politiche e prese di posizione diplomatiche, ecc.).



    L'istituzionalità pubblica presenta dei profili e delle dinamiche esterne, apparenti, palesi, a volte addirittura 'appariscenti', che si articolano in una serie di atti e di fatti, i quali, ripresi, rilanciati e, soprattutto 'gonfiati' dai mass-media, servono alla fabbricazione delle opinioni che saranno poi 'propinate' come materia di 'dibattito', nel 'libero' confronto democratico, alle turbe di imbecilli che 'infestano' l'epoca contemporanea.



    L'istituzionalità occulta o, per usare un eufemismo, 'ufficiosa', è il complesso degli organismi privati (consorterie ebraico-massoniche, Banca, Multinazionale, C.F.R., oligarchia tecno-burocratica nei paesi dell'Est ecc.) privi di qualsiasi rilievo giuridico-costituzionale, mediante i quali l'oligarchia matura le scelte funzionali alla realizzazione dell'obiettivo strategico ultimo: il raggiungimento del potere mondiale.

    La corte degli stracci che cela l'esistenza e l'operatività della dimensione istituzionale occulta, è rappresentata dall'istituzionalità pubblica. Essa provvede all'esecuzione di decisioni e progetti adottati dall'oligarchia mondialista in ambienti esclusivi, ristretti, sottratti a qualunque forma di controllo popolare e in regime di assoluta irresponsabilità. Il complesso istituzionale occulto decide felpatamente al riparo da occhi indiscreti &endash; il complesso istituzionale pubblico esegue tra i grandi clamori e le scintillanti coreografie approntati dagli squallidi giullari dell'informazione del Sistema.



    La dimensione occulta è il luogo politico, l'ambito di ricezione e lo spazio di aggregazione delle risultanti del processo di 'distillazione' e 'condensazione' verso l''alto sociale' dei soggetti, delle tendenze etiche e delle connotazioni psicologiche che caratterizzano in senso mercantile e materialistico la borghesia e il proletariato. Siamo di fronte a categorie economiche che, nel corso dell'esercizio della loro prassi di potere, non possono esimersi dal subire un processo di 'decantazione' che proietti ai vertici delle 'loro' società &endash; rispettivamente, all'ovest come all'est &endash; l'oligarchia tecno-plutocratica e l'oligarchia tecno-burocratica. Esse &endash; data l'identità del 'materiale' umano da cui sono formate, dalle premesse ideologiche illuministiche da cui muovono e dall'azione di collegamento 'omogeneizzante' sviluppata dalle componenti tecnocratiche, comuni ai due sistemi &endash; sono quindi destinate alla fatale convergenza mondialista.



    Dunque da non sottovalutare gli impulsi alla interazione &endash; l'istituzionalità pubblica li definisce "pacifica cooperazione internazionale" &endash; indotti nei due "massimi sistemi" contemporanei dalle tecnocrazie operanti al loro interno, allo scopo di pervenire a una gestione unitaria, su scala mondiale, dei meccanismi di produzione, al di sopra delle distinzioni politiche e al di fuori dei vincoli di sovranità degli stati nazionali.



    Ma quali sono le origini storiche-culturali del mondialismo? A quali referenti culturali di fondo va ricondotto questo fenomeno sovversivo operante ormai da secoli?



    Universo religioso-culturali dell'ebraismo e massoneria &endash; le cui vicende storiche si intrecciano inscindibilmente con quelle dell'ebraismo, il quale, alla fine, ne farà un suo prezioso strumento &endash; sono la cornice teorica nella quale inquadrare il fenomeno mondialista.



    In origine alla Massoneria è un'organizzazione iniziatico-spirituale, espressione, relativa al piano delle forme storiche, procedente dalla dimensione informale nella quale si situa la Tradizione Primordiale.



    Rispetto ad essa, la Massoneria rappresenta una Via di partecipazione basata sull'analogia simbolica esistente tra i 'gradi' ontologici della realizzazione spirituale e l'arte della costruzione degli edifici, cioè la "muratoria". Si tratta della "massoneria operativa", formata da adepti: i massoni, i quali svolgono un'attività materiale inerente alla costruzione di edifici e, forse, di templi e cattedrali le cui linee architettoniche esprimono una simbologia metafisico-tradizionale. Di qui l'intima connessione tra massoneria operativa e corporazioni medioevali.



    "La costruzione materiale &endash; scrive Julius Evola(2) &endash; divenne cioè una semplice allegoria per un'opera creativa interna e segreta; il tempio esteriore fu simbolo per quello interno; la pietra grezza da squadrare era la comune individualità umana, da rettificare affinché fosse qualificata per l''opus transformationis', cioè per un superamento della caducità umana e per l'acquisizione di un sapere e di una libertà superiore, i gradi di tale realizzazione corrispondendo a quelli originari della vera gerarchia della 'massoneria operativa', e non ancora 'speculativa'".



    Però, tra i sec. XVII e XVIII, la Massoneria subirà gli effetti di un processo degenerativo che la ridurrà ad organizzazione profana, ispirata a principi laici ed umanitari, che ne faranno la protagonista del secolo dell'illuminismo e la promotrice delle rivoluzioni borghesi dei secoli successivi. "Effettivamente &endash; scrive Claudio Mutti(3)- nel quadro del processo controiniziatico che vide organizzazioni regolari e tradizionali, o i loro residui, cadere in preda di influenze di segno opposto, anche molte logge massoniche subirono un'inversione di polarità e tradussero in termini individualistici, laici e democratici aspetti del diritto iniziatico, quali, ad esempio, i concetti di libertà, parità, fraternità."



    Nell'ambito di questa vicenda che, prima di essere storica, è metastorica, si inserisce la nascita della "massoneria speculativa", cioè della massoneria moderna di Rito Scozzese Antico e Accettato, importante espressione e supporto storico della Sovversione. Essa nasce a Londra il 24 giugno del 1717, giorno della festa di S. Giovanni Battista, patrono dei costruttori della città. In quel giorno, infatti, quattro logge: "Crown Alehouse", "Apple the Taverne", "Rummer and Grape" e "Goose and Gridirion Alehouse", decidono di unificarsi nella "Grande Loggia" di Londra, dalla quale si irradierà un vasto e rapido movimento di espansione che, nel giro di 10-15 anni, vedrà l'Europa punteggiata di logge massoniche.



    La Massoneria speculativa ad indirizzo illuministico ed aconfessionale, diventerà il punto di aggregazione di filoni di pensiero ad orientamento umanitario e cosmopolita sparsi nell'Europa; essa ne farà i coefficienti di organizzazione, secondo i moduli di un abile sincretismo, di una ideologia laico-democratica ed egualitaria, il cui internazionalismo di fondo, negatore delle specificità, sarà la solida piattaforma su cui 'poggiare' la "Repubblica Universale" ispirata ai valori del deismo razionalista e vagheggiata &endash;tra gli altri- anche dal massone Giuseppe Mazzini.



    Nel corso della storia l'ebraismo si infiltrerà massicciamente nelle logge massoniche, fino a farne sostanzialmente un suo strumento &endash;per altro conforme- di cui servirsi per l'attuazione dell'aspirazione ebraica all'egemonia mondiale.



    Nel 1733(4), a Francoforte di Baviera, l'ebreo Mayer Amschel Rothschild &endash;fondatore della casa bancaria omonima- riunisce nella sua casa d'affari 12 alti esponenti del mondo bancario, finanziario e industriale per presentare loro lo schema di fondo di un piano di dominio mondiale. Rothschild affiderà al consanguineo Adam Weishaupt il compito di fornire un decisivo contributo al raggiungimento di questo obiettivo.



    Nel 1776(5) nasce l'Ordine degli Illuminati o "Gesellschaft der Perfectibilisten", associazione di indirizzo gnostico-razionalista alla cui fondazione &endash;oltre a Weishaupt- concorreranno gli ebrei Wessely, Moses Mondelssohn, unitamente ai tre banchieri, parimenti giudei, Itzig, Friedlander e Mayer. Il programma(6) degli Illuminati contiene riferimenti teorici che costituiranno i cardini del pensiero radicaldemocratico successivo, specie marxista, e dell'ideologia che alimenterà I Protocolli dei Savi Anziani di Sion e il Patto Sinarchico (su cui ci soffermeremo in altra occasione). In questo programma si afferma la necessità dell'abolizione della proprietà privata e del diritto ereditario, del capovolgimento dell'ordine politico e sociale, della lotta contro le religioni, di rivoluzione permanente internazionale. Inoltre nel punto 20 si descrivono i lineamenti di un Unico Governo Mondiale, la cui direzione politica, nel punto 23, è riservata ad una classe dirigente tecnocratica (finanzieri, industriali, scienziati, economisti).



    Nel 1782(7), al congresso massonico di Wilhlemsbad, l'Ordine degli Illuminati confluirà nella Massoneria che, di lì a pochi anni, ricoprirà un ruolo centrale nel sussulto eversivo del 1789, mentre nei secoli seguenti porterà a termine l'attacco decisivo all'ordine aristocratico europeo. Infatti l'assalto coordinato all'Europa aristocratica sarà messo a punto nel corso del Congresso Massonico Internazionale di Strasburgo nel 1847.



    L'anno seguente &endash;il '1848' delle barricate tanto care all'oleografia risorgimentale- l'Europa vacillerà sotto i colpi della sovversione giudaico-massonica: da Parigi a Vienna, da Milano a Berlino, da Venezia a Madrid, da Roma a Napoli, le pretestuose parole d'ordine (indipendenza nazionale, costituzione liberale ecc.) e i metodi insurrezionali &endash; i cui sincronismi spaziali e temporali lasceranno chiaramente intuire un'unica regia &endash; non riusciranno a mascherare il vero obiettivo dell'attacco: lo Stato aristocratico-gerarchico e l'universo politico-ideale che le sorregge.



    Il talmud ha rappresentato il tessuto unificante e l'elemento di coesione che ha garantito all'ebraismo della Diaspora la conservazione della sua profonda identità religiosa, spirituale ed etico-culturale, a dispetto della sua dispersione nel mondo. In esso e nella cultura dell'ebraismo diasporico sono rintracciabili i più solidi riferimenti storici e religioso-culturali del fenomeno mondialista.



    Originariamente la forma tradizionale ebraica si riconnette alla tradizione Primordiale, la cui origine metafisica e non-umana opererà un'indubbia azione disciplinatrice e rettificatrice nei confronti delle perverse e dissolventi tendenze presenti nel 'corpus' razziale ebraico. L'ebraismo, comunque, non si sottrarrà ad un processo di decadenza &endash; comune ad altre forme tradizionali e riferibile ad un periodo compreso tra l'VIII e il VI secolo a.C. &endash; che affonda le sue radici nel piano della metastoria, e che propizierà nell'ebraismo un'assunzione profana e materializzata dei principi dell'antica tradizione, soprattutto il tema dell'elezione divina del popolo ebraico. "Questo tema &endash; scrive Claudio Mutti(8) &endash; che nell'ebraismo antico era stato contenuto, bene o male, entro il quadro organico di una tradizione, subì, col degenerare della tradizione in un tradizionalismo residuale, un processo di materializzazione, dando luogo a un razzismo intransigente e ad un risentimento smisurato nei confronti dei non-ebrei. (…)…la fine politica degli ebrei, la loro dispersione, la loro condanna in quanto popolo deicida fecero scattare, come un'idea di rivalsa e una speranza di "revanche", la teoria di Israele quale popolo destinato al comando universale.



    La volontà di dominio mondano, prodotta e giustificata dalla laicizzazione del tema biblico della scelta di Israele quale "popolo di Dio", si legò a un desiderio sfrenato di ricchezza materiale e a una pronunciata propensione per il mercato; e ciò, in parte, è senza dubbio da mettersi in relazione con la materializzazione di un altro motivo tradizionale: quello del 'Regno'."



    Il Talmud è la raccolta giurisprudenziale costituita dall'esegesi e dal commento rabbinico del Vecchio Testamento; la codificazione dei rabbini diventerà quindi la depositaria dell'identità cultural-razziale dell'ebraismo. Secondo l'ebreo Graetz, storico del giudaismo, "il Talmud è stato il simbolo che ha tenuto assieme i Giudei dispersi nei vari paesi, custodendo l'unità del giudaismo". Un altro ebreo, I.Epstein, scrive: "…ed è il Talmud che ha formato le dottrine religiose e morali del giudaismo odierno". Senz'altro interessante la considerazione di alcuni passi del Talmud: "Il Messia darà agli Ebrei il dominio del mondo, al quale serviranno e saranno sottoposti tutti i popoli"(9). Oppure: "Il Santissimo parlò così agli Israeliti: Voi mi avete riconosciuto come unico dominatore del mondo, e perciò io vi farò gli unici dominatori del mondo"(10). E, ancora: "Tutti i popoli verranno al monte del Signore e al Dio di Giacobbe e saranno soggiogati dagli Israeliti"(11).



    L'etica talmudica, nel corso dei secoli, si sedimenterà nell'anima razziale del popolo ebraico, facendone il principale supporto antropologico delle forze dell'Antitradizione e il più efficace propagatore storico dei processi sovversivi che da essa si esprimono. L'idea-forma mercantile, concepita come condizione dell'anima, connotazione psicologica e 'status' interiore, troverà nel giudeo il riflesso storico più omogeneo e conforme. Ben presto, però, essa esprimerà un'ampia tendenza 'espansiva' che la condurrà a valicare i confini delimitati dall'unità etnica &endash; la razza ebraica &endash; postasi in origine quale sua condizione di manifestazione.



    Dal punto di vista storico e culturale, questo 'straripamento' etico si renderà palese attraverso "…quella mercantilizzazione dell'esistenza &endash; scrive Franco Freda(12) &endash; che trovò, almeno in sette secoli di storia europea (effettualmente, data l'europeizzazione del mondo, oggi si può dire, purtroppo: della storia mondiale), nell'anima ebraica la sua matrice più frenetica e virulenta, e nell'ebreo il suo tipico, più incisivo e potente, veicolo d'infezione".



    L'affermazione e la diffusione della mentalità giudeo-mercantile &endash; tramite le ideologie individualistiche e materialistiche &endash; anche tra i non-ebrei, rappresenterà una decisiva vittoria giudaica. L'ebraismo fornirà un contributo primario alla propagazione delle ideologi cosmopolite, ma, nello stesso tempo, custodirà gelosamente la propria identità razziale, culturale e nazionale, conscio del fatto che ciò gli avrebbe assicurato una fondamentale posizione di preminenza e di vantaggio nei confronti di popoli sradicati e di civiltà dissolte nella massificazione mondialista.

    "Facciamo notare che noi Ebrei siamo una nazione singolare, della quale ogni ebreo è suddito incondizionatamente, quali che siano la sua residenza, il suo mestiere e la sua fede". (Luigi Brandeis del Tribunale Supremo degli Stati Uniti). Joseph Morris, rabbino londinese, autore dell'opera "Israele una Nazione", sostiene che "…Israele costituisce una grande nazione…Nessuna setta, né comunità religiosa avrebbe il diritto di portare tal nome…Negare la nazionalità ebraica equivarrebbe a negare l'esistenza degli Ebrei". O, ancora, Mosé Hess dall'opera "Roma e Gerusalemme": "Ogni ebreo appartiene alla propria razza e di conseguenza al giudaismo e non ha importanza alcuna che egli stesso e i suoi antenati abbiano rinnegato la propria fede religiosa".



    L'internazionalismo finanziario, accompagnato e 'coperto' dagli alibi ideologici e dalla parole d'ordine pacifiste e umanitarie, sarà un corrosivo fermento cosmopolita che aprirà continuamente varchi alla marcia, apparentemente inarrestabile, del progetto relativo all'"One World", cioè al livellamento e all'unificazione mondialista degli uomini e dei popoli ridotti a segatura senza identità, senza rango, senza razza, in una parola: senza senso.



    "Non esiste &endash; scrive Jean Izoulet(13), professore di filosofia al Collège de France &endash; che un solo problema sulla terra, ed è il problema di Israele. Problema delle due facce, di cui la faccia interna è il laicismo (rapporti tra scienza e fede) e la faccia esterna, l'internazionalismo (rapporti tra patria e umanità). Laicismo e internazionalismo sono le due facce del giudaismo".



    Il denaro diventerà strumento di attuazione ed elemento di mediazione del rapporto di schiavitù che lega gli individui &endash; ormai sradicati &endash; all'oligarchia giudeo-plutocratica; l'individuo schiavo del denaro è automaticamente schiavo degli usurai che detengono il monopolio dell'emissione della moneta e della distribuzione del credito. "Dallo stato caotico dell'economia il genio ebraico sviluppò il sistema del capitalismo organizzato, grazie allo strumento più efficace: il sistema bancario(14)…"



    L'egemonia ebraica nelle banche e nelle istituzioni finanziarie configurerà i coefficienti di organizzazione di una struttura mercantile internazionale; il pianeta sarà concepito come un immenso mercato che faccia da premessa per la realizzazione di un progetto di unificazione mondiale che, partendo dal piano economico, investirà via via il piano sociale, politico, culturale, religioso.



    "Per questa oligarchia il Tempio sarà uno solo, per tutto il mondo cosmico abitato dall'uomo. E si edificherà, nel segreto dei conciliabili bancari, nella Banca del Mondo, centro di emissione dove la cabala degli iniziati trasformerà la carta in oro. Là celebreranno il rito della inversione di tutti i valori. Il prodotto che diventa niente; ed il niente di uno straccio di carta che diventa valore, oro. Affinché il lavoro produca miseria e la miseria intellettuale dei parassiti si trasformi nel controllo di tutte le ricchezze del mondo"(15).



    Questi accenni vogliono essere un introduzione e un contributo alla delineazione dello schema culturale di fondo nel quale la fenomenologia mondialista, che nelle istituzioni e nelle strutture del capitalismo internazionale trova le sue più importanti articolazioni organizzative. La comprensione della 'cultura' del mondialismo è la premessa indispensabile per conferire spessore alla conseguente concreta azione di smascheramento basata sulla puntuale denuncia di nomi, atti e fatti che, altrimenti, se non ricondotti alla logica profonda che li sottende, perderebbero la loro efficacia 'dimostrativa'.



    La battaglia culturale del sodalizio-comunità nel quale radichiamo la nostra identità sovraindividuale, potrà essere condivisa o respinta, ma, ciò che è certo e che più conta, ad essa non potrà essere disconosciuta una inoppugnabile qualificazione culturale ed un indubbio rigore scientifico.





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    NOTE

    1) Vedi Giacinto Auriti "L'ordinamento internazionale del sistema monetario", Marino Solfanelli editore, Chieti, 1987;

    2) Julius Evola "Ricognizioni", Ed. Mediterranee, Roma, 1974;

    3) Claudio Mutti "Stalin, Trotzsky e l'Alta finanza", Quaderni del Veltro, Ferrara, 1974;

    4) Vedi Nesta H. Webster "World revolution, the plot against Civilisation", Briston P.Co. Devon, 1971, 6 ed., pag. 32;

    5) Vedi Olivia Maria O'Grady "The beasts of the Apocalypse", O'Gray Publications, Benicia USA 1959, pag.118;

    6) Vedi Williams Guy Carr, "Pawn in the game", St. George Press, Glendale USA 1970, 7 ed., pagg. 26-31;

    7) Vedi Nesta H. Webster "Secret Societies and subeversive Mouvements", Britons Publishing, 8 ed. Londra 1964, pagg. 233-234;

    8) Claudio Mutti, "Ebraicità ed ebraismo &endash; I Protocolli dei Savi Anziani di Sion", Ed. Ar, Padova, 1976;

    9) Tal. Bab. Trat. Schalb., fol. 120, c.l. e Shanedrin, fol. 88 c. 2; fol. 99 c.l.;

    10) Chenga, fol. 3, 3;

    11) Commento ad Isaia, fol. 4 c.2;

    12) F.G.Freda, "I Protocolli", op.cit.;

    13) Cit. in Yann Moncomble, "La Trilaterale et les secrets du mondialisme", Ed. Faits et documents, Paris, 1980;

    14) "L'ebreo americano", 10 settembre 1920;

    15) "La rivolta del Popolo", citato in Carlo A. Rroncioni, "Il Potere Occulto", Ed. Sentinella d'Italia, Monfalcone 1974.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    IL Risorgimento...massonico!

    PORTA PIA

    Converrà continuare il discorso iniziato nel precedente frammento: riflettere su Roma e il suo destino nell'epoca moderna non è certamente un esercizio provinciale e neppure soltanto italiano, visto il mistero di universalità che - dagli inizi della sua storia - è legato all'insediamento sul Tevere. L'Italia "laica" ha avuto un atteggiamento ambivalente davanti alla Città Eterna: da un lato il mito di Roma, nutrito di ricordi, conditi con non poca retorica, dell'antichità classica. Dall'altro, l'avversione per ciò che quel luogo era divenuto con i papi e per ciò che, dunque, significava per un cattolicesimo identificato come il nemico principale da battere perché colonna dell'oscurantismo, nocciolo duro delta reazione. trincea della resistenza ai "Lumi" della Scienza e del Progresso. Questa avversione per la città-simbolo della vicenda cristiana si estendeva (e si estende), un po' razzisticamente, verso i romani. Giordano Bruno Guerrì, nell'incredibile articolo da cui siamo partiti qui sopra, sentenzia: "lì papa si è ben guardato dal dire che lo sfascio di una città non può dipendere solo da chi l'amministra e che occorre la complicità di chi ci abita: il peggior male di Roma è la romanità dei romani, ovvero quell'accidia arrogante e spocchiosa che non è certo genetica, ma che si è formata in secoli di dominio papale". La Chiesa, dunque, come corruttrice di anime e di caratteri. Ancora Guerri: "Ci vuole la faccia tosta di Wojtyla per prendersela con una città i cui mali, tutt'altro che recenti, sono stati metodicamente preparati dai suoi predecessori nel corso dei secoli. Roma era certamente più fetida di oggi quando le miserabili catapecchie del popolino si addossavano alle mille chiese fastose, quando i papa-re angariavano la città per arricchirsi. impotentirsi, michelangiolarsi: impiccando, arrostendo sui roghi. immiserendo".

    Siamo, come si vede, a una sorta di revival anticlericale. davvero sconcertante nella sua ingenua ripetitività ottocentesca che ignora la realtà effettiva, ben diversa, mostrata dagli studi storici. Certo, sorprende in modo particolare, in un intellettuale contemporaneo, considerare una colpa storica della Chiesa il "michelangiolarsi". L'avere cioè, con il costante amore per le arti, permesso agli artisti di esprimersi non lesinando loro i mezzi e a Roma, ridotta a rovine coperte di ortiche, di assumere una bellezza che neppure la "nuova" Italia, dopo il 1870, malgrado ce la mettesse tutta, riuscì a distruggere del tutto. Bellezza che, richiamando da tutto il mondo chi è sensibile alle arti, si è rivelata poi per la città anche il migliore e il più duraturo degli investimenti economici. I Guerri pensano forse che un solo turista si muoverebbe per visitare ciò che dopo il 1870 l'Italia - per oltre mezzo secolo polemicamente anticlericale - ha edificato sui Sette Colli? Quanto alle "miserabili catapecchie del popolino" nella città prima della breccia di Porta Pia, è ben noto (come ci hanno detto Marx, Engels e tutto il movimento socialista e umanitario), che, nello stesso periodo, il "popolino" dei Paesi protestanti - dunque acerrimi nemici del "papismo" toccati dalla rivoluzione industriale, godeva il suo comfort sereno nelle villette con giardino e pianoforte dei sobborghi operai di Manchester, di Londra, di Parigi, di Berlino... Quel "popolino" - che là, tra quelle brume, chiamavano "proletariato" - non si addensava attorno a "chiese fastose" ma a quelle nude, terribili, disumane cattedrali che erano opifici e fabbriche; templi innalzati dalla nuova casta sacerdotale, la borghesia, ai soli dei che ormai riconoscesse: il Denaro, il Profitto, la Produzione.

    In realtà, in una certa cultura continua ad agire, magari inconsciamente, il rancore verso i romani per non avere fatto nulla per accelerare l'arrivo della "Ragione e del Progresso" all'interno delle Mura Aureliane. Cerchiamo di ripassare un poco quella storia che oggi sembrano ignorare anche tanti "storici". Nel marzo del l86~, aprendosi il primo parlamento del Regno non più di Sardegna ma d'Italia, la Roma ancora papale è acclamata, simbolicamente, capitale d'Italia. Cavour (che mai volle visitare Roma) è troppo realista per cedere alle declamazioni dei retori sulla mitologia dell'Urbe e sui suoi ricordi imperiali: a lui, quella votazione serve per bloccare sul nascere l'antico municipalismo (già molte città, da Milano a Napoli, avanzavano candidature) e per lasciare a tempo indefinito la capitale nella sua Torino, pur così decentrata e malamata dai sudditi del nuovo Regno. Cavour sa che quella proclamazione è platonica e che lo resterà: la Francia di Napoleone III presidia in armi la Città Eterna e minaccia guerra in caso di occupazione; anche le altre potenze europee, a cominciare dall'Austria cattolica e dalla stessa Prussia protestante, si oppongono alle pretese Italiane. Con la Convenzione con la Francia nel settembre 1864, il Regno, impegnandosi a trasferire la capitale a Firenze, sembra prendere atto definitivamente della impossibilità di installarsi sul Tevere. Due anni dopo, nel 1866, onorando quella Convenzione, la Francia ritira le sue truppe da Roma, lasciando solo un presidio internazionale (composto, tra l'altro, da giovani volontari delle famiglie cattoliche di tutta l'Europa e addirittura delle Americhe:.non solo il Risorgimento ma anche "l'altra parte" ebbe l'equivalente delle "camicie rosse" garibaldine). Nel 1870, schiacciato a Sedan dai prussiani il secondo impero napoleonico (e irritata l'Austria dalla proclamazione, fatta dal Vaticano I, dell'infallibilità papale), l'Italia ha mano libera per occupare Roma da dove i francesi si sono ritirati e per trasferirvi, l'anno seguente, la capitale. Ebbene: poco si riflette sulla grave sconfitta morale, sulla insanabile delusione del nazionalismo borghese, dovute al fatto che il 20 settembre i cannoni di Raffaele Cadorna dovettero sparare quattro ore per aprire una breccia nelle mura e fare irruzione in una città che aspettava muta, inerte, come rassegnata.

    I dieci anni dal 1860 al 1870 erano stati, infatti, un testardo quanto inutile sforzo per ottenere l'insurrezione dei romani contro il papa, dando così al governo italiano un pretesto per intervenire. Fino al 1866 i patrioti si consolarono dicendo che la causa della mancata rivolta era la presenza dei francesi. Partiti questi, Garibaldi pensò che il momento fosse giunto ma, penetrato nell'autunno del 1867 in quel che restava dello Stato Pontificio, trovò una popolazione niente affatto festante, bensì largamente ostile (come egli stesso ammise). Riuscì a Spingersi sin quasi sotto le mura di Roma, fidando nella insurrezione che gli era stata promessa e per la quale il governo italiano non aveva lesinato aiuti in denaro e in armi. "Ci basterebbero solo dieci schioppettate dei romani!", gemeva, a Firenze, il capo del Governo, Giovanni Lanza. Ma quelle schioppettate non ci furono; anzi, non mancarono i popolani laziali che si arruolarono volontari per contrastare l'invasione garibaldina. I 'congiurati", pagati dal governo dì Firenze e da Garibaldi, spiegarono poi che la promessa rivoluzione contro il papa non era stata fatta perché, la sera convenuta, si era messo a piovere... Così, a Mentana, i pontifici e i francesi mettono in fuga i garibaldini e l'esercito italiano non può intervenire (come era stato programmato) prendendo a pretesto morale la rivolta degli abitanti del Lazio e di Roma che non ci fu. Lo stesso accade nel 1870, quando la Francia sconfitta e poi in preda al marasma della Comune richiama il suo presidio. Anche stavolta si cerca di suscitare un insurrezione; ma anche stavolta denari, sforzi, agenti provocatori si rivelano inutili. Tanto che ancora il 10 settembre, quando già le truppe di Cadorna convergono sulla città, Pio IX, acclamatissimo dal popolo, si reca a inaugurare una fontana sulla piazza di Termini. E, irrompendo dieci giorni dopo da Porta Pia su quella che sarà, appunto, la via XX Settembre, i bersaglieri trovano strade deserte, imposte chiuse, una città che sembra considerarsi più invasa che "liberata". E che sempre distinguerà tra essa e gli "italiani", chiamati buzzurri, cioè forestieri rozzi e non invitati.

    Un bello smacco per la retorica nazionalista e laicista: questa delusione è tra i motivi di una tenace avversione contro i romani, colpevoli di non avere voluto muovere un dito per togliersi di dosso quella che (stando allo schema) sarebbe stata "l'intollerabile oppressione papalina". Un disprezzo "laico" che si aggraverà ancora perché, nel 1943, fuggito dal Quirinale il nipote del re giunto nel 1870, e dissoltosi non solo il governo ma persino lo Stato entrato a cannonate, i romani si strinsero di nuovo attorno al papa, ridandogli spontaneamente l'antica autorità; e, partiti i tedeschi, si riversarono in massa a piazza San Pietro per acclamarlo come "difensore della città" che, unico tra i potenti, non aveva abbandonato. Fu, questo, un finale coerente con gli inizi, con quel lontano 1793 in cui in Francia regnava il Terrore dei giacobini, i quali inviarono nella Roma papale - con funzioni di propagandista e di provocatore coperto dalla immunità diplomatica - Hugon de Bassville, tanto mediocre cantore della Rivoluzione quanto fazioso e virulento miscredente. Bassville, come sintetizza uno storico contemporaneo, "in occasione delle principali cerimonie religiose, accompagnato da servitori e guardie del corpo, era solito mescolarsi ai fedeli e, nei momenti di maggior devozione, si faceva beffe a gran voce dei sacramenti, dei celebranti e dei luoghi e oggetti di culto e invitava, bestemmiando, a devastare le chiese e a consegnargli i sacerdoti affinché, tradotti a Parigi, venissero decapitati". A fronte della eccessiva tolleranza del papa, che si limitava a proteste cui dalla Francia si rispondeva con sarcasmo, intervenne il popolo, quello vero (e non "la plebaglia" come ancora si legge in enciclopedie e testi scolastici), il popolo credente che, ferito nel suo sentimento religioso, un bel giorno perse la pazienza e alle bestemmie ripetute per l'ennesima volta proruppe in tumulti che culminarono con il linciaggio di Bassville. Ne seguì la dichiarazione di guerra della Francia giacobina allo Stato pontificio: dichiarazione, per il momento, platonica, visto che a Parigi c'era ben altro da fare in quei mesi che muovere a battaglia contro il papa. Ma Napoleone non dimenticò e anche per questo, quando giunse in Italia, calcò particolarmente la mano contro Roma. Ma questa, con l'uccisione del giacobino blasfemo Bassville, si assicurò un primato: era stata la prima città italiana a dimostrare, e violentemente, contro la Rivoluzione. Deve esserci anche questo nel subconscio degli "illuminati" che disprezzano il popolo romano. I Guerri, dunque, non hanno torto: come non detestare gente che massacrò Bassville, che non volle scacciare Pio IX e che ritrovò in Pio XII un "papa-re" cui essere grata?

    Vittorio Messori
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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